di Conchita Sannino
Roberto Saviano, a Gomorra si prepara una guerra? I casalesi non avevano mai firmato tante azioni di sfida in due settimane.
“L’attenzione mediatica li sta provocando. Li sta facendo impazzire. Reagiscono come se avessero deciso di dimostrare con tutti i loro mezzi che non arretrano di fronte alla mobilitazione dello Stato. Io uccido, dunque esisto. Questo succede, mi sembra”.
Roberto Saviano è in partenza per la Croisette, dove il 61esimo Festival di Cannes ospita domani in concorso l’atteso Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal suo bestseller (“Le scale della passerella? No, grazie: mi piace quando a farle sono gli altri, i divi”). Un clima da corto circuito. Lo spietato racconto su grande schermo viene superato, nelle stesse ore, dalla cronaca di vendette e regolamenti di conti, firmate dalla stessa mafia che va in scena al cinema.
Saviano, l’escalation crea allarme. Prima l’omicidio del padre del collaboratore Bidognetti, poi i timori per l’autobomba al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, poi le scritte sui muri del paese che ribadiscono le ingiurie contro di lei e la cronista Capacchione. E ancora: l’incendio che devasta la fabbrica di materassi il cui titolare ha denunciato i casalesi e fondato l’associazione antiracket. Infine – ieri – gli atti di vandalismo in una residenza confiscata al clan e l’omicidio di Noviello, un altro imprenditore che si era ribellato al pizzo.
“È l’innalzamento dello scontro. In risposta alla mobilitazione antimafia, i casalesi – meglio: le loro frange oltranziste e kamikaze – mandano segnali di morte. Tolleranza zero. Come se fosse passato il messaggio che l’attenzione è troppa, basta. Basta riflettori accesi da mesi, quelli dell’Italia e dell’estero. Ciò è dovuto anche all’impegno costante e ai continui blitz della Procura antimafia guidata da Franco Roberti, all’attenzione puntata sul processo Spartacus che ormai attende la sua sentenza d’appello, e ai recenti pentimenti. Altro segnale importante è che domani ci sia la Festa della polizia a Casal di Principe, con il prefetto Manganelli”. Lei ha raccontato la micidiale capacità dei casalesi di rendersi invisibili. Prima evitavano stragi e riflettori. Ora affidano agli avvocati lettere di ingiurie da leggere in aula contro i “nemici”. E c’è chi dice che nessuno avrebbe potuto scrivere quelle frasi sui muri se non ci fosse stato il placet dei boss latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine. Con l’appoggio dell’ala feroce e cocainomane.
“Su quelle frasi, ho solo una risposta, secca. Continuerò a scrivere, a pensare, e a parlare di Casale. Soprattutto per un motivo: io so che Casal di Principe è anche paese di gente sana, che lavora, che non è collusa, che magari ha solo paura. Io lo so, anche se gli altri, i casalesi di mafia, vogliono e sono convinti di rappresentare il tutto”.
Saviano, rifarebbe tutto?
“Temo di sì”.
Anche accettare che un rap la sovraesponga e rischi di accendere la tensione?
“Me ne rendo conto. È la contraddizione implicita nell’impegno. Si attiva un circuito mediatico complesso. Da un lato i riflettori si accendono per spingere anche altri a una scelta netta; dall’altro, la mobilitazione innesca nervosismo e reattività dei clan. E la mafia all’improvviso ha urgenza di rispondere. A suo modo”.
Tante sedie vuote per il film che dovrebbe risvegliare le coscienze contro il crimine
di Antonio Scurati
Perché Umberto Bossi non ha mai minacciato di rivolgere i suoi fantomatici fucili leghisti contro i Kalashnikov della camorra? Perché sempre contro «Roma ladrona», contro la sinistra statalista?
Contro la «canaglia immigrata» e mai contro le organizzazioni criminali autoctone che affliggono l’Italia?
La domanda mi assilla per buona parte della visione di Gomorra. L’interrogativo rimbalza come un’eco cavernosa in un’enorme sala quasi completamente vuota. E’ sabato pomeriggio di un fine settimana piovoso eppure saremo al massimo trenta o quaranta a vedere il superbo film che Matteo Garrone ha tratto dal libro di Roberto Saviano. Le altre mille poltroncine rosse sono rimaste vacanti. La passione civile per la piaga camorristica pare essersi arrestata al di sotto della Linea Gotica. La gente dell’hinterland milanese sembra accendersi per altro, per l’Inter che si gioca il campionato, per il federalismo fiscale o per i campi nomadi da sgomberare. Oggi il film verrà proiettato in concorso al festival di Cannes, preceduto dall’aura del capolavoro, ma io lo vedo in un multiplex alla periferia Nord di Milano – zona Bicocca -, diciotto sale inglobate in un mastodontico centro commerciale dove trascorre il suo intero weekend il nuovo proletariato suburbano, i figli adolescenti di ciò che un tempo furono le borgate, gli uomini e le donne di ciò che un tempo fu la classe operaia e le non-persone della nuova massiccia immigrazione. Proprio di fronte allo shopping center, a fare memoria, sorge la torre delle scomparse acciaierie Breda. Muta, solitaria, inconsolabile, più che rammentargliela, sembra voler rinfacciare all’edificio simbolo del nuovo proletariato la storia cancellata di quello vecchio.
