Lo scrittore (ieri in Tribunale per costituirsi parte civile nel processo ai Casalesi) al sindaco di Napoli: “Non utilizzi Napoli per una ribalta personale”
di CONCHITA SANNINO
“De Magistris mi sembra distratto, in questa fase. Non vorrei si usasse Napoli per una ribalta personale”. E ancora: “Non si può andare in televisione, il giorno dopo la sparatoria davanti a un asilo, e non dire una parola su Scampia”. Roberto Saviano torna a Napoli, per costituirsi parte civile al processo contro i boss del clan dei casalesi.
È un duello a distanza, ormai. Roberto Saviano che già aveva criticato apertamente il sindaco, via twitter, dopo il licenziamento di Raphael Rossi, ora replica con un’analisi molto severa alle recenti esternazioni che gli ha rivolto il sindaco. “Mi spiace – commenta – che il sindaco risponda ad un’osservazione sul governo cittadino non spiegando cosa ha fatto o intende fare, ma attaccando me o genericamente quelli che “se ne vanno via da Napoli”. Tra l’altro, dovrebbe sapere che non me ne sono andato di mia volontà”.
Le 12: l’udienza in cui lo scrittore si è costituito parte civile contro boss e avvocati di Gomorra è appena finita. Saviano si trattiene nell’aula 111 dopo aver fissato nei monitor, a distanza, i padrini Antonio Iovine e Francesco Bidognetti collegati al processo in videoconferenza.
Saviano parla di de Magistris, delle “delusioni” che apprende da parte di “tanti napoletani”. Del rientro di Berlusconi come candidato premier: “Ritorno devastante per la lotta alle mafie”. E lancia un allarme: “Teniamo gli occhi aperti sul voto di scambio: bastano 20 euro e una spesa fatta per comprare il consenso”.
Qualche ora prima, le auto scure erano passate svelte da un varco posteriore di Palazzo di Giustizia: la scorta porta il giovane scrittore che non mette piede da tempo nella sua città. L’autore di Gomorra torna a Napoli quattro anni dopo la sua presenza pubblica all’aula bunker di Poggioreale quando, nel giugno 2008, la Corte di Assise d’Appello conferma tutti gli ergastoli per il gotha dei casalesi; e torna tre anni dopo il privato e affettuoso scambio di saluti, nel 2009, tra lui e il direttore Abbado, in una suite del Vesuvio.
Ma è la prima volta che Saviano si costituisce parte civile nel processo che vede imputati, per minacce e diffamazione, con Bidognetti e Iovine, i loro ex avvocati casertani, Michele Santonastaso e Carmine D’Aniello che, nel 2008, presentarono un’istanza di remissione leggendo frasi “diffamatorie, calunniose e minacciose” sia per i giornalisti, sia per i magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone.
Saviano resterà per alcune ore, fino alla fine dell’udienza: al suo fianco l’avvocato Antonio Nobile e il pm antimafia Antonello Ardituro. Il presidente della terza sezione, Aldo Esposito, rigetta due istanze della difesa e rinvia il processo al 4 marzo. Si prevedono testi eccellenti per parlare di diffamazione e cultura antimafia. Il pm Ardituro ha citato, ma sarà il Tribunale a decidere, il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, quello dell’Espresso, Bruno Manfellotto, l’anchorman Fabio Fazio, l’ex direttore del Mattino Virman Cusenza, e i politici Fausto Bertinotti e Walter Veltroni.
Saviano, il sindaco ha detto: “Mi sono simpatici gli intellettuali che sono andati a vivere fuori, ma mi sono più simpatici quelli che rimangono. Quindi l’interlocuzione con Saviano non mi appassiona. Gli dico solo: perché non vieni a Napoli a lavorare, a metterti a disposizione?”. Saviano, perché?
“Intanto mi stupisce che il sindaco attacchi la persona invece di rispondere sul punto…”.
Ricordiamolo: lei aveva sostanzialmente sostenuto, parafrasando Jhonny Stecchino, che il problema di Napoli sembra il traffico e che l’unico atto di rinnovamento non può essere il “lungomare liberato”.
“Io penso semplicemente che è strana, è terribile la scelta strategica legata solo alla bellezza della città: che poi non è un merito della politica, casomai può essere un merito tutelarla. Secondo punto: il primo cittadino dovrebbe sapere che la mia condizione mi ha portato lontano, ma spero di tornarci nella mia città: e comunque la mia presenza qui come parte civile testimonia che questo territorio è il mio e lo difendo e lo tutelo. Invece, sento la delusione di molti napoletani che non hanno visto un’idea, una proposta, un’azione di cambiamento forte sulle periferie. Lo vedo distratto…”.
Se si riferisce all’attivismo del sindacoleader degli Arancioni, che proprio domani sarà presentato ufficialmente a Roma e che ha in animo di candidare il magistrato Ingroia, sappia che de Magistris ha appena ribadito, in una lettera pubblica, che questo impegno non sottrarrà energie al ruolo di sindaco, e anzi che “Napoli non potrà che trarre beneficio” da questo.
“Io ho un timore, confesso: che Napoli rischi di essere la vetrina per lanciarsi su una dimensione nazionale. Mi spiego: il meccanismo non è quello di trasformare Napoli e portare questo risultato come contributo alla città e al Paese. Ma usare Napoli per una grande ribalta. Ovviamente spero di sbagliarmi: se così fosse, sarebbe davvero doloroso”.
È un’analisi dura. C’è qualcosa che l’ha colpita in negativo?
“Una cosa mi è sembrata singolare. Non si può andare in tv e non parlare di Scampia, della città da lui amministrata, il giorno dopo che c’è stata una sparatoria davanti a un asilo (il riferimento è alla trasmissione di Santoro, “Servizio Pubblico”)”.
Facciamo finta che lei sia qui a lavorare per Napoli. Cosa proporrebbe lei per Scampia, esercito a parte?
“Una premessa: l’invio dell’esercito lo ritengo importante solo come pronto soccorso ma credere che esercito serva da solo è assurdo. Se serve ad affrancare uomini dell’intelligence, se viene affiancato da progetti a lungo termine sulla vivibilità e la crescita del territorio, allora sì. Ma credo che tutto dovrebbe ruotare su un’idea di centralità contro la marginalità. Una biblioteca speciale? Degli uffici particolarmente avanzati del Comune? Da spostare lì. Bisogna incentivare in ogni modo iniziative imprenditoriali importanti. Invece di guardare alla solita imprenditoria. Insomma: sfruttare la mediaticità “nera” di Scampia per una “mediaticità” luminosa. E non soltanto il giorno di Carnevale, e non soltanto per opera delle associazioni, che si portano da sole, sulle spalle, questo compito”.
Stasera c’è l’iniziativa della municipalità “la scuola è la luce per Scampia”, le aule tutte illuminate che ospitano i cittadini e un incontro pubblico. Lei ci sarà solo idealmente?
“Idealmente ci sarò, certo. Spero al più presto di farlo anche fisicamente”.
Saviano, Berlusconi è di nuovo sulla scena come candidato premier. Cosa cambia?
“Un ritorno devastante: anche perché arriva in un momento difficilissimo dal mio punto di vista. Guardo all’aspetto della difficoltà della guerra di camorra e alla chiusura processo ndrangheta in Lombardia che dimostra presenza capillare e diffusa delle mafie anche al nord. E poi dico: teniamo gli occhi aperti sul voto di scambio. È solo la mia opinione: ma penso che il mondo vicino a Berlusconi utilizzerà molto questa leva e tocca anche ai media e alla società civile vigilare”.
