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	<title>Roberto Saviano</title>
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		<title>Il silenzio su Scampia prigioniera del coprifuoco.</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 08:46:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Repubblica, 3 febbraio 2012. Si è ripreso a sparare nei territori di Gomorra. E i clan, per evitare morti innocenti, "consigliano vivamente" di stare in casa la sera, di non uscire. Ma il clan scissionista è spaccato e un movimento dal basso, sul modello degli Occupy americani, vuole riprendersi le piazze. E si dà appuntamento nel centro di Scampia. Per non far calare il silenzio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si è ripreso a sparare nei territori di Gomorra. E i clan, per evitare morti innocenti, “consigliano vivamente” di stare in casa la sera, di non uscire. Ma il clan scissionista è spaccato e un movimento dal basso, sul modello degli Occupy americani, vuole riprendersi le piazze. E si dà appuntamento nel centro di Scampia. Per non far calare il silenzio<br />
di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<div id="attachment_8419" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/02/scampia.jpg"><img class="size-full wp-image-8419" title="Scampia" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/02/scampia.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a><p class="wp-caption-text">Scampia</p></div>
<p>Accade che un ordine dato da un clan imponga il coprifuoco e che il resto del Paese quasi non se ne accorga. Accade a Secondigliano, Scampia, Melito, Giugliano, in un territorio che raggiunge quasi 300 mila persone. I clan danno l’ordine: entro le sette, sette e mezza di sera bisogna chiudere i negozi. Entro le otto tornare a casa. I bar al massimo entro le 22 devono avere le saracinesche chiuse.</p>
<p>Accade anche che si dica dopo poco che questo coprifuoco non esiste, che è un inutile allarmismo, un’invenzione. Le associazioni si spaccano, i magistrati indagano, i messaggi di diverso segno iniziano a diffondersi.</p>
<p>È un coprifuoco anomalo. Lo consigliano piuttosto che imporlo. Lo consigliano caldamente. E il calore dell’intimidazione prevede un’unica cosa: dichiarazione di guerra. Le ragioni del coprifuoco sembrano infatti le ragioni tipiche di ogni conflitto, e siccome nel 2004 la faida che scoppiò interna al clan Di Lauro di Secondigliano generò molti morti innocenti, questa volta i clan chiedono a chi vive lì di non diventare un bersaglio sbagliato. O forse non lo chiedono affatto. Accade che le persone si comportino così sentendo paura e basta.</p>
<p>Eppure quasi nessuno parla di quel che accade. Il destino della battaglia alle mafie è sempre identico. Diventano grimaldello utile quando le parti politiche si scontrano e quando invece l’attenzione si sposta su altro decadono dall’attenzione pubblica. Eppure il più grande tesoro da poter far tornare nelle risorse dello Stato è proprio quello delle mafie. In questo caso Twitter sta dando il suo contributo. Pina Picierno, deputata del Pd, ha dato avvio con un tweet a un movimento spontaneo che, sulle orme di OccupyWallStreet, invita a riprendere il controllo delle strade di Scampia, a sottrarle a chi sente di possederle e di poterne disporre liberamente.</p>
<p>Venerdì prossimo in piazza Giovanni Paolo II Scampia vorrebbe diventare un piccolo Zuccotti Park, e ci si riapproprierà del quartiere. OccupyScampia avrà il merito di riportare attenzione su luoghi dove o ci si spara addosso o si muore o si scompare dalle carte geografiche. Sperando di trovare unità tra le diverse associazioni antimafia attive sul territorio, che sono molte e spesso serie.</p>
<p>Il coprifuoco, ovviamente, non nasce dalla filantropia dei clan. Morti — e soprattutto morti innocenti — significano attenzione; attenzione significa telecamere e forze dell’ordine e questo significa niente più affari nella più grande piazza di spaccio d’Europa. Gli Scissionisti usciti vincitori dalla faida si sono spaccati.</p>
<p>Il clan vincente governato dalle famiglie Amato e Pagano ha sempre più rapporti con la Catalogna e sempre meno con il territorio. Il loro nome di Spagnoli era infatti determinato dal potere che avevano costruito a Barcellona. Gli Amato-Pagano avendo le spese più importanti in Spagna hanno smesso di tenere a stipendio le famiglie dei detenuti.</p>
<p>Errore grave che commettono sempre i clan in ascesa che perdono di vista il territorio considerandolo ormai a loro disposizione. Tutte le mafie hanno regole disciplinate e infrangibili circa gli stipendi e gli indennizzi in caso di arresto. Con pene inferiori ai dieci anni l’affiliato riceve una parte dei soldi in carcere per sopravvivere meglio in prigione, una fetta va alla sua famiglia e un’altra al suo avvocato (a meno che non sia l’avvocato di uno studio già a disposizione degli affiliati). Con una pena superiore ai dieci anni l’indennizzo alla famiglia aumenta.</p>
<p>Questa volta dinanzi ai ritardi nei pagamenti e alle distrazioni il clan Scissionista si è spaccato. E hanno iniziato a sparare. Le altre famiglie hanno smesso di lavorare per loro e gli hanno imposto di non oltrepassare il ponte di Melito. Se lo fanno sono morti.</p>
<p>Gli Amato-Pagano con le piazze di spaccio ferme e con questi divieti si sono armati e sono pronti alla risposta. I morti già ci sono stati ma anche questi sono stati relegati alla cronaca nera locale. Il primo morto è stato Rosario Tripicchio, 31 anni, poi Raffaele Stanchi, 39, poi Patrizio Serrao, 52 anni, poi Fortunato Scognamiglio, 28 anni.</p>
<p>Tutto questo nel solo mese di gennaio. Eppure è calato il silenzio. “Fa più notizia se il panettiere ti fa lo scontrino che fiumi di danaro della cocaina qui a Melito” scrive un ragazzo commentando la notizia su Facebook. Quello che mette paura ai cittadini di questo territorio è che gli Amato sono quasi tutti in galera e quindi hanno delegato la guerra ai ragazzini.</p>
<p>La promessa è: se riuscite a riprendervi i territori sarete i nuovi reggenti. Spesso non pagare le mesate in carcere serve proprio a mettere le giovani generazioni di camorristi contro le vecchie. I ragazzini sono comandati da Mariano Riccio che ha sposato la figlia del capo scissionista Cesare Pagano e vuole rinnovare il clan, scegliendo lui chi pagare e chi no affiliando persone nuove, facendo pace con vecchi nemici responsabili spesso di aver ucciso familiari degli alleati del suo clan.</p>