Siamo nei giorni in cui il risentimento del Nord, dopo aver covato sordo per anni, dopo essersi fatto forza di protesta sociale implosiva, dopo esser giunto a conquistare il palazzo di un troppo lungo inverno della politica, arriva infine a esplodere in forme aperte di intolleranza sociale. Mentre mi scorrono davanti agli occhi queste immagini di assoluta maestria formale – ogni inquadratura un dipinto, ogni angolo di ripresa un inappellabile giudizio sul mondo – nella mente mi riecheggiano i proclami con i quali si plaude agli assalti ai campi nomadi. Com’è possibile, mi chiedo, che i nuovi leader dei ceti popolari settentrionali chiamino allo stesso tipo di aggressione compiuta nei giorni scorsi nel Napoletano dai camorristi (con i quali, è bene sottolinearlo, non hanno niente a che fare sul piano sociale, culturale, antropologico)? Com’è possibile che genti tanto diverse si trovino sulla stessa linea d’azione? Non dovrebbero stare uno contro l’altro, muoversi guerra? «Finalmente! Era ora!». Questo l’unico commento che uno degli spettatori a me vicini si lascia sfuggire quando, dopo quasi due ore di proiezione, per la prima volta si vede la polizia intervenire tra le «vele» di Scampia, la più grande centrale di spaccio d’Europa. E, allora, perché non organizzare ronde anti-camorra? Il comprensibile risentimento del Nord, della mia gente impaurita, sradicata, operosa, se proprio deve trovare un canale di sfogo, un nemico altro da sé, perché non lo trova nelle varie piovre che allungano i loro tentacoli a soffocare l’intero Paese? Sarà forse perché, come mostra il film, anche un certo Nord ha lucrato sul degrado di un certo Sud? No. E’ una risposta emotiva, troppo parzialmente vera per essere convincente. La stragrande maggioranza degli elettori leghisti o forzisti del Nord non hanno nessuna connivenza con quei sistemi criminali.
Una prima risposta la trovo uscendo dalla sala: la risposta è il centro commerciale. Chi vive in queste cattedrali sorrette dall’aria condizionata, nelle quali ogni gerarchia, ogni ordine, ogni ipotesi di senso è sostituita dall’accumulo di merci, ogni identità dalla proliferazione di marchi, ogni materialità dal profluvio di immagini, chi vive qui non sa più misurarsi con la sovranità agita, con la drastica decisione politica. I leghisti tutto sommato sono gente mite, la loro aggressività è teatro mediatico. In questo microcosmo commerciale dove le merci si cumulano proprio come le scorie si cumulano nelle discariche abusive mostrateci dal film, in questo junkspace impolitico la facoltà critica di muovere guerra al proprio vero nemico è rimossa in nome del comfort e del piacere. Nessuna guerra alla camorra proverrà mai da qui. Il Paese è spaccato tra chi la violenza la compie o la subisce e chi la sta a guardare sullo schermo.
Ed è a causa di questa inerzia antropologica nei confronti della sopraffazione che l’Italia è spaccata, non tra destra e sinistra, non tra Nord e Sud, non tra italiani e immigrati, ma tra Paese legale e Paese criminale, tra chi infligge la crudeltà e chi la patisce. Una faglia sismica che spacca in profondità la terra sotto i nostri piedi lungo una linea dai bordi incerti e frastagliati ma comunque intrisi di sangue.
Grazie alla sua impagabile capacità di de-epicizzare la violenza criminale, Gomorra di Matteo Garrone potrebbe essere per la mia generazione ciò che Roma città aperta fu per quella dell’immediato dopoguerra. Temo purtroppo che non lo sarà: questo nostro Paese dilaniato non sembra più pronto a combattere la sua guerra contro il suo vero nemico.
Lo scrivemmo quando Roberto Saviano venne messo sotto scorta e lo riscriviamo ora: finché l’Italia non avrà combattuto e vinto i poteri criminali rimarrà una democrazia incompiuta.
Tra gli spettatori ragazzini al cinema Faro di Casal di Principe. C’è il pienone, arriva anche il sindaco. Alla fine gli applausi
di Antonio Tricomi
CASAL DI PRINCIPE (CASERTA) – Ascoltano assorti il dialogo tra cattivi, sorridono alle scene di sesso anche se è cupo e rabbioso, incoraggiano con qualche applauso l’esile presenza dei buoni e alla fine condividono la denuncia, la condanna del marcio. E, dall’alto dei loro serissimi 12 o 14 anni spesi a scuola o fuori dai banchi nell’impegno anticamorra, i ragazzini della scuola media Luigi Caterino promuovono “Gomorra”. Perché anche essere adolescenti, di questi tempi a Casale, vuol dire scegliere presto.
Visto dal cinema Faro di Casal di Principe (confine con San Cipriano d’Aversa) sala accogliente dove il venerdì c’è sempre il pienone perché costa solo 3 euro, la pellicola di Garrone regala un film nel film. Un pomeriggio che fatica a sembrare uguale agli altri. Nel paese che diventa emblema (non luogo unico) degli intrecci criminali, del “Sistema” che contamina il vivere civile e inquina terreni, esistenze, economie. Se ne parla tra i ragazzi, poco dopo siede in sala anche il sindaco Cipriano Cristiano con altri 200 spettatori tra giovani, professionisti e qualche famiglia, compresa una con il passeggino con bimbo. Ma fuori le luci sono basse, non sfugge un dettaglio di quello che accade. Mentre i casalesi buoni sono stufi di esser etichettati come camorristi.
Gli spettatori più piccoli entrano alle 18, sono una cinquantina, intorno appena qualche adulto impegnato, ma prevenuto. Che infatti sbatterà la porta (“Ma è troppo violento, troppo crudo questo film. Siamo sicuri che facciano bene tante parolacce, tanti insulti?”). Obiezioni più concrete muove la giovanissima platea. “Il film racconta bene i cattivi, ma forse poteva scavare più a fondo, qua succedono anche cose più brutte…”, contesta Mario, 13 anni. “Hanno raccontato la verità, i modi di dire, le cose che accadono sono tutte reali”, taglia corto Vincenzo, di 14. Pietro coltiva un altro cruccio: “Ma perché tutti dicono che rappresenta Casal di Principe, mentre ci sono scene di Scampia, di Mondragone? Insomma il paese quasi non c’è”. E Carla: “Io dico che usano una lingua sbagliata. Questo sembra pugliese, noi mica parliamo così”.