Saviano (stasera su RaiTre da Fabio Fazio) al governo: “I rapporti mafia-politica emergenza nazionale”. “A Milano si è superata la linea d’ombra. In molte aziende si pensa meglio i capitali sporchi che soccombere”
Di Conchita Sannino
PER Roberto Saviano, il ddl anticorruzione “così com’è impostato, non va bene, non basta. Il provvedimento deve essere rafforzato sul falso in bilancio, sul voto di scambio, sulla concussione e in altre sue parti fondamentali. Quella legge, sulla cui necessità si sono espressi oltre 300mila cittadini aderendo con me all’appello di Repubblica, va approvata con urgenza, ma senza scendere a compromessi”. L’autore di Gomorra, che torna stasera da Fabio Fazio a “Che Tempo che fa” per ripartire con le sue analisi sullo scambio politico-mafioso e sulle alleanze tra clan ed economia legale, lancia un appello al ministro Paola Severino e un altro al premier Monti. Il ministro della Giustizia, auspica Saviano, “si faccia garante perché non si sia ostaggio di questa politica”. L’altra sollecitazione riguarda l’allarme dei condizionamenti mafiosi nel paese: “Il governo deve fare presto ad affrontare la questione come emergenza nazionale e non come un problema tra i tanti”.
Saviano, partiamo da un tabù che è crollato. C’era una volta l’orgoglio nordista che puntava il dito contro la complicità o la colpevole indifferenza del sud con i clan.
“In effetti, fino a poco tempo fa, poteva essere rischioso parlare di infiltrazioni mafiose al Nord. Della Lega, ad esempio, ti lasciavano anche dire che era razzista, un po’ incolta, ma guai a parlare di tolleranza con le mafie”.
Lei stesso, due anni fa, fu accusato dall’ex ministro Maroni di aver rivolto accuse infamanti alla Lega perché disse che la ‘ndrangheta “interloquiva” col suo partito.
“Purtroppo i fatti di oggi mettono in ridicolo le parole di Maroni, oltreché la campagna orchestrata contro di me. La reazione del Carroccio fu così risentita perché nessuno aveva ancora detto con chiarezza, al grande pubblico, che il pericolo era già lì, negli appalti, nelle imprese. Il caso ha voluto che cadesse la maschera del tesoriere della Lega Francesco Belsito, che secondo due procure aveva rapporti con la cosca dei De Stefano in Calabria. Poi è arrivato l’arresto dell’assessore Zambetti che, come sottolinea il procuratore aggiunto Boccassini, svela un pezzo di democrazia inquinata. E in tutto questo, la Lega ha esibito negli anni un’antimafia di facciata: quella che ti fa organizzare la fiaccolata contro il soggiorno obbligato di qualche boss o contro gli spacciatori, ma niente di più”.
La replica del Carroccio è che l’assessore accusato di aver pagato 200mila euro per 4000 voti, è del Pdl.
“Ecco, la Lega sta dicendo che loro non c’entrano. Ma è una bugia. Perché hanno appoggiato incondizionatamente il Pdl che ha sempre avuto un atteggiamento disinvolto con i faccendieri di queste organizzazioni. Perché se fai percepire alla tua base elettorale che il problema mafioso riguarda solo bande calabresi o campane che si fanno il racket tra loro, stai mentendo. A Milano, si è superata la linea d’ombra. In alcune aziende, c’è chi si domanda: voglio essere perdente o vincente? Se non voglio alzare bandiera bianca, faccio entrare capitali opachi”.
In Lombardia nessuno fa un passo indietro. Perché?
“A Milano fino a ora non è nata una vera cultura antimafia. Non nelle persone, non nelle imprese. Forse perché non ci sono stragi, non ci sono faide e i summit non avvengono alla luce del sole. Una parte della politica se ne occupa, ma la maggior parte delle persone ritiene che la criminalità organizzata sia un fenomeno meridionale…”.
Eppure, un mese fa a Milano hanno ucciso una coppia per la cocaina: i killer hanno sparato a lei mentre teneva una bimba in braccio.
“Esatto, una scena tipicamente mafiosa quasi scivolata addosso. Con sporadiche eccezioni, la politica pratica l’esercizio della rimozione. Così avviene con le estorsioni a tappeto, in un’omertà generalizzata che ricorda aree depresse del Sud”.
Con la differenza che pezzi del Sud si ribellano, dal moto collettivo delle donne di San Luca in Calabria all’onda antiracket di Ercolano, nel vesuviano.
“Invece al Nord tanti continuano a dire che l’infezione arriva dal Meridione. Non è così: sono cellule locali, con meccanismi d’azione mafiosa, che ormai parlano lombardo e che nella terra della finanza si arricchiscono di nuovi capitali. Di questo fa le spese proprio l’economia del Sud: se il fenomeno criminale non fosse così florido al Nord, le cosche laggiù sarebbero molto indebolite”.
Sulla lotta alla ‘ndrangheta si sconta un grande ritardo. Non occorre un’autocritica anche da parte dei media?
“Credo che autocritica debba farla soprattutto la politica nazionale: direi che il nostro governo si è dato altre priorità. Il mio appello a Monti è: fate presto a porre la questione antimafia come un’urgenza da affrontare e non più come un problema fra tanti”.
E sul ddl anti-corruzione, qual è il suo appello?
“È un testo ancora debole. Il ddl anticorruzione è un decreto salva-democrazia: non viatico per una politica pulita, ma la premessa per un sistema che possa davvero dirsi democratico. Una classe politica corrotta e impunita è permeabile ai capitali criminali, come le recenti inchieste attestano. Dopo l’appello lanciato da Repubblica, 300mila cittadini hanno firmato. Ora il Guardasigilli dovrà farsi garante perché non si scenda a compromessi, perché non si sia più ostaggio di questa politica che quando non è colpevole di connivenza, lo è di ignoranza. Un’ignoranza che, ai vertici di una regione come la Lombardia, non è consentita”.
Quali sono i punti del Dda da rivedere?
“Sono numerosi, ma tre i più importanti: voto di scambio, (che nel testo risulta punibile solo se il politico lo paga in denaro e non con favori di altro tipo), falso in bilancio e autoriciclaggio. Ma il vero salto di qualità nella lotta alla corruzione sarebbe l’introduzione – che l’Europa ci chiede – di una norma che rendesse imprescrittibili i reati dopo la sentenza di condanna di primo grado”.
Siamo in piena febbre da primarie. È sottovalutato il tema delle infiltrazioni criminali e del voto di scambio?
“La crisi del sistema lombardo è inaugurata dal caso Penati, peccato originale che ha depotenziato l’opposizione del centrosinistra ai disastri del centrodestra. Spero che il dibattito non si limiti alle regole delle primarie”.
Umberto Eco, propone una specie di mobbing verso chi ostenta tenori di vita sospetti. Anche lei ha un consiglio per gli onesti?
“Sì: voler sempre sapere. Quando uno è stanco dei giornali, di conoscere il caso Lazio o Lombardia, quello è il modo per lasciare tutto invariato. Perciò, direi: non smettere di approfondire, essere aperti e non ideologici. Conoscere cambia le cose”.
Saviano, lei è alla terza stagione televisiva, ora di nuovo in Rai. L’ha delusa lo share di due settimane fa, alto (11%) ma comunque inferiore ai picchi da record (31%) della passata edizione di “Vieni via con me”?
