“È stato difficile, forse il più impegnativo dei miei lavori. Ci ho speso due anni però credo di aver evitato compiacimenti. Non faccio nomi o esprimo giudizi, lascio parlare i personaggi”. Ecco come racconta “Gomorra” il regista Garrone.
Tratto dall’omonimo bestseller di Roberto Saviano “Gomorra” è un ritratto della camorra e della criminalità contemporanea nella città di Napoli. Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra che si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate, pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi, arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sottoforma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde, dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi, che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere, ma testimoniano utopie farneticanti.
Il cast è composito, ci sono attori professionisti come Toni Servillo e Gianfelice Imparato, la cantante Maria Nazionale, altri presi dalla strada, è il caso di Oliver, nella realtà proprietario di un centro benessere. Due ore per un magmatico viaggio nell’impero della camorra attraverso l’incastro di cinque storie.
“Non mi interessava realizzare un film per giudicare le persone ma per raccontare quello stile di vita, la lotta per la sopravvivenza giorno per giorno. Provare a capire perché avviene tutto ciò”. Parole di Garrone, autore di una delle opere più attese dell’ anno “Gomorra” che sarà presentata in anteprima al festival di Cannes.
E se Garrone dovesse recensire il suo lavoro, come definirebbe “Gomorra”? “Un film apocalittico, senza speranza”.
Italian-speaking readers flock to hear daring author of Mafia exposé
Pat Donnelly
The 10th edition of the Blue Metropolis International Literary Festival came to a close yesterday afternoon after five days of intensive book talk and personal encounters with scribes from around the world.
Reported attendance was 16,000, up nine per cent from last year.
Thanks to Roberto Saviano, a daring young man who’s been dubbed the Italian answer to Salman Rushdie, attendance figures for the Italian-language events “have gone through the roof” according to founder/director Linda Leith. His two appearances, one with French simultaneous translation, the other with English, were standing-room only.
Chinese- and Arab-language events surpassed all expectations, too, she said. Spanish-language events got a boost from Alina Fernandez, Fidel Castro’s Miami-based daughter. And French-language events proved more popular than ever.
“We’re always trying to look after all our various communities,” Leith said. Over 300 authors participated in 193 events at this year’s festival.
“We’re moving on many fronts here,” said Leith, sounding like a seasoned military strategist. “Young people, different communities, different interests – and we’re reaching them.”
What Leith is happiest about this year, however, is the success of her new kidlit intiative: “We basically reached all ages this year and that’s because we added the children’s festival.”
This wasn’t a year of multiple lineups around the block for North American-recognized bestselling authors, but rather steady streams of spectators heading in various directions to discover authors from other continents. Apparently, Leith’s being-all-things-to-all-cultures-and-all-ages approach works.
Of this year’s authors, the one most in keeping with the Writers in Peril narrative thread of the festival was Saviano, who had three Italian-government-paid body guards protecting him.
His book Gomorrah, which has sold 1,300,000 copies in Italy and more than two million world-wide, in over 40 languages, is a scathing exposé of the Camorra, a criminal organization based in Naples.
The fact that he has received death threats indicates that the Camorra is not pleased. “It’s not the author that’s dangerous,” Saviano told his mainly Italian-speaking audience yesterday. “It’s the reader that’s dangerous.” He stressed that it was important that Italians around the world recognize the existence of organized crime and speak out against it before it takes root in their communities. Basically, his message is that omertà – the code of silence – has to end in order to cure the “cancer” of organized crime.
Saviano, 28, grew up in the village of Casal di Principe, the Camorra’s home base. He witnessed his first killing at the age of 13 and quickly concluded that a life of crime shortens one’s life expectancy.
Although the English translation of his book doesn’t yet have a Canadian distributor, that’s likely to change once the already-completed feature film, based on his book, is launched at the Cannes Film Festival later this month.
Other sold-out Blue Met events included interviews with Nancy Huston, Alina Fernandez and Mcgill professor Daniel Levitin, author of This is Your Brain on Music.
