articolo del 18/11/2010

Le mani sul federalismo

Roberto Saviano

di Gian­luca Di Feo

“Sì, la ‘ndrangheta corteggia la Lega. E investe in Lom­bar­dia. Ma c’è un fenom­eno più inqui­etante di cui dovrebbe occu­parsi Maroni: le mafie pun­tano su un’Italia divisa”. Così Roberto Saviano risponde al ministro.

La ‘ndrangheta al Nord? “Certo, cerca di inter­loquire con la Lega, ma le inchi­este mostrano come in tutte le Regioni si stia man­i­fe­s­tando un fenom­eno molto più inqui­etante, quello sì che dovrebbe indignare il min­istro dell’Interno: le mafie scom­met­tono sul federalismo”.

Roberto Saviano non è per niente pen­tito del monol­ogo di “Vieni via con me” che ha seg­nato il record di ascolti, anzi a sor­pren­derlo è la veemenza della reazione di Roberto Maroni: “Quello che ho detto è doc­u­men­tato. L’incontro tra il con­sigliere regionale leghista e gli uomini delle cosche è negli atti dei pm Ilda Boc­cassini e Giuseppe Pig­na­tone. E ricordo al min­istro che l’unico diret­tore di una Asl arrestato per ‘ndrangheta è quello di Pavia, dove comune, provin­cia e regione sono ammin­is­trati anche dal suo par­tito: sti­amo par­lando di una Asl che gestisce strut­ture di eccel­lenza e fa girare 700 mil­ioni di euro l’anno. E ricordo che l’ultimo sin­daco arrestato in un pro­ced­i­mento per col­lu­sioni con le cosche cal­abresi è quello di Bor­garello: un paese alle porte di Pavia non una cit­tad­ina della Locride”.

Il min­istro Maroni sostiene che l’incontro tra il con­sigliere leghista e le per­sone poi arrestate per ‘ndrangheta non ha nes­suna ril­e­vanza penale. E nel cen­trode­stra c’è chi ritiene che accostare la Lega alle cosche su questa base equiv­alga a usare gli stessi metodi della macchina del fango che lei ha denunciato.

La mia frase era chiara, chi­unque può rias­coltarla: “La ‘ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della polit­ica e al Nord inter­loquisce con la Lega”. Non si tratta di illazioni, ma di ele­menti con­creti che emer­gono dalle indagini e che devono essere sot­to­posti all’attenzione dell’opinione pub­blica: in Lom­bar­dia la Lega è forza di gov­erno e oggi gli uomini delle cosche cal­abresi, attivi nella regione da decenni, pun­tano a inve­stire i loro cap­i­tali nei cantieri dell’Expo 2015. È un’analisi della Super­procura anti­mafia, lunga­mente dis­cussa nella com­mis­sione par­la­mentare pro­prio per­ché per entrare negli appalti loro hanno bisogno della polit­ica e soprat­tutto della polit­ica che con­trolla la spesa sul ter­ri­to­rio. Per questo tutta la crim­i­nal­ità orga­niz­zata guarda con favore a una riforma fed­er­al­ista del Paese: vogliono cen­tri di costo alla loro portata”.

Alle mafie piace il federalismo?

Piace un certa idea di fed­er­al­ismo, quella che potrebbe con­seg­nar­gli gran parte del Sud. In pas­sato Cosa nos­tra l’ha cav­al­cata per con­trastare la prospet­tiva di un potere cen­trale troppo forte: meglio la seces­sione dell’isola che dovere fare i conti con uno Stato deciso a can­cel­lare la mafia. E la stessa istanza è stata ripro­posta dall’ala dura dei cor­leonesi negli anni delle stragi, quando di fronte al crollo della prima Repub­blica Gian­franco Miglio, il “padre nobile” della Lega, benediceva la nascita al Sud di tanti par­ti­tini auton­o­misti intrisi di mas­sone­ria e amici degli amici: sono fatti acclarati, non illazioni. Oggi la prospet­tiva è sem­plice: la men­tal­ità delle mafie è essen­zial­mente preda­to­ria, pun­tano a divo­rare le risorse ed è molto più facile farlo nelle cap­i­tali region­ali che non a Roma: pos­sono fare pesare il loro con­trollo del ter­ri­to­rio, la loro vio­lenza, i loro voti e i loro soldi. Per questo con il liv­ello di infil­trazione che c’è nelle regioni del merid­ione, il fed­er­al­ismo potrebbe finire con l’essere un regalo e far diventare Cam­pa­nia, Cal­abria e Sicilia davvero “cose nos­tre”, un nome che non è stato scelto a caso. Per­ché oggi la forza delle mafie non è più nella capac­ità di usare la vio­lenza ma nella disponi­bil­ità quasi illim­i­tata di cap­i­tali, affi­dati a facce pulite e capaci di con­dizionare la polit­ica soprat­tutto a liv­ello locale”.

E questi cap­i­tali sem­brano muoversi verso Nord. Una rotta indi­cata da oltre venti anni con gli inves­ti­menti in aziende venete, lom­barde e piemon­tesi e la pen­e­trazione nei cantieri di tutte le grandi opere: quelle di ieri e quelle di domani, come sve­lato nell’inchiesta de “L’espresso” citata durante la trasmis­sione. Non è un caso se il più impor­tante pen­tito di ‘ndrangheta oper­ava a Milano, alter­nando attiv­ità man­age­ri­ali a omicidi.