Il sindaco, Cipriano Cristiano, invece tenta un equilibrismo che salvi il film, la forza del libro e l’onorabilità di Casale. Il primo cittadino si appella allo scrittore: “Voglio dare a Saviano la cittadinanza onoraria. È un’idea bipartisan: lanciata dal mio “rivale” di schieramento Renato Natale. Qui tanti hanno voluto bene al libro. Anche se io ammiro di più il Saviano di “prima” del successo planetario, quello che stava in mezzo alla gente. Non capisco, invece, il Saviano di “dopo”, un po’ schiacciato dal personaggio. Ma lo invito a tornare tra noi. È Casale, l’altro volto di Gomorra, ad attenderlo”.
Gomorra reloaded
Andrea Tarabbia
L’assunto da cui parto è che c’è bisogno di Gomorra, non solo in Italia, non solo in libreria.
Non vorrei che questa affermazione portasse chi legge a credere che io voglia in qualche modo la beatificazione di Saviano e quelli come lui che – spesso da sconosciuti – raccontano l’Italia più vera e più orrenda. Semplicemente, forse, oggi come oggi l’unico modo possibile di costruire una narrazione del male, è quello di raccontare l’abisso economico, sociale e antropologico su cui questo Paese esausto fonda la possibilità della propria sopravvivenza, la capacità umiliata e parrucchieresca di tirare avanti. Non mi stancherò mai di dire che Gomorra dovrebbe essere una lettura obbligatoria nelle scuole, negli oratori, nelle chiese, nei campi di calcio, nelle cave, nei saloni di bellezza, nelle biblioteche, nelle università, nelle fiere, negli autogrill. Mi rendo conto che questa affermazione va parzialmente in controtendenza con quello che vado dicendo da anni, e cioè che la letteratura possiede una verità – che è spesso metaforica e allegorica – che va ben al di là del testo e del contesto di riferimento, e che c’è senza dubbio più verità nei sogni deliranti di Kafka o nei movimenti cosmici di Moresco che nel più documentato e combattivo reportage su qualsiasi buco del culo del mondo. Si tratta di due verità per così dire complementari – starei per dire una fisica e una metafisica, se non sapessi che è una cazzata – che convivono e che chiedono di essere affrontate da chi scrive e da chi legge con la stessa consapevolezza antropologica e culturale.
Mi rendo conto che quando incontro qualcuno che non ha letto Saviano lo guardo con sospetto. Perché?, mi chiedo, Perché non l’ha fatto? Perché questa persona – che solitamente è colta – sta deliberatamente decidendo di non sapere, di spiccare un salto di un metro e buttare la testa sotto la sabbia? Ma questa persona lo sa di che cosa è fatta la sabbia in cui sta infilata fino al collo? Io non capisco le persone che non sanno o non vogliono sapere, non capiscono come e perché decidano di non farlo nonostante abbiamo la possibilità conclamata di venire a contatto col midollo sporco e fondante della società in cui vivono, lavorano, crescono dei figli, scopano e provano a trovarsi un posto. Non le capisco e – cosa peggiore – non le giustifico.
Detto questo, vengo al punto, ché questo pezzo vorrebbe essere una recensione del film di Garrone, che ho visto ieri. Quando ho saputo, circa un anno fa, che facevano un film da Gomorra, la seconda cosa che ho pensato è stata «Ma come diavolo si fa a fare un film da quel libro lì? Che cosa si racconta? Come si fa a mostrare quello che il libro mostra? Come si fa a mantenere, in una sequenza di immagini, la stessa forza civile e riflessiva della parola?». Gomorra – il libro – è per me irrappresentabile, nel senso che non sono riuscito mai, in tutti questi mesi, a immaginarmi la possibilità di una narrazione che fosse vergine delle accensioni di Saviano, delle sue requisitorie, della nudità della sua lingua e dalle sue tremende liste, l’accumulo di dati, il folklore pacchiano raccontato da un punto di vista che è sì sociale e comune, ma che ci è restituito talmente dall’interno che non riuscivo a intravedere la possibilità di una narrazione diversa e laterale. Insomma: un boss tamarro è un boss tamarro, e fin qui, si fa per dire, tutto normale; ma un boss tamarro raccontato e interiorizzato da Saviano è qualcosa di più: è un boss decostruito, umanizzato e reso vivo e terribile da uno sguardo, quello del narratore, che è lo sguardo di un uomo che avrebbe potuto lavorare per lui e ha deciso di stare dall’altra parte della barricata. Questo punto di vista unico, interno e vivo, è la cifra umana e narrativa di Gomorra, ha la forza di una lettera dal carcere ed è il nerbo di una narrazione senza precedenti. Garrone, poi, con la sua cifra noir e visionaria, non mi sembrava adatto, per così dire: troppo onirico, troppo lovecraftiano per buttarsi nella guerra civile e seguire le tracce di un libro che di visionario e di immaginifico non ha niente. Ma tant’è.
