Il romanzo dell’esistenza nuda.

“Ca’intra non vuristi nenti.”

di Demetrio Paolin.

È come se mi fossi sveg­liato, ripe­tendomi queste parole. 

A risveg­liarmi dal sonno è il libro di Roberto Saviano Gomorra. Lo dico subito, così poi posso met­termi a fare i miei giri soliti, che questo è un libro bello e impor­tante, dove si rac­con­tano e nar­rano fatti di ver­ità con uno stile asciutto eppure potente. Quello di Saviano è il romanzo dell’esistenza nuda, dove ogni cosa si riduce a prof­itto e perdita, vita e morte, amico nemico. Cop­pie dico­tomiche, che si scon­trano, coz­zano come in una battaglia che l’autore descrive senza mai perdere lucid­ità (ogni episo­dio è cor­rob­o­rato da prove) e pietas. Questa duplice ten­sione ci con­segna un libro, che non è solo un reportage degno del miglior gior­nal­ismo inves­tiga­tivo, ma anche un’opera di let­ter­atura di prim­is­simo piano. “Avevo addosso come l’odore di qual­cosa di indefini­bile. Come la puzza che impregna il cap­potto quando si entra in frig­gi­to­ria e poi lenta­mente si attenua, mis­chi­an­dosi ai veleni dei tubi di scap­pa­mento. Puoi farti decine di docce, met­tere la carne a mollo nella vasca per ore con i sali e i bal­sami più odor­osi: non te la togli più di dosso. (…). Come se esistesse nel corpo qual­cosa in grado di seg­nalarti quando stai fis­sando il vero”. La ver­ità, dice Saviano, ha un odore ben pre­ciso che non ti togli più di dosso. Per me la ver­ità ha l’odore del pollo arrosto. Quando ero pic­colo, me ne andavo in vacanza giù in Cal­abria dai miei par­enti, e sen­tivo le dis­cus­sioni: una di queste verteva su Calogero, amico di mio zio, che ormai era chiam­ato U’Puddu. Il pollo. Calogero era una brava bes­tia di per­sona, gran lavo­ra­tore. Faceva il bar­man in un caffè della città, ma era anche uno che guar­dava e osser­vava. Una volta, venuto su al nord, aveva visto a Torino una serie, una vera e pro­pria catena in fran­chis­ing, di girar­rosti, dove non si vendeva solo il pollo arrosto, ma anche altre pre­li­batezze. Aveva fatto due cal­coli e si era reso conto che nella sua città non c’erano cose del genere. Era tor­nato giù, e da cap­atosta che era, si era messo in animo di farcela e, anzi, si per­suase che ci sarebbe pro­prio rius­cito. Incom­in­ciò a chiedere soldi, poi passò in comune e vide pure il posto dove aprire la pol­le­ria. Man­cava solo di andare da quello che con­trollava il quartiere per chieder­gli il per­me­sso. L’uomo lo ascoltò con fare tran­quillo, questo dice­vano i miei tutti seduti davanti al caffè del pomerig­gio, e poi gli sor­rise: “Per­ché vuoi aprire una pol­le­ria? Qui non farebbe affari, cioè la potresti aprire ma andresti in mal­ora. Meglio se apri una gela­te­ria, che parola mia serve tan­tis­simo qui nel quartiere, sarebbe sem­pre piena”. Calogero capì. Non era stu­pido e pensò che lui però vol­eva aprire una pol­le­ria, quello era il suo sogno, e decise che sic­come non era real­iz­z­abile era meglio starsene a padrone nel bar dove lavo­rava. Così quando entro in un pollo arrosto penso a Calogero, U’puddu, con­sapev­ole che un sogno può anche diventare qual­cosa di ter­ror­iz­zante. Men­tre leggevo Gomorra mi è tor­nato alla memo­ria questo episo­dio, che sep­pur spostato nello spazio, siamo in Cal­abria, spiega bene il modus operandi e l’intento del Sis­tema ovvero pro­durre soldi, fare prof­itti, accu­mu­lare cap­i­tali