The 11 edition of the Blue Metropolis will take place on April 29 to May 3, 2009.
L’autore del noto libro sulla camorra incontra il pubblico domani
TORONTO – L’Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Toronto, domani alle 6.30 pm presenta il libro Gomorra di Roberto Saviano. L’autore sarà introdotto da Antonio Nicasio (scrittore e giornalista) e dal professor Domenico Pietropaolo (direttore del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Toronto).
Questo sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate – pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi – arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde. Questa è oggi la camorra, anzi, il “Sistema” perché la parola camorra adesso non la usa più nessuno: da un lato un’organizzazione affaristica con ramificazioni ovunque, dall’altro un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell’immaginario.
In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato, Roberto Saviano ha ricostruito le spericolate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona.
dal best sellers al film
“Le prime scene sembrano fantascienza: luce blu e il rumore delle lampade abbronzanti in sottofondo, mentre un gruppo di amici chiacchiera, e aspetta di fare manicure e massaggi. Poi scoppia il caos”, così Matteo Garrone racconta alla ‘Rivista del Cinematografo, da oggi in edicola in edizione speciale per festeggiare il suo ottantesimo anniversario. ‘Gomorra’, il film che ha tratto dal best seller di Roberto Saviano e col quale il regista italiano torna a Cannes a sei anni da ‘L’imbalsamatore’, stavolta in concorso.
“È stato difficile, forse il più impegnativo dei miei lavori. Ci ho speso due anni però credo di aver evitato compiacimenti. Non faccio nomi o esprimo giudizi, lascio parlare i personaggi”. Il cast è composito, ci sono attori professionisti come Toni Servillo e Gianfelice Imparato, la cantante Maria Nazionale, altri presi dalla strada, è il caso di Oliver, nella realtà proprietario di un centro benessere.
Due ore per un magmatico viaggio nell’impero della camorra attraverso l’incastro di cinque storie: “La sesta doveva essere quella di Christian e Serena, che dava un tocco melò all’insieme. Ho dovuto rinunciare perchè sarebbe durato troppo. Ogni episodio è come se fosse un piccolo film”, rivela il cineasta 39enne. È sparita anche quella di Don Peppino Diana: “ll libro è molto ricco, era impossibile raccontare tutto. Per Don Peppino mi è rimasto un grande rimpianto. Avevo già in mente come rappresentare la vicenda del prete che nessuno vuole ammazzare”.
Toni Servillo invece è uno stakeholder, che si occupa dello smaltimento di rifiuti tossici: “È Franco, quello che cerca i vuoti da riempire, un personaggio simpatico e carismatico, simile ad alcuni dei nostri politici. Entriamo nella sua vita tramite Roberto, un giovane che lui introduce nel Sistema. Toni è un attore intelligente, sa quando deve portare la scena o fare da spalla, inoltre ha una naturale vocazione per la commedia che nessun regista ha ancora assecondato”.
E che fine ha fatto Pikachu, uno dei ragazzini di Secondigliano di cui parla Saviano? “Si chiama Totò -spiega Garrone- Con la sua storia e quella di Don Ciro raccontiamo il meccanismo dello spaccio.
Anello di congiunzione sono il condominio Le vele”. Accurato il lavoro sulle musiche, che ha spinto il regista a recarsi addirittura in America: “Dopo qualche tentativo ho capito che ‘Gomorra’ rigettava qualsiasi tipo di commento, anche musicale. Tutto quello che sentiamo appartiene al film, che siano canzoni neomelodiche o urla di quartiere. Il lavoro l’ho fatto con Leslie Shatz, un sound designer che lavora con Gus Van Sant”.