Gomorra è stato scarnificato. Se questo sia un bene o un male non so se arriverò a dirlo. Garrone ha scelto di estrarre dal libro un pugno di storie e di mischiarle, costruendo un film corale totalmente privo dei riferimenti narrativi classici (eroe, antagonista, aiutante ecc.). Non si pensi a Inarritu, però: qui non c’è l’autocompiacimento della tecnica di montaggio fighetto, non c’è – o io non l’ho vista – un’estetica del discorso cinematografico sbandierata e manierista: la materia è troppo incandescente e parla da sé, e la sobrietà con cui Garrone muove la macchina è un servizio e un omaggio alla lingua del libro: siccome tratto di questa cosa enorme, sotterranea (?) e impressionante, lo faccio con uno sguardo scarno, in modo da non ricoprirla e in definitiva nasconderla dietro dei fronzoli inutili. L’occhio della telecamera è l’occhio di Roberto. Il personaggio di Saviano, che nel libro dice «io», parla un po’ di sé, guida il motorino e in un paio di occasioni rischia anche la pelle, non c’è: è sostituito dall’occhio della telecamera, che transita di volto in volto, di luogo in luogo, di auto in auto e piano piano raggiunge l’obiettivo di far identificare lo spettatore con sé. Per proprietà transitiva, lo spettatore diventa Saviano, il suo sguardo diventa l’occhio scrutatore che il narratore offre all’interno del libro. Guardando Gomorra io divento Roberto, sono lui che gira ed entra ovunque, che chiede, domanda, rompe i coglioni, si trova in mezzo ai morti e guarda negli occhi i ragazzini armati delle Vele di Scampia. Io sono Roberto per due ore e un quarto, ma senza rischi, senza legami di sangue con quello che vedo e registro.
Dunque, l’accorgimento con cui Garrone racconta l’irrappresentabile è chiaro: siccome non posso mettere Roberto sul motorino, siccome non posso appesantire la storia con una voce off, rendo te, spettatore, lui, ti metto semplicemente al suo posto e ti faccio andare nei suoi posti, tra la sua gente . In definitiva, ti faccio fare quello che lui fa per tutto il libro, anche se il tuo culo è al caldo.
Il problema è che io, spettatore, non so. Non ho la consapevolezza di Roberto, non ho fatto le sue indagini, non sono nato e non sono vissuto in quei luoghi e in quelle situazioni, non guido il motorino, non conosco le persone e le loro biografie, non ho il suo furore civile. Io non so niente e non lo posso sapere, perché vengo a vedere Gomorra per imparare a capire. Qui il film cortocircuita, perché fa fare a un ignorante quello che nel libro è fatto da Saviano. Ne viene che l’irresistibile (e, di nuovo, irrappresentabile) impianto politico del libro, con quella rabbia atavica e giusta che trapela dalle pagine, scompare insieme all’impressionante mole di dati, notizie e pettegolezzi di cui Saviano nutre il lettore. Gomorra è un film filtrato attraverso il mio sguardo, cioè lo sguardo di chi non sa. Gomorra è invece un libro fatto da chi lo sa «e ha le prove». Questo, per me, è uno iato enorme, una voragine narrativa e di concetto che non posso far finta di non vedere. In alcuni punti, il film non è poi così lontano da un bellissimo reportage giornalistico, da un’opera-verità che è molto, ma non è che un’unghia al cospetto della grandezza del libro. Gomorra (il film) è un Non è un paese per vecchi (il film) corale e vero, e lascia alcune delle cose più impressionanti alla sigla di chiusura: i dati sul numero di omicidi di camorra, ad esempio, o le notizie sugli investimenti all’estero (ricostruzione delle Torri compresa) sono raccolte in un pugno di frasi che compaiono in appendice al film.
Il libro di Roberto, poi, palesava un intento preciso fin dal sottotitolo: era il Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, dove con «impero economico» e «sogno di dominio» bisogna intendere non le scaramucce tra spacciatori nei cortili di Scampia, ma la volontà imprenditoriale e folle di mettere le mani su aree sempre più vaste del pianeta. Il discorso di Roberto è e rimane anche un discorso sui metodi della globalizzazione, sull’infiltrazione del Sistema in ogni ambito umano, compreso il cucchiaino con cui un finlandese sta in questo momento mangiando uno yogurt a Città del Messico. Ciò che Gomorra-libro ha di terribile – oltre alla violenza e al sentimento dell’impossibilità di un’alternativa, sia per chi nasce in certi posti che per me che non sono niente più che un consumatore – è questo. Il film ignora questa che è la prospettiva più micidiale del libro e a tratti si ha la sensazione di assistere solamente alle gesta di quel micromondo che sono le Vele, scelte come set privilegiato della pellicola. Fuori dalle Vele, dopo aver visto il film, possiamo sentirci autorizzati a dire che «il problema non esiste», cosa che è l’anti-Gomorra per definizione. D’accordo, un film ha forse più bisogno di un’unità di tempo e di luogo rispetto a un libro, e sotto questo aspetto l’idea di prendere le Vele come luogo metaforico è intelligente e apprezzabile. Solo che mi devi far capire che quello che mi stai mostrando non è circoscritto a quel grumo di cemento, ma interessa anche me direttamente.
Non si parla di un’opera partendo da quello che non c’è, lo so. Però non ci sono nemmeno i boss, in questo film. Non dico le loro ville hollywodiane, le scene degli arresti, dei funerali. Semplicemente loro. Ce ne sono un paio, ma non sono molto diversi da quelli di un film medio anni Settanta. Non ci sono i corpi dei cinesi che piovono dai container nel porto di Napoli, non c’è don Peppino, non ci sono i visitors. Non c’è niente, tutto è nudo, tutto procede per sottrazione.
Io non vorrei che questa sembrasse una stroncatura, perché non lo è. Il film rimane bellissimo con quello che c’è e quello che mostra, e ho iniziato questo pezzo dicendo che c’è bisogno di Gomorra, in una qualunque delle sue forme. C’erano delle cose che mi pareva onesto rilevare, e l’ho fatto, ed è possibile che torni a vederlo una seconda volta e che ne trovi altre e che ne riscriva.
Lorenzo Diana
In provincia di Caserta la camorra ha lanciato un’allarmante sfida allo Stato ed a quanti la combattono con una feroce escalation di omicidi per riaffermare la sua forza e la potestà sul suo territorio.