<p>Le altre famiglie, da Abbinante a Petriccione, dai Marino ai Pariante, si sono messe contro. Ma la figura centrale è Arcangelo Abate, nuovo capo dell’asse Scissionista: senza la sua autorizzazione Riccio non potrebbe agire, senza la sua autorizzazione la guerra non potrebbe partire. Abate è stato nei mesi scorsi scarcerato ed è oggi il nuovo re dei narcos.</p>
<p>E ora il territorio, già vittima in passato delle più cruente faide mai viste in Italia (decine di morti, uso di esplosivi, interi stabilimenti bruciati con persone dentro, esecuzioni di persone scelte a caso), diventa l’ambito in cui fronteggiarsi. E allora le ragazze smettono di uscire in tacchi e indossano scarpe da ginnastica con cui è più facile scappare, non si va in macchina in due, ma solo uno per auto, perché potresti essere scambiato per una paranza (gruppo di fuoco). Si guida possibilmente tenendo le due mani sullo sterzo. Non si indossa casco, si evitano luoghi pubblici. Persino i negozi di pesce abituati a vendere di più la domenica ordinano meno pesce perché si vende sempre meno.</p>
<p>Dettagli di un territorio in guerra. Negarlo sarebbe omertà. Perché la disattenzione di questi giorni sta portando i gruppi a poter decidere un coprifuoco. E i clan si nutrono di buio, di ordinarietà, di abitudine. Tutto normale. Tutto solito. L’attenzione costante si oppone a questo. Il contrasto alla crisi economica si fa anche fermando l’economia criminale e il furto di territorio che le mafie compiono.</p>
<p>A Scampia lo sanno: ogni anno a carnevale c’è un appuntamento per riprendersi (simbolicamente, e non solo) il territorio. Anche quest’anno il 19 febbraio ci sarà la festa di carnevale, una delle poche in questi territori che non si ferma dinanzi alle case dei boss, che non mostra nessun rispetto per i poteri criminali ma che ricorda il diritto fondamentale alla felicità. Sarebbe bello se questo governo trovasse il modo di esserci, se le luci non si spegnessero per riaccendersi solo quando è troppo tardi. Solo quando si spara e si uccide molto. Solo quando torna la guerra, la solita guerra a sud.</p>
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		<title>Olof Palme Prize 2011.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:02:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Svezia, 27 gennaio 2012. A Stoccolma, Roberto Saviano e la giornalista e scrittrice messicana Lydia Cacho, invitati dal Parlamento svedese, hanno ricevuto l'Olof Palme Prize ''per la loro instancabile, altruista e spesso solitaria battaglia per i loro ideali e per i diritti umani''.]]></description>
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<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/olof-palme-prize-2011/attachment/sweden-culture-olof-palme-prize/' title='Lydia Cacho e Roberto Saviano ©  EPA/JONAS EKSTROEMER / SCANPIX SWEDEN OUT'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/4fb5d7d6ea6627b13de3be89a1dcbb63-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="" title="Lydia Cacho e Roberto Saviano ©  EPA/JONAS EKSTROEMER / SCANPIX SWEDEN OUT" /></a>
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<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/olof-palme-prize-2011/attachment/saviano_annan-400x300/' title='Roberto Saviano e Kofi Annan'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/saviano_annan-400x300-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Roberto Saviano e Kofi Annan" title="Roberto Saviano e Kofi Annan" /></a>

<p><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/4fb5d7d6ea6627b13de3be89a1dcbb63.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-8376" title="Lydia Cacho e Roberto Saviano ©  EPA/JONAS EKSTROEMER / SCANPIX SWEDEN OUT" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/4fb5d7d6ea6627b13de3be89a1dcbb63-371x288.jpg" alt="" width="371" height="288" /></a></p>
<p>A Stoccolma, Roberto Saviano e la giornalista e scrittrice messicana Lydia Cacho, invitati dal Parlamento svedese, hanno ricevuto l’Olof Palme Prize <em>per la loro instancabile, altruista e spesso solitaria battaglia per i loro ideali e per i diritti umani”.</em></p>
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		<title>Naples Power, il nuovo disco + libro degli ‘A67</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 09:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[24 gennaio 2012. Oggi esce Naples Power, il nuovo disco+libro degli ‘A67. Il progetto comprende contributi di artisti e scrittori napoletani, un racconto inedito di Roberto Saviano, con prefazione di Carlo Lucarelli e postfazione di Sandro Ruotolo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8340" class="wp-caption aligncenter" style="width: 322px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/naples-power.jpg"><img class="size-medium wp-image-8340" title="naples power" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/naples-power-312x288.jpg" alt="" width="312" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">naples power</p></div>
<p>Oggi esce Naples Power, il nuovo disco+libro degli ‘A67. Il progetto comprende contributi di artisti e scrittori napoletani, un racconto inedito di Roberto Saviano, con prefazione di Carlo Lucarelli e postfazione di Sandro Ruotolo.</p>
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		<title>A Roberto Saviano e Lydia Cacho l’Olof Palme Prize 2011.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 17:05:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[23 gennaio 2012. Il 27 gennaio a Stoccolma, Roberto Saviano e la giornalista e scrittrice messicana Lydia Cacho, invitati dal Parlamento svedese, riceveranno l'Olof Palme Prize ''per la loro instancabile, altruista e spesso solitaria battaglia per i loro ideali e per i diritti umani''. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8369" class="wp-caption aligncenter" style="width: 467px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Saviano-4301.jpg"><img class="size-medium wp-image-8369" title="Roberto Saviano Ph. © Vic­tor Sokolow­icz / AOP" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Saviano-4301-457x288.jpg" alt="" width="457" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">Roberto Saviano Ph. © Vic­tor Sokolow­icz / AOP</p></div>
<p>Il 27 gennaio a Stoccolma, Roberto Saviano e la giornalista e scrittrice messicana Lydia Cacho, invitati dal Parlamento svedese, riceveranno l’Olof Palme Prize ”per la loro instancabile, altruista e spesso solitaria battaglia per i loro ideali e per i diritti umani”. Il prestigioso premio è dedicato a Olof Palme, primo ministro della Svezia al momento del suo assassinio, avvenuta il 28 febbraio del 1986. La morte di Olof Palme è stato un trauma incredibile che non sarà possibile rimuovere: l’assassino non è mai stato trovato e nel 2011, trascorsi 25 anni, il caso è stato archiviato</p>
