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	<title>Roberto Saviano</title>
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		<title>Cocaina al tempo dello spread</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 08:22:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Antitaliano]]></category>

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		<description><![CDATA[14 maggio 2012. Su 'l'Espresso' Roberto Saviano raccoglie l'eredità di Giorgio Bocca. E racconta l'Italia da antitaliano. Ecco la sua prima rubrica: sul linguaggio delle prostitute, cifrato, per parlare di soldi e di droga]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Di Roberto Saviano.</em></p>
<p><em>Su ‘l’Espresso’ Roberto Saviano raccoglie l’eredità di Giorgio Bocca. E racconta l’Italia da antitaliano. Ecco la sua prima rubrica: sul linguaggio delle prostitute, cifrato, per parlare di soldi e di droga</em></p>
<p><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/05/jpg_2180629.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8614" title="jpg_2180629" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/05/jpg_2180629.jpg" alt="" width="220" height="128" /></a>Sembra impossibile che nell’era di massima velocità della comunicazione, di una comunicazione che sembra chiara, trasparente, velocissima, possano esistere codici incomprensibili. Parole che sembrano dire qualcosa di sensato, ma che in realtà comunicano tutt’altro.</p>
<p>Qualche giorno fa ho provato a interpretare una lettera cifrata, inviata in carcere al boss casalese Michele Zagaria. In quel testo, con molta probabilità, “sfogliatelle” stavano per tangenti e appalti; “teatro” e “orchestrali” per parlamento e politici. Anche Bernardo Provenzano ha utilizzato codici per i pizzini che inviava e riceveva. Nomi e cognomi venivano indicati attraverso numeri: “…mi sono visto con la persona interessata 512151522 191212154 e siamo rimasti che dopo le feste ci dovevamo incontrare per discutere…”. Gli inquirenti hanno scoperto che la lettera A corrispondeva al numero 4, B a 5, C a 6 e così via.</p>
<p>La criminalità organizzata ha necessità di mantenere i suoi codici, spesso semplici, rudimentali, facili da interpretare: non devono nascondere informazioni, ma impedire che possano diventare la prova di un reato. Quindi, se disambiguando questi codici non possiamo incastrare i criminali, a cosa serve parlarne? Serve. Dietro ogni codice c’è una realtà che non vuole mostrarsi. E che molto spesso nessuno vuole scrutare. Letture criptiche di un’altra Italia rifiutata, che invece è architrave della nostra quotidianità.</p>
<p>Analizzando i codici propri del mondo della prostituzione, per esempio, possiamo capire quanto sia cambiato il mercato della droga. Come sempre accade nelle fasi di crisi economica, il consumo di cocaina sta dilagando nel nostro Paese. Potrebbe sembrare incoerente, persino contraddittorio, ma è proprio in queste tempeste che i progetti a lungo termine perdono senso e il poco denaro che sfugge alle necessità viene bruciato per cancellare ogni preoccupazione.</p>
<p>Con la domanda di coca che cresce, le reti di spaccio hanno bisogno di canali più sicuri, diversi dalla strada. Ecco perché le prostitute vengono utilizzate per diffondere coca. Nelle grandi città soprattutto del Centro-Nord, il racket della prostituzione, sia etero che gay, è gestito dalle organizzazioni romene: le mafie italiane da decenni non si sporcano le mani con le lucciole, ma tassano chi se ne occupa. Il meccanismo è rodato: vai con la prostituta e prendi coca. Nessuna fatica a cercare il pusher, nessun rischio di essere fermato in un giardinetto dalla polizia. Ed è qui che entrano in gioco i codici. Un esperimento semplice è quello di capire cosa si celi dietro le inserzioni delle squillo. “Bella ragazza. Per 250 rose fa tutto. Ambiente climatizzato”. Oppure “Per 200 rose. Una coppa di champagne. Baci”. Le rose sono il prezzo in euro; “ambiente climatizzato” e “coppa di champagne” invece sono l’optional che accompagna il sesso: la cocaina. Proprio utilizzando queste ragazze per lo spaccio, la malavita romena si è fatta largo in un settore che le mafie italiane le avevano precluso: il narcotraffico. Ed ecco che l’universo della prostituzione si palesa per quello che sta diventando, ovvero la nuova rete della droga.</p>
<p>Volersene occupare non significa chiudere gli occhi su altre priorità, ma portare luce su argomenti che in Italia sono coperti da silenzio assoluto. Prostituzione, spaccio e consumo di droghe sono considerati spazzatura da relegare alle carceri e non ai pubblici dibattiti. Oggi una prostituta può svelare molti più particolari sulle reti della coca rispetto a uno spacciatore di Scampia. E con una telefonata a uno dei numeri che appaiono sui siti di accompagnatrici, vai oltre lo specchio, entri in labirinti di codici e proposte e non capisci come sia stato possibile aver avuto tutto davanti senza essertene mai accorto. Sembrano dettagli da cronaca nera, narrazioni da suburra. Ma non è così. Parole e strutture si stanno trasformando. Soprattutto in questo momento, mentre la crisi rivoluziona il sistema dell’economia e la vita di tutti, guardare in queste ferite è spesso più necessario che comprendere gli andamenti dello spread.</p>
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		<title>Quello che (non) ho:  14 — 15 — 16 maggio su La7.</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 09:05:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[homepage]]></category>

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		<description><![CDATA[18 aprile 2012. Quello che (non) ho: il 14 - 15 - 16 maggio su La7. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/definitiva-facebook-QCNH.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-8574" title="Quello che (non) ho" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/definitiva-facebook-QCNH-288x288.jpg" alt="" width="288" height="288" /></a></p>
<p><strong>Quello che (non) ho</strong> 14 — 15 — 16 maggio su La7.</p>
<p>Mandateci le vostre parole <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.la7.it/quellochenonho/nuvola/?gclid=CMy6wNrp_a8CFUPxzAodunXdGA" target="_blank">qui.</a></span></strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Partecipare è politica</title>
		<link>http://www.robertosaviano.it/rassegna/partecipare-e-politica-2/</link>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 14:08:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rassegna]]></category>
		<category><![CDATA[Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[L'Unità, 7 maggio 2012. «A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all'1% che governa il pianeta.. Io candidato? Non è il mio mestiere».]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>«A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all’1% che governa il pianeta.. Io candidato? Non è il mio mestiere».</em><br />
Di Federica Fantozzi.</p>
<div id="attachment_8602" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/05/4124082410.jpg"><img class="size-medium wp-image-8602" title="Roberto Saviano" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/05/4124082410-460x182.jpg" alt="" width="460" height="182" /></a><p class="wp-caption-text">Roberto Saviano</p></div>
