Rassegna

Bellissimo film in concorso, Gomorra di Matteo Garrone è parlato in dialetto con sottotitoli italiani:questo dà una sensazione remota. Come si sa, racconta la camorra nelle province di Napoli e di Caserta, ma la parola «camorra» nessuno la usa più:dicono piuttosto «il sistema»oppure dicono nulla, non servono definizioni. Le mafie italiane (informa Roberto Saviano, dal cui libro, edito da Mondadori con straordinario successo, è tratto il film) hanno un giro d’affari di 150 miliardi di euro l’anno: ad esempio, la Fiat ne fattura 58. La camorra ha ucciso 4 mila persone in trent’anni, più di ogni altra organizzazione criminale o terroristica. La camorra, nell’immensa ricchezza dei suoi investimenti diversificati, ha perfino acquistato azioni per la ricostruzione delle Torri Gemelle a New York e fa lavorare in nero per l’alta moda italiana tanto glamour.

Il regista (40 anni, romano,figlio di un critico teatrale, già pluripremiato per L’imbalsamatore e Primo amore) ha strutturato la sua opera magnifica e terribile in cinque storie: come i sei episodi di Paisà di Rossellini sull’Italia in guerra. Gli interpreti sono perfetti. In particolare, Toni Servillo, delinquente che tratta lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici seppellendoli nelle campagne dove vivono i contadini,si ergono le ville dei boss, si coltivano le verdure cancerogene. Il film è nutrito di fatti realmente accaduti e che continuano ad accadere, di corpi morti, di soldi, di colpi secchi d’armi da fuoco, di addestramento criminale di ragazzini,di corridoi d’ospedale e di fatalità («Funziona così»). Termina sulla spiaggia, con due cadaveri di adolescenti che volevano essere indipendenti portati via lentamente da una ruspa, come un mucchio di sabbia. Così non si può dire che Gomorra sia grande ma senza cuore, che l’assenza di contrapposizione tra legalità e illegalità cancelli l’emozione: il film-analisi, il film d’antropologia sociale, vede tutto attraverso il linguaggio formale ed è anche questo a renderlo memorabile.

Applausi a scena aperta a Cannes, il plauso della critica francese e parole di forte apprezzamento da parte del ministro della Cultura Sandro Bondi: Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal libro omonimo di Roberto Saviano, riceve un tributo quasi corale e un ottimo riscontro anche al box office italiano (quasi due milioni di euro). Un buon viatico in vista della corsa alla Palma d’Oro per questa opera scioccante e intensa sul potere economico della camorra. «Un film bellissimo, cui auguro ogni successo – è il comemnto del ministro della Cultura Sandro Bondi -. Anche se è difficile riprendersi dopo averlo visto. È un pugno nello stomaco. Penso che questo sia straordinario e meritevole, di grande valore civile perché rivela una realtà dell’Italia che si fa fatica ad immaginare possa far parte del nostro Paese». Elogi dalla stampa francese. E anche la maggioranza dei grandi quotidiani francesi esalta il film di Garrone: Gomorra è «un film formidabile», scrive il quotidiano francese Le Monde, e «verrebbe da sperare che i camorristi, vedendolo, abbiano vergogna di loro stessi. Ma – conclude – non dobbiamo esagerare il potere del cinema». Elogi pure da Le Parisien: «Quando sarà il momento dei premi bisognerà fare i conti con l’ Italia che ci offre un bel momento di cinema, nervoso senza essere disordinato e sempre carico di tensione». E da Le Figaro: «Con la freddezza e la precisione di un documentario, il film segue i personaggi per denunciare meglio le cause e gli effetti della legge mafiosa e dei suoi valori deleteri». Liberation, invece, lo promuove ma non a pieni voti: «Il film, pieno di personaggi ben disegnati e di situazioni abili, manca comunque di quel respiro che gli avrebbe permesso, per esempio, di innalzarsi a un panorama grandioso della cupidigia universale, associando i circoli viziosi della malavita e della violenza alla vittoria del capitalismo sfrenato». Una palma d’oro italiana? Titola così oggi Nice Matin, nelle pagine dedicate al festival di Cannes. «Il festival 2008 ha trovato – scrive il quotidiano della regione – un primo favorito per il palmares: Gomorra descrive con una precisione stupefacente il funzionamento della camorra e come eserciti il proprio potere su tutta l’economia del paese. La grande forza del film è quella di mostrare che la violenza non è l’unico pericolo che la camorra fa correre alla democrazia. Matteo Garrone è riuscito a mostrare una storia con grande fluidità, senza indugiare nella spettacolarizzazione della violenza ma rendendo l’atmosfera della città in guerra descritta nel romanzo di Saviano. La tensione non cala mai. Gamorra è insieme una fiction appassionante e un documentario preciso su “o sistema”. Si merita la Palma quest’anno a Cannes».

