di Roberto Di Caro
«Dopo il successo con Fazio, la dirigenza è terrorizzata all’idea di un’altra trasmissione. Ma io intanto mi sono ripreso un po’ di libertà, girando per le librerie e incontrando le persone». Lo scrittore parla della sua vita, di tv, di boxe, di musica e del suo prossimo libro.
Non ce la faceva più, Roberto Saviano. Per un po’ se n’è andato via. Due, tre mesi alla volta. In Germania, dove “Gomorra” ha venduto 600 mila copie e per strada lo riconoscono, e lo stesso in Spagna, ma lì almeno è minore la pressione che si sente addosso. Non come in Italia, dove “è in corso una vera guerra per la libertà d’espressione e la difesa del diritto”. E dove, dice, “sento a un palmo da me la paura del potere politico terrorizzato da chi arriva a un pubblico trasversale”: e dunque la “macchina del fango” di cui ha detto e scritto, l’intimidazione che, ne è convinto, “induce molte persone di primissima qualità a tirarsi indietro dalla politica per non essere costrette a difendersi, sul nulla, dai nemici come dagli amici”.
Le mancava l’aria.
“Mi manca l’aria”.
Così, quando ha rotto con Mondadori, la prima cosa che ha chiesto al suo nuovo editore, Carlo Feltrinelli, è stato il giro di presentazione nelle librerie.
“Garantiscimi luoghi sicuri, gli ho detto, dammi la possibilità di incontrare di nuovo le persone. “Esci”, mi aveva esortato Salman Rushdie a New York, “vai fuori, ai party, dove ti pare, ma lìberati”. Erano anni che non parlavo con i lettori: a teatro li potevo solo sfiorare velocemente. La libreria è invece il luogo dove vai per approfondire, comunque tu la pensi. A questi incontri vengono tutti: cattolici, boy scout, gente di destra, libertari di area antagonista, madri che dinnanzi al figlio ti raccontano la loro quotidianità…”.
I “volti” di Emanuel Lévinas.
“Esattamente. E’ impagabile. E’ difficile pensare a una rivoluzione che parte dalle librerie, ma è esattamente ciò che sogno”.
Che cosa le chiedono?
”“Cosa posso fare, io?” Ma che risposta devo dare? Politica? Privata? Non lo so. Mi sento onesto quando dico: far bene il proprio lavoro, ciò che uno sa fare”.
Altre domande?
“In questo periodo, molto spesso, quando torno in tv”.
Appunto. Quando? Avete contatti?
“Vorremmo. Dopo un successo del genere di solito ti fanno una proposta. Ma la dirigenza Rai è terrorizzata”.
Non sempre c’è tempo per le domande. A Genova, per esempio.
“Non è un male, non rischia di diventare una conferenza stampa. L’incontro a tu per tu con 1.300 persone è invece un’esperienza quasi metafisica. Diversa da teatro, stadio, piazza, tv. Ti toccano, ti mettono i bambini in braccio, io rido…”.
Perché vengono a migliaia ad ascoltarla, secondo lei? Testimonianza, militanza, curiosità, che altro?
“Perché c’è voglia di ascoltare storie. Di ragionare, piuttosto che di militare”.
E’ un limite o una ricchezza?
“Una ricchezza. Non è affatto un “popolo dell’anti”: è il motivo per cui in queste ore fa così paura al governo. Tanti hanno scritto le cose che io ho scritto: è l’essere letto che mi espone”.
“Ormai Saviano è un fenomeno mediatico”, la accusano.
“Certamente! Mica mi offende. Anzi. Sono uno scrittore ambizioso: ho il sogno e l’obiettivo di arrivare a quante più persone possibile. Che poi in tv ci sarò andato dieci volte in tutta la mia vita… Ma “Vieni via con me” è in cima alla classifica. E questo scatena irritazione, invidia”.
Anche a sinistra?
“Soprattutto…”.
Paura che si candidi a “papa straniero”?
“Ovviamente ci ho pensato. E continuo a pensarci. Ma non è mia intenzione, o avrei già fondato un movimento. Il mio mestiere è scrivere. E poi avrei contro innanzitutto quelli che penso essere amici”.