- Il 13 marzo scorso due capi del clan dei casalesi fanno leggere nell’aula del tribunale , durante l’udienza del processo d’appello “Spartacus”, un “proclama intimidatorio” contro lo scrittore Roberto Saviano, la giornalista Rosaria Capacchione ed il magistrato Raffaele Cantone, contro il quale pochi giorni fa la Procura antimafia di Napoli ha rivelato che la camorra casertana aveva ordinato un piano per ucciderlo.
- Il 2 maggio un gruppo di fuoco uccide Umberto Bidognetti, padre settantenne di Domenico Bidognetti, collaboratore di giustizia.
- Il 6 maggio, pochi minuti dopo che il cerimoniale del Viminale e la polizia, giunti per il sopralluogo, per l’arrivo del loro capo, lasciano Casal di Principe compaiono sui muri dello stadio e delle scuole scritte contro Roberto Saviano.
- Il 13 maggio la camorra incendia la fabbrica di materassi di Pietro Russo, imprenditore antiracket, che aveva denunciato gli estorsori del clan dei casalesi.
- Il 14 maggio nuove scritte di morte contro Roberto Saviano e Rosaria Capacchione
- Il 15 maggio la camorra attua una nuova vandalizzazione della villa confiscata a Walter Schiavone, fratello del capo “Sandokan”, sulla quale lo Stato sta realizzando un progetto di recupero per destinarla ai disabili.
- Il 16 maggio viene ucciso con 23 colpi di due pistole Domenico Noviello, imprenditore che aveva denunciato tre estorsori del clan dei casalesi.
Con l’approssimarsi della sentenza del processo “Spartacus” in corte d’appello, che potrebbe confermare le condanne all’ergastolo per i camorristi, il clan dei casalesi tenta di intimidire magistrati e chiunque la combatta o la contrasti, nonché i collaboratori di giustizia e quanti possano prendere in considerazione la strada della collaborazione. E’ in atto una vera sfida allo Stato, tesa ad affermare verso tutti che la camorra non dimentica e colpisce sempre. Una sfida plateale del clan tesa ad affermare che il territorio è suo e che agisce come e quando vuole. Una sfida quasi tesa a deridere lo Stato. Una sfida del clan lanciata apertamente addirittura alla vigilia dell’arrivo del capo della polizia, il prefetto Antonio Manganelli, che ha scelto Casal di Principe per celebrare la festa della Polizia. Nel Casertano siamo di fronte ad una sfida della camorra allo Stato che fa temere il rischio di altri atti di violenza e di altri bersagli. A fronte dei rischi che crescono nella nostra provincia serve innalzare molto la guardia da parte dello Stato, della Procura e delle forze di polizia per riaffermare la sovranità della legge anche su quel territorio. Serve un’iniziativa forte del Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che convochi il comitato nazionale per l’ordine pubblico sul caso della provincia di Caserta. Serve una risposta ferma dello Stato, ma serve ancora più innalzare su tali problemi una guardia dei media, che è la migliore tutela per le persone esposte(magistrati,scrittori,giornalisti,imprenditori) e il più efficace strumento per stimolare una sana reazione civile ed istituzionale alla barbarie criminale. Serve la “ scorta mediatica” per quanti combattono la camorra e per rafforzare la risposta della società civile. Perciò chiedo all’associazione nazionale Articolo 21 ed alla Federazione nazionale stampa italiana di venire a Caserta per una presa di conoscenza diretta dei gravi rischi aperti in questa terra.
“È ora di smetterla di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico.” (Jean-Luc Godard)
Il cinema è il mezzo attraverso il quale si consumano le più grandi vendette. Charlot che si riprende i baffetti rubatigli da Hitler ne “il grande dittatore” o, in tempi recenti, Jesse James che si riprende la vita sottrattagli dal codardo Robert Ford. In “Gomorra” il cinema si riappropria dell’immaginario “sequestratogli” dalla malavita.
“Primo passo: Hitler prende a Charlot i baffetti. Secondo round: Charlot si riprende i baffetti, ma questi baffetti non sono più soltanto dei baffetti alla Charlot, sono diventati, nel frattempo, dei baffetti alla Hitler. Riprendendoseli, Charlot conservava dunque un’ipoteca sull’esistenza stessa di Hitler. Con essi, si portava dietro quell’esistenza, disponendone a guisa.” (1)
La criminalità ha scippato al cinema la rappresentazione spettacolarizzata del crimine stesso. Personaggi tarantiniani, scorsesiani, depalmiani (2) appartenti all’immaginario vengono emulati da personaggi decisamente pù reali (banalmente: che uccidono sul serio). Il gesto spettacolare del cinema diventa parte integrante della quotidianità malavitosa. Le gesta quotidiano/malavitose tornano però a divenire cinema in “Gomorra”, come se i personaggi che si muovono nello spazio filmico si fossero impossessati dell’esistenza delle persone in carne ed ossa. La strategia è semplice: (ri)prendere il ladro con le mani nel sacco. Due ragazzi vengono ripresi mentre imitano Tony Montana: vogliono impossessarsi delle sue gesta. Ma la macchina da presa gioca loro un brutto scherzo: si impossessa a sua volta delle loro. Ciò che in principio era “spettacolo” ora è tornato ad esserlo. Imitare azioni facenti parte dell’universo cinematografico davanti ad una mdp è semplicemente fornire nuova “linfa spettacolare” a quell’universo. Anziché “sottrarre”, i due, “aggiungono”.
Il cinema è capace di riprendersi, con forza, la fetta di immaginario che gli spetta. “Diamo al cinema quel che è del cinema”, verrebbe da dire.