di Titta Fiore

«Gomorra», un successo alle proiezioni e agli incontri con la stampa. Applausi ovunque, attesa da parte del pubblico internazionale, curiosità. Qualcuno si augura la Palma d’oro, il produttore Procacci dice che in due giorni il film di Matteo Garrone, tratto dal best-seller di Saviano sugli intrecci criminali e affaristici della camorra, ha incassato in Italia un milione di euro. Dieci paesi lo hanno già comprato a scatola chiusa, altri stanno trattando. Il cast si muove in gruppo, una piccola folla affiatata e solidale: c’è il regista, naturalmente, e ci sono gli attori. Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Salvatore Cantalupo, Maria Nazionale, Ciro Petrone, Carmine Paternoster, il piccolo Salvatore Abruzzese: raffinati interpreti di teatro, dive della canzone neomelodica e ragazzi che, con le esperienze di Arrevuoto e di Chi Rom e chi no, hanno imparato a stare sul palcoscenico. Tutti insieme alle interviste, insieme sul tappeto rosso del Palais. Dove arriva anche il neoministro Bondi, con i colleghi europei della cultura che oggi si riuniscono a Cannes. Roberto Saviano, invece, rinuncia alla «montée des marches» («non è il mio mestiere»), però interviene in conferenza stampa. I fotografi, per motivi di sicurezza, vengono fatti allontanare dal tavolo. Ma la maggior parte delle domande è per lui. Con Braucci, Chiti, Gaudioso, Di Gregorio e lo stesso Garrone ha partecipato alla sceneggiatura. «La cosa più difficile» dice, «è stata scegliere le storie, sono stato il poliziotto attento a far rispettare l’anima del libro». L’eco dei fatti di cronaca nera, l’emergenza rifiuti in Campania si intrecciano fatalmente con gli argomenti trattati dal film. È una chiave per capirne il successo? «Evidentemente la gente è stanca di fiction e vuole comprendere i meccanismi della realtà» continua lo scrittore. «So della polemica sui panni sporchi che dovrebbero essere lavati in famiglia, io stesso sono stato accusato di diffamare la mia terra. Ma raccontare significa mostrare la verità, con tutte le sue contraddizioni. Il nostro obiettivo non era accartocciarci sul territorio, piuttosto aprire una feritoria attraverso la quale guardare il mondo». Saviano snocciola dati («gli anni di piombo hanno fatto seicento morti, le mafie diecimila, la Fiat fattura 58 miliardi, l’economia criminale 150 miliardi all’anno»), Braucci cita il neorealismo: «Partendo dai luoghi più prossimi gli autori hanno lasciato tracce che riguardano l’umanità intera, le vicende di “Gomorra” non cambierebbero se fossero ambientate a Bombay o alla periferia di Mosca, lo strazio dei giovani, delle intelligenze e dei talenti appartiene ai sud del mondo. Bisogna prendersi le responsabilità di affrontare questioni irrisolte». Garrone spiega di aver applicato, «a una materia così potente», i codici della semplicità: «Il film rigettava ogni tentativo di commento, ho girato come se fossi uno spettatore capitato lì per caso, mi sembrava il modo più giusto per restituire un’esperienza emotiva. Mi hanno influenzato i linguaggi dei film di guerra, volevo dare agli spettatori anche gli odori dei luoghi». La troupe ha girato per un mese e mezzo tra le Vele di Scampia, scheletri di cemento abitati ormai da poche famiglie: «Mi sembrava di lavorare in un grande teatro di posa, in luoghi che rimandavano a dinamiche fantascientifiche alla “Blade Runner”» racconta Garrone. «Per fortuna la gente ha avuto la generosità di collaborare al film, per ogni scena avevamo trenta-quaranta persone intorno al monitor, dai loro suggerimenti sono venute le prime verifiche della sceneggiatura». Servillo sottolinea che proprio nell’equilibrio tra informazione ed emozione sta la singolarità della formula di «Gomorra». Ciro Petrone, che sullo schermo voleva farsi strada a colpa di mitra, racconta la sua morale: «Vorrei che ai ragazzi servisse come segnale, vedendo “Gomorra” si possono capire tante cose». Qualcuno chiede a Saviano, che da due anni vive sotto scorta, minacciato di morte dalla camorra, se ora non si senta ancora di più in pericolo. «Il libro e il film hanno linguaggi diversi», replica, «e in ogni caso sono fiero che dalle mie pagine sia venuto fuori un prodotto cinematografico meraviglioso. Riguardo alla mia esposizione, purtroppo non cambia niente. Il rischio non nasce da quello che si scrive, ma dal fatto che si è letti. Vengo da un territorio dove ci sono decine di persone nella mia situazione e a loro va il mio pensiero. Ma mi chiedo perché non fanno notizia le minacce che due boss hanno fatto contro di me, la giornalista del “Mattino” Rosaria Capacchione e il giudice Cantone, durante uno dei più importanti processi di mafia degli ultimi trent’anni».