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		<title>Saviano: ‘La libertà è una vescica’</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:53:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vanity Fair, 20 gennaio 2012. Due anni fa, su Vanity Fair, il grido: «Rivoglio la mia vita». Dopo il «troppo» successo, la fuga. A New York. E non solo a causa delle minacce della camorra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Due anni fa, su Vanity Fair, il grido: «Rivoglio la mia vita». Dopo il «troppo» successo, la fuga. A New York. E non solo a causa delle minacce della camorra.</em></p>
<div id="attachment_8349" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-19-2643415_650x02.jpg"><img class="size-medium wp-image-8349" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-19-2643415_650x02-375x288.jpg" alt="" width="375" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Dentro l’idea di New York ci puoi mettere di tutto. Quello che cerchi, che hai già trovato, che vuoi conoscere. Eppure, non sarà mai realmente lei, non sarà mai la New York che ti aspettavi di trovare. Ed è proprio questo ciò che avverti quando decidi di trascorrerci dei mesi, quando diventa casa per qualche tempo: perdita d’equilibrio, come una vertigine.</p>
<p>La mia prima volta a New York è stato qualche anno fa. Appena atterrato, due signori mi si avvicinano, mi mostrano un tesserino, mi portano in una stanza e mi chiedono come mai le autorità italiane non abbiano avvisato del mio arrivo. Cerco di spiegarmi ma non mi accolgono – come dire – con garbo. Intuisco che da qualche parte nei loro terminali deve essere associato al mio nome qualcosa come “personalità sotto protezione”. E intuisco anche che dalle autorità italiane la comunicazione sul mio arrivo non deve essere arrivata.</p>
<p>Non so cosa fare, cosa dire, provo a sorridere come faccio quando non ho risposta e dico che non sono un collaboratore di giustizia, che non sono un pentito. Dico semplicemente che sono uno scrittore: che ho scritto un libro, ho ricevuto delle minacce e sono finito sotto scorta. L’agente mi guarda divertito per i miei tentativi di evitare l’inevitabile, il rimpatrio.<br />
«Uno scrittore? – risponde – Con quella faccia?». Provo a convincerlo, ma il mio affanno aumenta i suoi sospetti. Poi mi viene un’idea: «Cercate su google…» suggerisco, sperando ci sia qualcosa in inglese in grado di convincerli. Mi salva il profilo che il New York Times mi ha dedicato qualche mese prima. Grazie a quell’articolo non sono stato rispedito in Italia come un pacco postale, nonostante la mia faccia. Da allora rifletto su come dovrebbe apparire uno scrittore e anzi l’incredulità del poliziotto è come se avesse regalato credito al mio viso.</p>
<p>In arrivo a New York, al secondo tentativo, mi sento esperto. Già sull’aereo preparo qualche risposta e una copia americana del libro con la mia foto in quarta di copertina: può servire. Ma immediatamente mi accorgo che tutto è cambiato. Due poliziotti sulla porta dell’aereo mi salutano con un cenno: “Welcome Mr. Saviano”. E invece di rispondere al saluto, sorrido. Sorrido come un bambino, sono un animale che per tanto tempo dalla sua gabbia, attraverso le sbarre, ha visto il cielo, gli alberi e se n’è stato lì pensando che era inutile voler volare. Che in fondo volare non serviva a nulla. Che in fondo il volo non esisteva nemmeno. Ecco, mi ero abituato a pensare che la libertà non esisteva e che quindi era inutile cercarla, agognarla, lavorare per ottenerla.</p>
<p>Mai avrei pensato che un giorno qualcuno avrebbe aperto la mia gabbia. Per cinque anni ho fatto in tutto forse un migliaio di passi. E ho approssimato per eccesso. Mi sono totalmente disabituato alle file negli uffici, al caos dei supermercati, al caos in strada. Non entravo in una metropolitana, in un treno, da cinque anni e mezzo, non in un treno. Per me quelli statunitensi, sono stati sei mesi di vertigini continue provocate dalle situazioni più banali.   Una volta per comprare tre arance ci ho messo due ore: paralizzato dalle luci, dalla folla, dalle voci. Lì avevo una protezione molto diversa da quella a cui ero abituato, con margini di libertà maggiori. I tre uomini che mi gestivano, sapendo della mia urgenza di libertà, spesso lasciavano che li superassi, che mi dimenticassi di loro. A volte dovevano rincorrermi perché sparivo dal loro sguardo.</p>
<div id="attachment_8350" class="wp-caption alignleft" style="width: 201px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-13-69522_0x4352.jpg"><img class="size-medium wp-image-8350" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-13-69522_0x4352-191x288.jpg" alt="" width="191" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Il giorno dopo il mio arrivo, sotto l’effetto del jet lag, sono uscito alle sette del mattino, in realtà già fremevo dalle cinque. In strada non c’era nessuno, solo io e la mia scorta. Senza parlare abbiamo camminato per cinque ore. Ho bevuto un cappuccino e ci ho inzuppato dentro un muffin, ho comprato una cartina di Manhattan e, in quella sola mattinata, sono certo di aver camminato come non avevo mai fatto.</p>
<p>E non solo ne sono certo, ho le prove. Sono tornato a casa con le piaghe ai piedi, mi facevano male da morire, ma quel dolore che non credevo esistesse più mi rendeva euforico. Avevo la sensazione di essere tornato a vivere completamente, di aver riacquistato l’uso di arti sopiti da tempo. E per la prima volta ho iniziato a vedere le scarpe consumarsi e ai piedi mi sono venute vesciche.</p>
<p>I motivi della mia fuga, perché nonostante tutto di fuga si è trattato, risalgono ai tempi di “Vieni via con me”. O forse è più appropriato dire che con “Vieni via con me” hanno subito un giro di vite. Dopo il successo della trasmissione, l’attenzione su di me di media e politica e dei media proni alla politica è diventata altissima. La mia famiglia è diventata oggetto di ricerche, di domande, di curiosità. Ogni giorno sentivo una pressione enorme.</p>
<p>Mezze parole, commenti idioti, sorrisi aperti e dietro le spalle schiumanti insulti. Gli addetti ai livori sono così. Non si interviene su ciò che dici o su come lo dici: si cerca di delegittimarti o di creare un clima avverso. Un modo per poter dire a se stessi che chi riesce a parlare a molti è corrotto dai media, è una schifezza, un bluff.</p>