A Cannes ci sarà anche Angelina Jolie che, nel libro, il sarto Pasquale vede in tv con l’abito confezionato da lui: “L’abbiamo sostituita con Scarlett Johansson. Siamo stati fortunati, anche lei sarà a Cannes col film di Allen”. E se Garrone dovesse recensire il suo lavoro, come definirebbe ‘Gomorra’? “Un film apocalittico, senza speranza”.
by PATRICK LEJTENYI
Burly, surly bodyguards aren’t the norm at Blue Metropolis, Montreal’s annual literary festival. But when you invite Roberto Saviano, that’s what you have to put up with. Saviano, an Italian journalist and author of Gomorra, an exposé of the Neapolitan Camorra crime family, is living and travelling with a constant police escort following very public threats against his life. Saviano is the kind of “national hero”—in the words of Italian novelist and intellectual Umberto Eco—who, before the age of 30, exemplifies the best and worst of courageous writing.
The best, in that his book sparked a renewal of interest in the terrible cost organized crime wreaks on southern Italy and the world, and the worst, in that his courage may cost him his life. But he isn’t the only one whose printed words have put him at risk. This year, for the first time, Blue Met is hosting a Writers in Peril series of talks and workshops, in conjunction with Reporters Without Borders (RSF), an international press freedom organization. Besides Saviano, invitees include Fidel Castro’s daughter and critic Alina Fernandez, Algerian cartoonist Ali Dilem, Senegalese women’s rights advocate Mariètou Mbaye Biléoma (who writes under the name Ken Bugul), former East German dissident Anke Feuchtenberger and others. “Reporters Without Borders usually is not involved with writers, but often writers play the role of journalist as well,” says RSF’s local representative François Bugingo and Blue Met workshop host. He says writers of conscience, be they “officially” journalists or not, are facing more threats than ever today, and from more sources. “For some time, there has been this certitude that free speech is being threatened only by radical Islamists, that they’re the only ones responsible,” he says. “But there are also all kinds of others, from Italian mafioso to traditionalists in West Africa who are opposed to women’s rights.” Globalization being the double-edged sword that it is, Bugingo says weaker borders and increased telecommunications have been both a boon and a curse to writers and their work. “Things have become worse for writers for two reasons,” he says. “First, they internationalize literature, and that brings a lot more prestige to writers. Some have become like rock stars. They can be extremely important in terms of political influence. If you look at someone like Salman Rushdie, it becomes a problem for all the enemies of free speech because he became a threat. “Second, and more dramatically, is the Internet…. The entire planet knows their thoughts, and those who don’t like them can accelerate their repression. The situation has become more precarious.” Just as literature crosses boundaries, so do threats, he says. “This is not only the reality in the South or in the former Soviet bloc. Western societies are now threatened as they become more multi-ethnic. Denmark is the best known example of course, but there’s also Spain with the Basques, and the Netherlands. The saddest part is, it’s spreading…. Europe is no longer so peaceful and free of danger.”
di Mario Calabresi
Entrambi condannati a morte per quello che hanno scritto, i due autori dialogano sulla loro esistenza blindata. “La verità per vincere il Male”
SALMAN Rushdie, 60 anni, romanziere angloindiano, condannato a morte dall’Ayatollah Khomeini per aver scritto nel 1988 I versi satanici: più di dieci anni passati nascondendosi, viaggiando su auto blindate, con otto uomini di scorta.
Roberto Saviano, 28 anni, giornalista e scrittore napoletano, vive blindato da 19 mesi, cambiando continuamente domicilio da quando si è scoperto un progetto per eliminarlo del clan camorristico dei Casalesi. La sua colpa? Aver scritto il libro Gomorra, tradotto in 42 Paesi.
Salman Rushdie si avvicina a Roberto Saviano, gli sorride, si presenta, lo abbraccia e subito gli chiede: “Hai la scorta anche qui?”. “Sì, me l’ha data l’Fbi: tutti agenti italoamericani si occupano di mafia e traffici internazionali”. “Io invece non ho più la scorta, qui in America sono tornato ad essere un uomo libero”.