CASAL DI PRINCIPE Questa volta la gente c’era. Almeno 500 persone raccolte in piazza Villa fin dalle 9 del mattino, ragazzi delle scuole, famiglie affacciate ai balconi.

A Casal di Principe, roccaforte del clan dei casalesi lo Stato ce la mette tutta per far vedere che fa sul serio e mobilita la polizia per celebrare qui la festa del 156/esimo anniversario del Corpo.

C’è il plotone d’ onore, la banda, la squadra a cavallo, gli agenti in uniforme storica. La gente gradisce e attende all’ arrivo delle autorità e del capo della polizia Antonio Manganelli. I bambini delle elementari indossano il cappellino grigio con il logo della polizia. Ci sono applausi per tutti, ad ogni arrivo di autorità. Applausi ai messaggi del Capo dello Stato, del premier Berlusconi, del ministro Maroni, applausi al questore di Caserta Carmelo Casabona.

«Abbiamo sequestrato 30 milioni di euro ai clan – dice il questore – ma la camorra è ancora in grado di erogare due milioni di euro al mese di stipendi ai propri affiliati e ci preoccupa la zona grigia dell’ infiltrazione nei gangli della pubblica amministrazione».

Nel settembre 2007 per il presidente della Camera Fausto Bertinotti, lo scrittore Roberto Saviano e le associazioni anti-camorra ci fu scarsa partecipazione e la contestazione del padre del boss «Sandokan», Nicola Schiavone. Adesso l’ orgoglio di Casal di Principe ha il volto di una ragazza di 19 anni, Raffaella Mauriello, dell’ ITC «Carli», che legge un discorso-appello rivolto al paese, ma soprattutto allo Stato, al quale vuole dare ancora fiducia.

«La polizia deve essere considerata parte del tessuto sociale della nostra città, e noi speriamo che questo non sia un festeggiamento sporadico». Gli applausi sono sempre più forti e Raffaella prende coraggio: «Se un imbecille scrive una frase sul muro non ci rappresenta. Noi siamo casalesi – grida – e siamo stanchi di doverci vergognare di quest’ aggettivo. Casalesi è il nome di un popolo, non di un clan». Il capo della polizia raccoglie e ripete: «i casalesi siete voi, non quattro camorristi presuntuosi che pensano di sfidarci, faremo abbassare la testa ai clan».

