Casalesi operazione Gomorra.

Il potente clan è sotto asse­dio. E stu­dia un gesto clam­oroso. Parla il pm Anti­mafia. Col­lo­quio con Franco Roberti

di Gian­luca Di Feo

Leonardo Sci­as­cia, sem­pre lui. Il respon­s­abile dei pm napo­le­tani che si occu­pano di camorra cerca le parole per descri­vere i boati che scuotono la pax mafiosa dei Casalesi, la più potente orga­niz­zazione crim­i­nale cam­pana e forse la più ricca cosca ital­iana; fruga nella sua mente ten­tando di sem­pli­fi­care le dinamiche com­p­lesse che ren­dono incan­des­cente questa con­fed­er­azione di clan con le radici nel Caser­tano e ram­i­fi­cazioni in tutta Europa. E alla fine Franco Roberti deve ricor­rere alla memo­ria di Sci­as­cia: “Lui diceva: ‘I mafiosi odi­ano i mag­is­trati che ricor­dano’. E i casalesi odi­ano anche gli scrit­tori che fanno conoscere a tutto il mondo il loro vero volto”. 

Oggi il prob­lema prin­ci­pale per i boss del nuovo impero sono un mag­is­trato e uno scrit­tore. Il pub­blico min­is­tero si chiama Raf­faele Can­tone: con­tinua in silen­zio a portare avanti indagini e pro­cessi con­tro la cupola del Caser­tano, met­tendo a ris­chio inves­ti­menti e sicari. Lo scrit­tore è Roberto Saviano, che con le 800 mila copie di ‘Gomorra’ ha costretto questi padrini diven­tati padroni dell’economia a vivere sotto i riflet­tori: il suc­cesso del libro ha fatto terra bru­ci­ata intorno alle attiv­ità del clan in Italia e all’estero. Più che la forza divul­ga­tiva del vol­ume, non gli per­do­nano l’ostinazione: il con­tin­uare a scri­vere di camorra nonos­tante gli avver­ti­menti esplic­iti. E non toller­ano quelle che per loro sono sfide per­son­ali, come la pre­senza in tri­bunale nel giorno della req­ui­si­to­ria. Dalla gab­bia dei detenuti uno dei killer ha fis­sato Saviano, poi con un ghigno ha urlato: “Porta i miei saluti a don Pep­pino”. Un rifer­i­mento a Giuseppe Diana, il sac­er­dote ucciso nel feudo dei Casalesi, che con il suo sac­ri­fi­cio ha ispi­rato ‘Gomorra’: l’ultima minac­cia di un sis­tema crim­i­nale che non riesce più a sop­portare la pres­sione medi­at­ica di arti­coli e inter­viste in tutta Europa. E dove i boss emer­genti invo­cano un gesto clam­oroso per “non perdere la fac­cia”. Franco Roberti, respon­s­abile della Direzione dis­tret­tuale anti­mafia e procu­ra­tore aggiunto, conosce i movi­menti sot­ter­ranei nelle famiglie caser­tane. Ed inter­viene pesando le parole una a una, con­scio della seri­età della situ­azione: “C’è tutta una serie di seg­nali che evi­den­ziano come il clan dei Casalesi si stia inter­es­sando a inves­ti­ga­tori come Raf­faele Can­tone e a scrit­tori come Roberto Saviano che hanno provo­cato con il loro lavoro la sprovin­cial­iz­zazione del fenom­eno camorra e fatto conoscere al mondo il vero volto della mafia casalese”. Non a caso Roberti parla di mafia. Ma prima di appro­fondire la sua anal­isi, il procu­ra­tore vuole man­dare un seg­nale altret­tanto chiaro. Chiedendo allo Stato di rilan­ciare la sfida a quei boss si sono infil­trati nell’imprenditoria e nelle isti­tuzioni. “Di questa situ­azione nei con­fronti di Can­tone e Saviano noi della Direzione dis­tret­tuale di Napoli siamo asso­lu­ta­mente con­sapevoli. Per questo sti­amo pre­mendo per­ché vengano a lavo­rare nel Caser­tano i migliori inves­ti­ga­tori ital­iani. Per questo da set­tem­bre chieder­emo rin­forzi quan­ti­ta­tivi e qual­i­ta­tivi negli organici degli uffici di polizia che indagano in