<p><strong>Nel mondo la crisi economica ha creato nuove forme di proteste sociali. Roberto Saviano, lei è stato a Zuccotti Park e ha detto ai ragazzi di «Occupy»: «Voi state ponendo le basi di un nuovo umanesimo» invitandoli a lottare per un mondo migliore. Questi movimenti di giovani che chiedono redistribuzione di ricchezze e opportunità sono in grado di cambiare il sistema? O sono solo sintomo di impotenza delle istituzioni di fronte ai mercati?</strong><br />
«Questi movimenti sono una molteplicità. Vogliono partecipare, condividere le loro esperienze. Sanno individuare ed esprimere le difficoltà di funzionamento della democrazia durante la crisi economica. Sono così compositi che un’istanza non esclude l’altra. A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all’1% che governa il pianeta. Insieme per affermare la loro presenza e proporre soluzioni. Potrebbero dare un forte contributo di innovazione ai meccanismi democratici. Soprattutto se si smettesse di etichettare le manifestazioni che nascono dal basso e si autogestiscono come populismi da temere. La democrazia è partecipazione o non è. Sempre: non solo nelle sedi istituzionali. Occupy Wall Street è un laboratorio: non ha leader né società perfette da edificare. Ma proposte di volta in volta. È qualcosa di radicalmente nuovo e incredibile. E sono fiero di avervi preso parte».</p>
<p><strong>Ma come può concretizzarsi il loro contributo? Sono possibili sinergie con la politica tradizionale? Se finora non è avvenuto è perché i partiti hanno paura del nuovo? O perché queste forme di protesta restano individualiste, capaci di promuovere ribellione ma non comunità?</strong><br />
«Bisogna intendersi sul significato di “comunità politica”. Fa politica chi si organizza, ha un programma e dialoga. Non facciamo l’errore di considerare “comunità politica” la “partitocrazia”. Queste nuove forme di protesta non promuovono solo ribellione né vivono in una dimensione solipsista. Piuttosto, ci si concentra poco su come i media raccontino queste esperienze e in generale la democrazia. La politica e la relativa comunicazione sono improntate a un’analisi “personalistica” della realtà. È una scorciatoia descrivere un movimento di massa attraverso il suo leader, la sua “facciata”. Ma il prezzo, in termini di capacità di comprensione delle reali dinamiche, è altissimo. Io non temo i populismi e non demonizzerei i movimenti così etichettati. Proverei piuttosto a studiarne la genesi, a capire su chi e perché fanno presa. A riflettere sulle responsabilità e sulla chiusura della politica istituzionale che non li riconosce come cittadini ed elettori. In passato mi sono occupato della Lega. Il populismo è spesso all’interno del Parlamento, non fuori, e se consente il mantenimento di equilibri consolidati viene blandito e assecondato».</p>
<p><strong>Questi movimenti rilanciano anche il tema dell’essere giovani nelle società occidentali che invecchiano. In Italia lo scarto tra le aspettative e le opportunità dei ragazzi è allarmante. Come può rinascere fiducia se le generazioni future vivranno peggio delle precedenti?</strong><br />
«Dirò qualcosa di impopolare. Posto che la situazione per gli italiani è difficilissima, forse vivremmo questa fase in modo diverso analizzando con onestà gli anni pre– crisi. Non faccio sconti alla classe politica, ma non porta a nulla caricarla ora di ogni responsabilità, poiché i cittadini non hanno assolto alla funzione di controllori, fondamentale per il buon funzionamento di un Paese democratico. C’è una tendenza quasi da revisionismo storico — o meglio economico — ad azzerare responsabilità personali. Non possiamo più nasconderci dietro “le cose andavano così”: siamo stati testimoni di sistemi iniqui che sapevamo ci avrebbero portato allo sfascio. Da questa “omertà” nessuno è immune. Sento dire spesso che chi lavora è raccomandato. In una società corrotta come la nostra succede, ma chi si è sempre impegnato vive dignitosamente. Preferisco pensare che noi vivremo meglio dei genitori: la loro società era più conformista di quella che costruiremo mettendoci in gioco. Saranno le volontà degli individui a disegnare il volto del nostro Paese nei prossimi anni».</p>
<p><strong>È possibile costruire reti di solidarietà umana in una società sempre più individualizzata? La sinistra non può vivere senza una dimensione solidaristica, non può ridursi a puro linguaggio.</strong><br />
«Io credo nell’individuo, ma non l’ho mai contrapposto alla comunità. Anche il ruolo dei partiti sarà cruciale. Ci penso quando rifletto sul concetto di “corpi intermedi”. Se non si fa corpo intermedio, un partito è condannato a essere oligarchia. E le oligarchie, nella storia, hanno sempre fatto una fine indegna. Ma i partiti non sono gli unici momenti di mediazione tra cittadino e governo. Ogni momento aggregante della partecipazione degli individui afferma un’idea solidaristica della società. E questo non riguarda solo la sinistra. Fare rete vuol dire farsi portatore del meglio, non difendere diritti di rendita. Invece le uniche reti che si ritiene necessario mantenere sono in difesa non di diritti ma di prassi consolidate se non privilegi, oggi fuori tempo massimo».</p>
<p><strong>I partiti sono al minimo storico della popolarità, indeboliti da inchieste giudiziarie sull’uso spregiudicato di soldi pubblici e dall’incapacità di auto-riformarsi, ma anche da un sistema che premia il populismo. Lei ha scritto che la rivoluzione non le fa venire in mente «uomini nuovi» né fucilazioni bensì Gobetti: tutti partecipi di un unico Paese e destino. Cosa vede nel futuro prossimo dell’Italia?</strong><br />
« La “partitocrazia”, abusi e sprechi, non sono frutto di accuse infondate. Non sono cause ma effetti di un sistema economico e democratico che non funzionava. Se non ce ne rendiamo conto, il futuro non sarà diverso dal passato. Se attribuiamo responsabilità solo alla politica continueremo a deresponsabilizzarci come cittadini e a ritenere inutile vigilare. Poi, i partiti hanno le loro responsabilità e molti non li ritengono in grado di autoriformarsi».</p>
<p><strong>Lei, con le parole, si è battuto contro i corollari del governo Berlusconi: la macchina del fango, la legge bavaglio, la contiguità con zone grigie di illegalità. E ha rivendicato il diritto di «sognare un’Italia pulita e libera». Con il governo Monti quanto sono cambiate le cose?</strong><br />
«Sono cambiate moltissime cose. Ma è ancora il passato, nelle sue innumerevoli nefandezze, a restituirci la cifra del presente. Restano cose cruciali da fare. Ma sarebbe disonesto giudicare il governo colpevole di non aver portato a termine un cambiamento generale della società, dato che il Parlamento non è cambiato».</p>
<p><strong>Il governo tecnico: badante per l’Italia convalescente dal berlusconismo o sconfitta della politica?</strong><br />
«Entrambe le cose. Sarebbe interessante capire il ruolo dei cittadini in tutto ciò. A volte sembrano spettatori, forse telespettatori, tifosi. L’espressione “scendere in campo” ha proprio questo obiettivo. Il politico agisce, i cittadini tifano, per lo più fischiano. È la sconfitta della politica».</p>
<p><strong>Farebbe mai politica in prima persona?</strong><br />
«Mai. Non è il mio mestiere e l’Italia è un Paese complicato. Non è una strada che fa per me. Continuerò a studiare, ricercare, scrivere, comunicare, diffondere. Politica si può fare anche così, senza candidarsi, partecipando. Cercando di fare bene il proprio mestiere».</p>
<p><strong>La vittoria francese di Hollande può cambiare volto all’Europa e dare una prospettiva diversa anche all’Italia?</strong><br />
