Rivoglio la mia vita.

L’intervista inte­grale a Roberto Saviano che trovate in edi­cola su Van­ity Fair numero 30.

ph. © Maki Gal­im­berti — Van­ity Fair

Roberto Saviano è il suo dito indice, che men­tre parla non trova pace e antic­ipa la mano, in ogni suo movi­mento. Che sale alla tem­pia per dire dei pazzi, che rotea rac­con­tando il tempo che scorre, che si punta, rigido, in avanti e chiede conto delle cose. È con questo dito che, scrivendo un libro a 26 anni, ha schi­ac­ciato un inter­rut­tore e acceso una luce su un pezzo di Paese. Tal­mente grande, il pezzo, che forse è tutto. Tal­mente acce­cante, la luce, che nes­suno può più dire di non vedere.
Mi si siede davanti, troppo vestito per il caldo che fa, e l’indice se lo passa sulla fronte, tanto forte che diventa bianco. Mi sem­bra stanco o triste. Gli chiedo quale delle due. Mi risponde che è solo un po’ pen­sieroso, che per lui sono giorni strani per via delle inchi­este: l’eolico in Sardegna, le infil­trazioni della ‘ndrangheta in Lom­bar­dia, l’affare Cosentino-Caldoro in Cam­pa­nia.
«Da una parte mi ren­dono gius­tizia per­ché mi dico che allora non sono pazzo — a volte, sa, ho il sospetto di avere una visione defor­mata del mondo — ; dall’altra mi danno una grande tris­tezza per­ché cadono nell’indifferenza colpev­ole della gente. Escono d’estate, i tele­gior­nali non ne par­lano quasi. E invece sono impor­tanti per­ché, a pre­scindere da come andranno a finire, met­tono in luce un mec­ca­n­ismo cul­tur­ale: come si assegna un appalto, come si avvic­i­nano i mag­is­trati, come si fanno le inchi­este. A un ragazz­ino direi: leg­giti gli atti, capisci come fun­ziona il Paese e decidi».

Che cosa dovrebbe decidere?
«Se rimanere o andarsene. In nes­suno dei due casi sbaglia».

Andarsene non è mol­lare?
«Chi va via salva se stesso. Che decida di tornare, un giorno, oppure no».

Dove abita questo ragazzo?
«Non ha molta impor­tanza, ormai. Quello che sta venendo fuori è che il sis­tema fun­ziona, con modal­ità diverse, in tutto il Paese. Il Sud è la ferita aperta attra­verso cui tutto si fa pas­sare, e il tes­suto appar­ente­mente sano è sano per­ché lì le mafie inve­stono, ma non sparano. La Lega ci ha sem­pre detto che certe cose al Nord non esistono, ma l’inchiesta sulle infil­trazioni della ‘ndrangheta in Lom­bar­dia rac­conta una realtà diversa. Dov’era la Lega quando questo suc­cedeva negli ultimi dieci anni lad­dove ha gov­er­nato? E per­ché, adesso non risponde?».

Nicola Cosentino, dicono gli inquirenti, cer­cava di scred­itare Ste­fano Cal­doro, suo com­pagno di par­tito nel Pdl, costru­endo su di lui un dossier che dimostrasse fre­quen­tazioni omoses­su­ali. È il sis­tema della dele­git­ti­mazione: qual­cosa che lei, Saviano, conosce bene.
«Benis­simo lo conosco. Il Tri­bunale di Napoli ha appena con­dan­nato, per il reato di pla­gio, col­oro che mi accusa­vano di aver pla­giato. Delle cose che ho rac­con­tato in Gomorra i cro­nisti locali dice­vano: “Cose note, che hai preso in giro, dagli arti­coli degli altri”. Mi hanno fatto causa e hanno perso. Ovvi­a­mente il loro scopo non era vin­cere il processo, ma dele­git­ti­marmi: una cosa che in terre di mafia fun­ziona benis­simo, per­ché lì le orga­niz­zazioni crim­i­nali riescono a gestire il giudizio sulle cose. La dele­git­ti­mazione è una tec­nica pre­cisa e crudele usata su tutti col­oro che si oppon­gono a certi poteri. Basti pen­sare a Don Peppe Diana, ucciso dalla camorra quando aveva poco più di trent’anni — allora mi sem­brava grande, ma adesso che ho la sua stessa età mi rendo conto che era un ragazzo — di cui si riuscì, a lungo, a far credere che fosse camor­rista. Di Pippo Fava si disse che era stato ammaz­zato per­ché aveva mille donne, alcune anche bam­bine. La famiglia ci ha messo anni ad arginare questo schifo».

