GOMORRA” sulla scena, recitando di vita e di morte.

Un ragazzo di ven­ti­sei anni prende un treno di notte: dalla Cam­pa­nia vuole arrivare in Friuli, per­ché ha qual­cosa sulla vita da dire urgen­te­mente a un morto.

di Katia Ippaso

Per far questo non ha bisogno di nes­suno, ci va solo, pure se è una notte di inverno di quelle gelate che ad un altro– un altro qual­si­asi che non sia questo ragazzo di ven­ti­sei anni in fiamme per l’amore (verso la sua terra ) e l’odio (con­tro la camorra)- avrebbe messo una ter­ri­bile mal­in­co­nia addosso. Al cimitero di Casarsa, di fronte alla tomba di Pier Paolo Pasolini, il ragazzo è venuto a recitare una strana preghiera,il mantra di un com­bat­tente che al posto del kalash­nikov ha imbrac­ciato la parola :“Con i pugni stretti fino a far entrare le unghie nella carne del palmo … iniziai ad arti­co­lare l’io so del mio tempo. Io so e ho le prove”. E’ un episo­dio di GOMORRA il libro di Roberto Saviano (900mila copie ven­dute) un pezzo di auto­bi­ografia che in qual­si­asi altro con­testo sarebbe sem­brato sto­nato. Tranne che nel romanzo-reportage di un figlio dis­ub­bi­di­ente di questa Italia feroce, deviata,criminale, un testimone-scrittore che oggi, a soli 28 anni vive sotto scorta e che,a dif­ferenza di tanti intel­let­tuali “da cam­era”, si è messo vera­mente sulla stessa “linea di fuoco” di Pasolini (odi­ato da vivo quando faceva i nomi, cel­e­brato da morto quando non poteva più par­lare). Una linea imper­via, “antipat­ica” inca­pace di medi­azioni, preferita dal reg­ista Mario Gelardi che ha appena debut­tato con GOMORRA al Ridotto del Teatro Mer­cadante di Napoli (in scena fino al 18 novem­bre). Scritto insieme allo stesso Saviano (che non può pre­sen­tarsi in teatro a causa delle minacce di morte, ma come un fan­tasma è apparso nel corso di una prova, per farsi scioc­care da un’emozione che forse non si aspet­tava neanche lui), lo spet­ta­colo riac­cende le luci sul “teatro di parola”, sul “rito cul­tur­ale” di cui Pasolini stesso parlava quando scriveva il suo man­i­festo, nel 1968. Di qui la scelta di avere il per­son­ag­gio dello stesso Roberto Saviano in scena, nella figura di Ivan Cas­tiglione, per­fetto alter ego dello scrit­tore, con la sua cam­mi­nata veloce e leg­gera, la par­lata diretta,chiara, addo­lorata e non impau­rita, in grado di farci vedere l’ostinazione dell’insonne in battaglia, la soli­tu­dine rumor­osa di chi è in ascolto e solo dopo aver ascoltato, parla e scrive.
Saviano dice che il teatro era nel des­tino di GOMORRA, per­ché è a teatro che ancora gli esseri vivi incon­trano altri esseri vivi per cer­care insieme le ver­ità dietro le forme della men­zogna. Nello spet­ta­colo, recitato con un real­ismo impres­sio­n­ante da tutti gli attori, la parola arriva come una scaz­zot­tata, una botta di freddo seguita da un improvviso calore che ti porta a sudare.

Questo accade per­ché le scene si risolvono essen­zial­mente in azioni fisiche, in qualche caso minac­ciose, vio­lente, come è la vita di questi ragazzi che Castiglione/Saviano incon­tra per il suo reportage all’inferno, sen­ten­dosi come “uno di loro”. Pikachu (Francesco Di Leva) da grande vuole fare il boss,e quindi possedere supermercati,negozi,fabbriche,vuole com­prare donne, e poi vuole morire, “ma come muore uno vero, uno che comanda vera­mente. Ammaz­zato”. Mar­i­ano (Anto­nio Ian­niello) è fis­sato con il signor Kalash­nikov, anche se quel mitra inven­tato dal russo ha fatto più vit­time della bomba atom­ica. Stake­holder (Giuseppe Miale di Mauro) che ha stu­di­ato alla Boc­coni, si è spe­cial­iz­zato nello smal­ti­mento e nel rici­clo dei rifiuti tossici. E’ uno dei nuovi pic­coli sig­nori dell’apocalisse (sug­gerita dalle immag­ini che su uno schermo dis­til­lano mac­chie di gri­gio e di rosso). Non c’è vita sulla terra neanche per Pasquale (l’innocente Ernesto Mahieux) che ha cucito per poche centi­naia di euro un abito sped­ito poi in gran seg­reto dai “padroni“ad Hol­ly­wood per­ché Angelina Jolie lo indos­sasse alla notte degli Oscar. C’è infine Kit Kat (Adri­ano Pan­ta­leo) il più piccolo,uno dei cor­ri­eri della droga che tutti vor­reb­bero pro­teggere ma lui non spara mai per primo e allora così si finisce ammaz­zati. La sua morte è con­sumata fuori scena, com­men­tata dal pianto rab­bioso di Pikachu. Persino nella scena più dram­mat­ica si nega la catarsi. A questi ragazzi non inter­essa sedurre quanto rac­con­tare l’immateriale linea dei soldi, la mostru­osa forza impren­di­to­ri­ale che fa molti più morti di quelli che si vedono nelle strade della provin­cia di Napoli (3700 dal ‘79 ad oggi). Accadeva anche nel libro. Saviano non è affas­ci­nato dai suoi nemici,non li rende epici, come ha fatto quasi intera­mente la let­ter­atura di soggetto mafioso dal “Padrino” in poi. Se Totò Riina è capace di stare seduto due ore nella sua cella a con­tem­plare la fic­tion che narra la giovinezza sua e di Proven­zano, per con­tro mai nes­sun camor­rista entr­erà in teatro a vedere GOMORRA senza desider­are di spac­care tutto. “Vengo da una terra in cui inseg­nano ai ragazzi che vita e morte sono la stessa cosa-dice il per­son­ag­gio di Saviano alla fine dello spet­ta­colo– Ma io so che vita e morte non sono la stessa cosa e che fino al ter­mine di questa notte pros­eguirò questo viag­gio. Non dat­evi pace”.