di Marco Cicala
A uno psicanalista, Roberto Saviano non saprebbe raccontare i sogni che fa di notte. Perché si ricorda solo quelli che fa di giorno. Quando gli capita di assopirsi sull’auto blindata. Più che sogni sono
cortometraggi, clip che si interpretano da sole: “Siparietti nei quali mi vedo fare sempre le stesse cose. Giro per Napoli in Vespa.
Ciondolo sul Lungomare. Esco da un negozio di mozzarelle. E mi dico: Nessuno mi riconosce? Allora è fatta : ne sono fuori”. Oggi, venerdì 26 marzo 2010, sono invece 1.260 giorni che è dentro. O
in quel fuori surreale di chi si muove sotto protezione. Roberto Saviano ha sette uomini di scorta. Più uno: l’autocontrollo, la videosorveglianza comportamentale che uno nella sua condizione deve imporsi per rendersi il più possibile inattaccabile: “L’ho imparata col tempo. Una volta volevo mangiarmi un gelato per strada: me lo sconsigliarono. “Evita. Ché magari ti scattano una foto. E poi dalle tue parti la pubblicano con scritto sotto: Guardate come se la spassa, lo scrittore protetto, mentre Noi Contribuenti gli paghiamo la scorta”. Per lo stesso motivo non faccio nemmeno il bagno a mare”.
Coabita con due paure: quella fisica e quella del discredito. Si sa, da quando Gomorra è diventato un tornado editoriale e una fatwa, nella sua Campania infelix gliene dicono di tutti i colori (“Si veste male, non si fa la barba: è un tossico”; “Un pulcinella manovrato dai politici”; “Non ha scoperto nulla, è un riciclatore, un ladro: tutto quello che ha messo nel libro l’ha saccheggiato dai quotidiani locali”). Ma il vento della perfidia non soffia solo a Sud. Alzi la mano chi non ha mai incontrato il saputello di turno che, sguardo aum-aum, assicura: “Saviano? Un bluff: so da amici fidatissimi che Gomorra gliel’ha scritto l’editor”. Adesso lo accuseranno pure di campare di rendita e di non riuscire a fare un altro libro vero, all’altezza del primo.
Dopo la selezione di articoli La bellezza e l’inferno (2009), quello che esce ora da Einaudi Stile Libero si intitola La parola contro la camorra. E non è nemmeno stavolta il Gomorra Due. Però è lo specchio di quel che Saviano ha scelto di essere da quando è diventato Saviano: non il bravo romanziere di respiro internazionale, ma uno scrittore d’intervento. Magari ti piace di più quando nelle scuole di Casal di Principe dice ai ragazzi: “Riprendetevi la felicità”; e ti convince di meno quando lo vedi un po’ sperso nella sala della Reale Accademia di Stoccolma, il sinedrio dei Nobel, dove, alla fine di un discorso, gli offrirono dei fiori e lui restò interdetto, perché poi chissà come l’avrebbero interpretata, dalle sue parti, l’immagine di un guaglione che apprezza un dono floreale. Però, nel caso di Saviano, non c’è discrimine tra ribalte grandi e piccole: sono momenti di una stessa scelta, e necessità. Quando ti ripete: “Io sono un fenomeno mediatico” non lo fa per flagellarsi. O con cinismo warholiano. Oggi, l’essere di Roberto Saviano coincide letteralmente con l’apparire. Perché più lui si espone e più è protetto. Libri, articoli, tv, teatro, dibattiti sono il suo vetro antiproiettile.
Il nuovo libro è composto da due interventi (proposta: non chiamiamole più orazioni civili, ché la formula s’è fatta retorica, consolatoria, e sa di messa cantata). C’è un inedito sul potere di sovversione anticriminale della parola; e c’è il testo della puntata monografica di Che tempo che fa, andata in onda l’anno scorso. La serata in cui Saviano — alla Karl Kraus — dissezionò la semiotica della camorra, decodificando titoli, articoli di giornali locali, foto, locuzioni sintomatiche. Da Gomorra alla scrittura parlata: com’è cambiato il metodo Saviano da quando vive blindato? Come fa a raccontare la realtà uno che è costretto a tenersene a distanza di sicurezza? “Giocoforza il rapporto con le cose è mutato. Il mio lavoro si è fatto più mediato. Non posso permettermi la presa diretta. Parto da fonti scritte: atti processuali, intercettazioni, verbali d’indagine. Tutti documenti che all’epoca di Gomorra dovevo sgraffignare: ora mi vengono forniti”.
Con i boss è successo il contrario: “Non li avevo mai visti da vicino. Adesso posso farlo. Nelle aule dei tribunali”. Da dentro le gabbie, quelli lo sfottono: “Sì curt’” (Sei un tappo). “E tu stai carcerato” risponde lui allargandosi le cinque dita in faccia. Questioni d’onore. A Saviano la parola non crea imbarazzo: “A sinistra censurano l’onore come un concetto da macho. Ma è uno di quei termini dei quali dovremmo riappropriarci. Perché, al pari di famiglia o amico, le mafie ce li hanno rubati, avvelenati”. Sulla casella Facebook ha mezzo milione di persone (alcune sotto protezione come lui) che lo sostengono, lo bacchettano, o lo consultano per le faccende più astruse: “Internet può essere uno sfogatoio acritico. Per me è un po’ il surrogato del pub, dove gli amici ti dicono Robé oggi hai scritto proprio ‘na strunzata”. Nella sua rumorosa solitudine di autore cerca di non gingillarsi con trovate a effetto: “All’idea fica, continuo a preferire la realtà dei verbali. Se non altro perché è più ricca. L’altro giorno leggevo di un malavitoso bielorusso che terrorizzava le sue vittime ficcandogli un saldatore nel culo. Che faccio, accendo? Minacciava. S’è mai vista una scena simile in un film?”. No, ce ne ricorderemmo.
