Aumentata la sicurezza nei confronti di Roberto Saviano.

Boss al carcere duro ma insieme nell’ora d’aria

Nel carcere milanese di Opera, Gra­viano e Schi­avone hanno con­di­viso l’ora di “social­ità“
Incon­tri for­mal­mente legit­timi che però hanno allar­mato i mag­is­trati napoletani

di Dario del Porto

Giuseppe Gra­viano

NAPOLI — Gen­naio 2010, pen­iten­ziario milanese di Opera. Due detenuti in regime di carcere duro e in area spe­ciale sono reclusi nello stesso brac­cio dell’istituto. Uno è un feroce capo­mafia con­dan­nato per le stragi del 92–93, l’altro è il padrino di Gomorra. Il primo, il boss di Bran­cac­cio, è appena uscito da tre anni di iso­la­mento ed è reduce dal processo d’appello sul caso Dell’Utri dove ha fatto scena muta, il sec­ondo è in attesa del verdetto della Cas­sazione sul processo “Spar­ta­cus”, quello che potrebbe inflig­gere il colpo di grazia al clan dei Casalesi. Per alcuni giorni, all’inizio dell’anno, il capo­man­da­mento di Cosa nos­tra sicil­iana Giuseppe Gra­viano e il boss di Casal di Principe Francesco Schi­avone sopran­nom­i­nato “San­dokan” hanno con­di­viso l’ora di “social­ità” pre­vista dall’ordinamento per i malav­i­tosi al 41 bis.

Incon­tri for­mal­mente legit­timi, che però hanno allar­mato i mag­is­trati napo­le­tani venuti a conoscenza della cir­costanza durante gli accer­ta­menti dis­posti su un altro, inqui­etante, episo­dio: la scop­erta di una let­tera spedita da Schi­avone pochi giorni dopo la sen­tenza con la quale la Cas­sazione, il 15 gen­naio scorso, aveva messo il tim­bro defin­i­tivo sulle sedici con­danne all’ergastolo pro­nun­ci­ate nel maxi processo “Spar­ta­cus”. Nella mis­siva “San­dokan” invi­tava i famil­iari più stretti a las­ciare il ter­ri­to­rio per­ché, scrive, “sta per arrivare una valanga”. Cosa inten­desse dire, Schi­avone, allu­dendo alla “valanga” in arrivo, non è chiaro. Ma questo rifer­i­mento ha spinto i pm Anto­nio Ardi­turo, Marco Del Gau­dio e Raf­faello Fal­cone, insieme al procu­ra­tore aggiunto Fed­erico Cafiero de Raho, coor­di­na­tore del pool, ad avviare imme­di­ata­mente tutti gli accer­ta­menti di rito. A com­in­ciare dalle ver­i­fiche sui pos­si­bili inter­locu­tori del boss caser­tano. E dai con­trolli è emerso il par­ti­co­lare degli incon­tri con Gra­viano, ospi­tato nella stessa “area spe­ciale” del carcere di Opera dove è tut­tora recluso Schi­avone. Dopo la seg­nalazione della Procura di Napoli invece il boss mafioso è stato trasfer­ito in un altro brac­cio del penitenziario.

Ma a pre­oc­cu­pare gli inquirenti è soprat­tutto la sequenza di episodi appar­ente­mente privi di col­lega­mento avvenuti a breve dis­tanza uno dall’altro. Riepi­loghi­amo: agli inizi di gen­naio Gra­viano, il capo­mafia di Bran­cac­cio ritenuto uno dei pro­tag­o­nisti della più san­guinosa sta­gione di Cosa nos­tra sicil­iana, finisce di scon­tare i tre anni di iso­la­mento diurno che gli erano stati inflitti dopo l’ultima con­danna all’ergastolo e si ritrova a con­di­videre i momenti di “social­ità” pre­visti dalle norme con Schi­avone, il padrino dei Casalesi, la più potente cosca della camorra, ram­i­fi­cata ben oltre i con­fini del ter­ri­to­rio cam­pano; a metà dello stesso mese, il 15 gen­naio, la Cas­sazione con­ferma le con­danne all’ergastolo di “San­dokan” e degli altri capi, detenuti e lati­tanti, del gruppo malav­i­toso nato in provin­cia di Caserta; qualche giorno dopo quel verdetto parte la let­tera con la quale Schi­avone allude alla “valanga” che sta per arrivare.

Messe in fila, le tre tappe fanno riflet­tere. Il caso sarà cer­ta­mente seg­nalato anche al procu­ra­tore nazionale anti­mafia Piero Grasso. Gli inves­ti­ga­tori temono l’inizio di una nuova offen­siva di camorra dopo quella iniziata nella pri­mav­era del 2008 e cul­mi­nata in dician­nove omi­cidi nei con­fronti di impren­di­tori che ave­vano denun­ci­ato il racket, famil­iari di pen­titi, immi­grati. Così è stata nuo­va­mente alzata l’attenzione per pro­teggere i poten­ziali obi­et­tivi di una nuova sta­gione del ter­rore: come Roberto Saviano, lo scrit­tore che nelle pagine di Gomorra ha rac­con­tato la sto­ria del clan dei Casalesi e da anni ormai vive sotto scorta, e come mag­is­trati e gior­nal­isti già rag­giunti in pas­sato da intim­i­dazioni per il loro impegno nella lotta alla cosca campana.