Inizia così, con un incontro casuale in una casa privata, un lungo dialogo che parla di vite rubate, della paura, della solitudine, delle minacce, della libertà di scrivere e della speranza di recuperare una vita normale. Saviano ha un girocollo di lana blu, i jeans e le scarpe da tennis. Rushdie una giacca scura con un golf grigio e un paio di scarpe nere. Sono entrambi a New York per il Festival internazionale di letteratura PEN World Voices. I due parlano fitto come si conoscessero da tempo, si mettono in un angolo, come non volessero disturbare con le loro storie angosciose. In mezzo a loro una gallerista newyorkese, Valentina Castellani, che si trova a fare per caso da traduttrice.
Rushdie ha conosciuto Gomorra grazie a un suo amico napoletano, il pittore Francesco Clemente, e aveva mandato a Saviano una mail di solidarietà quando aveva saputo delle prime minacce.
È lui a dare il ritmo al dialogo, lo tempesta di domande, vuole capire se quel ragazzo che ha davanti sta ripetendo esattamente il suo calvario.
Saviano: “Alcuni hanno paragonato le nostre vite: un libro ci ha condannati a vivere sotto scorta, condannati a morte. Ma io vedo una differenza fondamentale tra noi: tu sei stato minacciato per il solo fatto di aver scritto, nel momento in cui hai pubblicato è arrivata la fatwa. Per me è stato diverso, quello che non mi hanno perdonato non è il libro ma il successo, il fatto che sia diventato un bestseller. Questo li ha disturbati e più la cosa diventa nota e più sono incazzati con me”.
Rushdie: “No, invece penso che alla fine sia la stessa cosa, comunque ti hanno preso di mira perché hai scritto qualcosa che non volevano, che ha dato fastidio”.
Poi però Rushdie si blocca, si incuriosisce, vuole sapere di più: “Ma perché, davvero all’inizio non hai avuto problemi?”.
Saviano: “No. Se il libro fosse rimasto confinato al paese, a Napoli, alla mia realtà locale, allora gli andava anche bene, anzi, i camorristi se lo regalavano tra loro, contenti che si raccontassero le loro gesta. Avevano perfino cominciato a farne delle copie taroccate da vendere per la strada e un boss aveva rimesso le mani in un capitolo riscrivendosi alcune parti che lo riguardavano”.
Rushdie si mette a ridere e dice: “Magnifica l’idea che un mafioso si metta a fare l’editing di un libro. Mi fa venire in mente una cosa incredibile che è accaduta al giornalista indiano Suketu Mehta. La prima volta che è tornato a Bombay, dopo aver scritto Maximum City, è stato chiamato dai gangster mafiosi di cui parla nel libro: volevano lamentarsi con lui perché gli aveva cambiato i nomi, mentre ai poliziotti aveva lasciato quelli originali. Insomma volevano apparire ed erano dispiaciuti di non poter essere facilmente identificati”.
Saviano: “Poi però la cosa è cresciuta, si è cominciato a parlare del libro e questo ha cominciato a disturbarli. Perché fino ad allora non finivano mai sulla prima pagina dei giornali, neppure quando facevano massacri, e si sentivano tranquilli e riparati. Poi il libro ha risvegliato l’attenzione in tutta Italia e questo successo non mi è stato perdonato”.
Rushdie: “E ora come vivi?”.
Saviano: “Sempre sotto scorta dei carabinieri, cambio casa continuamente, non ho più un’esistenza normale”.
Rushdie: “Hai problemi solo tu o anche la tua famiglia?”.
Saviano: “La mia famiglia se n’è dovuta andare da casa e aver creato loro questi problemi mi pesa molto”.
Rushdie: “Invece io sono stato l’unico ad aver avuto una vita blindata, la mia famiglia non è mai stata minacciata e ha continuato a vivere come prima, mia madre allora stava in Pakistan e nessuno le ha mai fatto nulla. Adesso viaggi sempre sotto scorta?”.
Saviano: “Sì, in ogni momento, anche quando vado all’estero”.