<p>C’è una frase di Adriano Olivetti con cui mi identifico. Spiega perché chi ha ambizioni è visto con sospetto: “Se teorizzo qualcosa di apparentemente irrealizzabile, incontro sicuramente il consenso di qualche salotto. Se vado oltre, spiegando come realizzarlo tecnicamente, nel dettaglio, rischio di rendermi ridicolo. Se poi lo realizzo, vengo trattato con ostilità.” Eppure con il tempo ho imparato a essere fiero delle accuse banali e sempre identiche che ricevo. Detesto piacere a tutti. I nemici, pronti a strumentalizzare e spesso inventare accuse, sono medaglie che ho conquistato nella battaglia delle mie parole.</p>
<p>Poi arriva una mail: un invito per insegnare alla New York University. E mi arriva anche l’offerta da Scholar at Risk – una rete di istituzioni che danno protezione e sostegno a intellettuali di tutto il mondo che nei loro paesi non possono lavorare affatto, o come nel mio caso, non possono farlo serenamente – di una borsa di studio per il mio insegnamento.  Non potevo crederci: era una chiave per uscire dalla gabbia che molti credono mi sia costruito da solo, e dalla quale non riuscivo a uscire, nemmeno per una boccata d’aria. Così scendo dall’aereo, sorrido alla mia nuova scorta americana e penso: ce l’ho fatta. Sono qui.</p>
<p>Le contraddizioni di New York sono infinite, quando sei a Washignton Square avresti voglia di credere che sia davvero la città perfetta: non trovi un solo viso che ti somigli. Quelle parole complesse e affascinanti come multiculturalismo e multietnicità a New York diventano concretezza, le percepisci come reali. Nella mia testa, per antica ossessione, la mappa delle città di tutto il mondo è disegnata con confini criminali. Quando sono in Svezia cerco di sapere esattamente, attraverso tutte le informazioni che posso raccogliere, quali sono i ristoranti che riciclano denaro per conto dei cartelli criminali, quali sono i palazzi comprati dalla mafia serba, le zone dove spacciano metanfetamina. Lo stesso a Parigi o a Berlino.</p>
<p>Quando le scorte locali mi chiedono cosa voglio andare a vedere, mi faccio portare nelle periferie o nei posti più impensati tralasciando spesso musei o parchi. Così, quando arrivo a Washington Square so esattamente – anche senza esserci mai stato, ma solo per averlo letto – dove sono i pusher, dove i pali, i punti dello spaccio, i locali delle alleanze saldate e quelli degli arresti eccellenti.<br />
Eppure, una volta lì, i miei percorsi cognitivi deviano dalle solite manie. Non esistono pusher, non il ristorante di Sonny Black a Little Italy. Mi scrollo di dosso tutto questo, almeno per un po’. Almeno per un po’ ho voglia di respirare. New York mi ridà un ossigeno che avevo perso.</p>
<p>Innamorarsi di questa città è facile. Così come è facile sentirsi smarriti in una sorta di infinito lego per topi, e voler fuggire. Fuggire lontano, in un luogo più rassicurante. Ma restare è una sfida, abituarsi a quell’architettura è una sfida. Sentirla familiare, muoversi in quel labirinto mettendo in conto di potersi perdere. E quel labirinto per me ha significato recuperare i percorsi, guardare finalmente i volti delle persone, ascoltare le loro voci. Non pensavo che smarrirsi potesse essere tanto rassicurante e ho finito per innamorarmi di quella sensazione.</p>
<div id="attachment_8351" class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-17-906301_650x02.jpg"><img class="size-medium wp-image-8351" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-17-906301_650x02-432x288.jpg" alt="" width="432" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Italo Calvino ha scritto: “Io amo New York, e l’amore è cieco. E muto: non so controbattere le ragioni degli odiatori con le mie. […] In fondo non si è mai capito bene perché Stendhal amasse tanto Milano. Farò scrivere sulla mia tomba, sotto il mio nome, “newyorkese”. Ma se da turista innamorarsi della città è facile, quasi un obbligo, se decidi di viverci per qualche tempo le cose si complicano. In America tutto è procedura, tutto è regola.<br />
Quando si arriva con l’intenzione di restare, sembra quasi di trovarsi davanti a una parete alta e liscia da scalare.</p>
<p>Mi rassicuravano, mi dicevano che poi tutto si sarebbe normalizzato, ma quei continui colloqui, fogli su fogli da compilare e formule che ti venivano lette ovunque e che dovevi mostrare di accettare annuendo, a me sembravano un’assurdità.    Mi sembravano un modo niente affatto costruttivo per occupare il tempo e il mio lì era contato. L’incubo dei primi giorni fu ottenere il Social security number, una sorta di codice fiscale senza il quale non puoi fare quasi nulla, dall’aprire un conto in banca per ricevere lo stipendio – e senza lavoro un visto è difficile ottenerlo – a comprare una scheda telefonica, ad affittare casa.</p>
<p>Ovunque andassi mi chiedevano quel numero e quando dicevo che ancora non ne avevo fatto richiesta in risposta ricevevo uno sguardo sadico, come a dire: “Buona fortuna, speriamo tu ne esca vivo”. Ed eccomi in fila allo sportello, gli uomini della scorta mi aspettano fuori dall’ufficio concedendomi scampoli di libertà, anche se io temevo lo facessero per tenersi lontani da quel luogo descritto come l’infero degli immigrati.</p>
<p>Avevo il numero 14. Ero l’unico essere umano presente, oltre ai dipendenti, in un ufficio che per la quantità di comunicazioni in cinese, mi faceva dubitare del luogo in cui mi trovassi.    I dipendenti parlavano americano e cinese e questo mi ha fatto capire ciò che già sapevo: in Usa l’immigrazione del futuro è dall’Estremo oriente, noi europei siamo solo una zavorra. Leggo sul display e vedo che il numero indicato era il 12. Ma c’ero solo io, quindi mi avvino allo sportello sicuro che fosse il mio turno. L’addetto mi guarda e mi chiede che numero avessi. “14”, rispondo. “Non è il suo turno, siamo al 12 e poi verrà il 13”. “Ma ci sono solo io!”, rispondo divertito. “Lo vedo, ma non è il suo turno, devo chiamare gli altri numeri, è la regola”. Mi allontano rispettoso e aspetto la chiamata.Capisco ora quello che mi avevano detto, ma che non riuscivo a sovrapporre alla vulgata sugli Stati Uniti e sul loro dinamismo: qui non si interpreta la legge, spesso sul posto di lavoro non c’è una reale riflessione su ciò che si fa, si fa e basta.</p>