Per­ché fun­ziona la dele­git­ti­mazione?
«La maldicenza c’è sem­pre stata, ma adesso siamo di fronte a una sua nuova forma il cui pre­sup­posto è che siamo tutti merda, quindi nes­suno ha il diritto di giu­di­care gli altri. Cosentino in odore di camorra cerca di far pas­sare anche Cal­doro per camor­rista. Camor­rista io, camor­rista lui, pari siamo. Ma Cal­doro, come dice lui, “è pure ric­chione”, quindi sono meglio io. Siamo tutti esseri umani, è vero, con le nos­tre con­trad­dizioni e i nos­tri inter­essi. Ma non deve pas­sare il prin­ci­pio per cui tutte le con­trad­dizioni e tutti gli inter­essi sono uguali. Il prob­lema non è quali scelte fai, ma se quelle scelte ti ren­dono un uomo ricat­ta­bile. E all’elettore spesso piace vedere la gente cadere. La loro caduta gius­ti­fica i nos­tri insuc­cessi: per­ché non ho un lavoro decente? Per­ché non prendo una pen­sione deco­rosa? Allora si dà la risposta facile: per­ché chi ce la fa, chi ottiene le cose, è un rac­co­mandato che non vale niente o è un cor­rotto».

ph. © Maki Gal­im­berti– Van­ity Fair

Lei ha moltissimi fan, ma anche molti detrat­tori.
«Ques­tione di bile. E un senso di colpa piut­tosto dif­fuso: le sto­rie che ho rac­con­tato sta­vano sotto gli occhi di tutti. Per­ché io le ho rac­con­tate e loro no? E poi fas­tidio, per­ché ho trent’anni. Chi è vis­i­bile a trent’anni? Can­tanti e cal­ci­a­tori».

Per­ché nes­suno ha rac­con­tato, prima di lei?
«Non è esatto dire questo. Io devo a molti autori la mia for­mazione: Francesco Barba­gallo, Isaia Sales, Giò Mar­razzo. E molti ancora hanno scritto di mafie, ma spesso erano saggi per pochi, pub­bli­cati con case editrici pic­cole. Io volevo arrivare a tutti, mi impeg­nai subito in pre­sen­tazioni, inter­viste, incon­tri. Volevo rac­con­tare, par­lare, coin­vol­gere la gente. Il mio suc­cesso è la mia dan­nazione: se avessi ven­duto anche 20 mila copie (invece di 3 mil­ioni in Italia e 5 nel mondo, ndr), le orga­niz­zazioni crim­i­nali non si sareb­bero accorte di me. Ma si è accesa la luce medi­at­ica e loro si sono sen­tite aggred­ite per­ché qual­cosa stava effet­ti­va­mente cam­biando. Basti pen­sare al processo Spar­ta­cus (maxi processo con­tro il clan dei Casalesi, con­cluso con 16 ergas­toli, ndr): 10 anni per il primo grado, poi si accende la luce medi­at­ica e il sec­ondo grado si chi­ude in un anno e mezzo. In meno di un anno il terzo».

Il suo libro ha avuto suc­cesso anche per­ché c’è qual­cosa di mor­bosa­mente affasci­nante nel mondo che rac­conta.
«Le dinamiche crim­i­nali sono molto affasci­nanti. Quel fas­cino non va negato, ma decostru­ito. Pri­vato del mito di cui si autoal­i­menta. Le mafie sono osses­sion­ate dal mito: Misso, che è un boss di Napoli, ha tre nipoti che si chia­mano Emil­iano Zap­ata, Gesù di Nazareth e Ben Hur. La famiglia La Torre di Mon­drag­one ha la fis­sazione per il mondo latino: il padre si chia­mava Tiberio, il figlio Augusto, quando anda­vano a fare ese­cuzioni si orga­niz­za­vano come la “guardia pre­to­ri­ana”. Pasquale Galasso aveva nella sua villa il trono di Francesco II com­prato a Lon­dra, Luigi Vol­laro possedeva un Bot­ti­celli. Pos­si­amo sor­rid­erne, ma queste mitolo­gie hanno uno scopo: comu­ni­care potere».

