Dante, Leopardi, Saviano ecco gli “anti-italiani”.

Scri­vere del cuore mar­cio dell’Italia fa parte della tradizione let­ter­aria nazionale di GIULIO FERRONI

Pub­blichi­amo parte dell’articolo di Giulio Fer­roni che appare sul numero di “Reset” da oggi in edicola.

Gia­como Leopardi

La grande arte ital­iana, pro­prio per amore del paese, è stata molto spesso anche anti-italiana. In più di una cir­costanza è stato nec­es­sario met­tere il dito nelle piaghe e riflet­tere sulle vicende tremende che induce­vano e inducono a pen­sare che l’Italia potrebbe essere un paese molto più bello e vivi­bile se solo si lib­erasse da certi mali rad­i­cati in pro­fon­dità. La pre­senza di questa ten­sione crit­ica, riv­olta a denun­ciare con rab­bia i mali del paese, con­duce ancor oggi molti a denun­ciare come anti-italiani autori e scrit­tori che se ne fanno carico.
Tra gli scrit­tori recen­te­mente addi­tati come respon­s­abili della dif­fu­sione di un’immagine neg­a­tiva dell’Italia c’è Roberto Saviano, che con il caso eccezionale di Gomorra è rius­cito a con­quistare un pres­ti­gio di deter­mi­nante voce intel­let­tuale, scon­tan­done il peso sulla pro­pria pelle. Saviano non è l’unico a par­lare di vio­lenza e crim­i­nal­ità, ma a dif­ferenza di altri lo fa in modo non con­ven­zionale, senza immerg­ersi in generi let­ter­ari pre­cos­ti­tu­iti, che sus­ci­tano atten­zione più per gli intrecci nar­ra­tivi e per il briv­ido dell’orrore che per il loro val­ore conosc­i­tivo. In un genere di suc­cesso come il noir si dà in effetti un eccesso di retor­ica “crim­i­nale”, con un’immagine in neg­a­tivo dell’Italia che appare per­fet­ta­mente con­sum­a­bile, che non pro­duce crit­ica, ma una sorta di assue­fazione e quasi com­piaci­mento per l’ineluttabilità. Con Gomorra, al con­trario, Saviano attra­versa criti­ca­mente lo spazio crim­i­nale, con una forma ibrida tra sag­gio e romanzo la cui forza e orig­i­nal­ità è data dalla prospet­tiva di chi ha riscon­trato il degradarsi del ter­ri­tori dall’interno(…).

Ma Saviano è anti-italiano? Pos­si­amo dire in effetti che è un autore più ital­iano di tanti altri, per­ché entra nel cuore mar­cio del paese, oppo­nen­dosi all’insulsa pro­pa­ganda che crede di esi­birne i lus­trini, la sua bellezza da con­sumare, offren­dola in modo ammic­cante al tur­ismo internazionale.

Se vogliamo par­lare della tradizione let­ter­aria anti-italiana, è inevitabile chia­mare in causa il canto VI del Pur­ga­to­rio di Dante Alighieri, con la cele­bre invet­tiva “Ahi, serva Italia…”, una reazione aggres­siva alla lac­er­azione dei poten­tati locali e all’indifferenza per un equi­lib­rio civile: Dante per­cepiva un pre­coce dis­gre­garsi del tes­suto sociale, dovuto a forme di tiran­nia, di ego­ismo, di par­ti­co­lar­ismo esasper­ato. Gli aspetti neg­a­tivi che riscon­tri­amo nella vita pub­blica ital­iana ci invi­tano spesso a ripetere i versi dell’invettiva di Dante, non solo per­ché si tratta di un eccezionale mod­ello let­ter­ario, nel più grande poema della moder­nità occi­den­tale, ma anche per­ché Dante rap­p­re­senta un mod­ello di dis­po­sizione crit­ica, che dà avvio a una tradizione di let­ter­atura civile “in neg­a­tivo”. Questa propen­sione alla crit­ica a un certo punto si è intrec­ciata con le prospet­tive che gli stessi stranieri offrivano del nos­tro paese. Nel primo Otto­cento, tra età napoleon­ica e Restau­razione, non erano rari i casi di intel­let­tuali stranieri che offris­sero spunti crit­ici ai nos­tri autori. Di grande rilievo, ad esem­pio, l’incidenza che sulle rif­les­sioni di Leop­ardi ebbe quella grande e acutis­sima scrit­trice che fu Madame de Staël.

Il Dis­corso sopra lo stato pre­sente dei cos­tumi degli Ital­iani di Leop­ardi cos­ti­tu­isce un grande mod­ello critico, vero e pro­prio arche­tipo nella definizione dell’antropologia ital­iana. Il testo risale agli anni Venti dell’Ottocento (sec­ondo le ipotesi più accred­i­tate, al 1824), ma la sua conoscenza pub­blica si è imposta solo nel Nove­cento. Il Dis­corso definisce le defor­mazioni nel com­por­ta­mento e nel carat­tere degli ital­iani, con uno sguardo ambiguo e volu­ta­mente con­trad­dit­to­rio: l’autore indi­vidua come prin­ci­pale lim­ite della vita pub­blica ital­iana l’assenza di quella che chiama soci­età stretta, carat­ter­iz­zata cioè da forte con­trollo sociale. In questo lim­ite l’Italia è più vic­ina alla natura (e del resto il suo carat­tere “nat­u­rale” era oggetto di ammi­razione e ide­al­iz­zazione all’estero, anche da per­son­aggi come la stessa de Staël); ma questo non è dato da una pre­sunta vic­i­nanza pos­i­tiva con la natura e con il suo carat­tere orig­i­nario, ma dalla pre­dis­po­sizione a rifi­utare i val­ori sociali condivisi.

Per Leop­ardi gli ital­iani ridono di tutto, lit­igano con­tin­u­a­mente tra di loro e sono inca­paci di pren­dere qual­si­asi cosa sul serio. La mod­erna soci­età euro­pea, al con­trario, si basa sul riconosci­mento di val­ori sociali comuni, ed è per questo che gli ital­iani sem­brano più indi­etro rispetto ai popoli che la guidano. Questa arretratezza è in realtà avan­za­tis­sima: nel loro cin­ismo amorale gli ital­iani antic­i­pano una ten­denza gen­erale, che si riv­ela prima in Italia pro­prio per­ché gli ital­iani sono più nat­u­rali e più “filosofi” degli altri, se con­sid­e­ri­amo la filosofia come sve­la­mento del nulla, come sviluppo di una ragione che sco­pre la man­canza di fon­da­menti dell’esistenza.