<p>Questa è la rigidità americana. Una rigidità che per quanto ottusa spesso garantisce la certezza della funzionalità dell’apparato istituzionale e di molta parte di quello privato. Almeno a New York. Tutto ha un percorso preciso, tutto ha una procedura. Anche la vita, addirittura nei sentimenti si seguono regole precise, codificate: quelle del date. Eppure le regole sentimentali di New York hanno un sapore quasi arcaico. Di base è possibile frequentare – senza che questo lo si debba nascondere – più partner contemporaneamente, cosa impensabile nei luoghi in cui sono nato e cresciuto. Fino a che non decidi che sei exclusive. Sei occupato solo se hai quella che in America chiamano the talk.<br />
E la tempistica sulla “chiacchierata” dipende da quanto presto vai a letto con la persona che stai frequentando. Il primo bacio dovrebbe avvenire più o meno al secondo date, sesso al quarto o quinto, non prima. Tutta questa organizzazione quasi militare mi divertiva moltissimo perché per quelle comunità sterminate, regola significa tranquillità.</p>
<div id="attachment_8352" class="wp-caption alignright" style="width: 201px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-21-144573_0x4352.jpg"><img class="size-medium wp-image-8352" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-21-144573_0x4352-191x288.jpg" alt="" width="191" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Qualcuno mi ha detto che “è importante analizzare le relazioni in ogni loro fase per evitare confusione e stress”. Altri si decidevano a fare the talk quando “avessero raggiunto l’obiettivo che si erano prefissati”. Parlavano di sentimenti come si parla di un conto in banca, di investimenti, a un italiano del Sud che non credeva alle proprie orecchie, ma che in fondo è cresciuto con quelle stesse regole senza che però fossero apertamente codificate. Regole non codificate, arcaiche e suscettibili di interpretazione: un labirinto intricato, quanto di peggio ci possa essere, soprattutto per le donne, in una società ancora profondamente maschilista.<br />
L’America è quel luogo che conosci dai racconti di chi la odia a morte, e declina il suo odio ritenendola la patria delle ingiustizie sociali, dell’imperialismo, del cinismo. E di chi la ama di tutto l’amore possibile, innamorato della bandiera sinonimo di unione e libertà e della portata simbolica della sua lotta ai totalitarismi. Io per formazione diffido degli odi profondi e ciechi e degli amori ideologici, quindi nessuna delle due strade mi ha mai attratto. Quello che invece mi interessava comprendere era cosa fosse realmente il sogno americano. E soprattutto se il sogno americano non fosse piuttosto – a dispetto di tanta letteratura – la speranza tutta italiana che andare oltreoceano servisse a cambiare il proprio destino.</p>
<p>E anche questo topos della società e della cultura americana lo percepisci, ma assai diversamente da come avevi pensato. È una sorta di attitudine che la società americana ti trasmette, è assolutamente impalpabile ma sai che c’è, come una architettura invisibile aggiunta alla tua vita. In America senti che puoi farcela. Se hai un desiderio e un talento, puoi farcela. Questo è il vero sogno americano che non è immune alle difficoltà economiche e alla spietatezza della società. O fai di tutto per valere o sei cancellato. Non dimenticherò mai una delle prime passeggiate fatte a Central Park.    C’era una persona che chiedeva soldi e un bimbetto che voleva dargliene. Il bimbetto era con suo nonno che gli spiega perché è finito così quel signore: “Perché non si è impegnato, perché non ha dato il meglio di sé”. Insomma, darà i soldi all’uomo, ma prima una lezioncina di vita. Come sono diverse le nostre culture, ho pensato.<br />
Quanto è diversa l’impronta protestante che scorgi nel peccato originale di non avere denaro, dall’impronta cattolica che fa del denaro un peccato mortale. A me in Italia avrebbero detto che quell’uomo chiedeva soldi in strada perché era stato sfortunato, perché non ce l’aveva fatta. Il discorso di quel nonno americano ha una morale agli antipodi rispetto a quella con cui sono cresciuto. Quando qualcuno non riesce, da noi la responsabilità non è mai individuale, si attribuiscono sempre le responsabilità maggiori al sistema.<br />
A New York il meccanismo è completamente diverso: devi dare il massimo e vedrai che otterrai qualcosa. Ma anche questa in realtà è una mistificazione: il sogno americano è diventato col tempo sempre più esclusivo. L’assioma non è più “impegnati e ce la farai”, ma “se hai talento ce la farai”.<br />
Questa tendenza radicalmente meritocratica spesso tiene fuori tutti coloro che non hanno eccellenze ma solo normali attitudini e bravure. La chiave per fare qualsiasi cosa a New York – lavorare nella cosmetica, nel giornalismo, nell’industria, o semplicemente fittare casa – è incontrare, conoscere persone, presentarsi. Ed è cosa impegnativa e complicata perché finisce con l’essere una selezione sociale basata sul vedere come ti vesti, come ti comporti, come la pensi, non esattamente come sei, ma come sei in determinati contesti. È una società basata sul giudizio (e assolutamente non sul pregiudizio), ma ti offre talmente tante possibilità, opportunità e combinazioni che ti concede di trovare gli spazi che vuoi e in cui puoi sentirti accettato. Questo rappresenta una sua peculiarità come il meccanismo della segnalazione che non è raccomandazione perché il potere di un capo carpentiere o di un vicepresidente si svilirebbe se segnalassero persone incompetenti. Insomma piazzare il figlio dell’amante o l’amico dell’amico in posti che non meritano ti farebbe perdere credibilità. E questo in una realtà dove la credibilità è tutto sarebbe controproducente. Negli Stati Uniti, soprattutto a New York, accade che l’apertura su quello che sei o quello che dici di essere esiste fino a prova contraria. Una volta che c’è un intoppo grave, però, una menzogna letale, tutto repentinamente cambia.</p>
<div id="attachment_8353" class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-23-1001209_650x0-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-8353" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-23-1001209_650x0-1-432x288.jpg" alt="" width="432" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Il caso di Raffaele Follieri, imprenditore di San Giovanni Rotondo, è un esempio incredibile di questa debolezza tutta americana. Sale agli onori della cronaca perché si fidanza con l’attrice Anne Hathaway e presto riesce ad accreditarsi come uomo del Vaticano legato a Karol Wojtyla e lo fa semplicemente acquistando un vecchio edificio di proprietà della chiesa in America e mettendolo sul mercato immobiliare. Intuisce che la chiesa americana e quella canadese sono in difficoltà per gli scandali e i processi sulla pedofilia, che devono pagare risarcimenti milionari e che il settore immobiliare deve essere dismesso per far fronte a quelle spese.<br />