Quello di Garrone è un film tremendamente sineddotico. Dalle pagine roventi/dolenti di Saviano vengono estratte le storie più “basse”, ossia quelle che ritraevano i meccanismi della camorra attraverso le azioni dei malviventi (e non…) situati in basso nella struttura piramidale mafiosa. Questo non getta uno sguardo parziale sull’organizzazione, anzi, la sua struttura viene “colta” per intero a partire dalle sue componenti “marginali”. Come la nave, inizialmente descritta attraverso la vela e infine sostituita dalla stessa. La vela, così come colui che porta la mesata alle famiglie dei carcerati, il giovanissimo affiliato alla camorra, lo [flessione delle dita] smaltitore di rifiuti e gli scarface-boy, è parte di un tutto decisamente più grande, una parte talmente vitale per la struttura che aiuta a “galleggiare” (nave/camorra) che gettare uno sguardo profondo su di essa significa cogliere la “nave” nella sua interezza.
Il grande merito di Garrone è quello di aver sottratto alle pagine di “Gomorra” lo sguardo di Saviano (il libro è un po’ come una ripresa in soggettiva, un qualcosa di “partecipativo”) per poi trascinare la sua “identità” registica all’interno delle pagine-fattesi-immagine. Pagine sostituite con spazi da “interrogare” con il massimo strumento morale: l’inquadratura. Garrone non giudica le azioni ma le scruta, e non potrebbe essere altrimenti.
“Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E’ assurdo che un regista debba spiegarne il significato a parole. Il mondo creato nel film è un prodotto della fantasia e talvolta le persone amano entrarci. Per loro quel mondo è reale. [...]
Qualcuno potrebbe sostenere di non capire la musica; però la maggior parte delle persone la sperimenta a livello emotivo e sarebbe d’accordo nel ritenerla un concetto astratto. Non si ha bisogno di tradurla subito in parole: si ascolta e basta. Il cinema assomiglia tantissimo alla musica.” (3)
Ascoltare e basta, lasciare che l’inquadratura si compia prima di porsi degli interrogativi. Non interrompere il flusso emotivo. Educazione all’immagine. Capacità di usare i neuroni solo quando serve. Le domande “immediate” non servono a nulla, urge avere pazienza, lasciare che l’immagine si “sedimenti”.
Questo per dirvi che ho letto da qualche parte qualcuno lamentarsi di una cosa secondo me molto superficiale: Scarlett Johansson che ha sostituito l’Angelina Jolie del libro. La domanda immediata, quella da evitare è: “ma nel libro non era la Jolie?”, è troppo superficiale, non possiamo permettercela davanti all’immagine. Se solo si avesse la pazienza di aspettare giungerebbero interrogativi molto più profondi e necessari: “Quale dolore può essere così forte da non permetterti nemmeno di piangere? La consapevolezza del non riconoscimento? Una vita di sacrifici ripagata con l’umiliazione televisiva?”. Lì, davanti a noi, uno dei migliori sarti al mondo vede l’opera del suo lavoro indossato da una diva [in tv], cosa diamine ce ne frega di chi sia la diva?
Garrone qui, secondo me, ha girato una delle sequenze più belle e al contempo laceranti viste di recente. Non un commento, solo lo sguardo del sarto che si dirige verso il suo camion. Un’ellissi sonora stupefacente, ciò che sta accadendo è chiaro, come dice Lynch non vi è alcun bisogno di spiegarlo a parole. Quello che ci offre Garrone però è qualcosa di più, ci rende il controcampo impossibile di quell’ultima inquadratura, come se quel cavolo di schermo lì davanti non avesse più alcun significato. Siamo lì, soffriamo lì, viviamo lì. Lo spazio filmico è in continuum con quello reale.
Vorresti alzarti in piedi per vedere se la tua ombra finisce ancora sul proiettato tanto è reale, viva, (dis)umana questa scena.
Quella di Garrone è una torsione [quasi depalmiana] nei confronti di “certe tendenze del cinema italiano” [quasi cit.]. Una ribellione a suon di inquadrature. L’emozione, il “racconto” [banalizzo] devono essere veicolati dall’immagine, non possono farne a meno. Purtroppo Garrone è attualmente uno dei pochi registi italiani [l'altro è Sorrentino] che ancora si interroga sulla funzione della macchina da presa, su dove e come piazzarla, come proiettare il proprio sguardo all’interno dello spazio filmico.
Inquadrature che “seguono” i personaggi facendo respirare le loro azioni, inquadrature millimetriche, che non nascondo la testa sotto la sabbia davanti all’uomo, al dolore che esso prova. Inquadrature che testimoniano lasciando all’immaginazione il percepire quel “tutto” che sta dietro la sineddoche di un primo piano doloroso.
Raramente in “Gomorra” vengono utilizzati elementi extradiegetici. Garrone lascia parlare i suoni neomelodici popolari, lascia gridare i personaggi e i loro passi. Segno di una volontà di mostrare l’umanità in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni.
“Gomorra” è un film che mi stupisce profondamente per la sua “compiutezza”, frutto di una maturità registica che probabilmente ancora mancava a Garrone nel “l’imbalsamatore”.
Lacerante come un coltello conficcato nella carne. “Gomorra” è un film il cui impatto non riesco ancora bene a delineare, tanto mi sono sentito immerso, coinvolto, parte dell’immagine.
Questo è il miglior Cinema italiano oggi possibile.
1. André Bazin nel saggio “Pasticcio e posticcio o il nulla per dei baffetti”.
2. Scarface in particolare, qui vero e proprio modello. “Il mondo è tuo”.
3. David Lynch, “In acque profonde”.
Afp
El filme cuenta la vida de cinco personajes que se cruzan en su camino con la temida organización criminal.
Roma. La versión cinematográfica del fenómeno literario del año en Italia, el libro Gomorra, que desenmascara el brutal mundo de la mafia napolitana, la Camorra, suscita fuertes expectativas en Italia tras entrar al festival de cine francés de Cannes.
