Pane e gomorra.

Gomorra di Roberto Saviano com­in­cia con una colata di corpi umani congelati

di Andrea Tarabbia

che piovono dai con­tainer nel porto di Napoli, il posto dove “tutto quello che esiste passa di qui”.Noi ci siamo seduti in fondo all’orribile saletta della libre­ria della Festa dell’Unità di Milano per sen­tire la pre­sen­tazione del libro. Saviano ha un’aria rude, con un velo di tris­tezza e di dolore nella forma degli occhi. Sem­bra uno che passa la gior­nata a fumare, e invece che io sap­pia non fuma. È asso­lu­ta­mente l’unico che può dire, e scri­vere, “Maledi­zione!” senza che io diventi triste di quella tris­tezza che solo il bar­ic­chismo mi sa far affio­rare. Quando Saviano dice, o scrive, “maledi­zione!” io ho un briv­ido, e mi sem­bra di provare, di sen­tire, tutta la rab­bia, il furore, l’impotenza e la Sto­ria che pos­sono stare den­tro un’imprecazione da film anni 70 se viene detta da una per­sona onesta, real­mente dis­per­ata e con­vinta di voler lottare. Saviano è un duro, è quel tipo di per­sona che ti fa venir voglia di essere come lui in tutto e per tutto. Saviano è quel tipo di per­sona che una parte di te ringrazia di non essere. Ha un anno in meno di me, ma mi ver­rebbe da dar­gli del “lei” per l’impressione che sus­cita, per la mole di cose e di ver­ità e di espe­rienza e di grida che ha accu­mu­lato in ven­tisette anni. Gomorra, in cop­er­tina, ha gli Knives di Andy Warhol, e questa è la prima volta che un’opera di Warhol non mi sem­bra un man­i­festo pub­blic­i­tario ma la rap­p­re­sen­tazione viva del dolore e della morte. Poco prima che l’autore facesse il suo ingresso accom­pa­g­nato da Bertante e Scu­rati, un sig­nore poco più gio­vane di settant’anni ci si è seduto di fianco, occhi azzurri e pelle lis­cia. Si è voltato verso me e Laura, che ci stavamo guardando attorno in quella luce che rende verdi tutte le facce, e ci ha detto, indi­cando i coltelli di Warhol che teneva tra le mani: “Ciao, ragazzi, lo conoscete già?”, “Sì” ho detto io, “No” ha detto Laura. “Tieni, leggi” ha detto il sig­nore “Leggi l’inizio, poi te ne do un altro pezzo, ti do il pezzo sul vestito di Angelina Jolie”. Ha allun­gato a Laura il primo fas­ci­colo di Gomorra, tenuto insieme con molta cura da una lunga striscia di scotch per carta. Io e Laura ci siamo guar­dati, un po’ stran­iti, poi Laura ha com­in­ci­ato a leg­gere il suo pezzo di libro. Il sig­nore teneva in mano altri quat­tro pezzi di Gomorra, tutti rile­gati con lo scotch. Gomorra può essere diviso in cinque fas­ci­coli di una set­tan­tina di pagine l’uno: dall’inizio alla fine de “Il Sis­tema”; “La guerra di Sec­ondigliano”; da “Donne” alla fine di “Kalash­nikov”; da “Cemento armato” a “Hol­ly­wood”; da “Hol­ly­wood” alla fine. Angelina Jolie sta comunque nel primo fas­ci­colo, e il sig­nore si è scusato per­ché non si ricor­dava bene la pag­ina. Lo abbi­amo guardato stupiti per un sec­ondo. “Per­ché? Non lo sapete che è così che si leg­gono i libri?” ci ha detto “I libri non sono una cosa da leg­gere per poi rimet­terli sulla men­sola e non pen­sarci più. Voi adesso fate così per­ché siete ric­chi, ma una volta, quando c’era un libro in casa, lo si divideva tra i mem­bri della famiglia: io leggo un pezzo, tu ne leggi un altro, qual­cun altro un altro ancora. Poi ce li si scam­bia, e se ne dis­cute. Non pote­vamo per­me­t­terci tanti libri, e comunque i libri sono una cosa viva, devono cir­co­lare. È una tec­nica che mi ha inseg­nato mio nonno. Noi tagli­avamo tutti i libri che ave­vamo in casa, e io lo fac­cio ancora; uso il coltello del pane, che assomiglia a questi qui sulla cop­er­tina: prendo il libro, lo metto sul tavolo in ver­ti­cale, vedo dove finisce un fas­ci­colo e giù con la lama. Quando incon­tro delle per­sone fac­cio come ho fatto con voi stasera, do un capi­tolo e glielo fac­cio leg­gere. Non importa che lo leggano per intero, l’importante è che si avvicinino ad esso, e che gli venga la voglia di leg­gerlo.” Laura finisce l’incipit, il sig­nore si mette a cer­carle Angelina Jolie. “Ecco, ecco qua. Leggi, leggi!” dice “Poi, quando tutti l’hanno letto,” con­tinua “prendo un fil di ferro, lo fac­cio pas­sare attra­verso la rile­gatura e ricom­pongo tutto. Solo allora il libro può essere messo via, solo allora ha vis­suto.” Roberto, hai scritto il primo libro vivo che mi sia cap­i­tato di incon­trare, l’unico essere che, affet­tato da un coltello, invece di morire com­in­cia a vivere e a cir­co­lare. Tu non lo puoi sapere, ma le tue pagine che par­lano di morte, di omi­cidi, di econo­mia e di dolore (per­ché tu ci stai inseg­nando che par­lare di econo­mia è sem­pre par­lare di dolore), e che hanno sulla cop­er­tina uno dei sim­boli della morte ritratti da un innamorato della merce, queste tue pagine, a Milano, ven­gono trat­tate come un enorme pezzo di pane e ven­gono date in pasto ai vergini per­ché se ne innamorino.