quell’area”. Quello di Roberti è un dis­corso irrituale. Con bersagli chiari: “Chieder­emo uno sforzo eccezionale per la cat­tura di lati­tanti storici: Anto­nio Iovine e Michele Zagaria sono ricer­cati da oltre dieci anni e sono inser­iti nell’elenco dei più peri­colosi d’Italia. Ma sti­amo già facendo uno sforzo senza prece­denti che ha provo­cato nell’ultimo anno la cat­tura di Casalesi di prim­is­simo liv­ello come Francesco Schi­avone, cug­ino del cele­bre San­dokan, Giuseppe Russo o il reggente del clan Sebas­tiano Panaro. E dimostr­eremo che non ci sarà nes­sun calo di atten­zione sui Casalesi dopo che il pm Can­tone avrà las­ci­ato l’ufficio per un nuovo incar­ico: l’unità di lavoro caser­tana della Dda, oltre a me che la coordino, sarà sem­pre dotata di aut­en­tici carri armati, gio­vani o meno gio­vani, che assi­cur­eranno con­ti­nu­ità e inci­siv­ità alle indagini, sia sul ver­sante mil­itare che su quello degli affari dei Casalesi”. Bas­tano queste ultime frasi a tes­ti­mo­ni­are quanto l’aria sia pesante. Per spie­garlo Roberti ricorre ai suoi ricordi per­son­ali, rac­colti diret­ta­mente in un ven­ten­nio vis­suto in prima linea. Per­ché è dalla fine degli anni Ottanta che i casalesi hanno costru­ito il loro potere di sangue e denaro, con­tando sem­pre sul silen­zio. “Hanno sem­pre avuto ten­denze ege­moniche. Tutti i media guar­da­vano a Napoli, invece il potere era nel Caser­tano. Carmine Alfieri, il capo indis­cusso della camorra tra il 1984 e il 1992, si riteneva un sub­or­di­nato di Anto­nio Bardellino, il fonda­tore dei Casalesi. Dopo il pen­ti­mento, Alfieri mi rac­contò: ‘Io a Bardellino non potevo dare con­sigli. Era un grande cam­pano, davanti a lui mi toglievo tanto di capello’”. Ma la vera forza dei sig­nori della provin­cia più crim­i­nale d’Italia, arrivata a seg­nare il record mon­di­ale di omi­cidi, è il fiuto per gli affari: “Sono stati i primi a uscire dal set­tore edile e dagli appalti per inserirsi nel ciclo dei rifiuti, nella pro­duzione di beni di largo con­sumo, nelle aziende agro-alimentare, nei giochi e nelle scommesse legali, nei con­sorzi di bonifica. Non dimen­ticherò mai come nel dicem­bre 1992 sco­prii il nuovo busi­ness dei rifiuti. Inter­ro­gavo Nun­zio Per­rella, un traf­fi­cante del Rione Tra­iano che era pas­sato dalla droga alla munnezza. Da Thiene nel Vicentino rac­coglieva le scorie tossiche delle fab­briche di ver­nice e li sver­sava in Cam­pa­nia. E disse che a coman­dare erano i Casalesi”. Adesso la capac­ità dei Casalesi è andata ancora oltre: sono pas­sati dall’economia indus­tri­ale a quella finanziaria. “Sono così ric­chi che agis­cono investendo cap­i­tali nelle imp­rese legali, senza pre­tendere il con­trollo della ges­tione. Hanno inven­tato le soci­età a p.c.m. ossia a parte­ci­pazione di cap­i­tale mafioso, che sono ormai parte ril­e­vante dell’economia cam­pana e nazionale. Ma trovano mer­cato anche all’estero. Per­chè la loro strate­gia è vin­cente: i boss guadag­nano facendo risparmi­are le imp­rese. Sono più mor­bidi nelle banche: chiedono inter­essi infe­ri­ori, non fanno fretta per recu­per­are l’investimento. Hanno una ric­chezza tal­mente vasta che li eson­era dalle intim­i­dazioni e dallo strozzi­nag­gio. Il processo Zagaria sulle infil­trazioni nelle ditte di Parma e della pia­nura padana dimostra come gli impren­di­tori del Nord fos­sero felici di avere i cap­i­tali della camorra”. Per questo, sostiene Roberti, i Casalesi hanno