Ebbene Follieri – a New York ho provato a seguire le sue tracce – finge di poter vendere a diverse società immobiliari, facendo da mediatore, le proprietà del Vaticano. Inizia a ricevere tonnellate di denaro, frequenta i Clinton: entra nella società americana, quella “che conta”.<br />
Naturalmente quando la truffa è scoperta per lui non c’è che l’ignominia, il marchio fuoco, il carcere. E domandarsi come abbia fatto ad acquisire tanto credito è fuori contesto: ha passato la selezione, perché la curiosità e l’apertura sono la caratteristica e la quotidianità di certi ambienti newyorchesi cui può capitare, però, di imbattersi nella furbizia.<br />
Ma, a parte il caso di Mr. Truffa Follieri, colpisce vedere quanto siano riusciti a fare di importante gli italiani a New York. Forse questo rischia di essere un discorso che sa di provincialismo, di attaccamento alla terra. Del resto ammetto di non aver mai così tanto pensato all’Italia come durante la mia vita a New York, dove di Italia se ne incontra davvero tanta, ovunque. Italia a New York vuol dire tre cose: moda (eleganza e design), cultura culinaria e mafia. E non sempre queste tre declinazioni vengono affrontate con serenità perché la nostra caratteristica fondamentale deve essere la leggerezza. Lo stesso Berlusconi (profondamente detestato dal mondo colto newyorchese) è visto spesso come un signore furbo, spregiudicato, un po’ maneggione. A cui piacciono le donne e che ha saputo far soldi. Non è sicuramente un modello, ma è considerato un uomo leggero e la leggerezza, soprattutto nella società bianca newyorchese, è un bene raro.<br />
E poi ci sono gli italoamericani che non ne possono più di sentir parlare di mafia, sempre associata ai loro cognomi, alle loro facce, alla loro cultura. È insopportabile il pregiudizio. Molti di loro, e stiamo parlando di migliaia di persone, hanno sentito l’esigenza di cambiare il proprio cognome nel corso degli anni, per renderlo come si dice american-friendly. Ma è un errore pensare che i Soprano diffamino la comunità italoamericana. La nostra forza sta proprio nel raccontare un fenomeno che in Italia è forse più antico e potente che nel resto del mondo e poterlo denunciare. E poterlo insegnare. Non si risponde alla diffamazione che c’è, che è reale, con l’omertà, ma raccontando.<br />
Downtown è piena di ristornati italiani, di storie italiane. È pieno di un’Italia che è scappata dall’Italia nel corso di due secoli, credendo di trovare in America strade lastricate d’oro. li italo-americani a New York hanno avuto una vita complicatissima, non dimenticherò mai la frase di Nicola Colella, figlio di immigrati campani: “La maggior parte degli immigrati era molto giovane quando venne in questo paese. Scoprirono che non solo le strade non erano lastricate d’oro, ma che erano proprio loro quelli che dovevano lastricare quelle strade”.</p>
<div id="attachment_8354" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/386401_191727140919167_100002456464283_381036_1547566550_n-copia.jpg"><img class="size-full wp-image-8354" title="Saviano a Zuccotti Park" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/386401_191727140919167_100002456464283_381036_1547566550_n-copia.jpg" alt="" width="400" height="266" /></a><p class="wp-caption-text">Saviano a Zuccotti Park</p></div>
<p>New York è stata costruita dagli italiani, dai pellirossa, dagli irlandesi, questo lo senti “dalla puzza di sudore che esce dal cemento”, direbbero gli operai edili del mio paese. Senti quanta Italia c’è a Zuccotti Park, che deve il suo nome a John Zuccotti, uomo d’affari italo-americano, presidente della società che possiede la piazza e che ne ha curato l’opera di ristrutturazione nel 2006 dopo i danneggiamenti dell’11 settembre.    Lo scopri nel toro di Wall Street, il Charging Bull, opera abusiva di un artista siciliano, Arturo Di Modica. Abusiva perché quel toro non è mai stato né commissionato dalla città di NY, né c’è mai stata autorizzazione perché venisse installato. Di Modica l’ha foggiato e poi l’ha posato dinanzi a Wall Strett perché quella possente scultura ricordasse la forza del popolo americano e la speranza per il futuro.<br />
Ormai quel toro è il simbolo del capitalismo americano. Lo senti dagli imprenditori, dagli studiosi, dagli artigiani che arrivano a New York. E poi c’è Arthur Avenue, la vera Little Italy. Quella storica ormai non esiste quasi più: è un quartiere di China Town, una sorta di museo della vecchia New York.    Quello che è rimasto veramente Italia è Arthur Avenue. Un’intera strada tutta italiana. In verità la condividono italiani e albanesi, due comunità molto unite in America, come un’unica famiglia. Ci sono stato, e passeggiando qualcuno mi ha riconosciuto. Qualcun altro scorgendo nel mio sguardo l’eccitazione del “forestiero” mi chiedeva da dove venissi “cumpa’” o “paisa’”. “Napoli” dicevo e loro mi rispondevano: “Anch’io da Barletta”, da Marcianise, da Dentecane, perché per loro tutto ciò che non è Sicilia è comunque Napoli. Il sud Italia nei loro ricordi, nelle loro sensazioni, resta il Regno delle due Sicilie.<br />
E sapevo che Roberto De Simone per rintracciare sonorità e parole che il napoletano moderno aveva perso, era andato proprio in America dove i dialetti sono ancora quelli dell’Ottocento, cristallizzati dall’esodo. Se sei italiano, i primi ad accoglierti a New York sono italiani.   Ti racconteranno quanto gli italiani e gli italoamericano abbiano lavorato, quanto successo abbiano avuto partendo da quel niente che avevano portato con sé dalle desolate campagne italiane.    E tutto questo assume in quel contesto il sapore della rivalsa, del riscatto. Ma in questi discorsi c’è qualcosa che mi pesa, qualcosa su cui mi sono soffermato a ragionare e di cui mi sfugge in qualche modo il senso.</p>
<div id="attachment_8355" class="wp-caption aligncenter" style="width: 440px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/roberto-saviano-vanity-fair-03-2012_650x435-12.jpg"><img class="size-medium wp-image-8355" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/roberto-saviano-vanity-fair-03-2012_650x435-12-430x288.jpg" alt="" width="430" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Come è possibile che la comunità italiana in America, fatta da milioni di persone, che spesso sono riuscite a ottenere risultati inimmaginabili – Fiorello La Guardia, figlio di immigrati foggiani, soprannominato affettuosamente the Little Flower è stato eletto sindaco di New York già nel 1933 –, che sono una sorta di paese nel paese, che sono incredibilmente fieri delle loro origini, in fondo abbiano avuto verso l’Italia solo un atteggiamento paternalistico, di soldi mandati alla famiglia di piccole chiese ristrutturate, ma di totale assenza di investimenti e di collaborazione.<br />