Da qualche tempo a questa parte lei è oggetto di sis­tem­atici attac­chi da sin­is­tra, ai quali, però, non ha mai risposto.
«Li ho sem­pre con­siderati bassi, mai degni di una risposta: accusarmi di voler par­lare alla destra, come un gesto schi­foso, darmi dell’antipolitico non è un argo­mento che merita parole. La sin­is­tra rad­i­cale mi detesta per diversi motivi, soprat­tutto per avere messo in luce una loro imper­don­abile respon­s­abil­ità: aver sot­to­va­l­u­tato la mafia. La sin­is­tra estrema cam­pana ha spesso flir­tato con la crim­i­nal­ità, con­sideran­dola gente che deve pur soprav­vi­vere, costretta a fare crim­ine. Con la camorra ci giochic­chi­ano, con­di­vi­dono le piazze, si fanno gli spinelli insieme. Le Brigate Rosse cam­pane hanno addirit­tura ammaz­zato per conto della camorra. L’altra cosa che una certa sin­is­tra non mi per­dona è che io, quando parlo del gov­erno, mi sforzo di val­utare i fatti. E poi non amo le dit­tature che loro amano: detesto Fidel Cas­tro, il caudil­lismo autori­tario di Chávez, non amo l’Iran, parlo dei gulag, mi piace l’epica, l’onore, che viene erronea­mente con­sid­er­ato un val­ore fascista. Oso dire che esistono, in Italia, uomini di destra per bene, che la legal­ità è un val­ore né di destra né di sin­is­tra, ma qual­cosa da cui par­tire insieme. Non sono ide­o­logico e questo non me lo per­do­nano».

Dica la ver­ità: i colpi da sin­is­tra fanno un po’ più male?
«Sono fiero che sia da una parte che dall’altra ci sia chi mi detesta per­ché è la dimostrazione che parlo trasver­salmente. Io riven­dico la mia indipen­denza, mi per­me­tte di vivere senza padroni».

La si accusa di essere dipen­dente di Berlus­coni per­ché pub­blica con la sua casa editrice, la Mon­dadori.
«È un errore, caso mai Berlus­coni è dipen­dente mio. A parte l’ironia, io scrivo cose mie, che la sua casa editrice decide di pub­bli­care. Lo scrit­tore non è come un gior­nal­ista dipen­dente del gior­nale su cui scrive, di cui deve in qualche modo con­di­videre la linea edi­to­ri­ale. Detto ciò, io resterò in Mon­dadori e Ein­audi fino a quando le con­dizioni di lib­ertà saranno garan­tite fino in fondo, anche per non las­ciare alla pro­pri­età di decidere i libri e le prospet­tive cul­tur­ali di una casa editrice che ha una sto­ria glo­riosa. La casa editrice sino a ora è stata di chi ha fatto i libri: edi­tor, uffi­cio stampa, redat­tori. È ovvio che dopo l’attacco di Marina Berlus­coni per me molto è cam­bi­ato. Devo val­utare molti fat­tori: quanto la pro­pri­età incide sulle scelte, quanto per­me­t­terà ancora che ci sia lib­ertà e su alcuni libri si possa con­tin­uare a puntare. Marina Berlus­coni dice che non si dovreb­bero più scri­vere libri “che danno quest’immagine dell’Italia”. Allora, forse, non ha letto Gomorra. In Gomorra rac­conto sto­rie di resistenza, soprat­tutto. È se sti­amo zitti che diamo una cat­tiva immag­ine del Paese. Un giorno mi piac­erebbe spie­gar­glielo che rac­con­tare del potere crim­i­nale ha sig­ni­fi­cato dire al mondo che non siamo un Paese di omer­tosi. E che il miglior apporto che si possa dare a un Paese è quello di non nascon­dere i pro­pri prob­lemi».

ph. © Maki Gal­im­berti — Van­ity Fair

Il suo rac­con­tare ha fatto di lei, per molti, una specie di eroe.
«Io non la voglio questa etichetta, io sono uno scrit­tore. E tale voglio rimanere. Gli eroi sono morti, io sono vivo».

Non crede che una parte del fas­cino che la sua figura esercita sia legata alla sen­sazione di peri­colo e di morte che la cir­conda?
«I ragazzi sono col­piti dal fatto che uno come loro viva come vivo io: nascosto, con cinque uomini di scorta, due di staffetta, due auto blin­date. Mi si chiede sem­pre se ho paura e io sem­pre dico che non ne ho: mi par­lano tal­mente tanto della mia morte che ormai è come se non mi riguardasse più. È come se ci fosse un’abitudine totale al pen­siero della pro­pria morte».

Riesce mai a dimen­ti­carsi del peri­colo?
«Mai, per­ché ho sem­pre la scorta intorno. Un’altra cosa che non mi las­cia mai è il senso di colpa per aver coin­volto la famiglia: è un peso che loro non riescono a bilan­ciare. Le piazze, gli applausi, sono un com­penso, ma solo per me. A loro, invece, tutti gli svan­taggi. Mio fratello non posso più incon­trarlo in mezzo alla gente per­ché nes­suno sap­pia che fac­cia ha, ed è meglio così per tutti, e il fas­tidio del vociare, quando tor­nano in Cam­pa­nia: “Ah, la mamma dell’eroe…”. Dalle mie parti il mes­sag­gio è chiaro: Saviano, non ci rompere i coglioni. Non sei tu che ci devi dire come stanno le cose, noi lo sap­pi­amo, se lo vuoi dire agli altri è per spec­u­lare. Sa quanti mi hanno chiesto, sprez­zanti: “Quanti ne hai arrestati?”. Che c’entra, io non sono un giu­dice o un poliziotto. Io spiego i mec­ca­n­ismi, e se spieghi alle per­sone qual è il trucco, il mago non può più rifarlo. Mi dicono: stai schis­cio, e fallo in silen­zio il tuo mestiere. Ma l’unica che fa bene il suo mestiere in silen­zio è la morte».