In questi anni sigillati, anche il rapporto con gli uomini delle scorte è cambiato: “All’inizio si sostituivano alla mia famiglia. Mi dicevano: Mangia… E mangia, no? Ero inappetente. Mi chiedevano: Ti portiamo a stirare le camicie? Adesso è diverso. Sanno che devono proteggere il mio corpo, non la mia anima”. Qualche volta, nella convivenza coatta, tra lo scrittore e i poliziotti si creano complicità improbabili, tipo quelle che scattavano fra commilitoni di estrazione disparata, quando la naja repubblicana era ancora
obbligatoria: “Una volta, leggendo Gomorra, uno aveva scoperto che non sono digiuno in materia di armi da fuoco, e quantomeno riesco a distinguere un’automatica da una semi. Si compiacque: E bravo, ma
allora non sei così comunista come dicono…”.
Saviano ha raccontato cosa significa vivere negli alberghi, con quelli alla reception che lo accolgono sorridendo strani, perché non sanno se è arrivata una star o una bomba. Ha descritto pure le tribolazioni di un infame come lui nel cercar casa al Sud. Ora che non vive più lì, la sua situazione abitativa s’è stabilizzata. Nelle caserme ci dorme sempre meno. Ammette che tra i pericoli di un’esistenza reclusa si annida sempre la tentazione paranoide, la sindrome da accerchiamento che ti fa ridurre la realtà a logaritmo cospirazionista, a una casbah formicolante di nemici. Epperò, mentre lui dribbla i fantasmi del solipsismo, mentre s’interroga sulle insidie della mediatizzazione (“Temo di diventare televisivo, non saprei gestirlo”), le sue analisi diventano più articolate, e capienti. Attraverso la radiografia dei Poteri criminali, Roberto Saviano sembra parlarci sempre più del Potere. Che, anche quando non è tecnicamente colluso, dalle mafie impara molto. “Pensiamo a come è cambiato l’uso del gossip. Un tempo serviva ad esaltare le celebrità, oggi soprattutto a distruggerle.
Ora è vendetta: se sei famoso devi pagare, io spettatore anonimo godo a vederti cadere”, osserva. “Nella criminalità organizzata puoi osservare “in purezza” dinamiche che diventano diffuse. Se le mafie fanno scuola è perché puntano al cuore delle contraddizioni umane e sanno manipolarle”. Come il business scandalistico, muovono da un’antropologia negativa: l’idea — forte d’una sua classicità — secondo cui l’uomo non è che un gomitolo di moventi primitivi, per quanto civilizzati: “Fondamentale, per questi poteri, è dimostrare che tutti abbiamo vizi, tutti siamo sporchi e seguiamo due cose: il potere, dunque fama e denaro, e le donne. O gli uomini, naturalmente”. Una Tac degli appetiti che godrebbe di una sua dignità filosofica se non si trasformasse in strumento di dominio, ricatto, falsificazione e morte: “Dopo averlo
ammazzato, di Don Peppe Diana la mafia lasciò intendere che se la faceva con le ragazzine, perché c’è una foto in cui abbraccia due piccole scout. Di Pippo Fava lo stesso. Venne ucciso mentre andava a prendere la nipotina a teatro. Dissero: un puppo, un ricchione che mette le mani addosso ai bambini”.
La mafia, quella sì che è un Regime. Anche perché, a modo suo, riproduce i meccanismi che Primo Levi individuava nel nazismo concentrazionario e più in generale nei totalitarismi: cancellazione delle prove e annientamento di ogni credibilità nelle testimonianze delle vittime. O di chi dice no: “Le organizzazioni criminali hanno necessità di portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesse personale, è pagato da qualcuno, sta facendo carriera personale su di noi”. Per essere davvero inattaccabile “uno dovrebbe essere disincarnato come un santo, ma non voglio esserlo, rivendico le mie contraddizioni”. Alla delegittimazione mafiosa fa eco la diffidenza degli addetti ai lavori, intellettuali e giornalisti insospettiti dal “fenomeno Saviano”. Perché in Italia vige una sorta di calvinismo rovesciato: il successo non è indizio del favore divino, ma prova di un patto col diavolo. O col suo sterco, il quattrino. Ciò detto, come autodisciplina Saviano il suo potere di scrittore da milioni di copie? “Cercando di prestare la massima attenzione alle parole. Di utilizzare il termine mafioso solo per chi è stato processato e condannato. Di non farmi accecare dai succhi gastrici parlando della classe dirigente meridionale, che pure è stata raramente così pessima. Evitando di lasciarmi tirare la giacchetta dalla politica”. Ché la calunnia è più di un venticello: è un coltello. Con la lama rosa. Come quelli stampati sulla copertina di Gomorra. Di cui lui, giura, sta scrivendo il seguito.