La verità è che se produci un buon vino in California e sei lucano non cerchi di farlo in Italia, perché fare impresa in Italia e soprattutto al Sud è cosa complicatissima. Mancano le infrastrutture, regole certe, la mentalità assistenzialista alimentata da certa politica preclude, di fatto quei mercati a chiunque voglia e possa fare investimenti. Dall’altro lato, l’atteggiamento paternalistico degli italoamericani è dovuto a una sorta di presa di distanza morale da una terra che ha costretto i loro genitori i loro nonni ad andare via e che ora torna nella loro vita solo sottoforma di diffamazione.<br />
A New York l’emigrazione italiana è stata la più odiata, la più vessata, eppure qui da noi, non è rimasta memoria di questo grande dolore. Nel mio guardare New York c’era un pensiero costante ai molti arrivati e trattenuti a Ellis Island, l’isola dove persino il mio bisnonno arrivò, per essere subito cacciato perché anarchico e per nulla ligio ai controlli cui lo costringevano. Andare in America oggi, emigrare in America, è cosa assai diversa per un italiano della mia generazione.<br />
Ma il tempo del grande esodo non è lontano e per un uomo del sud Italia credo sia un obbligo rintracciare storie e sofferenze e ricordare tutto quello che è stato. La sofferenza delle migrazioni italiane può essere senza dubbio considerata modello universale per comprendere le dinamiche di ogni emigrazione.<br />
Le parole di Nicola Colella che raccontano cosa abbia significato per gli italiani emigrare sono valide per qualsiasi migrante in queste ore cerchi uno spazio per sopravvivere, che sia africano, latino, asiatico o, come ben presto riaccadrà, europeo: “Riuscite ad immaginare che cosa significhi dire addio alla propria famiglia, alla propria casa e agli amici?<br />
Partire per un paese straniero, senza conoscerne la lingua, e con pochissimi soldi, in pratica nessuno? Chi sarebbe disposto a fare una cosa del genere? Perché mai qualcuno dovrebbe fare qualcosa di così drastico? […] E così… giungemmo in America, a centinaia su centinaia di migliaia, fino a quando non fummo più di quattro milioni. Affrontammo la povertà, la discriminazione e l’isolamento dovuti al fatto di essere in una terra straniera. […]<br />
Venimmo in un luogo che ci trattava da persone inferiori. Venivamo considerati sporchi e stupidi, perfino “di colore”. Imparammo ad adattarci, ad andare d’accordo col resto della popolazione, e a nascondere la nostra nazionalità straniera; ma, non smettemmo mai di essere orgogliosi di ciò che eravamo e del luogo da dove venivamo.”</p>
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		<title>Han sover på ett nytt ställe var tredje dag.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:16:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[21 gennaio 2012. ROM. Han granskade maffian i Italien. Hon avslöjade ett pedofilnätverk i ­Mexiko. Nu har de ett pris på sina huvuden. DN kan i dag ­presentera årets Palmepris­tagare i var sin intervju med våra korrespondenter.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ROM. Han granskade maffian i Italien. Hon avslöjade ett pedofilnätverk i ­Mexiko. Nu har de ett pris på sina huvuden. DN kan i dag ­presentera årets Palmepris­tagare i var sin intervju med våra korrespondenter.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_8333" class="wp-caption aligncenter" style="width: 467px"><strong><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Saviano-430.jpg"><img class="size-medium wp-image-8333" title="Roberto Saviano smädade maffian i ”Gomorra” och efter det ser camorran honom som en dödsfiende att eliminera till varje pris. © Victor Sokolowicz / AOP" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Saviano-430-457x288.jpg" alt="" width="457" height="288" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Roberto Saviano smädade maffian i ”Gomorra” och efter det ser camorran honom som en dödsfiende att eliminera till varje pris. © Victor Sokolowicz / AOP</p></div>
<p>Med succéboken ”Gomorra” gav Roberto Saviano den napoletanska maffian, camorran, ett ansikte. På samma konkreta sätt fortsätter han att tydliggöra de mest komplicerade kriminella och ekonomiska sammanhang.</p>
<p>– Bankerna har i dag har ett sämre immunförsvar, säger han nästan omedelbart när jag efter flera dagars försök äntligen får tag på honom på telefon.</p>
<p><strong>Med immunförsvar menar </strong>Saviano bankernas oförmåga eller ovilja att undvika att ta emot svarta pengar. I dag mer än någonsin. Förklaringen är den ekonomiska krisen.</p>
<p>– Alla vill bara att ekonomin skall ta fart igen, då tittar inte bankerna på vem som sätter in pengar.</p>
<p>I Italien är denna situation påtaglig. Landets maffia AB omsätter 1 230 miljarder kronor om året och förfogar över 525 miljarder i likvida medel. ”Maffian vinner och får byggkontrakten, inte för att de trycker upp en pistol i ansiktet på den som fattar beslutet, utan för att de i ett land i kris har de bästa företagen och kan investera”.</p>
<p><strong>Som journalist och </strong>debattör kommer han med konkreta förslag, som att företag som är registrerade i skatteparadis utomlands inte borde få investera i Europa; väl medveten om att inget EU-land hittills av ekonomiska skäl har vågat fatta ett sådant beslut.</p>
<p>Saviano gillar Italiens nya tekniska regering ledd av ekonomiprofessorn Mario Monti.</p>
<p>– Den går det att föra en dialog med. Det gick inte med Berlusconi, säger han.</p>
<p>Samtidigt oroas han över att regeringen Monti mitt upp i det väldiga saneringsarbetet av Italiens ekonomi och infrastrukturer mycket sällan nämner det där lilla ordet som alla verkar frukta: ”mafia”, som det skrivs på italienska.</p>
<p><strong>Av Berlusconis många</strong> lagförslag, som skulle sätta munkavle på landets journalister, blev det ingenting. Pressfriheten i Italien har inte inskränkts och är inte ett problem för italienska journalister, betonar han. Däremot självcensur. Den som utmanar makten blir uthängd och smutskastad och måste räkna med att motståndaren kommer att göra allt för att ifrågasätta journalistens trovärdighet. Det hände Saviano ifjol, efter att han debuterat i ett eget tv-program. Savianos monologer blev efteråt också en bok ”Kom med mig” som snart kommer på svenska. Programmet hade tittartoppar på hela tolv miljoner. Efter att Saviano kartlagt hur den kalabresiska maffian ’ndranghetan investerar i Norditalien startade Berlusconis tidning Il Giornale en namninsamling mot honom och hans journalistik och började smutskasta hans familj.</p>