«Non so. È tempo che la politica italiana si dia una prospettiva diversa. Sono sincero: parlo soprattutto alla sinistra. Da anni, questa esterofilia di facciata, questa acritica adesione a modelli stranieri (che data la velocità con cui si rinnegano, sembra superficiale), ha sollevato la sinistra dalla ricerca di un’identità. Bisogna rendersi conto di cosa pensano gli italiani, di cosa sono — siamo — diventati. Con tutti gli scandali sui rimborsi elettorali, poi ci sono sedi periferiche di partito che non hanno i soldi per l’affitto. Altro che modello francese, tedesco, inglese. Studiare la realtà calabrese, campana, lucana. Studiare. Tanto più che in Francia chi ha vinto davvero è Marine Le Pen».</p>
<p><strong>Nel dibattito pubblico la cronaca giudiziaria e la competizione tra leader politici hanno più spazio delle questioni sociali. Secondo lei è la via giusta?</strong><br />
«In un Paese con un premier plurinquisito era inevitabile. Ora sta ai media assumersi la responsabilità di scegliere le priorità».</p>
<p><strong>Sta per cominciare su La 7 la sua trasmissione «Quello che (non) ho» con Fabio Fazio. Cosa in questo momento non ha l’Italia?</strong><br />
«L’elenco è lungo. Non ha più unità. Divisa, spezzata, disomogenea. Un Paese che invita risorse e talenti a fuggire. Poi l’Italia ha una capacità: un’immensa comunità di emigrati in ogni angolo del mondo. Bisogna tornare in relazione con loro».</p>
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		<title>Le copertine dei giornali.</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 09:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutte le copertine dedicate a Roberto Saviano.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/rcs_sette/' title='&quot;Sette&quot;  - maggio 2012'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/01/rcs_sette-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="&quot;Sette&quot;  - maggio 2012" title="&quot;Sette&quot;  - maggio 2012" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/vf3media-2/' title='Vanity Fair - Gennaio 2012'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/07/vf3media-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Vanity Fair - Gennaio 2012" title="Vanity Fair - Gennaio 2012" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/cover_marzo_9852/' title='Wired marzo'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/07/cover_marzo_9852-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Wired marzo" title="Wired marzo" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/sette-copia/' title='sette '><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/07/sette-copia-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Sette" title="sette" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/cover-jpg/' title='Vanity Fair Saviano'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/07/COVER-jpg-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Vanity Fair" title="Vanity Fair Saviano" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/copertina_giugno/' title='Stilos Giugno'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/copertina_giugno-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Stilos Giugno" title="Stilos Giugno" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/saviano_il-venerdi001-copia/' title='Il venerdì'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/saviano_il-venerdi001-copia-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Il Venerdì" title="Il venerdì" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/venerdi/' title='venerdì'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/venerdì-60x60.png" class="attachment-thumbnail" alt="" title="venerdì" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/pa01cop-3euro-indd/' title='Panorama'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/panorama-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Panorama" title="Panorama" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/espressosaviano/' title='L&#039;Espresso'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/espressosaviano-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="L&#039;Espresso" title="L&#039;Espresso" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/cover-381/' title='Internazionale'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/cover-381-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Internazionale" title="Internazionale" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/22921b72ef550f23a70ee2e85354b89d/' title='Rolling Stone'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/22921b72ef550f23a70ee2e85354b89d-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Rolling Stone" title="Rolling Stone" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/arton1855/' title='l&#039;espresso'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/arton1855-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="L&#039;espresso." title="l&#039;espresso" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/corriere_magazine_saviano-jpg/' title='Corriere della Sera Magazine'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/Corriere_Magazine_Saviano.JPG-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Corriere della Sera Magazine" title="Corriere della Sera Magazine" /></a>
<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/le-copertine-dei-giornali/attachment/pulp_62/' title='Pulp'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2010/02/pulp_62-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Pulp" title="Pulp" /></a>

<p>Tutte le copertine dedicate a Roberto Saviano.</p>
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		<title>Quello che (non) ho. Mandateci le vostre parole.</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 08:40:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[homepage]]></category>

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		<description><![CDATA[La 7, 29 aprile 2012. Roberto Saviano e Fabio Fazio spiegano come il pubblico potrà intervenire a Quello che (non) ho. Mandateci le vostre parole.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.robertosaviano.it/gallery/video/quello-che-non-ho-mandateci-le-vostre-parole/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Roberto Saviano e Fabio Fazio spiegano come il pubblico potrà intervenire a Quello che (non) ho.</p>
<p>Mandateci le vostre parole.</p>

<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/video/quello-che-non-ho-mandateci-le-vostre-parole/attachment/immagine-1-22/' title='Immagine 1'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/Immagine-1-60x60.png" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Immagine 1" /></a>

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		<title>Così la camorra parla in codice la lettera in carcere al boss Zagaria.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 07:39:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[homepage]]></category>