Rushdie: “Anch’io sono stato scortato in Italia e ricordo una paura terribile, i poliziotti avevano sempre la pistola in mano, guidavano come dei matti e io temevo che avremmo ammazzato qualcuno. La verità è che ad un certo punto non vivi più, sei prigioniero delle minacce, di chi tu vuole uccidere e di chi ti protegge. Non ti fanno fare più nulla e ti sembra di impazzire, non sei più padrone della tua vita”.
Saviano: “A me i camorristi hanno detto: ti abbiamo chiuso nella bara senza averti ucciso. Però per me la scorta non è qualcosa che mi tiene prigioniero e isolato, ma è l’unico modo per permettermi di continuare a lavorare e a scrivere”.
Rushdie: “Devi riprenderti la tua libertà. Ascoltami bene Roberto, non arriverà mai un giorno in cui un poliziotto o un giudice si prenderanno la responsabilità di dirti: è finita, sei un uomo libero, puoi andare tranquillo, uscire da solo. Non succederà mai, sarai tu a doverlo decidere”.
Rushdie resta fermo in silenzio a fissarlo, vuole essere sicuro che tutto venga tradotto con cura, che il suo messaggio sia chiaro, poi ricomincia, quasi stesse dettando un decalogo di sopravvivenza: “La libertà sta nella tua testa. Io certe volte chiedevo di presentare un libro o di andare ad una conferenza ma non mi autorizzavano, dicevano che era troppo rischioso. Ma se io mi sentivo che si poteva fare allora combattevo come un leone finché non ottenevo di poterci andare. Devi riappropriarti della tua capacità di giudicare cosa puoi fare, del tuo fiuto, della tua sensibilità, non puoi appaltare tutta la tua vita ai poliziotti”.
Poi si ferma di nuovo, ha paura di aver esagerato: “Mi raccomando, non ti sto dicendo di fare cose imprudenti o avventate, non ti dico di andare a metterti davanti ad una pistola, ma di recuperare una libertà di giudizio. Io l’ho recuperata venendo a vivere qui negli Stati Uniti. Ricordo le prime volte a New York, scendevo da solo in metropolitana, camminavo nel Parco, andavo ad un museo. Poi tornavo a Londra e avevo l’auto blindata e otto uomini di scorta e mi mancava l’aria”.
Saviano: “Certe volte mi sono interrogato se ne è valsa la pena, se quello che sto pagando non è sproporzionato rispetto a un libro, soprattutto quando penso ai miei parenti, a quello che anche loro hanno passato e passano. Poi però non riesco a dirmi che non dovevo scriverlo e alla fine penso sempre che lo rifarei”.
Rushdie: “Anche io ho sempre pensato che avrei riscritto I Versi Satanici. Ma perché il tuo libro ha dato più fastidio di altri, come te lo sei spiegato?”.
Saviano: “Perché non è un saggio ma un racconto, è letteratura, e così ha raggiunto un pubblico molto più vasto, è stato letto da molta più gente e questo ha combinato il casino. Comunque se non riescono ad eliminarti cercano di sporcarti, di danneggiarti, di raccontare che sei un poco di buono, un’infame, che lo fai perché sei un fallito e un invidioso”.
Rushdie: “È vero, è così: ti squalificano. Per anni hanno sostenuto che io avevo scritto finanziato da lobby ebraiche, che ero il diavolo, un impostore, il male. Questa predicazione ha fatto proseliti: ci sono intere aree del mondo musulmano dove non posso andare o dove non potrei mai parlare perché ormai il pregiudizio contro di me è talmente radicato che non c’è più nulla da fare. Ma non possiamo mollare, bisogna andare avanti, continuare a scrivere, continuare a vivere”.
Saviano: “È quello che sto cercando di fare, ma certe volte è dura, vedi le calunnie e le minacce e fai fatica a pensare ad altro”.