<p>Att han nu får Olof Palmepriset sammanfaller med hans återkomst på den italienska mediearenan. I sex månader har Saviano varit osynlig och levt i New York, där han bland annat hållit föreläsningar på New York University.</p>
<p><strong>– Det var närmast</strong> en flykt. Uppmärksamheten hade blivit för stor. Jag behövde andas frisk luft, säger han.</p>
<p>Hans amerikanska livvakter var förstående och lyssnade på hans frihetsbehov. För första gången på fem år åkte han tunnelbana, köade i snabbköp och gick långa promenader med livvakterna på diskret avstånd. Han har också skrivit färdigt sin nya bok som delvis handlar om New York. När den kommer är osäkert. Först skall den redigeras och han funderar på att denna gång först publicera utomlands och inte i Italien, där han åtminstone tillfälligt har brutit med det Berlusconi-ägda förlaget Mondadori efter ett häftigt gräl med dottern Marina Berlusconi som är vd.</p>
<p>Nu är Saviano tillbaka i sin italiens­ka bunker som är det hem som det italienska staten ställer till hans förfogande. Boende i egen lägenhet är det inte tal om. I ”Gomorra” har Saviano inte bara avslöjat, utan även smädat camorran som i honom ser en dödsfiende att eliminera till varje pris.</p>
<p><strong>– Förr fick jag</strong> ibland sova instängd på militärkaserner. Nu flyttar de runt mig var tredje dag. Ofta i Neapeltrakten, men även i Norditalien och på Sicilien och Sardinien. Det händer att jag vaknar mitt på natten av ångest och inte vet och kommer ihåg var jag är. Det är ett hemskt liv, avslutar Roberto Saviano.</p>
<p><em>Peter Loewe</em></p>
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		<title>Le Invasioni Barbariche — il video integrale.</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 12:13:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La 7, 21 gennaio 2012 .Qui potete vedere il video integrale della puntata del 21 gennaio 2012 con in apertura l'intervista tra Jovanotti e Roberto e subito a seguire la lunga intervista di Daria Bignardi a Roberto Saviano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8329" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Immagine-25.png"><img class="size-medium wp-image-8329" title="Roberto Saviano alle Invasioni Barbariche" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Immagine-25-460x253.png" alt="" width="460" height="253" /></a><p class="wp-caption-text">Roberto Saviano alle Invasioni Barbariche</p></div>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.la7.tv/richplayer/?assetid=50249385" target="_blank">Qui</a> </strong></span>potete vedere il video integrale della puntata del 21 gennaio 2012 con in apertura l’intervista tra Jovanotti e Roberto e subito a seguire la lunga intervista di Daria Bignardi a Roberto Saviano.</p>
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		<title>Vanity Fair 2012 — New York.</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 17:45:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due anni fa, su Vanity Fair, il grido: «Rivoglio la mia vita». Dopo il «troppo» successo, la fuga. A New York. E non solo a causa delle minacce della camorra.
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<a href='http://www.robertosaviano.it/gallery/vanity-fair-2012-new-york/attachment/roberto-saviano-vanity-fair-03-2012_650x435-2/' title='© Antonio Bolfo'><img width="60" height="60" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/roberto-saviano-vanity-fair-03-2012_650x4351-60x60.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="© Antonio Bolfo" title="© Antonio Bolfo" /></a>
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<div id="attachment_8310" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-19-2643415_650x01.jpg"><img class="size-medium wp-image-8310" title="© Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-19-2643415_650x01-375x288.jpg" alt="" width="375" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">© Antonio Bolfo</p></div>
<p>Due anni fa, su Vanity Fair, il grido: «Rivoglio la mia vita». Dopo il «troppo» successo, la fuga. A New York. E non solo a causa delle minacce della camorra.</p>
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		<title>“Super Santos” da oggi in eBook.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 09:16:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[19 gennaio 2012. Quattro amici, quattro ragazzini che diventeranno uomini in una terra in cui crescere è un lusso da pagare caro.  La passione per il calcio vissuta nelle strade di Gomorra, inseguendo un pallone arancio fuoco. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8278" class="wp-caption aligncenter" style="width: 343px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Super-Santos.jpg"><img class="size-large wp-image-8278" title="copertina di Super Santos" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/Super-Santos-333x500.jpg" alt="" width="333" height="500" /></a><p class="wp-caption-text">la copertina di Super Santos</p></div>
<p>Quattro amici, quattro ragazzini che diventeranno uomini in una terra in cui crescere è un lusso da pagare caro.  La passione per il calcio vissuta nelle strade di Gomorra, inseguendo un pallone arancio fuoco. Roberto Saviano, ispirato da una vicenda realmente accaduta, mette in scena un racconto perfetto, preciso come una punizione messa a segno, straziante come un rigore sbagliato.</p>
<p><em>Potete acquistare l’eBook di Super Santos <span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="http://www.lafeltrinelli.it/products/9788858850312/Super_Santos/Roberto_Saviano.html" target="_blank">qui.</a></strong></span></em></p>
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		<title>20 gennaio ore 21,10 — La 7 — Roberto alle Invasioni Barbariche.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 09:15:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[7 gennaio 2012 La7. Roberto Saviano questa sera, venerdì 20 gennaio, sarà ospite alle Invasioni Barbariche alle 21,10 su La7.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.robertosaviano.it/rassegna/20-gennaio-ore-2110-roberto-alle-invasioni-barbariche/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Roberto Saviano questa sera, venerdì 20 gennaio, sarà ospite alle Invasioni Barbariche, alle 21,10 su La7.</p>
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