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		<description><![CDATA[La Repubblica, 27 aprile 2012. Le “sfogliatelle” sono tangenti e appalti. Il Parlamento diventa “teatro” e i politici “orchestrali”. Ecco i messaggi, tra allusioni e metafore, della missiva inviata all'ultimo capoclan dei casalesi. I camorristi, come già Provenzano con i pizzini, ritengono più sicuro usare un complesso e misterioso sistema di comunicazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le “sfogliatelle” sono tangenti e appalti. Il Parlamento diventa “teatro” e i politici “orchestrali”. Ecco i messaggi, tra allusioni e metafore, della missiva inviata all’ultimo capoclan dei casalesi. I camorristi, come già Provenzano con i pizzini, ritengono più sicuro usare un complesso e misterioso sistema di comunicazione<br />
di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_8580" class="wp-caption aligncenter" style="width: 254px"><em><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/010735263-4fac8477-c9fa-41ed-9989-77156796f91a.jpg"><img class="size-medium wp-image-8580" title="Michele Zagaria" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/010735263-4fac8477-c9fa-41ed-9989-77156796f91a-244x288.jpg" alt="" width="244" height="288" /></a></em><p class="wp-caption-text">Michele Zagaria</p></div>
<p><em><br />
</em></p>
<p>“CARO ZIO, so che hai cose molto più importanti di stare ad ascoltare me ma penso che anche questa piccola soddisfazione può aiutarti ad affrontare questo momento di ingiustizia che ti opprime e sai che mi è difficile parlare con te”. Così comincia la lettera inviata una ventina di giorni fa a Michele Zagaria, l’ultimo capoclan dei casalesi arrestato dopo decenni di latitanza.</p>
<p>Il boss è detenuto in regime di carcere duro a Novara. Chi ha scritto sapeva che il testo sarebbe stato intercettato e sapeva che aveva poche probabilità di essere letto dal detenuto, ma l’ha inviato ugualmente. Il linguaggio è sibillino e allusivo, una vera e propria costruzione di messaggi cifrati. Sembra parlare di cose di nessuna importanza “gli amici partono per le vacanze, sembravano Totò a Milano, siamo andati a teatro a vedere la norma…”.</p>
<p>Può accadere che a volte persino il destinatario non capisca sino in fondo cosa stia dicendo la missiva: la capirà col tempo, magari leggendo un articolo, vedendo compiersi una condanna, un evento. I camorristi devono costruire un sistema di comunicazione misterioso e complesso per evitare che possa essere usato contro di loro in tribunale.</p>
<p>Vogliono che non sia dimostrabile da un pm che una frase equivalga, per esempio, a un ordine di morte. Insomma usano parole, allusioni, metafore che molto difficilmente potrebbero essere oltre ogni ragionevole dubbio svelate in un processo. La Procura Antimafia di Napoli ha ritenuto attendibile questa lettera che è forse la sintesi massima finora mai vista della comunicazione tra boss.</p>
<p>Qui provo a tradurla, sapendo che la mia interpretazione è solo un’ipotesi: solo supposizioni, per ora, possono esser fatte.</p>
<p>Il termine “zio”, con cui inizia la lettera, è il modo in cui nel casertano sono chiamati i boss casalesi. Subito dopo i saluti, c’è questo passaggio: “Gli amici partono per le vacanze e si sono portati la conserva fatta in casa e ti salutano tanto”. Qui potremmo interpretare il “chi va in vacanza” con “chi va in galera”, quindi: chi va in galera ha portato con sé i valori e gli ordini che aveva e rispettava (“la conserva fatta in casa”). Chi va in galera ci va sapendo esattamente come comportarsi e soprattutto sa che non deve parlare. Rassicurano Zagaria che gli arrestati non pensano di tradire.</p>
<p>Il passaggio successivo è più oscuro: “Al mercato hanno riempito la macchina di frutta fresca e dovevi vederli che sembravano Totò a Milano”. Se da un lato è noto che gli ananas in gergo sono le bombe a mano, e quindi il riferimento potrebbe essere all’organizzazione militare del clan, dall’altro il richiamo esplicito al mercato della frutta e a Milano non va sottovalutato. Il mercato ortofrutticolo a Fondi è dominato da sempre dal clan dei casalesi, mentre quello di Milano è gestito dalla ‘ndrangheta.</p>
<p>Ma casalesi e ‘ndrangheta fanno affari in comune ed è noto che il mercato ortofrutticolo di Milano è uno snodo dello spaccio di cocaina. Anche la citazione di Totò non è chiara. Totò a Milano ricorda Totò Riina: con la famiglia Riina i casalesi spartivano la gestione del mercato di Fondi e tutti i trasporti ortofrutticoli del mezzogiorno per lungo tempo. La frase forse fa riferimento a questo.</p>
<p>Più chiaro il passaggio: “Voglio dirti che stiamo tutti bene e anche i ragazzi crescono”. Qui l’informazione data al boss è che tutti continuano a lavorare, il clan ha già i nuovi capi, è l’invito a stare sereno perché fuori tutto va come deve andare. Arriva poi il fulcro della lettera, le righe più controverse che rivelerebbero i legami già spesso ipotizzati dalle inchieste dell’Antimafia di Napoli tra criminalità organizzata e politica.</p>
<p>“Siamo a Roma ma domani partiamo pure noi. Pensa che abbiamo visto il papa e che ci ha salutati con la mano”. Il papa, con la lettera minuscola, potrebbe essere un politico considerato interlocutore del clan. “Siamo andati a teatro a vedere la norma che è sempre molto bella e ha convinto tutti con la sua interpretazione convincente che continua ancora. Anche gli altri cantano bene, anche il ragazzo che non conosce il copione”.</p>
<p>Il teatro qui potrebbe essere il Parlamento, la norma è un’informazione che tende a rassicurare il boss in carcere: tutto va come deve, secondo norma appunto. A conferma che la struttura politica di protezione  —  sempre, ripeto, che sia giusta l’interpretazione politica  —  continua a esserci, immutata.</p>
<p>“Anche zio Nicola dal suo loggione ha molto apprezzato e preso nota di tutto quanto ha sentito. Per le prove ha assicurato che anche in futuro ascolterà solo la norma fino a quando si abbassa il sipario e gli orchestrali si alzano in piedi”. Ci sono molte traduzioni possibili di questo passaggio, ma un’interpretazione  —  secondo gli analisti  —  potrebbe partire dell’inchiesta che riguarda l’ex viceministro all’Economia Nicola Cosentino.</p>
<p>Il loggione è il Parlamento. Il sipario che si abbassa è un riferimento alla fine della legislatura, quando tutti i parlamentari, ossia gli orchestrali, si alzano in piedi. E a “cantare bene” è anche chi non conosce il copione, quindi anche i politici non avvicinanti e non legati all’organizzazione. Il riferimento a zio Nicola nel suo loggione qui si fa più esplicito.</p>
<p>Quindi il politico zio Nicola (che potrebbe essere Cosentino, sempre se le accuse dell’Antimafia fossero confermate), in questo caso, garantirebbe la continuità fino al termine di questa legislatura. Da intenditore dice che “certi copioni sbagliati rimarranno a marcire nei cassetti”. Anche qui sarebbe  —  se l’interpretazione è corretta  —  una rassicurazione che non ci saranno leggi che danneggeranno gli affari.</p>
<p>“Tutto procederà secondo la norma. Sarà sempre con noi fino al giudizio finale del pubblico perché ama la nostra terra e chi vuole riscattarla”. Il giudizio finale del pubblico potrebbero essere le prossime elezioni. “Ci ha detto che vorrebbe comprare una pelliccia nuova alla sua signora e penso che contribuiremo come in passato, lasciamo giudicare a lui che ha esperienza”. Il riferimento alla pelliccia nuova è abbastanza sibillino, potrebbe trattarsi di un nuovo candidato alle elezioni locali, da appoggiare, magari donna.</p>
