La scrittura e il Sistema, il caso Saviano.

Un’analisi di «Gomorra»

di Mar­cella Marmo, Docente di Sto­ria con­tem­po­ranea all’ateneo Fed­erico II

Di là dagli echi medi­atici dell’emergenza polit­ica che hanno val­oriz­zato il libro di Roberto Saviano, ne vanno sot­to­lin­eate innanz­i­tutto le qual­ità let­ter­arie. Cor­ag­giosa let­ter­atura di inchi­esta, o piut­tosto romanzo realistico-visionario? Il libro è un romanzo no-fiction, chiarisce Saviano. Frutto di molto stu­dio ed altret­tanta espe­rienza sul campo, la scrit­tura non è quella del sag­gio ne sceglie la pre­ci­sione asciutta del reportage. Si affida piut­tosto all’io nar­rante, che non è per­al­tro sem­pre l’autore, ma si sposta verso molti altri attori del milieu e dello stesso Sis­tema, por­tando lo zoom verso i soggetti, le sto­rie e le percezioni della trag­ica vio­lenza dif­fusa. (…) Dalla capac­ità di cat­turare le voci dirette derivano al libro il suo carat­tere coin­vol­gente e insieme le com­p­lessità del di scorso di Camorra. Gli aspetti fon­da­men­tali di questa com­p­lessità ven­gono pro­posti dallo stesso sot­toti­tolo: come si intrec­ciano potere e denaro nell’impero eco­nom­ico e nel sogno di dominio della camorra. Nel rac­conto di Saviano, le quan­tità e le qual­ità dell’economia camor­rista si affol­lano con effi­ca­cia, gra­zie innanz­i­tutto alla con­sul­tazione inten­siva delle indagini giudiziarie, che a par­tire dagli anni 1980 hanno inse­guito la crescita a grap­polo di clan intorno ad affari di droga e cemento, armi e rifiuti tossici, estor­sione, usura, cat­tura di imp­rese in molti campi di pro­duzione e com­mer­cio, inves­ti­menti immo­bil­iari, mer­can­tili e finanziari, in Italia e all’estero. I capi­toli cen­trali di Gomorra ded­i­cati al Sis­tema e alla guerra di Scampia danno quindi un’evidenza par­ti­co­lare agli aspetti dis­trut­tivi di questo potere ter­ri­to­ri­ale ram­pante ed offrono uno spac­cato antropo­logico eccezionale della vio­lenza agita dai clan, tal­volta verso vit­time inno­centi o casu­ali. Saviano è capace di rac­con­tare le pro­prie emozioni scon­vol­genti di fronte ai morti che giac­ciono ancora per terra quando rag­giunge con la Vespa i luoghi dell’agguato nei viaggi funerei della sua inchi­esta, ed insieme i sen­ti­menti di molti altri — dalla vio­lenza sui corpi nel mer­cato della droga, alla paura che si dif­fonde a mac­chia d’olio nel milieu, al peso della morte nell’immaginario che ne hanno gli stessi uomini del Sis­tema. Indi­men­ti­ca­bile il rac­conto del trau­matico allena­mento dei ragazz­ini al loro primo reclu­ta­mento, che ven­gono adde­strati innanz­i­tutto al giub­botto antiproi­et­tile. Essi sono divo­rati dalla sete, per­ché assumono le «pas­tic­che» al fine di reg­gere lo sforzo psico-fisico dell’addestramento; una sete che la sera li porta a suc­chiare l’olio della pizza, ad aggiungerne ancora. Questa parte della sto­ria camor­rista va dunque ben oltre il noir e pro­duce un rac­conto soci­o­logico di qual­ità. «Io voglio diventare un boss», avere super­me­r­cati, negozi, fab­briche, donne — leg­giamo nella let­tera di un quindi­cenne trasmessa dal giudiziario — «che quando entro in un negozio tutti mi devono rispettare. E poi voglio morire. Ma come muore uno vero, uno che comanda vera­mente. Voglio morire ammaz­zato». In questa voce gio­vanile il corto cir­cuito tra potere e denaro che bru­cia in partenza le biografie trova l’espressione più chiara. Altret­tanto inter­es­sante è che, in questa cul­tura, i mod­elli presi dal cin­ema pos­sano andare a Scar­face, l’eroe di un film amer­i­cano alla fine scon­fitto; la cui villa lus­su­osa viene fatta ricostru­ire iden­tica da un boss del caser­tano, che la farà sman­tel­lare dai suoi uomini quando scatta ahimè il seque­stro statale. La pre­ca­ri­età delle vite è del resto un aspetto intrin­seco a