A ripetizione di realismo da Llosa.

Di Rossana Miranda.

Saviano e Llosa a Pietrasanta

L’ ultima uscita ital­iana pub­blica di Mario Var­gas Llosa è avvenuta a Pietrasanta, lo scorso giugno, a Forte dei Marmi. L’occasione era la prima edi­zione di “Anteprime”, il fes­ti­val tar­gato Mon­dadori. La ser­ata con­clu­siva è stata affi­data a Var­gas Llosa che ha poi diviso il palco con Roberto Saviano, arrivato a sor­presa. Erano i giorni delle accuse dei politici di centro-destra alla pub­blic­ità neg­a­tiva di Gomorra. L’autore di “Con­ver­sazione nella cat­te­drale”, che di lì a qualche mese avrebbe vinto un Nobel che non si aspet­tava più, ha ceduto volen­tieri gran parte della scena al gio­vane col­lega, di cui ha letto e apprez­zato Gomorra, dando quasi ragione anche a Berlus­coni, non solo a Saviano: Gomorra è un libro che altera la percezione della realtà, una realtà che però a volte è alter­ata di suo, e mette i bri­v­idi ai tur­isti; ma per­ché usa l’immaginazione per farci aprire gli occhi su qual­cosa che c’è anche se non si vede. L’esatto con­trario del real­ismo magico, che ti fa vedere cose che non ci sono ma noi sen­ti­amo pre­senti. Saviano mostra, ha dimostrato Llosa, quello che c’è e non vedi­amo. Più che real­ismo magico, dunque, real­ismo sucio, real­ismo sporco. Llosa, comunque, a dif­ferenza di tanti altri scrit­tori amer­i­cani, spesso legati a regimi come quello cubano, ha dato ampio spazio al suo gio­vane col­lega, difend­en­dolo “da destra”, da lib­erale, e amichevol­mente, da col­lega a col­lega. Fre­quen­ta­tore dello stesso club, quello delle penne arrab­bi­ate. Il mod­ello d’impegno? Non i pro­fes­sion­isti dell’impegno che par­lano di tutto, come Hugo con le sue prediche tron­i­tu­anti; ma Balzac, il reazionario che con la sua com­me­dia umana ha crit­i­cato la soci­età con­tem­po­ranea. O Joyce, che ha scritto la Bib­bia della novella mod­erna che è stata ban­dita dall’Irlanda per mezzo sec­olo. E ora il Bloom’s day è diven­tato persino un giorno di festa, un’attrazione tur­is­tica. LIosa e Saviano sono stati inter­vis­tati sul palco da Ernesto Franco, diret­tore edi­to­ri­ale dell’Einaudi e stu­dioso della let­ter­atura lati­noamer­i­cana (ha curato la Pléi­ade con tutti i rac­conti di Julio Cortàzar). Il punto cen­trale, del dis­corso di Llosa a Pietrasanta, è la neces­sità di una let­ter­atura crit­ica ma non nec­es­sari­a­mente impeg­nata e, anzi, tanto più effi­cace nel rad­i­cal­iz­zare la crit­ica alla realtà che rap­p­re­senta quanto più è aut­en­tica la sua scrittura.