Rushdie: “Potrai perdere oggi, potrai perdere per 30 anni ma alla fine vincerai tu, perché la verità alla fine vince sempre. Ricordati: la letteratura non è una cosa di oggi ma, come diceva Italo Calvino, è una cosa di tempi lunghi e su quelli si misurano le cose nella vita”.
Saviano abbassa la voce: “Vorrei farti una domanda forse un po’ ingenua: ma pensi che la letteratura possa davvero disturbare il potere?”.
Rushdie: “Assolutamente sì, continuo a crederci. Guarda con quanta attenzione i regimi controllano la letteratura e gli scrittori, pensa a come vigilavano in Unione Sovietica e ne avrai la prova”.
Rushdie: “Stai scrivendo qualcosa di nuovo?”.
Saviano: “Sì, un altro libro ma non sulla camorra”.
Rushdie: “Bravo, continua a scrivere e scrivi anche di altro, anch’io ho fatto così, anche questo è un modo per non restare prigionieri. Devi recuperare una vita che non sia tutta legata a Gomorra. E poi dovresti venire a stare un po’ a New York, qui mi sono sempre sentito molto più libero che in Europa. Qui non potrebbe mai accadere che uno scrittore venga minacciato per un libro, forse perché in America nessuno pensa che la letteratura possa avere questo potere”.
È ormai tardi, si salutano. Rushdie: “Verrò a trovarti a Napoli il prossimo anno, ci sarà una mostra di Clemente e ci sarò sicuramente”.
Poi scendono insieme, in ascensore si aggiunge il romanziere inglese Ian McEwan. Quando escono dal portone Rushdie vede gli uomini dell’Fbi e allora, divertito, dice a Saviano: “Lascia a me e a Ian l’onore di scortarti fino alla macchina”. Poi, prima di chiudergli la portiera, gli ripete: “Roberto abbi cura di te, sii prudente, ma riprenditi la tua vita e ricordati che la libertà è nella tua testa”.
L’auto blindata dei federali parte veloce. Rushdie, da solo, si mette a camminare nella notte lungo il Central Park.
Garrone: molte scene violente e strazianti per raccontare un’umanità senza speranze
di Maurizio Porro
MILANO — E’ stato per mesi un set blindatissimo. E Matteo Garrone, regista di Gomorra, dal best seller di Saviano di oltre un milione di copie, ha voluto per due anni diventare invisibile. Si materializzerà a Cannes dove è stato invitato per primo in concorso e già si dice che sarà il candidato italiano ai prossimi Oscar. Sui ciak c’era un titolo falso ( Tre storie brevi) per evitare curiosità: e comunque la scena dell’ esecuzione di una donna è subito finita su YouTube, ripresa col telefonino.
«Era il segreto di Pulcinella, ma non c’è stato nulla di ostile, anzi molta collaborazione dalla gente. Sono passato illeso nel campo di battaglia», dice l’autore; che finalmente svela i segreti del film sulla camorra prodotto da Domenico Procacci, nelle sale dal 16 maggio distribuito da 01 Rai. «Il primo lavoro, anche doloroso, di scelta — spiega Garrone — è stato per sottrazione: selezionare dalle molte storie e dai molti personaggi che con grande libertà espressiva lo scrittore ha messo nel suo libro-affresco. Sembrava un limite, invece si è rivelato un vantaggio. Si potevano girare 10 film, come il Decalogo, per onorare tutti i temi. Magari qualcuno lo farà, so che gli americani sono molto interessati. Io ho visto la storia dalla base, dal microcosmo del territorio, ora loro potrebbero vederla nel respiro di business internazionale». Garrone ha battuto tutti sul tempo, grazie a Procacci che ha comprato i diritti sulle bozze in tempi non sospetti. «Ci lavoro da due anni con gli sceneggiatori — Chiti, Gaudioso, Braucci — e con Saviano stesso, che ora, visto il film, mi pare soddisfatto». Sono 5 episodi con protagonisti e comprimari che si intrecciano e assumono nuovo rilievo drammatico: «Li abbiamo fatti vivere, rispettando anima e atmosfera, in un film corale, come per l’America di Altman, l’Italia del Rossellini di Paisà, rendendoci complementari al libro. E’ come se lo raddoppiassimo, ogni luogo ha una sua storia e i personaggi assumono una forza inedita». Girato nel Napoletano, da Secondigliano a Scampìa, a Caserta, il film affronta temi attualissimi ma non nuovi al cinema di impegno: «Penso a Rosi, ovviamente, ma anche a Scorsese. Racconto lo spaccio di droga all’aperto più grande del mondo e le dinamiche dei clan in guerra dopo un armistizio di anni.