“No. Intanto, con i nuovi vertici Rai lavoro in armonia e nessuno mi chiede i contenuti degli interventi. Le mie presenze sono concepite come una rubrica, legata all’attualità. Quindi, in questo test del lunedì voluto da Fazio, sono più libero dalle ansie di perfomance. Voglio liberarmi della ‘dittatura’ dell’evento. Credo sia importante essere in tv, occupare uno spazio da scrittore”.
Lunedì 15 ottobre Roberto Saviano sarà a “Che tempo che fa del lunedì” con Fabio Fazio. Ci saranno anche Antonio Cassano, Fiorella Mannoia, Giusi Nicolini, Yvan Sagnet, Paolo Rossi, Neri Marcorè, Massimo Gramellini.
Alle ore 21,05, Rai3.
Dopo l’appuntamento tradizionale di domenica di Che tempo che fa, va in onda stasera, in una prima serata “breve” su Rai 3, il nuovo esperimento del talk show di Fabio Fazio in diretta dagli studi del Centro di Produzione Rai di Milano di via Mecenate, dalle 21:10 alle 22:30, con la partecipazione di Roberto Saviano, di nuovo in Rai a due anni di distanza dall’evento del 2010 Vieniviaconme.
Che tempo che fa del lunedì è un’evoluzione del talk show tradizionale, andato in onda per nove edizioni, e la sintesi delle esperienze e dei nuovi percorsi televisivi compiuti da Fazio e Saviano.
Ospiti delle puntate del lunedì anche Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, e Paolo Rossi, l’irriverente attore comico.
Oltre a loro, prenderanno parte a questo primo appuntamento:
- Sua Eminenza Cardinale Camillo Ruini, Aniello Arena, Felice Gimondi, Alexandra Martino, Maddalena Rostagno, Simone Cristicchi & Paolo Jannacci.
Ein Kontinent in der Krise: Überall drohen Bankrott, Wirtschaftskollaps und Massenarbeitslosigkeit. Verärgert schauen daher viele Europäer auf das reiche Deutschland unter Angela Merkel: Sind wir Deutschen zu mächtig? Quälen wir das leidende Europa? Acht Schriftsteller aus der Euro-Zone sagen, was sie jetzt von uns halten.
Roberto Saviano (Italien)
Ich hatte ein Deutschland für jedes Alter. Für mich als kleinen Jungen war es das Deutschland von Rudi Völler und Klinsmanns Blondschopf. Es war Andreas Brehmes Elfmeter bei der WM 1990, der Maradonas Mannschaft nach deren Sieg über die italienische Nationalelf bezwang. Dann war es das Deutschland aus den Erzählungen meines Großvaters, das Land der Konzentrationslager, in die man ihn verschleppte, und der Deutschen, die zu uns nach Caiazzo kamen und ein Massaker anrichteten. Danach war es das Deutschland der italienischen Emigranten in Stuttgart, München und Hamburg, die mich aufforderten, ihrem Beispiel zu folgen, weil »so ein heller Kopf wie du hier sofort Karriere macht«. Es war das Deutschland der Wahnsinnstouristinnen, die an die Amalfiküste kamen und von uns umworben wurden wie vom Himmel gefallene nordische Göttinnen; beim Küssen machten sie den ersten Schritt – das hätten unsere Freundinnen im Traum nicht gewagt! Es war das Deutschland der Uni-Stipendien, die man ohne Vitamin B bekam. Das Deutschland der Demokratie, die über die DDR siegt. Das Deutschland, von dem mein Vater behauptete, das Essen sei miserabel, die Frauen fantastisch im Bett (vor allem mit Italienern) und die Menschen, besonders die Bayern, »fast so freundlich wie bei uns im Süden«. Für meine Freunde war Deutschland der Staat, in dem alles flutscht, in dem es funktionierende Krankenhäuser, eine zivile Polizei, unverklemmte Paare und hemmungslosen Sex gibt und man gut Restaurants eröffnen kann. Für meine ausgewanderten Verwandten war es das Land, in dem man viel arbeitete und angemessen verdiente, ein bisschen gemobbt wurde, meist unsympathischen und manchmal netten Menschen begegnete und es zu etwas bringen konnte, wenn man ordentlich ranklotzte. Es gibt nicht ein Deutschland, sondern viele.
Und jetzt ist es das Deutschland, das uns helfen soll, das uns bekrittelt, das Europa begraben will; es ist das Deutschland von Frau Merkel, die unser aller Schicksal in der Hand hält. Das alte Vorurteil über ein Land kehrt wieder, über das mindestens genauso viele Oberflächlichkeiten und Stereotype kursieren wie über Italien. Tatsächlich liegt der Fehler darin, in Deutschland nicht Europa, sondern die wirtschaftliche Lunge Europas zu sehen, und auch Deutschland liegt falsch, wenn es das übrige Europa behandelt, als gehörte es nicht zu Europa. Man ist einander verdammt ähnlich, und Deutschland wiederum ist ganz Europa verdammt ähnlich, auch wenn es das nicht wahrhaben will. Deshalb will auch jeder etwas von diesem Land.
In den Stammtischdiskussionen mutiert es wieder zum Schreckgespenst: Merkel-Deutschland »wird uns alle niedermachen« wie ein Heer, das uns entweder retten oder vernichten kann. Und wie alles, das einen rettet oder ins Verderben stürzt, wird es geliebt und gehasst.
Es gibt ein Deutschland, das man im Herzen, und eines, das man im Kopf hat, eines, über das man sich bei Tisch mit Freunden auslässt, und eines, von dem man hofft, es möge existieren. Man kann nicht mehr von einem einzigen Deutschland sprechen, es sind zahlreiche, und jedes steht für eine besondere Idee, für ein eigenes Bild. Jedes Mal, wenn Deutschland meint, sein Schicksal habe nichts mit den Ländern zu tun, die es nicht nur umgeben, sondern es ausmachen, schürt es ein Misstrauen, das den europäischen Geist schwächt und dessen DNA verändert. Das Gleiche passiert, wenn andere europäische Länder meinen, ihre Gesundheit hänge von deutscher Hilfe ab. Deutschland ist zu diesem Widerspruch geworden. Indem es hilft, hilft es sich selbst und schadet sich zugleich. Diesen gordischen Knoten zu durchhauen bedeutet, das Schicksal dieses Landes zu verstehen. Wir Italiener sind Deutschland (auch wenn es nicht so aussieht), und Deutschland ist auch Italien (Aber schmiert es den Deutschen nicht zu sehr aufs Brot!)
Aus dem Italienischen von Verena von Koskull
Roberto Saviano zeigt wieder, wie Fernsehen sein könnte

Schon im Herbst 2010 trat Roberto Saviano mit einer kritischen TV-Show auf, damals noch beim staatlichen Sender RAI Tre. (Archivbild Nov. 2012). Bild: Keystone / AP
Unzufriedenheit herrscht in Italien. Mario Montis Sparprogramm, gehäufte Selbstmorde von Unternehmern in finanzieller Notlage und die Mafia liefern Roberto Saviano Themen fürs Fernsehen.
Franz Haas
Der Unmut rumort in den letzten Wochen in Italien lauter als in den meisten Euro-Ländern. Vereinzelt irrlichtert ein neuer Terrorismus, massenhaft und teilweise gewalttätig protestiert das Volk gegen die Steuerbehörde, immer häufiger werden Selbstmorde aus ökonomischer Verzweiflung. Bei dieser vergifteten Grundstimmung trat vorige Woche Roberto Saviano an drei langen Abenden im Sender La7 auf. Er machte bestes Kultur-TV, zeigte, dass auch das Fernsehen sich auf das gesprochene Wort verlassen könnte.