<p>Questa lettura è solo un’ipotesi, per gli inquirenti ce ne possono essere anche altre: zio Nicola potrebbe essere Nicola Schiavone, figlio di Sandokan o potrebbe trattarsi di un boss ben più potente, come Nicola Panaro. A quel punto l’allusione al loggione e alla norma si potrebbe riferire alla magistratura e i copioni sbagliati sarebbero le dichiarazioni dei pentiti. “Il bar di Antonio lavora molto ed è sempre pieno di clienti che vengono appositamente per le sue sfogliatelle fatte venire fresche da Caserta tutte le mattine” è un chiaro riferimento ad Antonio Iovine detto “il Ninno”, arrestato un anno prima di Zagaria, con cui reggeva il clan in una sorta di diarchia.</p>
<p>Il Ninno continua a ricevere sfogliatelle, cioè tangenti, affari, appalti, e Caserta sta a sottolineare la centralità del capoluogo negli affari del clan. “Ti mando un abbraccio in ricordo di Santa Lucia, che sempre sia venerata e possiamo vivere nel suo ricordo per tutta l’eternità”.</p>
<p>Solo un affiliato al clan dei casalesi o un esperto può ricordare il blitz detto di Santa Lucia e chiudere una lettera rievocando quell’episodio. Nella memoria del clan dei casalesi, Santa Lucia ha un solo significato: un summit avvenuto il 13 dicembre del 1990 a casa di un assessore di Casal di Principe, Gaetano Corvino. Al summit partecipò il gotha dell’organizzazione criminale che si riuniva per costituire la successione ad Antonio Bardellino e (forse) l’eliminazione di Enzo De Falco entrato ormai in conflitto aperto con Sandokan e Cicciotto di Mezzanotte.</p>
<p>In seguito a una soffiata furono arrestati quasi tutti i presenti: Francesco Sandokan Schiavone, Francesco Bidognetti, Salvatore Cantiello, Giuseppe Russo, Raffaele Diana e Cicciariello, l’omonimo cugino di Sandokan. Furono trovati degli occhiali simili a quelli che portava Iovine, per questo si pensa che lui riuscì a scappare da una finestra. L’unico boss non presente fu Enzo De Falco, accusato della soffiata ai Carabinieri. Forse aveva intuito che sarebbe stata un’esecuzione. I De Falco, ora in pace con i nuovi capi, hanno sempre negato.</p>
<p>Santa Lucia viene ricordata al termine della lettera per due motivi. La prima interpretazione, più filologica, può fare riferimento all’inizio della reggenza di Zagaria, che dopo la decapitazione del clan vide crescere il suo potere, quindi il riferimento è al giorno in cui Zagaria iniziò a contare davvero nel clan.</p>
<p>L’altra interpretazione, meno letterale, potrebbe essere questa: forse la lettera insinua che Zagaria è stato arrestato in seguito a una soffiata, simile a quella che portò agli arresti del 1990. Il clan non ha mai dimenticato i responsabili di quella soffiata così come mai dimenticherà i responsabili dell’arresto di Zagaria.</p>
<p>Il sottotesto potrebbe essere: “Noi ricordiamo sempre, per l’eternità, chi compie atti infami” e il riferimento a Santa Lucia è utilizzato come simbolo di tradimento che verrà vendicato. Questo tipo di comunicazione a metà tra lo ieratico, l’allusivo e il ridicolo fa parte della vita quotidiana delle organizzazioni criminali. La malavita napoletana, con la parlesia, il suo gergo, ha sempre cercato un linguaggio accessibile solo a chi ne faceva parte. Era anche un modo per riconoscersi immediatamente, un codice d’accesso.</p>
<p>Provenzano usava il Cifrario di Cesare in alcuni pizzini: ogni lettera è sostituita dalla lettera che si trova un certo numero di posizioni dopo nell’alfabeto. Provenzano costruiva i suoi messaggi in questo modo: ogni lettera era il numero corrispondente alla sua posizione nell’alfabeto, più 3. Quindi il mio nome e cognome secondo la sintassi di Provenzano: 191658192116 204231241516.</p>
<p>I messaggi in codice sono da sempre l’ossatura della comunicazione tra mafiosi. L’omicidio, nel 2008, di Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti che si stava pentendo raccontando i rapporti tra business dei rifiuti e politica, fu decretato in carcere. Il boss fece un semplice gesto, si odorò un lembo del vestito arricciando il naso. Come dire, questa maglietta puzza. Puzza uguale spazzatura, spazzatura uguale rifiuti. Il messaggio è arrivato a Giuseppe Setola che avrebbe messo in pratica l’ordine.</p>
<p>I clan sono abituati a questo genere di comunicazioni. Anche le radio spesso sono uno strumento di diffusione di messaggi importanti. Messaggi non solo mafiosi, ma anche semplicemente sentimentali. Connettono i carcerati, gli affiliati con le loro famiglie. Nell’aprile 2010, a Rosarno (Reggio Calabria) la Dda di Reggio Calabria ha sequestrato “Radio Olimpia”, una radio locale controllata dalla famiglia di Salvatore Pesce, boss della ‘ndrangheta rinchiuso nel carcere di Palmi.</p>
<p>La radio, totalmente abusiva, era gestita dalla moglie di Pesce che la utilizzava per comunicare con il marito: ogni canzone un messaggio.  Nel mondo di Internet, di Twitter, di Facebook, della comunicazione istantanea, i mafiosi preferiscono ancora affidarsi ai codici, alle lettere anonime cifrate, molto più sicure e quindi molto più efficaci di qualsiasi carattere che vola nella rete. Perché non c’è hacker che possa risalire al mittente, non esiste un sistema sicuro di decrittaggio. Si può solo tentare di risolvere il rompicapo, mettendo insieme i pezzi di un puzzle, tanto incredibile quanto spietato.</p>
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		<title>“Wie kannst du so leben? Geh fort!”</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 11:01:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Scritti]]></category>

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		<description><![CDATA[Die Zeit, 4 aprile 2012. Weil er immer wieder die Machenschaften der Mafia offenlegt und die Bosse beim Namen nennt, lebt der Journalist Roberto Saviano seit Jahren unter ständigem Polizeischutz. Für die ZEIT schildert er seine Eindrücke einer Lesereise durch Deutschland.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Weil er immer wieder die Machenschaften der Mafia offenlegt und die Bosse beim Namen nennt, lebt der Journalist Roberto Saviano seit Jahren unter ständigem Polizeischutz. Für die ZEIT schildert er seine Eindrücke einer Lesereise durch Deutschland.</strong></p>
<div id="attachment_8570" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/saviano-540x304.jpg"><img class="size-medium wp-image-8570" title="© Vittorio Zunino Celotto/Getty Images" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/saviano-540x304-460x258.jpg" alt="" width="460" height="258" /></a><p class="wp-caption-text">© Vittorio Zunino Celotto/Getty Images</p></div>
<p>Am 18. März verlasse ich Rom in Richtung Köln. Ich bin zum Abendessen eingeladen und treffe auf ungewöhnliche Tischgenossen: Martin Amis und Jeffrey Eugenides. Ich fühle mich befangen und ungewohnt frei zugleich. Sie haben mich nicht erkannt, und so bin ich in der seltenen Lage, ihrer Unterhaltung als stiller Zuhörer folgen zu dürfen.</p>
<p>Irgendwann beschließe ich, ihnen für das zu danken, was sie für mich getan haben. Immer wieder treffe ich Schriftsteller, die mir vor Jahren mit ihrer Unterschrift ihre Solidarität bekundet haben, ohne dass ich mich bei ihnen hätte bedanken können. Wenn ich ihnen dann oft rein zufällig begegne, ist dies das Erste, was ich tue.</p>
<p>»Danke, Jeffrey. Danke, dass du 2008 diesen Unterstützungsaufruf für mich unterschrieben hast. Er ist ein Appell für die Meinungsfreiheit.« Eugenides sieht mir in die Augen. »Selbstverständlich. Ich habe deine Situation nicht angesprochen, weil ich nicht aufdringlich sein wollte, aber erzähl: Wie ist dein Leben? Wie lebst du? Wo?«<br />