Basado en el libro del joven y brillante escritor napolitano Roberto Saviano, que desde la publicación del libro hace dos años vive bajo escolta y no tiene domicilio fijo, el filme cuenta la vida de cinco personajes que se cruzan en su camino con la temida organización criminal.
El director de cine Matteo Garrone, de 39 años, trabajó en la delicada adaptación del complejo sistema de escritura de Saviano, quien entrelaza datos con historias de asesinatos, torturas y extorsiones, para destapar los mecanismos y actividades de la mafia napolitana.
“Es un filme apocalíptico, sin esperanza”, admitió el mismo Garrone, quien rodó secretamente en Nápoles y empleó actores no profesionales del barrio Scampia, bastión de la Camorra.
“No es un filme de denuncia, con buenos y malos, porque la realidad es mucho más complicada y las fronteras son cambiantes”, reconoció el cineasta en una entrevista al diario Il Corriere della Sera. “Los capos de la Camora son bellos, bien vestidos, se cuidan el físico, les gusta estar bronceados, en contraste con la ferocidad que emplean cuando matan”, explicó.
“Cuento cómo funciona el mayor mercado de droga existente y la dinámica entre los clanes que están en guerra tras años de tregua. Rodé escenas muy violentas, atroces. Pero la más conmovedora fue la de dos muchachos que han sido muy amigos desde la infancia y que se tienen que separar porque pertenecen a clanes rivales”, contó.
Para Garrone, autor del inquietante filme El embalsamador (2002) presentado en Cannes en la Quincena de Realizadores, todos los personajes de Gomorra obedecen a un único hilo conductor: “son víctimas de un sistema, un engranaje que te aplasta y contra el cual no puedes oponerte”, dijo.
“Un filme importante, que dejará huella”, aseguró Vincenzo Mollica, experto de cine del primer canal de la televisión pública italiana Rai, tras la proyección especial para la prensa italiana.
La película, que se estrena este viernes en toda Italia, protagonizada por el talentoso actor Paolo Servillo, parece haber superado el desafío que constituye siempre traducir en imágenes un documento periódistico que es a su vez una novela.
“Un filme magnífico y terrible, muy bien actuado. Se decía que se inspiraba del cine comprometido de Francesco Rosi, Sergio Leone, o de Alejandro González Iñárritu. No es verdad. No se parece al cine de nadie, porque es la primera vez que se muestran personajes tan privados de moral y aspiraciones”, escribió la crítica de La Stampa, Lietta Tuornabuoni.
El libro, del que se han vendido más de un millón de copias en Italia y cuyos derechos de autor han sido adquiridos por 33 países, ha sido traducido a numerosos idiomas, incluso el español.
“Creo que la criminalidad ha quedado fastidiada, no por la información que recogí, sino porque esa información fue recibida, comienza a saltar de boca en boca, eso para ellos es peligroso”, comentó Saviano.
“Los padrinos lanzan amenazas, rumores, me quieren demoler. Pero mientras la opinión pública me dedique atención, no tengo miedo”, confesó el escritor napolitano.
Saviano narra su propia vida, lo que ha visto, experimentado e investigado, porque proviene de esa región y habla su jerga.
El escritor italiano, que estudió filosofía, conoce bien los entresijos de barrios como Scondigliano, en donde los adolescentes pasean con chalecos antibalas, los sicarios mueren por un puñado de euros y los encorbatados corredores de bolsa hacen desaparecer las basuras contaminadas de medio mundo.
Di Alessio Guzzano
Roberto Saviano, non ancora 30enne, ha venduto da noi 1.200.000 copie di “Gomorra”. Tradotto in tutto il mondo, vive sotto scorta e dibatte di censure killer con Salman Rushdie per aver mappato indirizzi e affari di camorra. Un set blindato partorisce un film che disinnesca il grilletto delle denunce del libro per farne nitida topografia umana: atmosfere da cruda fiction di malavita (nulla a che fare con la malafiction tv), romanzo criminale lucido ed efficace. Cinque storie di esecuzioni, riscossioni, apprendistati e carriere di automatica dannazione, inquinamento di vicinati e ambienti, smaltimento di rifiuti e coscienze. Nel sommerso casertano, ai cinesi serve un maestro sarto per sfornare abiti doc; due scugnizzi incoscienti capiranno atrocemente che nei casermoni di Scampia non si nasce (né si muore) col rango di Scarface.
Toni Servillo, facce di Secondigliano, dialetto sottotitolato, melodie sudiste. Matteo Garrone coniuga la propria estetica coi morti ammazzati. Torna sui luoghi de “L’imbalsamatore”: sabbia che è solo rena, interni/esterni di archeologia industriale, cieli e destini di piombo. Dopo gli essiccati tormenti intimi di “Primo amore”, affronta pubblici angoli ciechi. Non è il suo film, ma lo affresca benissimo.
Questa mattina Lorenzo Diana, PD e recentemente premiato da Articolo 21 ci ha comunicato che un imprenditore, Domenico Noviello, di 65 anni, incensurato e titolare di una scuola guida è stato ucciso a Castel Volturno, nel Casertano, ad opera di due killer armati di pistola.
“La sua colpa: aveva denunciato la camorra. Giorni fa Pietro Russo, presidente dell’associazione antiracket di Santa Maria Capua Vetere è stato vittima di un grave atto vile ed intimidatorio da parte di esponenti della criminalità organizzata. Sono di ieri altre minacce a Casal di Principe, che hanno visto comparire in città la scritta ‘morte’ e accanto il nome dello scrittore Roberto Saviano.