Ora poi, dopo le code in libreria fino a notte…
E’ la misura del rapporto con i lettori. La prima presentazione la feci proprio da Feltrinelli a Firenze nel maggio 2006. C’erano tre persone. Arrivai, dissi: “Sono qui per la presentazione di Gomorra”. “Ma forse l’autore non è venuto”. “Sono io l’autore”. C’era una meravigliosa signora anziana che leggeva tutte le storie di mafia, parlammo a lungo. A Milano, poco dopo con Daria Bignardi, c’erano cento persone, tutte venute per lei”.
Da allora solo a teatro.
“I posti grandi sono meglio gestibili”.
“Gomorra” nasceva certo da ciò che lei leggeva e raccoglieva, ma soprattutto da ciò che ha visto girando e parlando, dall’esperienza diretta. Ora come fa? “Mi manca l’operatività. Ma riesco a sostituirla”.
Con che cosa?
“Io vivo nelle caserme. Con i carabinieri che mi proteggono, due all’inizio, ora sette. Mi hanno adottato. E in questi anni sono diventato un carabiniere anch’io. Viviamo insieme: quando si rompe l’auto o manca la benzina perché non ci sono più i fondi, li capisco benissimo se scrivono ai giornali: “Dannazione, aiutateci””.
Significa che vede il mondo per interposta persona?
“Lavoro sulle inchieste, sulle intercettazioni, vado molto ai processi. Sono stato nei bunker della mafia, li ho raccontati in “Vieni via con me”: ma avevo intorno 20 persone…”.
Tutti s’aspettano il nuovo “Gomorra”.
“Sto scrivendo da tempo, lavorando su diverse cose. Una possibilità è una grande storia sul narcotraffico. Ma c’è un’altra storia che conto di scrivere, la tengo per me per scaramanzia”.
Qualche indicazione in merito?
“Parte dal Sud ma non ha a che fare direttamente con la criminalità organizzata”.
Il suo rapporto con il denaro.
“Per una parte di questo Paese…”.
…solo gli apologeti hanno diritto di guadagnare, chi critica dovrebbe, chissà perché, farlo gratis. Acquisito. Non sa come spenderlo perché non le è dato godersi la vita, pur avendo guadagnato molto?
“Meno di quanto si immagini. Ci ho comprato una casa. Ci vado ogni tanto, carico e scarico libri. Ma non ho perso la speranza di tornare un uomo libero. Il capolavoro che voglio fare è la mia vita. Ricostruirmi una vita. Viaggiare liberamente, camminare senza avvertire nessuno, non dovermi nascondere. Se per farlo dovrò andare all’estero, così sarà”.
Amici, amiche, fidanzate? Davvero non ha più una vita?
E’ molto compromessa. Complicata. Devo nascondere i miei affetti. Non c’è spazio per una passeggiata, non c’è niente. C’è la solitudine. Vuole la verità? E’ che io non mi fido di nessuno. Un testimone di giustizia (facendo questa vita mi capita spesso di essere con alcuni di loro, solitari, infangati) mi ha detto una volta una cosa terribile: “Roberto, tu hai amici?”. “Chissà, devo ancora capire”. “Attento, non fartene, dai la possibilità a una persona di fregarti gratis””.
La sua famiglia?
“I miei familiari li hanno spostati al Nord, li vedo pochissimo. Mi mancano”.
Ce l’hanno con lei, per questo?
“No, mi mostrano grande vicinanza. Ma ha ragione Giancarlo Caselli: non puoi mai perdonarti che ogni tua scelta tu la faccia pagare a chi ti è vicino. C’è qualcosa di disumano, in ciò”.
Al Sud va mai?
“Sono stato in estate in Puglia, a Polignano a mare, nascosto in un piccolo hotel con una gran vista sul mare. Mi sentivo a casa”.
E nella sua terra d’origine, il casertano?
“A Casaldiprincipe sono stato l’ultima volta tre anni fa, mi pare. Ho pochissimi contatti. Anche tra gli amici c’era un senso di fastidio: “Perché lui è riuscito a farsi ascoltare e noi no?”. D’improvviso ho sentito come il vuoto attorno a me. Forse ora, dopo anni, hanno capito…”.