Jeffrey hatte mich sehr wohl erkannt, aber eine Diskretion an den Tag gelegt, wie ich sie seit Jahren nicht mehr erlebt habe: Da ist einer, der spürt, dass man einfach nur dasitzen und etwas essen möchte, anstatt ständig über sich selbst und seine Situation zu reden.</p>
<p>Ich erzähle ihm von meinem Leben, dessen Widrigkeiten, meinen Plänen in Amerika. Wir tauschen unsere E-Mail-Adressen aus. »Wieso lebst du nicht hier – oder besser dort?« Er lacht, wir sind ja in Köln. »Komm nach Amerika.«</p>
<p>Was mir an Eugenides so gefällt, ist sein Blick beim Schreiben. Diese nahezu einmalige Besonderheit, dass seine Geschichten von anderen Standpunkten als dem eigenen ausgehen. In seinen Büchern findet sich nie nur der alleinige Blick des Erzählers, sondern eine Vielfalt von Stimmen. Weil er öffentliche Auftritte scheut und man kaum etwas über sein Privatleben weiß, könnte man meinen, wenigstens in seiner Arbeit gäbe er sich preis und ließe seinem Ich freien Lauf, doch dem ist nicht so: Seine Bücher sind Choräle. Eine seltene Gabe.</p>
<p>Kaum habe ich Martin Amis begrüßt, sagt er: »Keine Sorge, du kommst aus dieser elenden Sache raus. Genauso wie Salman Rushdie, wie Pamuk. Und wenn es so weit ist, werden wir da sein. Wir Schriftsteller werden da sein.« Amis’ Memoiren Die Hauptsachen habe ich geliebt. Ein ehrliches, äußerst klar blickendes Selbstbildnis, das dem Leser die nackte Seele offenbart. Beim Lesen war ich berührt, erschreckt, empört, als wären diese Tode meine, als gingen diese Medienattacken gegen mich, als widerführe all das mir und ich durchlitte es am eigenen Leib. Als hätte ich mit diesem Leben etwas zu tun. Und dann Koba der Schreckliche, diese wichtige Erzählung über die Kommunistische Partei Englands, der auch Amis’ Vater angehörte und die sich nach dem Zusammenbruch der Sowjetunion von sämtlicher Verantwortung und Konnivenz lossagte, statt sich zu reformieren oder neu zu erfinden. Der Untertitel spricht Bände: Die zwanzig Millionen und das Gelächter. Seit Jahren lese ich Martin Amis, ich las ihn schon, als ich selbst noch gar nicht schrieb, und es ist ein seltsames Gefühl, Schriftstellern zu begegnen, die einen geprägt haben. Gleichaltrige Autoren zu treffen, die mehr oder weniger zeitgleich mit einem selbst debütiert haben, oder solche, die man gelesen hat, als man selbst schon schrieb, ist leichter. Aber Schriftstellern zu begegnen, ohne die man niemals mit dem Schreiben angefangen hätte, ist schwer. Martin Amis ist einer von ihnen. Ich habe seine Bücher verschlungen, seinen Lesungen entgegengefiebert, und ihm jetzt gegenüberzusitzen ist ein wenig so, als begegnete man dem Teil von sich, der einen mal unnachgiebig, mal nachsichtig sein lässt, der einem Kühnheit und gleich darauf Besonnenheit verleiht. Fragmente des eigenen Wesens, die diesen Büchern entstiegen sind und sich in einem Menschen bündeln.</p>
<p>Dann kehrt man wie immer ins Hotel zurück. Wenn ich nicht in einer Kaserne untergebracht bin, werde ich mit einer strengen Eskorte in ein Hotel eingeschlossen. Es ist schrecklich, auf Reisen zu sein und nichts zu Gesicht zu bekommen als vollkommen identische Hotelzimmer.</p>
<p>Am 19. März treffe ich meine Leser zu einer Podiumsdiskussion mit dem stern– Journalisten Dominik Wichmann. Wichmann ist kaum älter als ich, blickt mich mit wachen, blauen Augen an und drückt mir lächelnd die Hand. Mehrere Stunden unterhalten wir uns vor über tausend Zuschauern, als säßen wir gemütlich bei Freunden im Wohnzimmer. Mein letzter Deutschlandbesuch im Oktober 2010 anlässlich eines Auftritts in der Berliner Volksbühne ist bereits eine Weile her, doch die Anteilnahme und Empathie ist gleich geblieben. Ich stoße auf Interesse, auf den aufrichtigen Wunsch, zu verstehen, sich hineinzudenken. Ich stoße auf aufgeschlossene Menschen, die Einzelfälle wie die des sich verändernden Italiens als universale Geschehnisse begreifen, als universale Schicksale, die uns alle betreffen und von denen das Überleben Europas abhängt. Diese großartige Eigenschaft überrascht mich stets aufs Neue und macht mir vor allem Hoffnung, dass sich eine gemeinsame Basis des Denkens finden lässt.<br />
Am 20. März wache ich im Morgengrauen auf. Ich bin unruhig, vielleicht ein wenig aufgeregt: Ich werde Bahn fahren. In Italien habe ich das seit über sechs Jahren nicht mehr getan. Das letzte Mal war ich gerade auf dem Rückweg von einem Literaturfestival in Pordenone, als mir eröffnet wurde, dass man mich unter Polizeischutz stellen würde. Ein befreundeter Carabiniere rief mich an.</p>
<p>»Roberto, wo bist du?«</p>
<p>»Im Zug.«</p>
<p>»Am Bahnhof warten zwei Carabinieri auf dich. Die holen dich ab und bringen dich in eine Kaserne, dann erklären wir dir alles.«</p>
<p>»Du machst Witze, oder?«</p>
<p>»Nein, Robbè, das ist kein Witz, die Situation ist ernst.«</p>
<p>So sind damals meine letzten Stunden in einem italienischen Zug wie im Flug vergangen, fortgewischt von zahllosen Gedanken und Ängsten, die mir durch den Kopf schwirrten. Ich hatte keine Ahnung, was passieren würde. Es waren schreckliche Stunden, und doch waren sie nicht annähernd vergleichbar mit denen, die folgen sollten. Wenn ich an jene Zugreise denke, fühle ich mich leicht und frei. Meine letzten Stunden Freiheit.</p>
<p>Bahnfahrt Köln–Stuttgart. Bei meiner Ankunft treffe ich auf Wolfgang, einen gewissenhaften, aufmerksamen Anti-Mafia-Polizisten. Er bestätigt meine Befürchtung, dass das Fehlen einer gesamteuropäischen gesetzlichen Basis für Mafia-Delikte ein großes Handicap darstellt. Er erzählt mir, wie zäh die Verständigung zwischen Deutschland und Italien ist und dass die italienischen Kollegen die Arbeit der Behörden jenseits der Alpen häufig unterschätzen. In Stuttgart wird schmutziges Geld aus Sizilien und Kalabrien investiert, doch bis die Informationen nach Italien gelangen und Reaktionen erzeugen, vergehen Monate oder gar Jahre, in denen das Geld zu Zement und der Zement wieder zu Geld, Geldwäsche und Drogenhandel wird. Und solange kein Blut fließt, gilt die Arbeit von Wolfgang und seinen Mitstreitern als überflüssig und sinnlos.</p>
<p>Am Abend des 20. März treffe ich im Theaterhaus Stuttgart auf Ulrich Ladurner, Journalist der ZEIT mit Südtiroler Wurzeln. Alle Menschen, die ich auf meiner Reise durch Deutschland treffe, haben wichtige Geschichten zu erzählen. Als Ulrich noch nicht für die ZEIT arbeitete und in Italien lebte, war er bei der Polizei. Als Italiener überrascht mich das ein wenig. In Italien Journalist zu werden ist nicht nur äußerst schwierig, sondern setzt auch einen ganz bestimmten Werdegang voraus: Hochschulabschluss, Praktika in verschiedenen Lokalredaktionen, und wenn man Glück hat, schafft man den Sprung nach oben. Im Grunde gilt das mehr oder weniger für alle Berufe, und hat man erst einmal einen Weg eingeschlagen, wird es einem schwer gemacht, wieder umzudrehen. Ein Neustart ist heikel, es fehlt die Zeit, und während man noch überlegt, den Kurs zu wechseln, macht der Arbeitsmarkt dicht oder verändert sich, und am Ende bleibt man auf der Strecke. Ein Arbeitsmarkt wie der italienische gibt einem kaum die Chance, andere Bereiche kennenzulernen, andere Möglichkeiten auszuloten und Erfahrungen zu sammeln. Deshalb ist ein Polizist, der auf Journalist umsattelt, für mich so erstaunlich.</p>