Haben oder nicht haben
Gemeinsam mit dem gewieften Talkmaster Fabio Fazio hatte Roberto Saviano schon im Herbst 2010 mit seinen Monologen ein Publikum von zehn Millionen erreicht, damals noch beim staatlichen Sender RAI Tre. Dann musste das kritische Duo wegen der Säuberungen unter Berlusconi auf den privaten Nischenkanal La7 ausweichen, wo nun der Erfolg in den Grenzen von drei Millionen Zuschauern blieb. Das ist immer noch verblüffend angesichts der intelligenten Art des gebotenen Journalismus, und die RAI wirbt bereits wieder um die klugen Stars. Eine Rückkehr wäre nach der politischen Wende und unter der Regierung von Mario Monti durchaus möglich. Für den Schriftsteller Saviano, der 2006 mit dem Roman «Gomorrha» Weltruhm erlangte, wäre das ein weiterer Schritt weg von der Literatur, für Italien wäre es eine heilsame Portion Aufklärung zur besten Sendezeit nach dem Abendessen.
Die neue Sendung «Quello che (non) ho» – Was ich (nicht) habe –, benannt nach einem Lied von Fabrizio De André, lieferte neben geistreicher Unterhaltung und informativ schockierenden Fakten vor allem ein Stimmungsbild aus dem neuesten Italien. Das Land, das sich nach der Ära Berlusconi bereits in einem wohltuenden Fegefeuer glaubte, kränkelt nun weiter an seinen alten Leiden, die durch die weltweite Krise noch akuter werden. Der Zulauf, den die populistische Protestpartei des Komikers Beppe Grillo hat, ist nur eines von vielen Symptomen. Laut Umfragen würden jetzt mehr als 40 Prozent der Italiener gar nicht wählen, und diese Verdrossenheit bekommt auch Mario Monti zu spüren. Als er im November das Regierungsamt antrat, wurde er von 80 Prozent wie ein Heiland begrüsst; drei Monate später sank die Begeisterung auf 60 Prozent; nach einem halben Jahr ist das Vertrauen in ihn nun auf 40 Prozent geschrumpft. Montis Sparprogramm, bei dem er vielfach an den falschen Ecken und Enden herumschnipselt, treibt auch manchen guten Bürger zur Verzweiflung.
Beängstigend häufen sich derzeit die Selbstmorde aus materieller Panik: alte Menschen, deren Pension gekürzt wurde; Arbeiter, die ihre Stelle verloren haben; vor allem aber kleine und mittlere Unternehmer, die ihre Angestellten nicht mehr bezahlen können und selbst nicht mehr weiter wissen. Meldungen dieser Art gehören fast zum Tagesgeschehen, weshalb Roberto Saviano die erste Sendung mit einem Monolog über diese Tragödien eröffnete. «Man stirbt durch Schulden», auch im wohlhabenden Norden, «aus Liebe zum Betrieb und zu den Angestellten», aus Scham darüber, «dass man die Löhne nicht mehr bezahlen kann». Von hier aus schlug Saviano rhetorisch brillante Brücken zur Bankenkrise und von da zu seinem Spezialgebiet, dem organisierten Verbrechen. Da die Banken keine Kredite mehr an marode Betriebe vergeben, sei jetzt die Mafia «der grösste Geldverleiher Italiens», dem immer mehr Unternehmer wegen Wucherzinsen zum Opfer fielen.
In der zweiten Sendung verlas Saviano den harmlos klingenden, aber kodifizierten Brief eines Mafioso an seinen Boss im Gefängnis. Er interpretierte ihn nach allen Regeln der Hermeneutik, in bester Kenntnis des Ehrenkodexes, der Greuel und der wirtschaftlichen Macht der verschiedenen «ehrenwerten Gesellschaften» aus dem Süden, die mittlerweile ihre Tentakel auch an die ökonomischen Schaltstellen des Nordens legen. Der Staat, dem so Milliarden verloren gehen, meint Saviano, müsse öffentliche Anstalten errichten, «so wie die Schalter auf dem Postamt», an die sich Bürger und Unternehmer in Not wenden könnten, um der Mafia und dem Suizid zu entkommen. – Bei solchen Schreckensthemen genügte natürlich auch das Wissen und das intellektuelle Charisma des 32-jährigen Saviano nicht, um die ganzen drei Sendungen zu bestreiten, die jeweils mehr als drei Stunden dauerten. Zur Seite stand ihm ein Heer von prominenten Gästen, die ihrerseits kurze eigene Texte verlasen – darunter die Filmregisseure Ermanno Olmi und Ettore Scola, die Schriftsteller Erri De Luca und Claudio Magris. Bekannte Komikerinnen, Sängerinnen und Tänzer füllten die Zwischenzeiten, trugen weniger Schwergewichtiges zu den Hauptthemen bei, aber auch diese Leichtigkeit blieb erträglich.
Die drei Abende waren so gestaltet, dass neben den italienischen Gebrechen auch je ein internationales Thema in den Monologen von Saviano zur Sprache kam, wie der «arabische Frühling» oder die berüchtigten «Laogai», die chinesischen Straf- und Umerziehungslager, in denen zurzeit etwa drei bis fünf Millionen Häftlinge gequält und ausgebeutet werden. Auf diese kam in der letzten Sendung die Rede, und es war wie ein Schlag in den vollen Magen, ausgeführt durch nichts als Sprache und Recherche, durch Savianos Gesten, seine Blicke in die Leere der Kameras und auf seine zerknitterten Notizblätter. Als abschliessend ein Überlebender eines solchen «Laogai» vor das Mikrofon trat, wurde das Gefühl in der Magengrube nicht besser.
Neuer Terrorismus
Nicht ganz aktuell war das «italienische Thema» des letzten Abends: die vielen Toten in einer Asbestfabrik in Piemont, deren Schweizer Eigentümer vor drei Monaten in einem spektakulären Prozess verurteilt wurden. Es hätte einen brennenderen Stoff gegeben, aber der wurde in der Sendung wohl absichtlich ausgespart, um die soziale Wut und ihre Ausläufer in der Kriminalität nicht noch anzustacheln. Es gibt in Italien nämlich einen neuen Terrorismus, der auf nichts mehr hofft als auf mediale Resonanz. Er beruft sich auf seine linksextremem Vorläufer und imitiert (noch) ziemlich linkisch deren Methoden aus den siebziger Jahren.
Grausige Erinnerungen an diese alten Zeiten wurden am 7. Mai wach, als ein Terrorkommando eines obskuren «Informalen Anarchischen Bündnisses» den Chef der Industriegesellschaft Ansaldo in Genua mit Schüssen in ein Bein «bestrafte». Genau so begann vor etwa vierzig Jahren eine trübe Periode, in der Italiens Gesellschaft zu implodieren drohte. Es haben sich zwar die wichtigsten linken Splittergruppen und Sozialzentren von dem Anschlag distanziert, und die Gewerkschaften haben in Genua eine Demonstration gegen den Terrorismus organisiert, aber zu dieser Kundgebung kamen enttäuschend wenig junge Leute.