Proprio a Casal di Principe domenica prossima è atteso il capo della polizia Manganelli per la festa del corpo e non sarà un caso che per la terza volta sia comparsa su un muro una scritta contro l’autore di ‘Gomorra’. Una frase ingiuriosa, su un altro muro della città del Casertano, è invece stata scritta con riferimento alla giornalista de ‘Il Mattino’ Rosaria Capacchione, bersaglio – assieme a Saviano e al pm Cantone – delle minacce dei boss dei Casalesi lette in aula durante un’udienza del processo di appello ‘Spartacus’ il maxiprocesso alla camorra. Si devono scuotere le coscienze e va potenziata la scorta mediatica a chi sta sostenendo questa dura lotta contro la criminalità organizzata e tutte le mafie”.
“Facciamo nostro l’appello di Lorenzo Diana, costretto a vivere sotto scorta e da tanti anni impegnato in una lotta continua e tenace contro la Camorra e il Clan dei Casalesei. Mi sembra – afferma il portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti – che siano davvero in tanti donne e uomini nelle diverse istituzioni a lottare contro la criminalità. Nei prossimi giorni Articolo 21 si recherà a Caserta per consegnare il Premio Articolo 21 per la libertà di informazione alla giornalista Rosaria Capacchione che rappresenta i tanti cronisti che operano in condizioni drammatiche in queste zone. Insieme a loro – prosegue Giulietti – lanceremo un appello a tutti gli organi di informazione, in particolare i grandi media tv, affinchè la ripresa del processo contro i Casalesi sia sottoposta a scorta mediatica. Occorre – conclude Giulietti – una presenza metodica e continua per dare spazio e risalto a questo proceso e per far sentire alla camorra e a tutti i livelli che coloro che la contrastano e si oppongono ad essa non sono isolati ma accerchiati da grande solidarietà e da scorta mediatica”.
Il film di Matteo Garrone tratto dal libro di Roberto Saviano: un evento non solo culturale ma anche politico e sociale
Grazia Casagrande
La prima domanda che ci si pone non è inerente all’uscita del film, ma è relativa al libro da cui è tratto: come mai Gomorra di Roberto Saviano è da tanto tempo in testa alle classifiche di vendita?
Come mai in un Paese che non ama mai parlare dei propri problemi più seri, ma li mimetizza creandone di fittizi, questo libro così crudo e vero è stato tanto apprezzato?
Come è possibile che in un Paese avanzato e “occidentale” uno scrittore debba essere messo sotto protezione perché rischia la vita per quello che ha scritto?
C’è stata un’indifferenza colpevole da parte di tanto potere politico e della stampa in generale nel combattere e denunciare la criminalità organizzata che in Italia rappresenta la maggiore impresa economica esistente e che si è potuta inserire, su tutto il territorio nazionale, in mille diverse realtà economiche e politiche, stringendo rapporti con la criminalità internazionale e creando appunto un “sistema” quasi invincibile.
Se Saviano, quasi un ragazzo, un giornalista che ha preso sul serio la propria professione, da quasi due anni ha perso la propria libertà perché sotto costante protezione, anche il regista e gli attori di questo film, e la stessa produzione, hanno dimostrato un grande coraggio. Di questo, come cittadini, siamo loro estremamente grati.
La scena su cui si apre il film è agghiacciante nella sua fredda e quasi chirurgica normalità. Un solarium con la sua luce azzurrognola diffusa, un piccolo nucleo di assassini che entrano, uccidono, gettano tranquillamente in un sacchetto le armi usate e se ne vanno: solo il rosso del sangue sotto i corpi abbronzati indica quello che è successo. Niente più che uno dei tanti quotidiani episodi che a Napoli e dintorni, accadono, nessuna emozione, nessuno scandalo.
Ecco gli spettatori introdotti nel clima del film. non c’è un’unica storia, non c’è un solo protagonista, ma tante storie che formano un quadro complessivo, tanti più o meno piccoli personaggi che ruotano intorno a un unico dominante Sistema.
Potere, soldi e sangue. Questi sono i disvalori con i quali gli abitanti della provincia di Napoli e Caserta, devono scontrarsi ogni giorno.
Quasi sempre non puoi scegliere, quasi sempre sei costretto a obbedire alle regole del Sistema, la Camorra.
Cinque vicende s’intrecciano in questo paesaggio violento, un mondo spietato, apparentemente lontano dalla realtà, ma ben radicato nella nostra terra.
Don Ciro è il sottomarino. Paga le famiglie dei detenuti affiliati al suo clan, che comanda incontrastato il territorio. Scaltro, discreto, svolge il suo compito senza mai immischiarsi. Ma quando questo potere si sfalda non sa più da chi deve prendere ordini e deve pensare alla propria sopravvivenza.
Totò ha tredici anni e non vede l’ora di diventare grande. Così, gradino dopo gradino, fa il suo apprendistato nella scuola della vita, finché un giorno si trova a dover prendere una decisione, una scelta dalla quale non potrà tornare indietro.
Marco e Ciro credono di vivere in un film di Brian de Palma, ma sono solo due cani sciolti che con le loro bravate disturbano la routine degli affari del “sistema”.
Roberto si è laureato e ha voglia di lavorare. Franco gli offre una grande opportunità, un lavoro sicuro e con grandi prospettive di guadagno: un lavoro nel campo dei rifiuti tossici. Un lavoro troppo scomodo per la coscienza di Roberto.
Pasquale è un sarto eccellente che lavora grazie agli appalti delle case d’alta moda in una piccola fabbrica a nero. La concorrenza cinese gli propone di insegnare i segreti del mestiere ai suoi operai. Sedotto e gratificato dalla richiesta, accetta, compromettendo la propria vita.
Qualche parola va spesa per raccontare al pubblico due delle figure più significative del film: il regista e uno degli interpreti più noti al grande pubblico, mentre la maggior parte degli attori sono stati presi direttamente dai luoghi in cui la vicenda è situata: Matteo Garrone e Toni Servillo.