Quelli che vanno ad incon­trare il con­sigliere leghista non indos­sano cop­pola e lupara: sono un impren­di­tore e un man­ager pub­blico, che al tele­fono par­lano come killer ed evo­cano “di far saltare con le bombe quelli che non vogliono capire” e si van­tano “di essere prim­i­tivi, come in Cal­abria”. Ma sono per­sone che sanno muoversi negli uffici del Pirellone”.

Oggi le indagini sulla capac­ità dei clan di infil­trare le ammin­is­trazioni region­ali del Sud mostrano situ­azioni rac­capric­cianti. Lei ha rac­con­tato come i casalesi avessero inter­locu­tori nella mag­gio­ranza di Bas­solino. In Cal­abria è stato assas­si­nato il vicepres­i­dente Francesco For­tugno e come man­dante del delitto è stato arrestato un altro con­sigliere regionale di cen­trosin­is­tra. In Sicilia il gov­er­na­tore Totò Cuf­faro si è dovuto dimet­tere per i pro­cessi di mafia e il suo suc­ces­sore Raf­faele Lom­bardo, leader di un movi­mento auton­o­mista che ricalca alcune delle istanze di Umberto Bossi, è sotto inchi­esta. Questo dimostra che il Sud non è maturo per il federalismo?

Il fed­er­al­ismo, a par­tire da quello fis­cale, potrebbe anche dimostrarsi un’occasione, un punto di partenza per una rinascita del Sud. Ma a due con­dizioni, e cito l’analisi del mag­is­trato Raf­faele Can­tone: creare con­trolli rig­orosi sulle uscite di denaro pub­blico e fare una selezione sulla classe diri­gente polit­ica e buro­crat­ica. Le isti­tuzioni region­ali dovreb­bero rispon­dere in prima per­sona del denaro, che oggi invece ali­menta con­sor­terie, sprechi e arric­chisce le nuove mafie, che — come evi­den­ziano le indagini con­dotte in Cal­abria, in Sicilia ma anche quelle sulle infil­trazioni dei clan a Milano — stanno spo­stando il cuore del loro busi­ness dai cantieri alla san­ità. Oggi però il quadro gen­erale è des­olante: si ampli­f­i­cano le retate e i sequestri di beni, pre­sen­tan­doli come la panacea con­tro la crim­i­nal­ità orga­niz­zata men­tre non c’è nes­suna strate­gia per con­trastare il dila­gare di questa nuova impren­di­to­ria mafiosa, che investe i suoi cap­i­tali soprat­tutto al Nord. Credo che questa dovrebbe essere la pre­oc­cu­pazione di Maroni, leader di un par­tito che fa del prog­etto fed­er­al­ista la sua ragione d’essere: creare un sis­tema di con­trolli che pre­venga questa minac­cia, emersa con chiarezza nelle inchi­este dei mag­is­trati e nelle anal­isi delle forze dell’ordine che rispon­dono al suo dicastero”.

Lei però pro­prio nella prima pun­tata di “Vieni via con me” impug­nando il tri­col­ore nazionale ha dura­mente crit­i­cato le “balle che rac­conta la Lega quando chiama il suo cen­tro di ricerche Carlo Cattaneo”.

Quanto è lon­tano il fed­er­al­ismo di Cat­ta­neo dagli slo­gan di Pon­tida? Cat­ta­neo sog­nava un fed­er­al­ismo sol­i­dale, un fed­er­al­ismo che unisse l’Italia: non vol­eva una seces­sione che abban­donasse il Sud al suo des­tino. La sua visione e quella degli altri pen­satori fed­er­al­isti risorg­i­men­tali vol­eva fare delle diver­sità ital­iane una ric­chezza: ren­derle cerniera tra Mediter­ra­neo e Mit­teleu­ropa. Come si fa a credere che spac­care il Paese serva a ren­derlo più forte? Un’ideologia del genere per me è miope e insosteni­bile, per­ché farà sì che a decidere il nos­tro futuro saranno altri. E se la Pada­nia rischia di tornare ad essere la per­ife­ria di altre potenze, come lo erano il Nor­dOvest sabaudo nei con­fronti della Fran­cia e il Lombardo-Veneto dom­i­nato dall’Austria, invece il Mez­zo­giorno potrebbe pre­cip­itare nel bara­tro di un’economia in mano ai cap­i­tali di mafie che si trasformereb­bero in potere legale. Un incubo, la tomba di un sogno di eman­ci­pazione e di gius­tizia nato cen­tocinquanta anni fa con l’Unità d’Italia”.

E a quel punto, per restare nel tema della trasmis­sione che lei ha cre­ato assieme a Fabio Fazio, l’unica scelta sarebbe andarsene via?

Io non mi arrendo. Il risul­tato di pub­blico di “Vieni via con me” mi ha stupito e con­vinto di quanto sia impor­tante con­tin­uare su questa strada. La gente vuole sapere, è avida di infor­mazione, domanda ver­ità ma non trova risposte dalla tele­vi­sione e si abban­dona nella sfidu­cia che è l’elemento di cui si com­pone la palude in cui il Paese rischia di affon­dare: fango, solo fango, niente altro che fango”.