questa imprendi-torialità sui generis cen­trata innanz­i­tutto sul cap­i­tale umano, che ha infatti tra i suoi aspetti strut­turali la guerra sin dalla com­parsa dei fenomeni mafiosi nel sec­olo XIX. (…) Il nodo cru­ciale della par­ti­co­lare vio­lenza delle guerre di mafia nel quadro con­tem­po­ra­neo potrebbe certo essere appro­fon­dito, in relazione al pas­sag­gio da un sis­tema che opera in un con­testo di risorse scarse, con pos­si­bil­ità lim­i­tate di accu­mu­lazione attra­verso l’estorsione e i mer­cati legali e ille­gali, al con­testo con­tem­po­ra­neo in cui i mer­cati ille­gali di lunga dis­tanza, l’espansione della spesa pub­blica e la stessa dereg­u­la­tion del ciclo liberista allargano di molto l’accumulazione per vie crim­i­nali. Questi poteri ter­ri­to­ri­ali rad­i­cati si dimostrano capaci di ripro­dursi adat­tan­dosi a nuovi con­testi senza perdere per questo le loro carat­ter­is­tiche antiche e fon­danti, cioè la strate­gia arti­co­lata tra l’estorsione/protezione, il con­trollo oli­gop­o­lis­tico di mer­cati sia ille­gali che legali e l’accaparramento di risorse. Aspetti che Saviano ovvi­a­mente incon­tra, ma che tut­tavia, nella propen­sione scarsa­mente ana­lit­ica del libro, si limita ad affi­an­care ad una mitolo­gia liberista. Risulta ad esem­pio assiomat­ica l’argomentazione sec­ondo la quale la guerra di camorra con­tem­po­ranea risponde bene alla log­ica pura del sis­tema eco­nom­ico: il boss deve soc­combere a breve, per­ché la sua per­ma­nenza al potere osta­col­erebbe l’ulteriore sviluppo dei com­merci, farebbe lievitare i prezzi e bloc­care la ricerca di nuovi affari, la log­ica del sis­tema è che emergano nuovi aspi­ranti boss pronti al pren­derne il posto. La guerra di camorra, fase suprema del liberismo?! Questa griglia ana­lit­ica sem­bra defor­mante anche quando la spie­gazione della guerra ricorre — non senza incertezze — al mod­ello centro-periferia , o quando si parla con dis­in­voltura di borgh­e­sia camor­rista per l’area al top del Sis­tema. Lo stesso Saviano con­fessa di sen­tire il fas­cino di questa impren­di­to­ria ram­pante, pronta a bru­ciare nel tempo il suo stesso sogno di dominio, che si è las­ci­ata alle spalle la diver­sità ple­bea, se tal­volta ama persino avere una bib­lioteca e addirit­tura si può appas­sion­are a Lacan. In sin­tesi, la con­fu­sione teor­ica che affolla alcune pagine di Gomorra paga lo scotto al rad­i­cal­ismo nec­es­sari­a­mente approssi­ma­tivo della cul­tura no global/new global, dif­fusa nella cul­tura di oppo­sizione (non solo gio­vanile). Saviano con­serva per­al­tro i val­ori di una certa trasmis­sione del marx­ismo, tra la riv­olta etica con­tro lo sfrut­ta­mento e la denun­cia della mer­ci­fi­cazione sem­pre più invadente nel nos­tro mondo. La cifra osses­siva circa l’invasione delle merci merita un’attenzione pre­cipua per le rap­p­re­sen­tazioni sedu­centi che pro­duce a liv­ello let­ter­ario. Il let­tore resta certo cat­turato dall’esordio vision­ario sul porto di Napoli invaso dai cinesi, dove dal con­tainer don­dolante cadono i cadav­eri con­ge­lati da riportare in Cina per la sepoltura, e nel quale d’altra parte si con­cen­trano enormi quan­tità di merci da smistare in Europa. L’iperbole è con­sen­tita: «In poche ore tran­si­tano per il porto i vestiti che indosser­anno i ragazz­ini parig­ini per un mese, i bas­toncini di pesce che manger­anno a Bres­cia per un anno, gli orologi che copri­ranno i polsi dei cata­lani, la seta di tutti i vestiti inglesi di una sta­gione». L’ossessione bulim­ica torna a con­net­tere la sto­ria dei corpi e quella delle merci ed apre dunque una chi­ave di let­tura psi­coana­lit­ica di Gomorra, a quanto risulta sinora poco pre­sente nelle recen­sioni. In ogni parte del libro l’angoscia regres­siva che prende allo stom­aco, il dis­gusto, rim­balza dalle numero­sis­sime