il nobel Mario Var­gas Llosa

«La let­ter­atura è sem­pre crit­ica, a pre­scindere dalle inten­zioni dell’autore. Un buon scrit­tore, attra­verso le sue fan­tasie, le sue osses­sioni, il suo essere uomo fino in fondo, crea un’opera crit­ica se svela una neces­sità pro­fonda. Pren­di­amo le opere stra­or­di­narie di Balzac. Non era un ribelle, un critico della soci­età francese della sua epoca, anzi, aveva idee piut­tosto con­formiste sul piano politico, che oggi potremmo definire reazionarie. Eppure scriveva sto­rie di grande sen­si­bil­ità, intu­izione, si immedes­i­mava nei suoi con­tem­po­ranei che si sen­ti­vano vit­time di frus­trazioni e ingius­tizie. La Com­me­dia umana è un grande mod­ello di let­ter­atura crit­ica, anche se è una rac­colta di romanzi, che descrivono la crudeltà dei val­ori della borgh­e­sia che sfrutta la sua posizione polit­ica e sociale. Anche Faulkner non è mai stato politico, né un anal­ista della polit­ica, ma la sua saga è crit­ica verso la soci­età con­tem­po­ranea, la vorac­ità i pregiudizi razz­iali che aumen­ta­vano il divario delle classi. Non è nec­es­sario che uno scrit­tore sia a tutti i costi un critico, ma deve essere aut­en­tico. Se scrivo con aut­en­tic­ità allora la mia immag­i­nazione colpirà il cuore dei let­tori e gra­zie a questo, con la costruzione della mia visione del mondo, con la strut­tura della nar­razione, com­muoverò e sedurrò e quindi». L’errore che spesso viene com­pi­uto, su cui Varga Llosa mette in guardia, riguarda però i set­tori dove la let­ter­atura sem­bra spe­cial­iz­zarsi in una con­tinua messa in ques­tione della realtà. Una crit­ica per­ma­nente e forse pre­con­cetta. «Sarebbe un grande errore con­tin­u­ava Uosa nel suo dis­corso a Pietrasanta –pen­sare che la let­ter­atura crit­ica è let­ter­atura dotata di crit­ica sociale o polit­ica. Sono spazi pic­coli, rispetto allo spazio in cui agiamo come esseri umani. Ci sono molti ambiti della vita, fuori dal sociale e dalla polit­ica, come quello per­son­ale, dove la let­ter­atura opera criti­ca­mente. Noi esseri umani siamo in una con­dizione trag­ica, abbi­amo una sola vita ma i nos­tri desideri ci fanno desider­are più vite. Il vuoto è scop­erto e col­mato da un arti­fi­cio, la let­ter­atura, che ci fa vivere molte vite, ci dà molte espe­rienze che nella vita reale non potremmo avere. E questo ci fa con­sid­er­are pic­cole e povere le nos­tre vite. E provi­amo l’infinita mer­av­iglia delle vite diverse attra­verso la let­ter­atura. In questo, la let­ter­atura è pro­fon­da­mente crit­ica per­ché ci fa capire quando la nos­tra realtà sia pic­cola e allo stesso tempo colma il vuoto che gen­era». Questo deside­rio, app­a­gato solo in parte da una fan­ta­sia che ci sti­mola sem­pre di più, fasi che la let­ter­atura, come disse nel suo inter­vento a Cara­cas nel 1967, alla pre­senza dell’amico/nemico Gar­cía Màrquez, sia fuoco. «Sig­nifica anti­con­formismo e ribel­lione; la ragion d’essere dello scrit­tore è la protesta, la con­trad­dizione e la crit­ica», disse. A Pietrasanta è tor­nato sul tema, sti­mo­lato da Ernesto Franco. «Per­ché la let­ter­atura è fuoco? Non a caso ogni regime esercita oltre al con­trollo sulla vita di tutti gli esseri umani il con­trollo sulla parola, sulla let­ter­atura. Sia essa una dit­tatura reli­giosa, mil­itare, ide­o­log­ica. La prima cosa che fanno è il con­trollo, la cen­sura sulla parola, anche se parla di fan­ta­sia, amore, avven­tura. Per­ché? Per­ché è così anod­ina e benigna in apparenza provoca insod­dis­fazione pro­fonda nei let­tori. Dopo che usci­amo dalla let­tura di un libro let­ter­ario e tor­ni­amo a questa realtà siamo più equipag­giati per ti real­iz­zare tutto quello che manca nel mondo per essere felice nel mondo». La let­ter­atura, aggiunge Llosa, «deve aumentare l’immaginazione ma anche aprire gli occhi. Far crescere l’esperienza e la coscienza». A Var­gas Llosa, che è da sem­pre critico verso le sin­istre rad­i­cali, come quella di Cas­tro e Chavez, il libro di Gomorra, al cen­tro degli attac­chi del cen­trode­stra, ha fatto esat­ta­mente questo effetto. Alter­azione della realtà, attra­verso una fan­ta­sia aut­en­tica che gli ha aperto gli occhi.