Che cosa la salva? Il successo, la missione?
“La boxe”.
Prego? La guarda o la pratica?
“Tutte e due. Sono stato allenato, tre volte a settimana, da quello che considero il più grande allenatore vivente in Europa: Mimmo Brillantino, lo stesso di quasi tutti i pugili olimpionici. Nella palestra di una scuola media dove non c’è nulla, solo i sacchi, un ring, un bagno, il sudore e, d’estate, le zanzare che ti divorano”.
Prima di “Gomorra”, suppongo.
“No, anche dopo, per un po’. Credo sia rimasto un po’ deluso, Brillantino: voleva fare di me un pugile vero”.
E ora continua a fare boxe?
“Vivo in una caserma, dunque mi alleno moltissimo. Quando non vado in palestra mi sento carico di veleno, come se non lo buttassi fuori”.
Uno sfogo, dunque.
“Sì, ma dalla boxe ho imparato tantissimo. Certo, è un po’ strano pagare cento euro a uno sparring partner per farti legnare, visto che sono più i cazzotti che prendo di quelli che do, e per fortuna non ho ancora il naso rotto. Ma la boxe è uno sport che ti aiuta a prendere le misure con te stesso. Passi ore davanti allo specchio a correggerti, e non devi mai pensare che quello che hai davanti sei tu o non riuscirai a modellarti, strutturare il muscolo, modificare la guardia o la posizione delle gambe. Poi la boxe è lealtà dello scontro”.
Ah, se la politica fosse come la boxe!
“Proprio così. E, ancora, è la forza: sul ring non c’è niente che tu possa usare, solo il tuo corpo, le tue dita, il tuo sguardo. Quando sei in televisione è uguale: nudo, davanti alla telecamera, esattamente come sul ring”.
Da quanto non va a una partita di calcio?
“Ci andavo con mio padre. Ero tifosissimo. Del Napoli, s’intende. Ero al San Paolo, nel ’90, per Italia-Argentina, quando i tifosi non napoletani cominciarono a insultare Maradona e d’improvviso dalla curva sparirono i tricolori e si alzò un unico grido: “Diego, Diego…”. Sconvolgente, per me bambino”.
Boxe e sport come psicoterapie.
“E la musica. Mi ha aiutato molto a sopportare le calunnie, la bile, l’isolamento. Bob Marley è la colonna sonora di quando sono felice. Adoro Raiz, cantante napoletano degli Almamegretta. Ascoltavo spesso Arturo Benedetti Michelangeli. E da quando c’è quest’amicizia con Claudio Abbado è per me un piacere anche fisico ricevere da lui i cd firmati delle sue interpretazioni”.
Al cinema non ci potrà andare, vero?
“Ma sono giurato al David di Donatello e mi fanno vedere i film in sala, da solo. L’inarrivabile Clint Eastwood, il “Gorbaciòf” di Toni Servillo, mio attore preferito al mondo…”.
Poi studierà, immagino.
“Divoro tonnellate di carta. Al momento, le poesie di Anna Achmatova, “Anatomia delle Brigate Rosse” del sociologo Alessandro Orsini, il “Platone politico” (finito stamattina) che Giorgio Colli scrisse, pensi, a vent’anni. E libri di teoria politica, visto che mi sono laureato su Max Weber: sto leggendo Carl Schmitt, ma anche Ernst Junger”.
Non l’hanno adottata solo i carabinieri. Anche i quattro quinti del suo pubblico, in maggioranza femminile…
“A volte mi sento protetto, da questo fare materno. Ma sono contento di ricordare sempre che a tutto tengo tranne che a fare il martire o a morire”.
Tornasse indietro non lo rifarebbe, ha dichiarato.
“Non rinnego niente, ma non posso essere disonesto con me stesso. Mi sono immaginato più volte la scena di me che torno indietro nel 2005, busso a casa mia ai Quartieri Spagnoli dove scrivevo “Gomorra” e dico a quel Roberto: occhio, cerca di dire le stesse cose ma vacci piano, qua ti bruci tutto. E’ bello. Ma terribile”.