<p>Am nächsten Morgen sitze ich im Flugzeug nach Berlin, wo ich mit Herta Müller zu Abend esse. Wie viel Energie in diesem zierlichen Körper steckt. Wie viel Feuer in diesen hellen Augen. Vielleicht ist es dieses Bild, das ich von meiner Deutschlandtour mitnehme: ihre Augen und ihre Hände, die bei Tisch mit der Serviette spielen. Sie wirkt wie ein Kind, frei und unbeschwert, was unbegreiflich ist, wenn man weiß, was sie erlebt hat. Herta hat über das Leben in Rumänien unter Ceaușescu geschrieben. Die Fabrik, für die sie arbeitete, entließ sie, weil sie sich weigerte, mit der Securitate zusammenzuarbeiten. Nach ihrer Ausreise nach Deutschland erfährt sie, dass es zwei Akten über sie gibt: Eine stellt sie als »Regimefeindin« dar, in der anderen wird ihr ein plausibel klingendes Parallelleben als Securitate-Kollaborateurin angedichtet. Ich frage mich, wie dieser zierliche Körper es fertigbrachte, solch eine Last zu tragen. In der Nacht schlafe ich nicht. Ich denke an Herta Müller. Ich habe ihre Worte im Ohr: »Wie kannst du so leben? Das ist doch kein Leben. Geh fort, weit weg, hol dir dein Leben zurück.« Ich kann nicht schlafen, denn während Herta redete und mir nahelegte, fortzugehen und alles hinter mir zu lassen, sagten ihre durchscheinenden Augen etwas anderes. Sie sagten: »Ich verstehe dich, ich verstehe, warum du nicht fortgehst. Wie könntest du aufhören zu schreiben? Wie könntest du aufhören, deine Arbeit zu tun?« Und dieses Verständnis, das ich in ihren Augen zu lesen meinte, raubt mir den Schlaf. Es war die Bestärkung eines Schicksals, das nicht gänzlich in meiner Hand liegt.</p>
<p>Am 21. März bin ich mit Klaus Staeck, Frank A. Meyer und dem großartigen Schauspieler Ulrich Matthes in der Akademie der Künste. Matthes spielt den Joseph Goebbels in dem Film Der Untergang, der in Italien den Zusatz »Hitlers letzte Tage« trägt. Das italienische Fernsehen zeigte diesen Film während des Zusammenbruchs der Regierung Berlusconi. Viele von uns konnten sich damals des ironischen Gedankens nicht erwehren, wie gut der Filmtitel zu unserem Gemütszustand passte.</p>
<p>Tags darauf bin ich wieder unterwegs, diesmal nach München, die letzte Etappe. Auch über diese Stadt kann ich kaum etwas sagen, nur so viel: Von Annette Pohnert, die mich während der ganzen Reise begleitet hat, bin ich mit Schokolade überhäuft worden. Der Abend in der Ludwig-Maximilians-Universität war für mich bewegender als erwartet. Anlässlich der Verleihung des Geschwister-Scholl-Preises war ich zwar schon einmal dort gewesen, doch in einer Universität zu sprechen ist jedes Mal wieder überwältigend, das Herz klopft heftig, und jegliche Routine ist hinfällig. Wieder kam so vieles zur Sprache, über das man in Italien nur schwer reden kann: überzogene Anti-Mafia-Maßnahmen, das Vertrauen in reuige Mafiosi oder die Rolle der Abhöraktionen. In Deutschland habe ich über Themen gesprochen, die man in Italien nicht zur Sprache bringen kann – zumindest nicht in der Form. Es müssten zu viele Erklärungen vorausgeschickt, zu viele Gemeinplätze abgebaut werden.<br />
Und so komme ich zum Fazit meiner langen Deutschlandreise, denn ein solches gibt es, und aus Respekt vor meinen Lesern und mir selbst will ich es nennen.</p>
<p>Alles nimmt hier seinen Anfang: Ich treffe Anna Leube, die ich seit langer Zeit nicht gesehen habe. Für mich ist Anna, meine Lektorin beim Hanser Verlag, eine Art Inbild des deutschen Verlegertums. Anna ist eine wunderbare Frau. Groß, klug, hochgebildet. Mit größter Leichtigkeit und ohne eine Spur von Snobismus kann sie über die komplexesten Themen reden. Sie ist der Inbegriff der intellektuellen Frau: frei, beschlagen, freundlich, aufmerksam, unideologisch. Ihr gegenüber empfinde ich fast so etwas wie Ehrerbietung; was sie mir sagt, kann ich nicht auf die leichte Schulter nehmen. Es trifft mich in der Seele.<br />
Wenn sie der Ansicht wäre, etwas, das ich geschrieben habe, sei nicht gut, würde ich nicht versuchen, sie umzustimmen und davon zu überzeugen, dass es doch funktioniert. Ich würde ihr Urteil annehmen. Und als sie mich bei unserer Begrüßungsumarmung husten hört und mich sofort in mein Hotelzimmer zurückschickt, damit ich mir einen Pulli hole, versuche ich gar nicht erst, ihr zu sagen, dass ich keinen Pulli brauche, dass ich mich prima fühle und mit 30 Jahren bestens selbst mit meinen Erkältungen fertigwerde. Wie ein Soldat leiste ich Gehorsam. Auch das ist mein Verhältnis zu Anna, und in gewisser Hinsicht hat es etwas extrem Beruhigendes. Sie erkundigt sich nach meinem neuen Buch, und das auch, weil sie überzeugt ist, dass darin meine Bestimmung liegt, dass dies mein Raum und meine Freiheit ist: wieder zu schreiben, um wieder zu leben. »Ich will Bücher, keine Artikel zwischen zwei Buchdeckeln.«</p>
<p>Sie hat mich erzählen sehen und begriffen, dass es das ist, was ich will. Sie sagt mir nur, dass ich entscheiden muss, was aus mir werden soll: Mein schwieriges Leben ist dadurch, dass man mich in den letzten Jahren zum Saubermann gegen die schmutzige Politik erklärt hat, noch schwieriger geworden. Ich gelte als positives Symbol, als eine Art Gütesiegel, das für die Echtheit einer Sache steht. »Du bist Schriftsteller, kein Gütesiegel oder Symbol. Du bist weitaus mehr als ein Echtheitszertifikat oder eine Anti-Mafia-Garantie.«</p>
<p>Und das ist das Fazit. Das habe ich in Deutschland begriffen. Ich habe begriffen, dass ich meinem Publikum und meinen Lesern ohne Furcht begegnen will. Ohne die ständige Panik, auf frischer Tat ertappt zu werden, ein Bein gestellt zu kriegen. Ohne die Angst, dass dauernd jemand versucht, mich von dem Sockel zu reißen, auf den man mich gehoben hat. »Ihr verfluchten Dreckskerle, ich lebe noch«, lautet mein Schlusssatz von Gomorrha. Ich lebe und schreibe noch. Das sage ich jetzt. Und immer. Und ohne Furcht.</p>
<p>Übrigens, ich arbeite gerade an einem Projekt fürs Fernsehen. Wenn daraus etwas wird, sehen wir uns in Deutschland bald wieder.</p>
<p><em>Aus dem Italienischen von Verena von Koskull.</em></p>
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		<title>Il velo caduto in via Bellerio.</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 12:02:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Repubblica, 4 aprile 2012 . Le mafie interloquiscono con tutti i poteri, anche al Nord, e quindi anche con la Lega. Un anno fa questa frase pronunciata in tv generò un putiferio. L'allora ministro Maroni chiese, anzi pretese, come raramente accade in Occidente, di partecipare a Vieniviaconme, pur avendo ormai smentito le mie parole quasi in ogni altra trasmissione disponibile al momento. Un anno dopo la Dda conferma le parole che pronunciai durante la trasmissione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8565" class="wp-caption aligncenter" style="width: 409px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/umberto-bossi.jpg"><img class="size-full wp-image-8565" title="umberto bossi" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/04/umberto-bossi.jpg" alt="" width="399" height="140" /></a><p class="wp-caption-text">Umberto Bossi con il figlio</p></div>
<p>Può accadere che si chiuda l’inchiesta Infinito, e che dimostri come la ‘ndrangheta abbia alleati nell’imprenditoria lombarda. Può accadere che emerga che la Asl di Pavia, non quella di una desolata provincia del sud Italia, fosse infiltrata dai clan. Può accadere che si chiuda l’inchiesta Aspide che traccia la presenza della camorra casalese in Veneto e dimostri come le imprese in difficoltà venissero risollevate da capitali criminali.</p>