Il suc­cesso di Gomorra non rende nec­es­sari­a­mente minore tutto ciò che potrà scri­vere dopo?
«Io non ho ancora scritto una sec­onda opera, ho pub­bli­cato rac­colte per­ché è impor­tante per me rib­adire che di mestiere fac­cio lo scrit­tore, non il sim­bolo. È ovvio che un po’ d’ansia c’è, ma ho tanto da rac­con­tare. Anche d’altro: non sono un camor­rol­ogo».

Ha da poco scritto sul set­ti­manale tedesco Stern che quando vede Gomorra nelle vetrine si gira dall’altra parte.
«È un libro che non rin­nego, lo riscriverei, ma sarei falso se le dicessi che lo amo. Per­ché mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrit­tore. A cen­tomila copie ero feli­cis­simo, mi pub­bli­cano impor­tanti case editrici straniere e mia madre dice che in quei giorni sem­brava che volassi, io non mi ricordo niente. Chi­amo mio fratello e gli dico: “Ho i soldi dell’anticipo, com­pri­amoci la moto”. La sog­navamo da tanto tempo una moto. Poi arrivano la scorta, le minacce. Io volevo essere quello di prima. Mi è scop­pi­ato tutto in mano».

Com’è la vita, adesso?
«In con­tinuo movi­mento. In questi quat­tro anni ho vis­suto nelle caserme, negli appar­ta­menti sem­pre per poco, per­ché la gente non mi vuole. Non per­ché hanno paura di saltare per aria insieme a me come dicono, ma in ver­ità per­ché con me ci sono i cara­binieri e nei palazzi c’è sem­pre il den­tista che non fa la rice­vuta o l’inquilino che paga in nero».

Cos’è casa per lei?
«Le mie due borse: in una ho i vestiti, nell’altra i libri. Poi il com­puter e le per­sone a cui voglio bene. Non c’è più un luogo fisico, casa per me è uno stato sem­pre più metafisico…».

Che cosa fa quando non lavora?
«Palestra e boxe. La boxe mi ha sal­vato in molti momenti. Sono stato for­tu­nato per­ché mi ha allenato per un po’ Mimmo Bril­lan­tino, forse il più grande allena­tore di boxe olimpi­onica d’Europa. Abbrac­ciava il sacco su cui tiravo e mi diceva: “Lo senti?”. E io: “Cosa?”. Lui: “Metti l’orecchio sul sacco, lo senti che piange? Hai tirato da schifo e piange”. La boxe è stare allo spec­chio ore e ore a provare i colpi. Dopo un po’ non vedi più te stesso, ma uno che ti assomiglia. E com­inci a cor­reg­gerti davvero solo in quel momento. Meglio di una seduta psi­coana­lit­ica, serve anche nella vita».

Riesce a fidarsi ancora di qual­cuno?
«Me l’ha chiesto anche Joe Pis­tone — meglio conosci­uto come l’agente Don­nie Brasco — subito dopo avermi detto che, per essere un ital­iano, mi vesto vera­mente male. Rispondo a lei quello che dissi a lui e che è la ver­ità: non mi fido di nes­suno. Mi affido, per momenti più o meno lunghi, alle per­sone che mi vogliono bene, che si pren­dono cura di me. Ma non mi fido più di nes­suno».

Dove lo fa lei l’amore?
«Domanda imbaraz­zante! La mia vita sen­ti­men­tale si orga­nizza tutta nelle stanze chiuse, nascosto. Se io esco con qual­cuno lo espongo: alla curiosità e alla pro­tezione nec­es­saria della scorta. Quello che mi manca di più è poter stare per strada: incon­trarsi, passeg­giare, man­giare. Mi manca il caso: andare a una festa, incon­trare qual­cuno. Sogno una passeg­giata mano nella mano, un giro in Vespa, una frit­tura di pesce a Poz­zuoli. Ti accorgi delle cose che con­tano solo quando non le puoi più avere. Io per anni non ho fes­teggiato i miei com­pleanni. Ma da quando sono blindato rimpiango tutti i com­pleanni mai fes­teggiati».

Salman Rushdie le ha detto: «Vai via, sal­vati».
«Mi ha detto che sono due le cose che mi salvereb­bero: “Party and girl”. Io per ora sto provando a costru­irmi una vita nor­male, e soprat­tutto tre cose: vivere vivere vivere».