Manganelli annuncia «un investimento senza precedenti» per rafforzare organici e mezzi grazie all’ uso dei fondi Ue. «Saremo più presenti e più vicini al cittadino», promette. «Qui c’ è una partita in corso – aggiunge il capo della polizia – e ci sono i tifosi che ci seguono, ma purtroppo i giocatori in campo sono ancora pochi, mentre troppi sono i sociologi ed i criminologi da salotto. Noi vogliamo garantirvi la libertà dalla paura, che è il primo diritto».

Garrone: «Non insulto racconto solo l’Italia»

di Maurizio Cabona

Autentico negli sfondi, verosimile nelle facce e nel lessico (nei cinema italiani circola sottotitolato), Gomorra di Matteo Garrone è un film serio, a differenza di quelli che, per via delle Film Commission, ambientano qualsiasi storia in qualsiasi posto. Trattandosi di opera al Festival di Cannes, quel che conta è però che Gomorra sia premiato domenica prossima. Con quel che si è visto in concorso finora, un premio per la regia o per la sceneggiatura o per il complesso degli attori (il film è corale) sarebbe normale, perché le giurie prediligono i film scarni, amari, deprimenti. Gomorra ne ha ben donde, perché racconta l’esproprio camorristico del territorio campano.
Sono panni sporchi da lavare in casa? Il quesito è stato posto ieri, alla conferenza stampa, confermando il principio che l’estetica per certi film, in certe occasioni, cede al significato politico. Lo hanno accettato Garrone, gli interpreti Toni Servillo e Gianfelice Imparato, il produttore e distributore Domenico Procacci, rispondendo con frasi concatenate, come avrebbero fatto Qui, Quo, Qua, nipoti di Paperino.
Ecco la sintesi del loro ragionamento: «Molto cinema, da festival o no, si occupa della realtà. Camorra e mafia sono da decenni nelle tv pubbliche e private, oltre che nel cinema: nessuno se ne è stupito».
Grazie al Festival di Cannes, certo, Gomorra farà sapere a qualcuno in più, in Italia e fuori Italia, che certe sua parti sono quasi extraterritoriali: come in Colombia, in Albania, in Kosovo, in Thailandia. Del resto a Cannes confluiscono centinaia di film analoghi di altri Paesi. Sessant’anni fa, quando Andreotti parlò auspicando la carità di patria cinematografica, non era così né a Cannes, né in Campania. L’Italia tutta era in epoca di recente sconfitta militare, di rischi di secessione (Sicilia) e di incipiente ricostruzione. Al paese, o meglio alla patria, serviva allegria dagli schermi. La mestizia era già ovunque, altrove, quindi allora aveva ragione Andreotti; oggi, davanti non alla ripresa, ma al declino, guardare una dura realtà particolare, che potrebbe diventare nazionale, spiegherà – più di Notte prima degli esami – che va dimenticata la fazione e ricordata la nazione…
Quanto all’accoglienza durante le riprese nel Napoletano, Procacci ha detto e Garrone confermato che non ci sono state minacce e tangenti da pagare. «Saviano – ha precisato Garrone – non è stato minacciato di morte per il libro, ma per aver accusato, con nome e cognome, capi della camorra durante la sua presentazione a Casaldiprincipe. I camorristi sono stati forse lusingati che si girasse un film su di loro e nella loro zona. Non ci hanno disturbato. Hanno capito che per i loro affari fosse meglio così». Strana Italia, dove i camorristi insegnano agli anticamorristi.
Dice ancora Servillo: «Vivo a Caserta. Quando porto mio figlio a scuola, devo scavalcare con lui i sacchi della spazzatura. Lo scandalo è questo, non che si sappia che non si è ancora risolto questo problema. La mia perplessità di cittadino è che voto, quindi delego ad altri il potere, e pago le tasse, perché questi altri abbiano i mezzi per esercitare per il bene pubblico questo potere. Invece… ».
La conferenza stampa ha rivelato una cosa che Gomorra si limita ad accennare: l’intelligenza di Marco Macor e Ciro Petrone, i ventenni che nel film sono gli insubordinati della camorra che hanno come mito Tony Montana, il bandito cubano di Al Pacino in Scarface di Brian De Palma. I personaggi di Marco e Ciro (si chiamano infatti come gli interpreti) sono esuberanti, ma limitati; invece gli interpreti, fuori scena, sono uno spettacolo a sé. Peccato che Garrone non abbia concesso loro di esprimersi di più. Avrebbe dato al suo film quel minimo di simpatia di cui lo spettatore sarebbe lieto mentre assiste a oltre due ore di squallori. E il realismo di Gomorra sarebbe stato anche maggiore: ci sono onesti antipatici e disonesti simpatici e viceversa.