Erstaunlich viele junge Menschen sah man aber in Neapel bei den wütenden Protesten gegen Equitalia, die staatliche Steuereinzugsgesellschaft. Auch auf diesem Gebiet geht die Tendenz zur Gewalt, bis jetzt noch in Form von rudimentären Brandanschlägen auf Büros der Gesellschaft in Rom und Livorno. Die Innenministerin will das Militär einsetzen; Mario Monti verspricht mehr soziale Gerechtigkeit. – Das Erbeben in der Emilia Romagna hat die Moral des kränkelnden Landes noch mehr geknickt. Und das Bombenattentat vor einer Woche in Brindisi: ein makabres Rätsel, das auf das Konto der Mafia, eines Psychopathen oder versprengter Terroristen geht. Saviano wird auch für zukünftige Sendungen genug Themen haben.
Lo scrittore partecipa alla “Repubblica delle idee” l’iniziativa che inizia domani fino al 17 giugno, con incontri, spettacoli e solidarietà per le vittime del terremoto. Sarà protagonista della serata di sabato 16 in teatro, insieme all’attore Favino. Dalle 21 metterà in scena le storie dei guasti della finanza e quelle di chi prova a resistere: “Dobbiamo puntare sulle regole e sulle opportunità per i giovani”
HA RACCONTATO l’Italia criminale delle mafie, quella tragica delle morti sul lavoro, quella oscura degli intrecci, anche al Nord, tra politica e malaffare. Ora Roberto Saviano vuole raccontare la crisi economica. Lo farà da un palco, a Bologna, sabato 16 giugno alle 21 all’Arena del Sole. E sarà uno degli eventi della “Repubblica delle idee”, la manifestazione organizzata dal nostro giornale per incontrare la community che ruota intorno al quotidiano ma anche per dare un segno di solidarietà alle vittime del terremoto. L’intervento dello scrittore sarà trasmesso su tutti i maxischermi della città e proposto in diretta televisiva da Sky.
“So che è difficile divulgare l’economia”, ammette Saviano. “Si rischia di banalizzare o al contrario di addentrarsi in meccanismi tecnici complessi. Ma proverò a raccontare il “Romanzo della crisi”. Sul palco, insieme all’autore di Gomorra, l’attore Pierfrancesco Favino, per una formula narrativa a due voci che Saviano ha già sperimentato in tv. Ma da dove si comincia per capire la crisi economica che stiamo attraversando? “È la stessa domanda che Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, si è visto rivolgere da un amico olandese” dice Saviano. “Per tutta risposta, Buffett ha consigliato all’amico di leggere un vecchio libro sulla Grande depressione del ’29: lì avrebbe trovato ciò che cercava. Quando si è diffuso questo aneddoto, quel volume ormai fuori catalogo è diventato introvabile, con persone disposte a pagare centinaia di dollari per averne una copia. Ecco io comincerei a raccontare la crisi partendo da qui”.
Come ogni romanzo che si rispetti, anche quello narrato da Saviano a Bologna ha protagonisti e comprimari. “Per esempio truffatori del calibro di Madoff e Follieri, l’italiano che aveva scalato Manhattan spacciandosi per l’immobiliarista del Vaticano. Tramite le loro vicende voglio dimostrare quanto sia facile la prassi illegale in quegli ambiti della finanza privi di regole”.
Ma le truffe, i mutui subprime, i falchi di Wall Street sono solo il punto di partenza. L’approdo del racconto è naturalmente l’Italia. “Il nostro Paese vive una fase di grande difficoltà ma, paradossalmente, può trarre forza dall’abitudine, che altri Paesi non hanno, a vivere in situazioni di sofferenza” spiega lo scrittore. “In questo momento, per esempio, l’Italia ha la migliore struttura di analisi e contrasto per aggredire i capitali mafiosi. La Spagna non è attrezzata come noi, e lo dimostra la bolla speculativa edilizia finanziata dal narcotraffico che sta mettendo in ginocchio Madrid”.
Ecco, rileggere la crisi, il suo romanzo, per scoprire gli errori che ci hanno portati a questa emergenza. Ma soprattutto per guardare al futuro. Lo slogan del Festival di Bologna è: idee per il cambiamento. Cosa cambiare? Cosa ci insegna questo “Romanzo della crisi”? “Che le regole servono, per esempio per evitare che personaggi come Madoff e Follieri facciano danni” risponde Saviano. “E che il capitalismo che preferisce l’austerità al credito regolamentato è un capitalismo perdente. Ma io vedo la crisi anche come una opportunità. Scopriamo che non esistono più scorciatoie. Anni fa una laurea in medicina o economia era garanzia di affermazione sociale. Oggi non è più così, e per certi versi potrebbe essere una liberazione: che ognuno segua le sue inclinazioni. Certo, le istituzioni dovrebbero aiutare i giovani a prendere il volo. E invece quelli della mia generazione sentono le istituzioni lontane. Con l’unica eccezione di magistratura e forze dell’ordine, che in molte zone d’Italia restano l’unico presidio dello Stato sul territorio, che dicono ai giovani: non siete soli contro le mafie”.
Per Saviano, l’incontro con il pubblico di Bologna sarà una rara eccezione, nella sua vita fatta di scorte e auto blindate. “Conoscere i miei lettori, stringere le loro mani – spiega – sono la vita stessa. Ma a Bologna sarà diverso: sarà un’occasione in cui si ritroveranno tutte quelle persone che da giornalisti o da lettori hanno contribuito a costruire un certo modo di raccontare il mondo, quello di Repubblica”.
«La lista con il mio nome non è mai esistita, neppure come idea, come proposta di qualcuno. Se la sono inventata i media berlusconiani. Le mie idee? Non mi schiero con nessun gruppo, non appoggerò liste, ma non per questo sono equidistante». Parla l’autore di ‘Gomorra’
Di Gianluca Di Feo.
Non ho mai voluto candidarmi a parlamentare, mai ambito a nessuna carica politica, né di sindaco, né di ministro, nonostante abbia avuto molte proposte. Non intendo in nessun modo costruire liste, non intendo dare appoggi esterni, non intendo costruire consenso in modo da dirottare voti. Il mio ruolo e il mio lavoro li ho sempre visti da una prospettiva diversa: sono un narratore. Ragionerò, discuterò, farò il mio lavoro di raccontatore, reporter, scrittore, ma nulla che abbia a che fare con campagne elettorali”.
Ancora una volta si trova protagonista, nella veste meno gradita: alfiere di un partito, schierato a sostegno del centrosinistra. Una discesa in campo proclamata da ripetuti articoli, da intere prime pagine, con tanto di vignetta che lo raffigura come un novello Lenin alla guida dell’assalto al Palazzo d’Inverno. E ancora una volta Roberto Saviano si scopre icona ignara: leader a sua insaputa di una formazione elettorale.
La storia napoletana ha un esempio leggendario di leader popolare sedotto dalla lusinga del potere o comunque delegittimato dall’essere bollato come un candidato al trono. Masaniello, il pescatore, il leone che guida la sommossa contro le tasse ingiuste e poi, a “lu tiempo de li ‘ntrallazze” indossa gli abiti d’argento donati dal viceré spagnolo. Un po’ come fece Silvio Berlusconi quando nel primo incontro con Saviano rimase stupito per il look sgarrupato e ordinò al suo assistente di comprargli un paio di scarpe nuove. Ma nei sei anni trascorsi dal successo di “Gomorra” gli approcci dei partiti nei suoi confronti sono stati tanti. Alcuni hanno fatto leva sulla sintonia nella lotta antimafia. Come quando nel 2006 Fausto Bertinotti, presidente nella Camera, lo accompagnò sul palco di Casal di Principe per il discorso che provocò la prima bordata di minacce e l’inizio della vita blindata. O come quando una sua intervista in cui parlava dell’impegno anti-camorra del vecchio Movimento Sociale, ricordando che Paolo Borsellino si riconosceva nella sua area, lo rese improvvisamente simpatico ad An: da Gianfranco Fini a Giorgia Meloni corsero a offrire una casacca. Persino la Lega, con il sindaco di Treviso Gianpaolo Gobbo, ipotizzò di candidarlo alle Europee. Più altalenante il corteggiamento del Pd. Massimo D’Alema gli prospettò un’investitura e un avvertimento: “Diventa sindaco di Napoli, ma se entri nella scena nazionale ti farai male…”. Nella sfortunata campagna del 2008, Walter Veltroni a pochi giorni dal voto affrontò la terra dei casalesi. Ma lo scrittore disertò il palco e rispose con una lettera aperta chiedendo “più coraggio e più fatti”.