metafore cor­poree che alludono a un dentro/fuori pro­pri­a­mente vis­cerale. Queste ultime sono assai più fre­quenti degli stessi richi­ami al sangue e alle ferite dei corpi. L’ansia viene dalla rab­bia quando egli sale le scale ed entra nelle case, è l’orrore del cap­i­tal­ismo del cemento — il dominio eco­nom­ico di Gomorra pro­prio nei paesi della sua infanzia. L’autore si rac­conta con trasparenza per lo snodo auto­bi­ografico cru­ciale del rap­porto con la figura del padre, che lo inizia alle armi ma poi abban­dona la famiglia, e con qualche rifer­i­mento più dis­creto ad una madre in ansia per le avven­ture peri­colose del figlio, la quale gli ha trasmesso per­al­tro l’amore per la cul­tura. LA BOLLA MED1ATICA — Un edi­tore del Nord cat­tura uno scrit­tore del Sud, com­menta un inter­vento on line lungo il primo suc­cesso medi­atico di Gomorra. Pos­si­amo aggiun­gere che ne val­eva la pena: per il val­ore intrin­seco del libro (è il primo testo let­ter­ario di liv­ello in cen­tocinquanta anni di scrit­tura sulla camorra), forse più che per la sua effet­tiva effi­ca­cia nel rilan­cio della polit­ica anti­mafia, di cui Napoli e la regione Cam­pa­nia hanno un con­creto bisogno. Richi­amo qui breve­mente i fatti politici più evi­denti che, sec­ondo un fenom­eno del resto ricor­rente, hanno incro­ci­ato sui media nazion­ali e locali la cosid­detta «emer­genza Napoli» in quest’autunno davvero caldo per la città e l’intera Regione. Nella lunga sto­ria della cosid­detta ex-capitale, la «ques­tione di Napoli» può captare umori sot­ter­ranei del Paese in par­ti­co­lare lungo le crisi del sis­tema politico, di cui diviene come lo spec­chio, un metadis­corso che indica ora le pos­si­bil­ità in salita, ora il seg­nale peri­coloso del fal­li­mento. La crisi ammin­is­tra­tiva e d’immagine del 2006 ha evi­den­te­mente chiuso il ciclo aperto con molte sper­anze politiche ed iden­titàrie dal «rinasci­mento», lan­ci­ato dal sin­daco vin­cente di sin­is­tra Bas­solino nei primi anni ’90. Quella retor­ica potè essere una bandiera per il gen­erale rin­no­va­mento che in Italia si atten­deva dall’introduzione del sis­tema mag­gior­i­tario, e d’altra parte tam­pon­ava i con­sis­tenti prob­lemi della dell’industrializzazione dell’Italsider di Bag­noli. Nel 2006, in un’Italia tut­tora alle prese con gravi dif­fi­coltà nel ricam­bio della classe polit­ica, il non lon­tano tra­monto del sindaco/governatore del «rinasci­mento napo­le­tano» è stato inesora­bil­mente annun­ci­ato lungo l’esplosiva ques­tione della rac­colta dei rifiuti. La gravita del prob­lema per un’area met­ro­pol­i­tana che vor­rebbe tra l’altro svilup­pare un’economia del tur­ismo, e l’enorme peso sim­bol­ico neg­a­tivo delle mon­tagne di spaz­zatura per strada — da set­tem­bre a novem­bre, in ogni quartiere e paese della città e della regione — incro­ci­a­vano per­al­tro con sin­go­lare tem­p­ismo il ter­ri­f­i­cante e doc­u­men­tato rac­conto del prob­lema rifiuti tossici dell’ultimo capi­tolo di Gomorra. Il libro arrab­bi­ato e insieme dolente di Saviano parla poco di polit­ica, giu­di­cando tra l’altro che al pri­mato dell’economia abbia cor­risposto una reale capac­ità dei clan di auton­o­miz­zarsi rispetto ai politici, più mar­cata che nella mafia. La stessa affluenza nelle dis­cariche cam­pane dei rifiuti tossici, prove­ni­enti da un’ampia geografia di indus­trie set­ten­tri­on­ali, che ha sicu­ra­mente prodotto o aggra­vato l’inefficienza del servizio ordi­nario, viene rac­con­tata nel libro senza par­ti­co­lari rilievi sulle respon­s­abil­ità politiche ed ammin­is­tra­tive del caso. L’opinione pub­blica ha certo ipo­tiz­zato con­nes­sioni lungo la crisi gravis­sima del servizio, ma si aspetta tut­tora una risposta traspar­ente dai nuovi fun­zionari del servizio civile inviati dal gov­erno cen­trale per arginare la crisi campana.