Ho girato molte scene violente, strazianti, ma quella che mi ha più commosso riguarda due ragazzini, amici da sempre ma costretti a separarsi perché affiliati a due cosche diverse. Massimo comun divisore del film è proprio questo, un’umanità condizionata da un sistema, dall’ingranaggio che ti schiaccia e di fronte a cui non puoi ribellarti». Vite violente, vite vendute, vite difficili. «Ma non pensate a un film di denuncia tradizionale con la classica divisione tra bene e male, tra buoni e cattivi, perché in realtà le cose sono più complicate e i confini più confusi. Mi interessa l’aspetto umano di queste persone, le loro contraddizioni: oggi i boss della camorra sono belli, curati e l’estetica del corpo, la cura della pelle abbronzata sono in netto contrasto con la ferocia con cui diventano killer. Non a caso la scena più atroce è quella della strage al solarium, che oggi ha sostituito il barbiere». Storie che toccano argomenti di tutti i giorni: «Servillo è lo stakeholder che traffica per lo smaltimento dei rifiuti tossici . Ma noi lo vediamo anche in gondola, mentre va a incontrare gli imprenditori del Nord Est». Altri tipi: il ragioniere della camorra che si sente in pericolo, non più protetto, sniffa odore di morte e non sa ora a chi portare i soldi; un ragazzino che subisce il fascino del clan e si arruola nello smercio di droga. «E poi la storia, girata nel Vesuviano, di Pasquale il sarto e del rapporto con la mano d’opera in nero, coi cinesi. Infine due personaggi più donchisciotteschi, che vivono in diretto rapporto con l’immaginario del cinema, parlano come Pacino-Scarface ma si trovano poi a fare i conti con la realtà». E le donne? «Una, che si trova in dissidio con marito e padre da un lato e figlio dall’altra. Accanto a Servillo, a Imparato, a Cantalupo, c’è Maria Nazionale, la cantante che a Napoli è una star, fa fermare il traffico». Il suo sguardo qual è? «Ho cercato di mantenerlo neutro, invisibile, sono uno che non può e non vuole dar giudizi. Un modo di girare sobrio, da reportage, senza alcuna prodezza tecnica né compiacimenti, senza nulla che non appartenga al film da vicino, neppure un commento musicale. Ma dentro ribolle delle emozioni che sono state mie, giorno dopo giorno». Vecchio realismo da western tribale? «Vediamo cose mai viste. Era il modo per far vivere un libro che ovunque, in 33 edizioni, ha colpito per la sua crudezza. Ma attenzione: ero sempre io a creare questa realtà-fiction». Diverso dal cinema delle sfide e delle mani sulla città? «Oggi c’è la dimensione fashion…». Ma Garrone è convinto che la storia di Gomorra non finisca qui: il libro è andato in tutto il mondo «perché la tematica ha questa dimensione e sono sicuro che sorprenderà. Può piacere o meno, ma di sicuro stupisce». Si prende coscienza col film? «Discorso complesso, è la realtà che fa impressione». Quindi va a Cannes contento? «Sereno. Ho lavorato con onestà, è un film che può dividere e credo sia utile. Vado a Cannes con molti dei miei attori, è stata una bella esperienza per tutti».
Giornata mondiale libertà di stampa. Commemorazione giornalisti uccisi da mafia e terrorismo. Citati tra gli altri W. Tobagi e M. G. Cutuli (“Il Corriere della Sera”). Intervista a Roberto Saviano (scrittore).