<p>Può accadere che la maggior azienda di pasticceria industriale al nord sia salvata dalla crisi con i capitali del clan Fabbrocino. Capita che i politici del Pirellone sotto inchiesta quasi non si contano più . Capita che il sistema Lega-Pdl  —  sistema, così viene definito, magari non è un caso  —  secondo la Procura di Milano, si spartisca pro quota le tangenti della provincia di Milano, creando anche fondi neri con trasferimento di denaro all’estero. Capita che tutto questo avvenga sotto gli occhi imperturbabili di Roberto Formigoni, rieletto governatore per la quarta volta (oggi per legge sarebbe tre il numero massimo) con una lista con 618 firme falsificate. Insomma, tutto questo capita al Nord e nessuna denuncia mai è arrivata dalla Lega. Nessun esponente della Lega mai ha sentito il bisogno, la necessità morale di informare i propri elettori che al Nord tutto questo stava capitando.</p>
<p>Le mafie interloquiscono con tutti i poteri, anche al Nord, e quindi anche con la Lega. Un anno fa questa frase pronunciata in tv generò un putiferio. L’allora ministro Maroni chiese, anzi pretese, come raramente accade in Occidente, di partecipare a Vieniviaconme, pur avendo ormai smentito le mie parole quasi in ogni altra trasmissione disponibile al momento. Un anno dopo la Dda conferma le parole che pronunciai durante la trasmissione e le conferma sottoforma di accusa al tesoriere della Lega. Francesco Belsito: non una mela marcia in un partito sano, ma un uomo che garantiva che i soldi pubblici finissero nelle tasche dei familiari e amici di Bossi.</p>
<p>Erano al potere al governo, nelle regioni e nei comuni eppure si proponevano come una forza in perenne opposizione. Nonostante il dilagare degli appalti ‘ndranghetisti in Lombardia, camorristi in Veneto, ‘ndranghetisti in Piemonte e Liguria, camorristi e ‘ndranghetisti in Emilia Romagna la Lega non si sentiva chiamata in causa, non ha mai risposto di nulla, come se quelli non fossero territori con suoi rappresentanti, con suo elettorato. Bastava che non fossero coinvolti suoi esponenti in inchieste giudiziarie, (e in alcuni casi lo erano ma usavano la logica della mela marcia o della cospirazione dei magistrati), per tenersi fuori. Mai alla Lega è stato chiesto conto di quali politiche avesse adottato o quali allarmi avesse lanciato. La Lega in questi anni è riuscita a far credere alla propria differenza rispetto alle altre forze politiche. Si è giustificato il razzismo, l’omofobia di un movimento imbarazzante in molte sue manifestazioni pubbliche in nome di una presunta purezza ruspante che inorridiva alcuni e in altri generava persino simpatia: in quasi tutti c’era la sensazione che fosse qualcosa di veramente diverso. Oggi si vede di cosa fosse fatta la sua diversità.</p>
<p>Persino i più critici non avrebbero potuto ipotizzare quello che questa inchiesta ipotizza: il legame in affari con gli “arcoti”. Gli arcoti sono chiamati i De Stefano ‘ndrina storica di Reggio Calabra. E chi legherebbe la Lega alle ndrine è il genovese Romolo Girardelli indagato nel 2002 dalla Dda di Reggio Calabria perché ritenuto associato alla costola dei De Stefano che operava in Francia e Liguria. Non è quindi una vicenda di voto di scambio (per ora) ma business, investimenti, danaro. I broker di ‘ndrangheta usati per avere più profitti dagli investimenti di danaro pubblico. Ed è qui una delle altre responsabilità politiche della Lega nord. Raccontare il fenomeno mafioso come una sorta di invasione di cattivi e crudeli terroni nella presunta Padania operosa. Le inchieste degli ultimi cinque anni dimostrano il contrario esatto. Sono i capitali delle mafie che sono stati usati dall’economia settentrionale e in maniera copiosa dal 2006 quando la recessione iniziò a farsi sentire. Le imprese in difficoltà entravano in simbiosi con i clan lasciando che in alcuni settori come il movimento terre, il calcestruzzo, i subappalti, i noli, fossero praticamente monopolio dei clan. Le battaglie antimafia della Lega, in questi anni, hanno avuto un’unica declinazione legata alla cacciata dei mafiosi in “soggiorno obbligato”. La Lega si oppose strenuamente quando nel 1991, Leonardo Greco, boss mafioso decise di sistemarsi a Venezia, fece fiaccolate e scioperi della fame quando nel 1993 Anna Mazza meglio conosciuta come la “vedova nera della Camorra” venne mandata in soggiorno obbligato a Codognè, nel Trevigiano. Ma sul danaro mafioso invece un lungo silenzio.</p>
<p>La Lega ora risponderà alla giustizia attraverso il suo tesoriere, ma non è sufficiente. È bene, anzi fondamentale che ci sia una riflessione più ampia su questi anni. Sul doppio volto che questo movimento ha mostrato agli italiani e ai suoi stessi elettori. Il più grande tradimento della Lega è verso quella piccola industria operosa che ha creduto nella Lega come partito in grado di evitare sprechi, con l’obiettivo di scongiurare una morsa fiscale persecutoria.</p>
<p>Ora la Lega non potrà più sbandierare la sua diversità sul tema mafia. Al di la di ciò che risulterà dal processo, è evidente che siamo al cospetto di un quadro inquietante fatto di silenzi, di coperture, di connivenze. Un tradimento, questo della Lega, che solo i suoi militanti e le sue parti oneste, che ci sono, potranno davvero affrontare ed elaborare. Da oggi, ne siamo certi la storia di questo partito-movimento non sarà più la stessa.</p>
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		<title>Akademie der Künste, Berlin, 22 marzo 2012.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 17:49:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Berlino, 22 marzo 2012. Roberto Saviano presenta con Ulrich Matthes il suo libro "Der Kampf geht weiter".]]></description>
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<div id="attachment_8550" class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/03/saviano_8681.jpg"><img class="size-medium wp-image-8550" title="ph. © Christian Behring" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/03/saviano_8681-432x288.jpg" alt="" width="432" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Christian Behring</p></div>
<p>Roberto Saviano presenta con Ulrich Matthes il suo libro “Der Kampf geht weiter”.</p>
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		<title>Lit.Cologne — 19 marzo 2012</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 16:10:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Colonia, 19 marzo 2012. Roberto Saviano presenta il suo "Der Kampf geht weiter " durante la manifestazione Lit.Cologne. ]]></description>
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<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/lit-cologne-19-marzo-2012/attachment/1332154599649l/' title='ph. © by stefan worring, kölner stadt-anzeiger'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/03/1332154599649l-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="ph. © by stefan worring, kölner stadt-anzeiger" title="ph. © by stefan worring, kölner stadt-anzeiger" /></a>
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<div id="attachment_8522" class="wp-caption aligncenter" style="width: 436px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/03/Immagine-4.png"><img class="size-medium wp-image-8522" title="Lit.Cologne" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/03/Immagine-4-426x288.png" alt="" width="426" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">Lit.Cologne</p></div>
<p>Roberto Saviano presenta il suo “Der Kampf geht weiter ” durante la manifestazione Lit.Cologne.</p>
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