Saviano ad “Anteprime”

«Quando lessi Gomorra ero a Napoli rac­conta facevo il tur­ista, ero felice, andavo in giro in una città piena di vita, sapori, col­ori, dip­inti, palazzi. E man mano che vis­i­tavo Napoli e ammi­ravo queste cose mer­av­igliose, leggevo il libro di Saviano, che mi affasci­nava sem­pre di più. Quasi mio mal­grado. E ho iniziato a provare paura per­ché in mezzo a tanta bellezza, inte­ri­or­iz­zavo però quella vio­lenza che leggevo nel libro. Era come se questa vio­lenza mi colpisse con dei pugni al basso intestino, la città allora faceva da sfondo alle nar­razioni san­guino­lente di Gomorra. Credo che chi­unque l’ha letto può capirmi, per me Napoli non sarà mai più la stessa. Resterà sia la città di sapori e col­ori e dip­inti sia la città sin­is­tra, piena di sto­rie orri­bile di vio­lenza che lui ha nar­rato, di cui sono vit­time molte per­sone. Questa è la prova della grandezza dell’opera let­ter­aria che può arric­chire l’esperienza di un let­tore». Quando Saviano ha par­lato delle critiche cui è stata sot­to­posta la sua opera, per­ché fori­era di cat­tiva pub­blic­ità all’Italia, Llosa, che pure ha tes­ti­mo­ni­ato come quel libro influenzi la percezione della città, per un tur­ista, l’ha iscritto nel club dei let­terati veri. «Vor­rei tran­quil­liz­zare Roberto e dirgli che essendo accusato di calun­niare il suo paese è entrato in un club dove sono rap­p­re­sen­tati i più grandi scrit­tori della let­ter­atura. Flaubert, che fu con­dan­nato per aver scritto Madame Bovary, accusato di scri­vere un romanzo che den­i­grava la donna francese. Baude­laire, altro grande orgoglio francese, il più grande poeta del XIX sec­olo, con­dan­nato per poe­sie che oggi gli sco­lari francesi appren­dono nella scuola pri­maria. E James Joyce, con­dan­nato per aver scritto l’Ulisse, che è la Bib­bia della novella mod­erna. Libro che è stato proibito per 50 anni, ma oggi l’Irlanda è così orgogliosa che ha dichiarato giorno di ferie il Bloom’s day. Roberto, sei davvero in buona com­pag­nia». C’è invece una figura intel­let­tuale, francese, grande, cui non bisogna assomigliare, sec­ondo Var­gas Llosa. Vic­tor Hugo. «Lo scrit­tore ha l’obbligo di essere aut­en­tico, di seguire le sue incli­nazioni, sec­ondo la cor­rente o con­tro la cor­rente, ma in maniera aut­en­tica. La let­ter­atura è un’arte, costruzione di una sto­ria, com­p­lessa o banale, super­fi­ciale o pro­fonda, ma non è la sua inten­zione a deter­mi­narne il suc­cesso o il fal­li­mento. Deve puntare all’impossibile per arric­chire l’esperienza dei con­tem­po­ranei e non deve mai essere, o fin­gere di essere, ciò che non è. Si sbagli­ava, nel XIX sec­olo, quando si diceva che se uno scrit­tore ha tal­ento deve avere una risposta a tutto. Non bisog­nava fare come Vic­tor Hugo che non parlava, ma tuon­ava, pred­i­cando. Lo scrit­tore ha il diritto di sbagliare, di essere imper­fetto, purché lo fac­cio mostrando la sua aut­en­tica per­son­al­ità, met­tendo a nudo il suo io».