dato vita a una meta­mor­fosi micidi­ale: un nuovo modo di essere mafia. “Bisogna aggiornare il con­cetto di metodo mafioso alla luce della loro trasfor­mazione. Non solo il vin­colo di omertà e la forza di intim­i­dazione, ma anche la forza del denaro. E quella delle relazioni impren­di­to­ri­ali e isti­tuzion­ali”. Per­ché tutti i grandi gruppi delle costruzioni sono venuti a patti con i Casalesi. E il loro potere non potrebbe esistere senza il sostegno della polit­ica. Un fronte meno esplorato, per­ché non ci saranno mai baci tra min­istri e boss caser­tani. Non ser­vono più relazioni dirette e vec­chie tes­ti­mo­ni­anze di pub­blica stima. No, anche in questo i Casalesi sono l’evoluzione della specie. “I rap­porti con le isti­tuzioni sono dom­i­nati dal mimetismo. Sono rap­porti di rec­i­p­roca fun­zion­al­ità, un con­cetto che è stato fis­sato da sen­tenze ormai in giu­di­cato. In prat­ica l’accordo tra padrini e leader politici nazion­ali avviene medi­ante gli espo­nenti locali del par­tito nel ter­ri­to­rio con­trol­lato dai boss”. E qui Roberti cita le moti­vazioni di un processo che ha fatto epoca, quello con­tro Anto­nio Gava, ex min­istro degli Interni, pro­tag­o­nista della polit­ica nazionale e leader della Dc in Cam­pa­nia che era stato accusato di asso­ci­azione mafiosa pro­prio con Carmine Alfieri e Anto­nio Bardellino, il fonda­tore dei Casalesi. “Dalla sen­tenza che ha assolto Gava con l’articolo 530 sec­ondo comma, ossia il comma che ha sos­ti­tu­ito la vec­chia insuf­fi­cienza di prove, risulta provato con certezza che Gava era con­sapev­ole dei rap­porti di rec­i­proc­ità fun­zionale esistenti tra i politici locali della sua cor­rente e l’organizzazione camor­ris­tica, nonché della con­t­a­m­i­nazione tra la crim­i­nal­ità orga­niz­zata e le isti­tuzioni locali del ter­ri­to­rio cam­pano”. A gestire lo scam­bio pen­sa­vano quindi altre fig­ure, come il plenipoten­ziario di Gava, Francesco Patri­arca, con­dan­nato con sen­tenza defin­i­tiva e arrestato a Parigi nelle scorse set­ti­mane, o Anto­nio D’Auria “seg­re­tario di Gava che andava a brac­cetto con camor­risti ergas­tolani a cui aveva fatto da padrino di cresima”.Insomma: la polit­ica usa dei diaframmi per non sporcarsi le mani a liv­ello nazionale. Un modo che rende più sicuri gli uomini di gov­erno e sem­pli­fica anche le cose ai boss: più basso il liv­ello, più sem­plice la trat­ta­tiva. E se si passa dalla Cam­pa­nia di Gava ai Casalesi di oggi, che pun­tano sugli espo­nenti region­ali dell’Udeur e dei Ds, si sco­pre che il quadro non è meno inqui­etante. Ma Roberti non entra nel mer­ito delle istrut­to­ria ancora aperte. Rib­adisce la peri­colosità del “rap­porto sinal­lag­matico tra camorra, imp­rese e polit­ica”, che fa pros­per­are tutti: “I politici ottenevano sostegno elet­torale dai clan, tan­genti dagli impred­i­tori e crea­vano con­senso sociale con gli appalti. L’impresa con­quis­tava l’appalto e la tran­quil­lità nei cantieri garan­tita dai boss. La camorra invece por­tava a casa sub­ap­palti, mazzette e il rap­porto con i politici per rag­giun­gere pro­tezioni nelle forze dell’ordine o infor­mazioni sulle inchi­este. Il tutto poi cemen­tato dalle fat­ture false, che offrono occa­sione di rici­clag­gio e per­me­t­tono di met­tere insieme i fondi per pagare politici e boss”. Eccolo il seg­reto dei Casalesi: l’evoluzione del mod­ello mafioso, appreso vent’anni fa quando Anto­nio Bardellino venne affil­iato a Cosa