su cap­i­tali. L’omicidio, la vio­lenza sono stru­men­tali a imperi eco­nomici con sedi in pic­cole case scrostate del caser­tano, del napo­le­tano, che frut­tano mil­iardi di euro e hanno ram­i­fi­cazioni in ogni traf­fico sia lecito o illecito. Lo sguardo di Saviano è impres­sion­ate, per­ché ci mostra come in questo Sis­tema ogni min­ima scelta, dall’omicidio più bru­tale al gesto di clemenza, abbia una ricaduta di prof­itto. L’animo più pro­fondo di questi rac­conti è, pre­po­ten­te­mente, verghi­ano. Infatti, a dom­inare su tutti gli altri sen­ti­menti è l’attaccamento alla “roba”, che smuove ogni cosa. E’ un libro che ti aiuta a com­pren­dere come certi dis­corsi sul pre­cari­ato, sulla gen­er­azione flessibile siano già sor­pas­sati da trasfor­mazioni più pro­fonde, i cui effetti noi ancora igno­ri­amo, ma che Saviano ha già visto con i suoi occhi durante le sue scor­ribande in vespa. C’è la sto­ria di Pasquale, che lavora per una delle tante ditte che cuciono abiti per i grandi marchi ital­iai. Pasquale è bravis­simo, fosse nato in un altro luogo, forse sarebbe un sarto di alta moda, qui vive, cucendo abiti bel­lis­simi, con uno stipen­dio da fame che ora arro­tonda inseg­nando ai lavo­ra­tori cinesi come cucire vestiti di alta qual­ità. Saviano gli diventa amico e com­in­cia a fre­quentare la sua casa, fino a quando un giorno l’autore vede il ragazzo muto davanti alla tele­vi­sione. In silen­zio. Zitto. “La notte degli Oscar, Angelina Jolie indossa un vestito fatto ad Arzano, da Pasquale. Il mas­simo e il min­imo. Mil­ioni di dol­lari e sei­cento euro al mese. Quando tutto ciò che è pos­si­bile è stato fatto, quando tal­ento, bravura, maes­tria, impegno ven­gono fusi in un’azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di sten­dersi a pan­cia sotto sul nulla, nel nulla. (…) Tanto nulla può mutare con­dizione: nem­meno un vestito fatto ad Angelina Jolie e indos­sato la notte degli Oscar”. E’ questo solo uno dei tanti momenti effi­caci del libro, che fanno intuire lo sfondo tragico, il dis­in­canto e la rab­bia civile. Rimane impressa nella memo­ria anche la visita dell’autore nella villa abban­do­nata, che un boss della camorra volle costru­ire sim­ile a quella di Scar­face nel film omon­imo. La villa, nell’acre iro­nia degli abi­tanti del posto, viene denom­i­nata Hol­ly­wood. Assis­ti­amo in queste pagine ad un pel­le­gri­nag­gio su un luogo di male, di sopraf­fazione e morte. Dove tutto tra­suda soldi e vio­lenza, pos­sesso e sopruso e dove il gesto finale dell’autore, quello di pis­ciare den­tro la vasca idro­mas­sag­gio a forma di conchiglia, diventa un atto di riv­olta per una situ­azione così com­p­lessa da sem­brare senza via d’uscita. Ci sono pochi esempi pos­i­tivi in questo libro, pochissimi: Don Pep­pino Diana oppure la maes­tra che vedendo in fac­cia i killer di un atten­tato fa una cosa “nat­u­rale”, ma abnorme in quella terra: rende tes­ti­mo­ni­anza. La mag­gior parte dei per­son­aggi che gher­mis­cono questo libro formi­caio non ce la fanno, sono scon­fitti, siano essi den­tro o fuori il Sis­tema. Ed è pro­prio sulle vit­time più gio­vani, che s’invera una pro­fonda rif­les­sione etica e civile. Sono sto­rie che non devono cadere nel dimen­ti­ca­toio come quella di Emanuele, un ragazzo di quindici anni, che viveva di furti alle cop­pi­ette, ucciso dai cara­binieri durante uno scon­tro a fuoco, e al