Saviano e gli studenti, dialogo in diretta “Basta violenza, noi siamo altro”.

Gli scon­tri, il movi­mento con­tro la riforma Gelmini e il futuro dei gio­vani ital­iani. Lo scrit­tore risponde ai mes­saggi dei ragazzi che erano in piazza il 14 dicem­bre pub­bli­cati da Repubblica.it dopo la let­tera aperta con cui con­dan­nava le vio­lenze di Roma. “Quello che ho scritto nasce dalla rab­bia. Ma non diamogliela vinta”

Saviano a Repub­blica tv

La mia let­tera nasce dalla rab­bia. Spesso mi capita di scri­vere sotto la pas­sione della rab­bia, una rab­bia che ti fa anal­iz­zare le cose”. Roberto Saviano trova nel sen­ti­mento che lo ha ispi­rato per scri­vere la sua let­tera ai ragazzi che sono scesi in piazza un tratto che lo acco­muna al movi­mento. Una rab­bia che però ha preso una strada sbagli­ata in quella piazza, quella della vio­lenza, che ha offus­cato tutte le lotte e le proteste che ave­vano visto pro­tag­o­nisti i ragazzi in questi mesi. Risponde così, dagli studi di Repub­blica Tv, ai mes­saggi las­ciati dai ragazzi sul sito di Repubblica.it 1 dopo la let­tera aperta 2 con cui aveva con­dan­nato le vio­lenze. “D’improvviso mi sono ritrovato davanti a una comu­ni­cazione com­ple­ta­mente ege­mo­niz­zata dagli scon­tri. Non cre­devo che potesse accadere anche a questi movi­menti, che si sono carat­ter­iz­zati per il carico di novità che hanno por­tato. Anche loro, all’improvviso, si sono ritrovati den­tro i vec­chi, vec­chissimi schemi della protesta ridotta a scon­tro di piazza, dei man­i­fes­tanti con­tro i poliziotti. E den­tro questo schema li ha schi­ac­ciati una pic­cola, pic­col­is­sima parte”.

Caro Roberto. Le tue parole sono come sem­pre bel­lis­sime; ma questa volta, ahimè, ster­ili. Ho 26 anni, due lau­ree e tanta voglia di fare. Sono arrab­bi­ata, stufa, scon­for­t­ata. Non ho più ragione di credere che con “le buone” si ottenga qual­cosa, non a questi liv­elli. Un anno fa mi sarei indig­nata per Roma, oggi no, oggi sono felice. Per­ché è vero che la vio­lenza è uno schifo, ma è l’ultima risorsa di chi è dis­per­ato. Uso questo ter­mine non a caso: dis­per­ato è colui senza sper­anza. E io sono così. Io non ho futuro: ho 26 anni e non ne ho già più uno. Non potrò mai com­prarmi una casa per­ché non farò mai un lavoro che mi per­me­tta di accen­dere un mutuo, i miei gen­i­tori non pos­sono aiu­tarmi eco­nomi­ca­mente e non so nem­meno se potrò mai com­prarmi una macchina nuova. Se avrò dei figli non rius­cirò a pagare le tasse per man­darli all’università, e quando sarò vec­chia non avrò pen­sione. Non ho più niente da perdere e come me tan­tis­simi, troppi altri.
martabcn

Le tue sono parole molto amare. Ma ragionare così sig­nifica darla vinta a questo tipo di potere. Dire che con le buone non si ottiene nulla e invo­care la resa dei conti, vuol dire cadere nella trap­pola. La trap­pola degli anni ’70, di cui si sente già il puzzo, quella che vuole alzare il liv­ello della lotta: “Pren­di­amo le pis­tole, fac­ciamogliela pagare”, pro­prio come allora. Ma poi a cadere sotto i colpi di quelle armi sono state le per­sone che cer­ca­vano di cam­biare il paese, i riformisti. Per­ché quelli che hanno impug­nato le pis­tole vol­e­vano dimostrare che non si riforma, si abbatte. Il movi­mento di oggi è ancora sano. Mi piac­erebbe dire ai ragazzi che oggi scen­dono in piazza: “Ascoltateli e ride­tene, ridete di questi vec­chi sig­nori, o eterni gio­vani, che hanno fal­lito con le loro strategie”.