Giornalismo e tv. Riproposte interviste realizzate da Enzo Biagi durante la sua carriera. Intervista Saviano da RT del 2007.
Journalist brings crime clans into focus
Paul Cherry
Roberto Saviano’s Italy is not the one you see in travel brochures. Instead, the author of Gomorrah depicts Italy’s Campania region as a veritable Hell-on-Earth, a place controlled by the Camorra, a powerful group of clans that make up a form of organized crime rarely written about in North America. We hear much more about the Sicilian Mafia.
Gomorrah was written during the Secondigliano War – an internal Camorra power struggle that began in 2004 and resulted in an alarmingly high body count.
Perhaps because it is written from a refreshingly youthful perspective – Saviano is 28 – the book struck a nerve in Italy when it was published there in 2006. According to a recent estimate, it has since sold more than a million copies. This is a remarkable achievement when you consider Gomorrah is about a bleak place where heroin junkies offer themselves up as guinea pigs to help Camorra clans test cocaine before it is sold on the street and 14-year-old girls are the innocent victims of gunfire exchanges.
Saviano, who turned down offers from political parties to run as their candidate in the recent Italian election, also apparently struck more than just a nerve among the mobsters he wrote about. He now lives under state protection after police uncovered a plot on his life.
The book is based on transcripts from police investigations but also, more impressively, on Saviano’s own work as a journalist covering crime in Campania and his deeply personal memories of growing up in Casal di Principe, a town that produced one of the more notorious Camorra bosses.
The mix sometimes causes the book to be inconsistent in tone. At times, Saviano is a sober analyst. At others, he is an emotional and fatalistic cynic, tossing his hands in the air, suggesting the Camorra’s power, influence and corruption have always had a stranglehold on Campania and therefore always will.
Saviano obviously has learned a lot about organized crime despite his relatively young age. One would have difficulty finding a more succinct way of defining the criminal mind than: “For some reason one stupidly thinks a criminal act has to be more thought out, more deliberate than an innocuous one. But there’s really no difference. Actions know an elasticity that ethical judgements ignore.”
To get close to the Camorra, Saviano worked various legitimate jobs in companies controlled by the group. In Gommorah’s opening chapter, the author describes his work at the massive port in Naples, Campania’s capital, where “merchandise possesses a rare magic: it manages both to be and not to be, to arrive without ever reaching its destination.”
From there, the reader is taken north of Naples, where merchandise brought through the port, like raw fabric, is received in sweatshop factories to become articles of clothing for Italy’s much vaunted fashion industry. The factories are controlled financially by Camorra clans who use the knowledge gained from making genuine products to churn out counterfeit items that are sold worldwide. (It is here that the Camorra’s influence is felt in Canada. In 2004, a man in Woodbridge, Ont., who allegedly had ties to the Camorra was extradited to Italy after he was found to have been quietly running a company, since 1995, that imported fake Versace leather coats and distributed them by the thousands to major cities across the country, including Montreal, where they were sold out of the backs of minivans. When the RCMP arrested the businessman it also revealed eight other people in Canada had been investigated for possible Camorra ties as well.)
The book’s title is a play on words, evoking the sinful city God destroyed in the Book of Genesis. But it is also a reference to the end of one of the more poignant chapters in the book, about a priest who was killed in 1994 in Casal di Principe. The priest had challenged the Camorra by attacking its members’ hypocritical participation in Catholic celebrations like baptisms. Saviano writes how the cold-blooded murder caused one of his friends to “shut down.” The same friend wrote a rambling and emotional text, comparing Casal di Principe to a modern day Gommorah. The friend wanted to rally his town to rid itself of the Camorra’s thorough corruption, and the text was meant to be read at the priest’s funeral. But the friend couldn’t find the energy to do it that day. Instead, the same message is delivered throughout Saviano’s revealing book.