quale i suoi com­pagni erigono un mau­soleo. “Prima c’era una cap­pella. Grande, bianca. Un vero e pro­prio mau­soleo ded­i­cato ad un ragazzo, Emanuele, morto sul lavoro. (…) Emanuele faceva rap­ine”. Un ragazzo di quindici anni, come dice il par­roco nell’omelia fune­bre: “Il Padre Eterno terrà conto del fatto che l’errore è stato commesso da un ragazzo di quindici anni. Se quindici anni nel sud Italia sono abbas­tanza per lavo­rare, decidere di rap­inare, uccidere e essere uccisi, sono anche abbas­tanza per pren­dere respon­s­abil­ità di tali cose. Ma quindici anni sono così pochi che ci fanno vedere meglio cosa c’è dietro, e ci obbligano a dis­tribuire respon­s­abil­ità. Quindici anni è un’età che bussa alla coscienza di chi cian­cia di legal­ità, lavoro, impegno. Non bussa con le noc­che, ma con le unghie”. Senza scor­dare la sto­ria di Annal­isa Durante uccisa in uno scon­tro a fuoco, men­tre era fuori con le amiche a fare lo str­uscio, una fine tremenda che, però — è qui tutta la trage­dia — non avrebbe cam­bi­ato il suo des­tino: “Annal­isa è nata è vis­suta in questo mondo. Le sue amiche le rac­con­ta­vano le fughe in moto con i ragazzi del clan, lei stessa si sarebbe forse innamorata di un bel ragazzetto ricco, capace di far car­ri­era nel Sis­tema (…). Annal­isa è divenuta sim­bolo tragico per­ché la trage­dia si è com­pi­uta nel suo aspetto più ter­ri­bile e con­sus­tanziale: l’assassinio. Qui però non esiste attimo in cui il mestiere di vivere non appaia una con­danna all’ergastolo, una pena da scon­tare attra­verso un’esistenza brada, iden­tica”. Bisogna stam­parsi nella testa i fatti di Giuseppe e Romeo, che cre­dono di vivere in un film di malavita, di esserne eroi e pro­tag­o­nisti: “Quando Romeo vide Giuseppe per terra, sono sicuro di una certezza che non potrà mai avere alcun tipo di con­ferma, che com­p­rese l’esatta dif­ferenza tra cin­ema e realtà, tra costruzione scenografica e il puzzo dell’aria, tra la pro­pria vita e una sceneg­giatura. Venne il suo turno. Gli spararono in gola e lo finirono con un colpo alla testa”. E’ un libro impor­tante questo, pieno di grandiose scene: l’incipit nel porto di Napoli, la sto­ria di Mis­ter Kalash­nikov, e il finale, una sorta di apoc­alisse nau­se­abonda, nella terra dei Fuochi, tra Giugliano, Vil­lar­icca e Qualiano. Ho iniziato questa let­tura con una specie di ordine, che nella mia memo­ria è stam­pato a chiare let­tere. Durante le vacanze, nei pomeriggi caldi gio­cavamo spesso a pal­lone tra i cor­tili e le case. Una volta il pal­lone finì den­tro la corte di una casa, infi­lan­dosi nel garage. Andai io a pren­derlo e quando entrai in quello stan­zone vidi migli­aia e migli­aia di vestiti appesi, di tutte le forme, i col­ori, di tutte le mis­ure e taglie. Pan­taloni. Magli­ette. Giac­che. Gonne. Stavo lì a con­tem­plare tutto questo, stupito di come in quella con­trada con­tad­ina ci fosse un negozio così grande, che nep­pure al nord nella mia città avevo mai visto. In quel momento un uomo entrò e mi prese per un brac­cio e ficcò la fac­cia davanti alla mia e mi disse duro sibi­lando: Ca’intra non vuristi nenti! E io non vidi nulla. Ecco per­ché penso che Gomorra debba essere letto in tutte le scuole, essere dibat­tuto, dis­cusso, pas­sato di mano in mano, per­ché è un libro di ver­ità e ormai sap­pi­amo, che quando ce l’hai addosso l’odore del vero non puoi levartelo più.