Saviano e la sua Milano sotto scorta : “Adoro questa città aperta e curiosa”

Lo scrit­tore rac­conta il suo rap­porto con la metropoli che gli ha con­fer­ito la cit­tad­i­nanza ono­raria. “Mi inter­essa l’idea di far par­tire da Milano il mio sguardo nar­ra­tivo sulle cose. Adesso ci sarà l’Expo e vor­rei rac­con­tare non soltanto la ques­tione crim­i­nale, ma come si stanno muovendo le economie, i sogni, i desideri, le delu­sioni. Mi piac­erebbe rius­cire a rac­con­tare questa città simbolo”

di Carlo Brambilla

La Milano sotto scorta di Roberto Saviano è una città blin­data. Fatta di vie che scor­rono veloci dietro al finestrino oscu­rato della sua auto. Di incon­tri pro­tetti dai cara­binieri in borgh­ese che 24 ore su 24 vig­i­lano sui suoi movi­menti. Di notti in caserma o in appar­ta­menti e alberghi sem­pre diversi per motivi di sicurezza. Una città guar­data da lon­tano, nonos­tante gli incon­tri pub­blici, i dibat­titi, le recite teatrali, il lavoro edi­to­ri­ale. Una Milano nella quale è vietato passeg­giare, fer­marsi a bere un caffè al bar, entrare in una libre­ria o in un negozio a curiosare le novità.

Costretto alla dis­tanza lo sguardo su Milano di questo gio­vane scrit­tore cor­ag­gioso, a cui il con­siglio comu­nale ha deciso di con­ferire la cit­tad­i­nanza ono­raria, ha dovuto farsi più acuto. E spingersi a osser­vare quello che noi, milanesi, qualche volta non rius­ci­amo più a vedere. Ne esce il rac­conto di una strana metropoli. La più grande città merid­ionale d’Italia. Dalla quale l’a utore di Gomorra annun­cia di voler far par­tire il suo prossimo prog­etto. Il suo nuovo sguardo nar­ra­tivo sulla realtà ital­iana. Da una città sim­bolo dell’Italia. La città dell’Expo, con tutti i suoi sogni, i suoi drammi, i suoi affari, la crim­i­nal­ità, i desideri, le delu­sioni e le speranze.

Roberto Saviano, che dif­ferenza c’è tra la Milano che conosceva prima dell’uscita di Gomorra e delle con­seguenti minacce e la sua Milano di oggi?

«Per me, che ho trent’anni, esistono già due Milano. Quella di quando ero stu­dente uni­ver­si­tario o appena lau­re­ato, quando venivo a trovare gli amici o a pub­bli­care i miei primi scritti. E la Milano di oggi. Di me diven­tato scrit­tore. Per un merid­ionale Milano sig­nifica lavoro. Ricordo quando pren­devo il mitico treno che parte a mez­zan­otte da Napoli e arriva all’alba a Milano. Andavo a dormire dagli amici della dias­pora napo­le­tana. Tutti quelli che si erano trasfer­iti lì a vivere».

Chi sono stati i primi milanesi che l’hanno accolta come gio­vane scrittore?

«Sono stato ascoltato da altri gio­vani scrit­tori che grav­i­ta­vano su Milano, come Tiziano Scarpa e i ragazzi di Nazione indi­ana, il blog riv­ista let­ter­aria che ha accolto i miei primi scritti. Poi a 26 anni sono stato chiam­ato alla Mon­dadori. Ricordo il mio primo ingresso nel palaz­zone di Seg­rate. Tre anni e mezzo fa pub­blico Gomorra e la mia vita cambia».

Quando ha tenuto lo spet­ta­colo al Pic­colo Teatro Stu­dio ha potuto guardare in fac­cia tanti milanesi accorsi ad ascoltarla. Che sen­sazione le ha dato recitare se stesso per la prima volta in un teatro così importante?

«Ero in grande ansia. Non solo per­ché mi trovavo in un tem­pio del teatro ital­iano. Mi ave­vano spie­gato che il pub­blico milanese non è un pub­blico facile. È un pub­blico freddo. Mi ave­vano detto “non pren­dertela se non ci saranno tanti applausi”. Ma alla prima, invece, quando ho finito, stand­ing ova­tion, si sono alzati tutti in piedi. Non me lo aspet­tavo. Ho visto molti per­son­aggi tra il pub­blico, dal sin­daco Letizia Moratti a grossi nomi dell’economia e della finanza, come Cor­rado Passera. Mi sono sen­tito in una città curiosa, aperta e inter­nazionale. Che non ha ascoltato i dis­corsi che ho fatto come sto­rie esotiche, lontane».

A Brera, invece, per il suo diploma hon­oris causa, è stato accolto dagli stu­denti dell’Accademia, alla pre­senza del Nobel Dario Fo.

«Sì. Lì l’accoglienza calorosa me l’aspettavo, ma mi ha col­pito l’a pplauso scros­ciante quando ho ded­i­cato il mio diploma a tutti i merid­ion­ali che hanno fatto grande la città di Milano. Ho capito che i merid­ion­ali pre­senti erano tantissimi».

Quali sono i quartieri di Milano che ama di più?

«Molto banal­mente mi piace piazza del Duomo la domenica mat­tina, piena di migranti. L’ho sem­pre trovata bel­lis­sima. Mi piace la sua dimen­sione internazionale».

Ha una casa nell’area di Milano?

«No. Ma mi piac­erebbe molto averla. Quando sono qui cam­bio con­tin­u­a­mente abitazione, dormo spesso in hotel o in caserme. Una volta mi hanno con­cesso un appar­ta­mento. Ero rius­cito a strap­parlo coi denti. Era un primo piano in una zona cen­trale. Entro in casa e non mi accorgo che la fines­tra era senza tende. Mi sdraio sul divano a guardare la tivù, ma mi sento osser­vato. Dalla fines­tra di fronte tre sig­nore mi sta­vano salu­tando in maniera molto gen­tile, per­ché mi ave­vano riconosci­uto. Addio appar­ta­mento. Hanno dovuto spostarmi subito».

Le manca la pos­si­bil­ità andare con gli amici la sera a bere una birra sui Navigli?

«Mi sono tal­mente dis­a­bit­u­ato all’idea di poter uscire la sera con gli amici che il giorno in cui mi dovrà ricap­itare verrò forse preso da un attacco di ago­rafo­bia. Essere invi­tato fuori a cena o al ris­torante è tal­mente com­pli­cato (la scorta deve con­trol­lare prima il locale per la bonifica) che alla fine ci rinuncio».

È vero che ha in mente un prog­etto che riguarda pro­prio la città di Milano?

«Mi inter­essa l’idea di far par­tire da Milano il mio sguardo nar­ra­tivo sulle cose. Adesso ci sarà l’Expo e vor­rei rac­con­tare non soltanto la ques­tione crim­i­nale, ma come si stanno muovendo le economie, i sogni, i desideri, le delu­sioni. Mi piac­erebbe rius­cire a rac­con­tare questa città sim­bolo, sem­pre più Milano, Italia come si inti­tolava il pro­gramma di Gad Lerner».

Roberto Saviano cit­tadino ono­rario di Milano…

«Mi lusinga la cit­tad­i­nanza milanese. Pro­prio per­ché sono un cit­tadino merid­ionale. Come ho detto a Brera: Milano è la città merid­ionale più grande d’Italia».