nos­tra, e trasfor­mato in una inar­resta­bile Cosa nuova. Un tri­an­golo d’oro, che fun­ziona senza sparare né minac­ciare. A patto di costru­ire una cortina di silen­zio. Una cortina doppi­a­mente nec­es­saria men­tre si cel­e­brano i pro­cessi, con­dotti e istru­iti dal pm Raf­faele Can­tone, che vedono alla sbarra capi e gre­gari, cassieri e killer. Ma arriva ‘Gomorra’ e la macchina per­fetta dei Casalesi si inceppa: in un anno il libro di Saviano mette sotto i riflet­tori di mezza Europa famiglie fino ad allora igno­rate. “C’è stata un’esplosione di atten­zioni pro­prio nel momento in cui i clan tra processo e affari vol­e­vano il silen­zio. Ma l’evoluzione in senso mafioso, che ha trasfor­mato la camorra casalese in una parte fun­zional­mente ril­e­vante dell’economia non solo cam­pana, ma nazionale, con proiezioni forti anche all’estero, ha deter­mi­nato l’esigenza di tenere bassa l’attenzione su questi inter­essi eco­nomici. E sta cre­ando una rior­ga­niz­zazione interna, con rischi di ten­sioni. Per­ché questa atti­vazione dei media che ha seguito il libro di Saviano ha provo­cato la sprovin­cial­iz­zazione del fenom­eno camorra e l’effetto, temutis­simo per­ché dev­as­tante sugli affari del clan, della caduta di ogni alibi di non conoscenza. Nes­suno ormai, quando gli si pre­senta un impren­di­tore casalese può dire di non sapere, di non sospettare…”. Questa nuova sfida sfugge alle cat­e­gorie con cui i boss cresciuti in cam­pagna inter­pre­tano il mondo. Crea un corto cir­cuito nel loro sis­tema di potere: temono di perdere la fac­cia e con ciò vedere cadere il rispetto che sostiene il loro dominio sul ter­ri­to­rio caser­tano. Ma sanno che usare i Kalash­nikov provocherebbe la mobil­i­tazione dello Stato e farebbe crol­lare i loro inves­ti­menti. “La ten­sione interna ai clan nasce pro­prio dalla neces­sità di tenere bassa l’attenzione sugli affari senza però perdere il con­trollo mil­itare sugli affil­iati. Nel pas­sato recente ci sono stati altri seg­nali di ten­sione, che hanno riguardato persino i boss lati­tanti entrati in con­trasto su scelte strate­giche che com­pren­de­vano anche l’attentato con­tro un mag­is­trato”. Roberti non fa nomi: ma anche allora nel mirino c’era il pm Can­tone. Oggi cosa accadrà? Il procu­ra­tore aggiunto di Napoli non vuole stare a guardare. E per questo invoca “i migliori inves­ti­ga­tori, rin­forzi qual­i­ta­tivi e quan­ti­ta­tivi degli organici delle forze di polizia, uno sforzo eccezionale per la cat­tura dei lati­tanti storici”. Per­ché finora dei Casalesi si è soprat­tutto par­lato, senza che ci fosse una mobil­i­tazione dello Stato per azzer­are il loro impero: i padrini hanno affrontato i prob­lemi giudiziari e quelli gior­nal­is­tici senza che nel loro feudo la loro tran­quil­lità venisse intac­cata. “I Casalesi finora hanno man­tenuto una pax mafiosa, prati­ca­mente senza fatti di sangue. Sanno che l’attenzione per la camorra in genere nasce solo quando si spara. Per cui si fa ricorso a mezzi emer­gen­ziali per elud­ere l’obbligo politico e isti­tuzionale di fron­teggia­rla su piano ordi­nario”. E Roberti poi pro­nun­cia parole amare per un napo­le­tano che ama la sua terra: “Qui non c’è nes­suna emer­genza. La camorra è parte inte­grante della soci­età napo­le­tana e caser­tana, ne cos­ti­tu­isce una delle facce. Bisogna pren­dere atto che questa realtà è parte di noi. Solo così saranno pos­si­bili gli inter­venti strate­gici per combatterla”.