Di tante proposte avanzate negli scorsi anni nessuna l’ha mai tentata?
“In realtà non le ho avvertite come vere e proprie proposte, più come un modo per capire quali fossero le mie intenzioni. Per potersi tranquillizzare o eventualmente correre ai ripari”.
Ma prima di questa campagna sulla “Lista Saviano” qualcuno l’avrà contattata per chiederle conferma…
“Mai nessuno. Non mi hanno cercato né i politici con cui sarei schierato, né i giornalisti che ne hanno scritto. Sarebbe bastato mandarmi una mail e aspettare la mia risposta. Ma nessuno l’ha fatto, perché una mia risposta avrebbe obbligato a essere netti, chiari, a non avanzare ipotesi. E hanno naturalmente ignorato le mie smentite, mandate alle agenzie di stampa e pubblicate anche su “l’Espresso”".
Eppure la questione sembra avere fatto presa anche tra i social network, dove ha un milione mezzo di fan su Facebook e 200 mila follower su Twitter. Persino in questa colossale arena virtuale di persone reali le sue smentite sono state accolte con perplessità.
“Lì la campagna sulla fantomatica “Lista Saviano” ha rafforzato una visione perversa che considera la politica sinonimo di schifezza: un coacervo indistinto di corruzione e faccendieri. Sono proprio i social network a dare il metro di quanto siano screditati non solo i partiti ma tutta la sfera della politica. Annunciare la mia presunta candidatura diventa strumento di diffamazione: una carica pubblica che dovrebbe essere ambita, voluta e autorevole, viene invece percepita come diffamante”.
Anche il non volere prendere posizione può però apparire come una scelta di comodo…
“Ma la mia è una scelta di libertà. Credo che le mie storie siano ascoltate e possano arrivare a tante persone proprio perché non mi sono mai schierato in un gruppo, in un partito. Il che non significa aver mantenuto una posizione di equidistanza, di convenienza. Anzi, ho sempre partecipato attivamente al dibattito, di volta in volta prendendo delle posizioni, criticando ma non schierandomi in un progetto politico. La mia sensazione è che le proposte politiche che mi sono state fatte fossero solo un modo per raccogliere voti, per appropriarsi del potenziale di consenso che ricevo dalle trasmissioni, dai teatri, dalle persone che mi ascoltano. Ma quelle persone mi ascoltano proprio perché sanno che non ho opinioni determinate da qualcuno o condizionate se non del mio pensiero e dalle mie valutazioni. Dal mio stare nelle cose”.
Quindi presentandola come leader di uno schieramento vogliono colpire la sua credibilità?
“E’ il teorema dei soliti organismi dell’area berlusconiana e delle testate che tentano, non riuscendoci, di accreditarsi con i lettori di “Repubblica” e de “l’Espresso”. Cercano di dire continuamente al loro pubblico “Non ascoltatelo”. Ogni giorno (e scandisce “ogni giorno!”) su questi giornali escono articoli – il più delle volte balle, raramente legittime critiche – per inculcare un messaggio: “Attenti! Questa persona non vi appartiene”. Potrà sembrare strano, ma tutto questo mi fa sentire sulla strada giusta, perché significa che quando vengo ascoltato – da sinistra, da destra, da centro – indipendentemente da come la si pensi, ciò che si ascolta non è un messaggio politico, non sono io e ciò che rappresento: si ascolta il mio racconto”.
Candidatura come sinonimo di corruzione. Questa equazione non rischia di radere al suolo ogni speranza di rinascita della politica nel Paese?
“Ragionare su di me può essere utile proprio a comprendere questo. Si prende un personaggio pubblico, lo si brucia facendo circolare la voce che voglia candidarsi, si raccolgono umori, nella maggior pare dei casi negativi – chi ti apprezza non vorrebbe vederti mai in politica, chi ti disprezza ritiene che la politica per te furbetto sia il naturale sbocco del tuo aver brigato sino a questo momento – tutto questo per dare il definitivo colpo di grazia alla politica. Il dubbio che spesso mi viene è questo: ma siamo sicuri che la stampa di “destra” ami la destra e che la stampa di “sinistra” ami la sinistra? La mia opinione è che il lavorio costante da una parte e dall’altra sia di erosione di ogni seppur minima certezza. La stampa di “destra” è stata troppo supina al potere berlusconiano per essere ora credibile e si lancia in campagne oltranziste che non riescono a creare consenso. La stampa di “sinistra”, elitaria, sembra irridere i partiti di quell’area, sembra guardarli con sufficienza, lasciandoli in balia della propria incapacità di costruire una comunicazione politica efficace”.
Qual è la sua idea di politica? Crede nel ruolo dei partiti?
“Non credo nella partitocrazia. Credo ovviamente in quello che i partiti significano, ovvero cittadini che si uniscono e si organizzano per dare il loro contributo alla costruzione democratica di un Paese. In questo momento la parola “partito” è una parola perdente. Nessun gruppo politico può più pensare che con il termine “partito” – inteso come brand – possa oggi parlare alle persone: “partito” ormai coincide con corruzione. Su Facebook tutto è istinto, tutto è immediato, spesso si legge un post e la risposta arriva fulminea: “Non fare politica perché è una schifezza”, “Sono tutti sporchi”. Ormai non si riesce più a distinguere tra politici, e anche se è ingiusto e demagogico generalizzare, la politica ha davanti a sé un’unica strada: deve repentinamente, imperativamente, immediatamente cambiare rotta. Anche chi non si ritiene colpevole, deve capire che è il momento di spalancare le porte alle nuove generazioni. E’ necessario che nuove persone abbiano la possibilità di mettersi in gioco. Ci vorrà tempo per imparare le regole, si potrà sbagliare, ma almeno avranno sbagliato persone e storie diverse. Inizierà una sperimentazione e la credibilità dei partiti, ora in caduta libera, potrebbe risollevarsi. Benjamin Franklin diceva che quando le persone, gli elettori, percepiscono chiaramente una mancanza di etica nella classe politica e un’eccessiva presenza di moralismo vuoto e di facciata, si convincono di potersi sostituire a essa. Franklin temeva l’oclocrazia, il governo delle masse, senza selezione, senza riflessione e senza merito, ponte naturale tra degenerazione della democrazia e oligarchia. E’ una riflessione che vedo attualissima perché scorgo il pericolo, di fronte allo smarrimento politico che stiamo vivendo, che il luogo comune diventi un punto di riferimento”.
Questo è quello che vede avanzare dietro il movimento di Beppe Grillo? In passato anche Grillo l’ha sostenuta, forse tentando di agganciarla: fece un comizio a Napoli con lei in diretta telefonica.
