Rushdie e Saviano versetti camorristici.

di Andrea Cortellessa

Non passa inosser­vato l’ampio pro­filo di Roberto Saviano sul New York Times di sabato. Gomorra viene definito «un urlo let­ter­ario che fa nomi, degli assas­sini e degli assas­si­nati», stilis­ti­ca­mente ispi­rato da Pier Paolo Pasolini e Tru­man Capote. 

In casi come questo il copi­one prevede che il già non pro­feta rim­balzi in patria come una palla avve­le­nata, div­i­dendo gli indi­geni tra fau­tori agiografi e acri­mo­niosi ridi­men­sion­a­tori. Dopo di che si mette a pro­fe­tiz­zare senza freni. Sta­volta però le cose andranno diver­sa­mente: per­ché Saviano in patria era stato pro­feta, eccome (infatti i par­titi all’ombra del cam­panile s’erano schierati per tempo — né erano man­cate le ester­nazioni, anche a capoc­chia, dell’interessato).

«So dove colpirli per farli vera­mente irritare», ha con­cluso Saviano. E può ben dirlo: data la situ­azione in cui versa. Più di tutto colpisce che il NYT lo definisca «una sorta di Salman Rushdie nella lotta ancora irrisolta dell’Italia con­tro il crim­ine orga­niz­zato». La sua reclu­sive­ness coatta davvero somiglia a quella cui dal 1989 è costretto l’autore dei Versi satanici col­pito dalla fatwa di Khome­ini: entrambi i casi attes­tano un’incoraggiante effi­ca­cia per­for­ma­tiva della let­ter­atura, una sua poten­zial­ità «extra­mu­rale» (per dirla con Franco For­tini) che in genere invece, nel tempo del post­mod­erno, le è stata negata. Meno incor­ag­giante che ciò lo si debba con­statare in neg­a­tivo: solo quando un certo Potere, cioè, decide di farla pagare a chi l’ha sfru­cugliato. E qui, fra i due casi, si vedono anche le dif­ferenze. Intanto per­ché quella con­tro Rushdie è stata una cen­sura a tutti gli effetti. Eserci­tata, infatti, da un potere uffi­ciale (ancorché i suoi ese­cu­tori operassero in clan­des­tinità). Men­tre — almeno for­mal­mente — la camorra è un potere uffi­cioso e occulto.

Ma un’altra dif­ferenza mi pare sia stata poco com­men­tata. Le minacce non si pro­dussero infatti quando Saviano pub­blicò i suoi primi reportage, né quando uscì Gomorra, né quando questo ebbe il suc­cesso che ebbe. Ma solo quando, giusto un anno fa, lui in per­sona parte­cipò a un comizio al suo paese, durante il quale pub­bli­ca­mente insultò i boss. Cioè quando il Denun­ciante per la prima volta con­tes­tava il con­trollo del ter­ri­to­rio: occu­pan­dolo, sia pure per lo spazio d’un pomerig­gio, fisi­ca­mente. L’azione prat­ica della let­ter­atura si è dunque prodotta solo nell’atto, e a con­dizione, di uscire da sé. Lezione che, più che sulla let­ter­atura, la dice lunga su una soci­età in cui siamo chia­mati tutti a pren­derci la nos­tra parte, pic­cola o grande, di ris­chio. Cioè di responsabilità.