Chi non prova rab­bia in questo momento? E la rab­bia ti cresce den­tro, ti porta a urlare, a mostrare che non ne puoi più, che non è più pos­si­bile vivere in questa situ­azione. Ma non la si può risol­vere pic­chi­ando un finanziere o spac­cando una vet­rina. Dob­bi­amo dire ai pro­tag­o­nisti dei movi­menti del pas­sato che noi siamo altro. Dico noi per­ché mi sento parte di questa gen­er­azione, anche se ho una sto­ria diversa da quella dei miei coetanei. La let­tera che ho scritto ai ragazzi del movi­mento è un modo per dire: atten­zione, non dob­bi­amo accettare provo­cazioni. La vio­lenza non ci appar­tiene, porta a un unico risul­tato: ter­ror­iz­zare quelli che non ancora hanno preso parte alla protesta, le per­sone non con­vinte, che sentono il dis­a­gio ma non hanno ancora scelto. La vio­lenza a cui hanno assis­tito li porterà a scegliere di non scen­dere in piazza, a non dare espres­sione a quel dis­a­gio. E lascer­emo la piazza solo ai violenti.

Caro Roby, sono con­vinta che è in atto la resa dei conti finale dei ric­chi con­tro i poveri, e i primi ricor­rono a ogni mezzo pur di schi­ac­ciare i sec­ondi, e pur di accrescere stu­p­ida­mente i loro priv­i­legi. Non posso credere che i poveri siano così stu­pidi al punto di speg­nere il fuoco con ben­z­ina…
luminal81

La tua è una metafora bel­lis­sima. La ben­z­ina e il fuoco sono immag­ini che descrivono esat­ta­mente quello che hanno fatto i vio­lenti. I vio­lenti, chi ha orga­niz­zato le bar­ri­cate, chi ha bru­ci­ato le camionette, sono loro i pom­pieri del movi­mento. Non sono io con la mia let­tera e le mie rif­les­sioni a voler cal­mare, sono i vio­lenti a voler speg­nere il movi­mento. Spac­care una vet­rina, bru­ciare un ban­co­mat, iso­lare un poliziotto per pes­tarlo, qualunque gesto vio­lento mette il silen­zi­a­tore alle domande, alle istanze del movi­mento. Con­quista le prime pagine dei gior­nali per un attimo, e oscura tutto il resto. È una log­ica da ultrà — e di ultrà in piazza ce n’erano, ce lo dicono le infor­ma­tive — che si barda da guer­rigliero per gio­care il videogame dello scon­tro di piazza.
Io non ho risposte, non so indi­care la strada da intrapren­dere, ma sento di poter seg­nalare la strada che non si deve seguire. Questo movi­mento ha già dimostrato di essere capace di inventare le pro­prie forme di espres­sione e di protesta. Occu­pare i mon­u­menti è stato geniale, è stato il modo più effi­cace per par­lare al mondo, per­ché per il resto del mondo l’Italia è i suoi mon­u­menti. È stato come dire che l’Italia che ci rap­p­re­senta è la bellezza. Tutto il resto, quello che sta avve­nendo è lo schifo, il fango. Noi ripar­ti­amo da lì, dalla bellezza. Lo stesso vale per i book bloc, per l’idea di usare i libri, la parola come forma di difesa.

Gen­tile Saviano, con­danno le vio­lenze avvenute a Roma il 14 dicem­bre, ma allo stesso modo mi domando: dov’è la reale coscienza di cam­bi­a­mento? In un giorno o in qualche man­i­fes­tazione non si riesce a sen­si­bi­liz­zare l’animo di un popolo. Bisog­nava essere lì ieri, oggi, domani e tutti i giorni a seguire… met­ten­dosi seduti per via del Corso a par­lare con­tin­u­a­mente. Bisogna farsi valere. I diritti ci sono.
raffygiraffy86

Molti ragazzi alla prima espe­rienza sono stati sedotti dall’esposizione medi­at­ica: lan­ciando un sampi­etrino o incen­diando una macchina è facile con­quistare la rib­alta. La colpa è anche dei media che sot­to­va­l­u­tano le man­i­fes­tazioni paci­fiche, le rel­egano alle brevi, e cre­ano l’evento solo quando ci sono gli scon­tri. La luce che i man­i­fes­tanti pen­sano di ottenete con la vio­lenza è una luce effimera e neg­a­tiva. Io sper­avo che con questa man­i­fes­tazione si potesse dire al Paese: da oggi sem­pre in piazza, sem­pre di più. E invece è stato un passo indi­etro. Tutto il clam­ore, tutta la vis­i­bil­ità ottenuta con gli scon­tri può anche far pen­sare che la strada giusta per essere ascoltati sia questa.