“No, non è questo che vedo dietro il Movimento 5 Stelle. Del resto, forse, Grillo ha coperto quel segmento che in Grecia è di Alba Dorata e in Francia dal nazionalismo di Marine Le Pen. E questo la dice lunga sulla coscienza politica del nostro Paese, nonostante tutto in ottimo stato: il massimo del “populismo” che incredibilmente spaventa tutti, è un movimento moderato, che coinvolge migliaia di persone che vogliono far sentire la propria voce nella cosa pubblica e che hanno trovato un canale. Ma la critica che più spesso viene mossa a Grillo è che sarebbe troppo facile, oggi, gridare, attaccare tutto e tutti, non vedere le differenze e sparare nel mucchio per ottenere consensi sulle macerie. Eppure a fronte di tutto ciò, estremisti della conservazione spesso finiscono per essere proprio i partiti che sono riusciti nell’incredibile intento di marginalizzare il ceto medio produttivo. Che oggi è il più esasperato e vessato.”.
Ha scritto nell’Antitaliano sull’”Espresso” che vuole fare politica con le parole. Cosa significa?
“Non esattamente. Ho scritto che il mio modo di partecipare alla società è scrivere, raccontare. Ho scritto che le parole sono azione. Sogno la possibilità di una politica che sia libera dai giochi ideologici. Spero che si rifletta davvero su una forma politica che recuperi quelli che io ritengo da sempre i miei riferimenti. Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Rocco Scotellaro, Danilo Dolci, il socialismo liberale di Carlo Rosselli. Ovviamente declinati nella società del Web, continuano secondo me a essere un patrimonio incredibile. Una sperimentazione sociale continua, qualcosa che abbia a che fare non solo con il mercato e con un welfare forte che controbilanci il mercato, ma anche con lo sviluppo dei talenti, una società dove i migliori possano emergere e non vengano visti con la solita diffidenza”.
Lei pone al centro del suo intervento la difesa della legalità: la crisi della politica in un periodo di recessione economica renderà le mafie più forti?
“Alla fine della crisi saranno fortissime: è fondamentale che questo governo intervenga immediatamente. I social network raccontano un Paese spesso deluso da questo esecutivo perché si aspetta delle decisioni. Il governo tecnico fatto di disciplina e prudenza sembra aver paura di prendere decisioni politiche. Ebbene, in questo momento, la questione tecnica principale è proprio la questione politica. Il governo Monti deve fare in modo che accanto al lavoro di magistrati e forze dell’ordine, che ha necessariamente tempi più lenti perché è fatto di prove, processi e arresti, ci sia quello degli analisti che facciano previsioni e possano individuare ambiti di fragilità. In Italia i sequestri di cocaina sono in aumento, ciò vuol dire che aumentano i consumi e i guadagni delle organizzazioni, eppure su questo non esiste dibattito politico. Parlare di legalizzazione – non dico attuarla, quantomeno parlarne e cercare alternative – sembra essere rimasto un tabù tutto italiano”.
Oggi i campioni dell’astensionismo sono i giovani. E lei è forse l’unica figura che riesce a dialogare con loro. Anche per questo Saviano fa paura?
“L’astensionismo è dovuto al fatto che molti della mia generazione – ma credo che si astengano elettori di tutte le fasce d’età – credano che il loro impegno non faccia la differenza. Oltre a un sistema elettorale iniquo voluto dal governo Berlusconi, ma che fa comodo a quasi tutti i partiti, ciò che ha contribuito ad allontanare gli elettori dalla politica è la constatazione che la comunicazione politica sia diventata essenzialmente gossip”.
Perché nell’intero panorama dei partiti non c’è un solo trentenne con un ruolo da protagonista?
“E’ il sistema paese che non dà spazio ai giovani, che non vengono visti come risorse ma come concorrenti cui tagliare le gambe. Anche il “fare gavetta” si è trasformato in qualcosa che può risultare intollerabile. Gavetta non è impegno maggiore nello studio o nel lavoro, ma significa “servire”, “stare dietro qualcuno”. L’anzianità è considerata una dote a prescindere. Il Paese è vecchio, nelle redazioni dei media i trentenni fanno una fatica immensa a farsi ascoltare e spesso sono proprio loro ad aver più cose da dire. La mia è una generazione di emigranti che non viene a patti. Ciò significa andare in Olanda, in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna, negli Usa, ovunque, piuttosto che stare qui a mal sopportare. Quello che in Italia bisognerebbe comprendere è che lo spazio che si può e si deve dare ai giovani è lo spazio che si può e si deve dare al talento”.
Il premier Monti la scorsa settimana ha chiesto sacrifici per fare spazio ai giovani, registrando l’egoismo generazionale di altre categorie. Cosa serve alla sua generazione per potersi imporre?
“Forse un po’ di fiducia in più in se stessi: prendersela anziché aspettare ci venga data e forse più coesione. Sta accadendo che in una situazione di incertezza e precariato si è in guerra, la guerra di tutti contro tutti. Piuttosto che supportarci e sostenerci, spesso ci si disprezza e i toni finiscono per essere violenti. Invece la dote dei trentenni è di essere meno ideologizzati rispetto ad altre generazioni e saper pensare l’Italia all’interno di uno scacchiere internazionale. La mia è la generazione di quella formidabile rivoluzione che è stato il Progetto Erasmus: è stata la prima ad aver potuto studiare in Europa, leggere quotidiani stranieri e rendersi conto che quasi ovunque le prime pagine sono di politica estera e non sempre soltanto di politica interna. La dote dei trentenni di oggi è sentire di avere cittadinanza europea e mondiale di pensare la propria vita e la vita italiana come un capitolo del mondo”.
Ma lei crede che in Italia le cose possano cambiare?
“Con tutto me stesso credo si possa cambiare. Un cambiamento inatteso e forte. A volte mi sveglio scettico, ma mi ostino a credere che si può”.
«A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all’1% che governa il pianeta.. Io candidato? Non è il mio mestiere».
Di Federica Fantozzi.
Nel mondo la crisi economica ha creato nuove forme di proteste sociali. Roberto Saviano, lei è stato a Zuccotti Park e ha detto ai ragazzi di «Occupy»: «Voi state ponendo le basi di un nuovo umanesimo» invitandoli a lottare per un mondo migliore. Questi movimenti di giovani che chiedono redistribuzione di ricchezze e opportunità sono in grado di cambiare il sistema? O sono solo sintomo di impotenza delle istituzioni di fronte ai mercati?
«Questi movimenti sono una molteplicità. Vogliono partecipare, condividere le loro esperienze. Sanno individuare ed esprimere le difficoltà di funzionamento della democrazia durante la crisi economica. Sono così compositi che un’istanza non esclude l’altra. A Zuccotti Park ho incontrato democratici e repubblicani, atei, cattolici, islamici, ebrei, lavoratori e disoccupati, studenti e professori, giovani e anziani. Li unisce ritenersi il 99% rispetto all’1% che governa il pianeta. Insieme per affermare la loro presenza e proporre soluzioni. Potrebbero dare un forte contributo di innovazione ai meccanismi democratici. Soprattutto se si smettesse di etichettare le manifestazioni che nascono dal basso e si autogestiscono come populismi da temere. La democrazia è partecipazione o non è. Sempre: non solo nelle sedi istituzionali. Occupy Wall Street è un laboratorio: non ha leader né società perfette da edificare. Ma proposte di volta in volta. È qualcosa di radicalmente nuovo e incredibile. E sono fiero di avervi preso parte».
Ma come può concretizzarsi il loro contributo? Sono possibili sinergie con la politica tradizionale? Se finora non è avvenuto è perché i partiti hanno paura del nuovo? O perché queste forme di protesta restano individualiste, capaci di promuovere ribellione ma non comunità?
«Bisogna intendersi sul significato di “comunità politica”. Fa politica chi si organizza, ha un programma e dialoga. Non facciamo l’errore di considerare “comunità politica” la “partitocrazia”. Queste nuove forme di protesta non promuovono solo ribellione né vivono in una dimensione solipsista. Piuttosto, ci si concentra poco su come i media raccontino queste esperienze e in generale la democrazia. La politica e la relativa comunicazione sono improntate a un’analisi “personalistica” della realtà. È una scorciatoia descrivere un movimento di massa attraverso il suo leader, la sua “facciata”. Ma il prezzo, in termini di capacità di comprensione delle reali dinamiche, è altissimo. Io non temo i populismi e non demonizzerei i movimenti così etichettati. Proverei piuttosto a studiarne la genesi, a capire su chi e perché fanno presa. A riflettere sulle responsabilità e sulla chiusura della politica istituzionale che non li riconosce come cittadini ed elettori. In passato mi sono occupato della Lega. Il populismo è spesso all’interno del Parlamento, non fuori, e se consente il mantenimento di equilibri consolidati viene blandito e assecondato».
Questi movimenti rilanciano anche il tema dell’essere giovani nelle società occidentali che invecchiano. In Italia lo scarto tra le aspettative e le opportunità dei ragazzi è allarmante. Come può rinascere fiducia se le generazioni future vivranno peggio delle precedenti?
«Dirò qualcosa di impopolare. Posto che la situazione per gli italiani è difficilissima, forse vivremmo questa fase in modo diverso analizzando con onestà gli anni pre- crisi. Non faccio sconti alla classe politica, ma non porta a nulla caricarla ora di ogni responsabilità, poiché i cittadini non hanno assolto alla funzione di controllori, fondamentale per il buon funzionamento di un Paese democratico. C’è una tendenza quasi da revisionismo storico – o meglio economico – ad azzerare responsabilità personali. Non possiamo più nasconderci dietro “le cose andavano così”: siamo stati testimoni di sistemi iniqui che sapevamo ci avrebbero portato allo sfascio. Da questa “omertà” nessuno è immune. Sento dire spesso che chi lavora è raccomandato. In una società corrotta come la nostra succede, ma chi si è sempre impegnato vive dignitosamente. Preferisco pensare che noi vivremo meglio dei genitori: la loro società era più conformista di quella che costruiremo mettendoci in gioco. Saranno le volontà degli individui a disegnare il volto del nostro Paese nei prossimi anni».
È possibile costruire reti di solidarietà umana in una società sempre più individualizzata? La sinistra non può vivere senza una dimensione solidaristica, non può ridursi a puro linguaggio.
«Io credo nell’individuo, ma non l’ho mai contrapposto alla comunità. Anche il ruolo dei partiti sarà cruciale. Ci penso quando rifletto sul concetto di “corpi intermedi”. Se non si fa corpo intermedio, un partito è condannato a essere oligarchia. E le oligarchie, nella storia, hanno sempre fatto una fine indegna. Ma i partiti non sono gli unici momenti di mediazione tra cittadino e governo. Ogni momento aggregante della partecipazione degli individui afferma un’idea solidaristica della società. E questo non riguarda solo la sinistra. Fare rete vuol dire farsi portatore del meglio, non difendere diritti di rendita. Invece le uniche reti che si ritiene necessario mantenere sono in difesa non di diritti ma di prassi consolidate se non privilegi, oggi fuori tempo massimo».
I partiti sono al minimo storico della popolarità, indeboliti da inchieste giudiziarie sull’uso spregiudicato di soldi pubblici e dall’incapacità di auto-riformarsi, ma anche da un sistema che premia il populismo. Lei ha scritto che la rivoluzione non le fa venire in mente «uomini nuovi» né fucilazioni bensì Gobetti: tutti partecipi di un unico Paese e destino. Cosa vede nel futuro prossimo dell’Italia?
« La “partitocrazia”, abusi e sprechi, non sono frutto di accuse infondate. Non sono cause ma effetti di un sistema economico e democratico che non funzionava. Se non ce ne rendiamo conto, il futuro non sarà diverso dal passato. Se attribuiamo responsabilità solo alla politica continueremo a deresponsabilizzarci come cittadini e a ritenere inutile vigilare. Poi, i partiti hanno le loro responsabilità e molti non li ritengono in grado di autoriformarsi».
Lei, con le parole, si è battuto contro i corollari del governo Berlusconi: la macchina del fango, la legge bavaglio, la contiguità con zone grigie di illegalità. E ha rivendicato il diritto di «sognare un’Italia pulita e libera». Con il governo Monti quanto sono cambiate le cose?
«Sono cambiate moltissime cose. Ma è ancora il passato, nelle sue innumerevoli nefandezze, a restituirci la cifra del presente. Restano cose cruciali da fare. Ma sarebbe disonesto giudicare il governo colpevole di non aver portato a termine un cambiamento generale della società, dato che il Parlamento non è cambiato».
Il governo tecnico: badante per l’Italia convalescente dal berlusconismo o sconfitta della politica?
«Entrambe le cose. Sarebbe interessante capire il ruolo dei cittadini in tutto ciò. A volte sembrano spettatori, forse telespettatori, tifosi. L’espressione “scendere in campo” ha proprio questo obiettivo. Il politico agisce, i cittadini tifano, per lo più fischiano. È la sconfitta della politica».
Farebbe mai politica in prima persona?
«Mai. Non è il mio mestiere e l’Italia è un Paese complicato. Non è una strada che fa per me. Continuerò a studiare, ricercare, scrivere, comunicare, diffondere. Politica si può fare anche così, senza candidarsi, partecipando. Cercando di fare bene il proprio mestiere».
La vittoria francese di Hollande può cambiare volto all’Europa e dare una prospettiva diversa anche all’Italia?
«Non so. È tempo che la politica italiana si dia una prospettiva diversa. Sono sincero: parlo soprattutto alla sinistra. Da anni, questa esterofilia di facciata, questa acritica adesione a modelli stranieri (che data la velocità con cui si rinnegano, sembra superficiale), ha sollevato la sinistra dalla ricerca di un’identità. Bisogna rendersi conto di cosa pensano gli italiani, di cosa sono – siamo – diventati. Con tutti gli scandali sui rimborsi elettorali, poi ci sono sedi periferiche di partito che non hanno i soldi per l’affitto. Altro che modello francese, tedesco, inglese. Studiare la realtà calabrese, campana, lucana. Studiare. Tanto più che in Francia chi ha vinto davvero è Marine Le Pen».
Nel dibattito pubblico la cronaca giudiziaria e la competizione tra leader politici hanno più spazio delle questioni sociali. Secondo lei è la via giusta?
«In un Paese con un premier plurinquisito era inevitabile. Ora sta ai media assumersi la responsabilità di scegliere le priorità».
Sta per cominciare su La 7 la sua trasmissione «Quello che (non) ho» con Fabio Fazio. Cosa in questo momento non ha l’Italia?
«L’elenco è lungo. Non ha più unità. Divisa, spezzata, disomogenea. Un Paese che invita risorse e talenti a fuggire. Poi l’Italia ha una capacità: un’immensa comunità di emigrati in ogni angolo del mondo. Bisogna tornare in relazione con loro».