Usi­amo la fan­ta­sia, usi­amo l’ironia, sbef­feg­giamo il potere, è l’unico modo di protestare effi­cace­mente. Schieri­amoci con i poliziotti quando ven­gono car­i­cati, scudi umani a difesa di altri poveri e frus­trati. La poe­sia di Pasolini “Vi odio, cari stu­denti”, adesso tanto decla­mata dalla destra, mette in luce l’inutile scon­tro tra due oppressi, e l’unico ben­e­fi­cia­rio rimane il potere.
mtrovato73

Con­di­vido appieno queste parole. Ho provato pena per il ragazz­ino con la pala, quello che abbi­amo visto nelle foto sui gior­nali e in tele­vi­sione assaltare il camion­cino della Guardia di finanza. Lo ha fatto quando den­tro c’era solo l’autista; e poi quando è stato fer­mato ha detto: “Sono minorenne”, come se fosse stato solo un gioco. Io ho una grossa paura che tutto questo si possa trasfor­mare in qual­cosa di molto brutto. E che a trasfor­marsi siano anche i ragazzi, gli stu­denti. Ho paura che arriv­ino a pen­sare e a dire: “Ora fac­ciamo i fatti”.

Sto per andarmene via da questa Italia che non mi appar­tiene più e che forse non mi è mai appartenuta davvero. Ringrazio i miei gen­i­tori che mi hanno fatta stu­di­are e capire le buone cose dell’essere ital­iana. Ora con questo bagaglio e pochi soldi me ne vado via. È scap­pare?
streghetta84

È un tema che conosco, ma non so dare una risposta, non so dire se vale la pena rimanere o andare via. E allo stesso tempo non credo che chi va via tradisce. Questa gen­er­azione non ha un futuro. Ma credo che ancora si possa fare qual­cosa per cam­biare questo Paese. E io ho sem­pre cre­duto che lo si può ricostru­ire par­tendo da una sorta di Comi­tato di lib­er­azione nazionale. A cui parte­cipino tutti, anche i ragazzi che vivono all’estero, per­ché attra­verso la rete non sono solo spettatori.

Ho 30 anni e ho sbol­lito la rab­bia incon­trol­lata da 18enne, ma è una rab­bia nuova quella che la mia gen­er­azione con­di­vide, la rab­bia per il non essere ascoltati, per l’essere dimen­ti­cati. E quella rab­bia si sfoga, diventa vio­lenta per­ché non c’è un’alternativa. Ci sen­ti­amo imbrigliati in una grossa rete, e cosa fa il pesce imbrigliato? Si dimena, con tutte le sue forze, senza pen­sare alle con­seguenze. Roberto, dac­cela tu quell’alternativa, scendi in polit­ica e dimostraci che il mira­colo di cam­biare davvero questo Paese è real­mente pos­si­bile.
dylan79

La polit­ica non mi sem­bra il mio mestiere, anzi sono ter­ror­iz­zato da questa polit­ica. Quando vai all’estero ne senti par­lare come qual­cosa di bello, che serve per fare, per costru­ire. Qui in Italia appena ti ci avvicini ti accorgi subito che è ran­cido. Anche chi lo fa con delle idee, con la voglia e la capac­ità di cam­biare le cose a un certo punto si accorge che esistono i com­pro­messi. È brutto persino il nome che si dà all’impegno in polit­ica: oggi mi hanno scritto “scendi in campo”. Come scendi? Sem­mai salgo.

Con­tin­uare a nascon­dervi dietro a un dito dicendo che è colpa del black bloc non serve a nulla. Il black bloc neanche esiste! Saviano, guardaci negli occhi, siamo noi, ragazzi nor­mali, senza un futuro, pieni di rab­bia. Poveri politici di sin­is­tra, non capite neanche cosa sta succe­dendo.
slam­bamm

La sin­is­tra è debolis­sima, è scon­tato dirlo. E anche questa debolezza è una pre­messa di quello che sta acca­dendo. Se non ti senti rap­p­re­sen­tato, se non ti iden­ti­fichi, non riesci a trovare un per­corso entro il quale canal­iz­zare le tue idee, le tue energie. E allora finisce che ti ritrovi a fare quello che ti passa per la testa una volta che sei già in strada. Anziché andare in piazza a testa alta, metti il pas­sa­mon­tagna. Basta scan­narci, basta ragionare con le ide­olo­gie. Sen­tirsi aggred­iti, come è suc­cesso a me, per aver detto che si può dialog­are con una destra legal­i­taria. O al con­trario diventare un rosso peri­coloso quando ho detto che una parte della comu­nità africana sta sal­vando intere aree del Sud. È un modo di ragionare che non appar­tiene a noi, alla nos­tra generazione.

(a cura di Lorenzo Maria Falco)