Ma Saviano non sale in passerella al gala serale: “Motivi di sicurezza”

di Fulvia Caprara

All’entrata del Palais i cacciatori di biglietti espongono cartelli con scritto «Gomorra» e qualcuno ci mette anche l’acca, «Gomorrah». L’attesa per il film italiano tratto dal romanzo fenomeno di Roberto Saviano ha contagiato ieri, fin dalla mattina, la platea internazionale del Festival e alla proiezione applaudita per cinque minuti ha assistito anche il neo-ministro della Cultura Sandro Bondi. Ma, sulla scalinata, per la proiezione di gala, lo scrittore non si è fatto vedere. Motivi di sicurezza, come quelli che hanno impedito, durante la conferenza stampa, la presenza dell’abituale esercito di fotografi in piedi davanti al tavolo: «Per me – spiega Saviano – non apparire sulla scalinata non è stata una rinuncia, non sono un attore, faccio un altro mestiere. Vivo sotto protezione da due anni, ma non mi sento un caso raro, vengo da un territorio dove decine di persone sono costrette a stare nella mia stessa condizione, il mio pensiero oggi va a loro». Con Saviano ci sono il regista di Gomorra, Matteo Garrone, e la squadra al completo, gli sceneggiatori Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Massimo Gaudioso, e poi gli attori, da Toni Servillo a Gianfelice Imparato, da Maria Nazionale a Salvatore Cantalupo. Per non parlare dei ragazzi, Ciro Petrone, Marco Macor, Salvatore Abbruzzese che si guardano intorno ancora increduli perché, come ripete Ciro, «tutto questo sembra un sogno».

In Italia Gomorra, storia di potere, soldi e sangue nella Campania avvelenata dalla camorra, è uscito nel fine settimana. Se gli incassi volano, raggiungendo quasi il milione di euro, al mercato del Festival il film è già stato acquistato da una decina di Paesi: «Non mi aspettavo questa risposta – dice Saviano -, così come non me l’aspettavo dal libro. Anzi, pensavo che ci si volesse allontanare da certi argomenti e invece in Italia c’è fame di queste storie. Le polemiche dei giorni scorsi sui panni sporchi da lavare in casa non mi stupiscono, sono le stesse che hanno accompagnato l’uscita del libro. Mi colpisce che da noi le operazioni di verità vengano accolte in questo modo. Gli autori, negli altri Paesi, le fanno normalmente, se invece a provarci sono i nostri vengono subito accusati». Fin dall’inizio Saviano e Garrone hanno lavorato fianco a fianco: «Scrivevamo a casa di Matteo, con la scorta che mi accompagnava e mi veniva a riprendere, sotto pressione. Il mio ruolo è stato come quello di un poliziotto, attento al rispetto del testo, il problema più difficile era scegliere, togliere piuttosto che mettere».

Garrone spiega di aver girato seguendo l’ispirazione delle storie: «Non ho pensato alle belle inquadrature o al bel movimento di macchina. La materia del film suggeriva un linguaggio semplice, un po’ come quello dei reportage di guerra, volevo dare allo spettatore la sensazione di trovarsi lì, in quei posti, di sentire quegli odori». E l’aiuto più importante è venuto proprio da quei luoghi: «Devo molto – dice Garrone – alla gente che abita lì. Le loro azioni, i loro dibattiti, i loro commenti, sono stati parte integrante della lavorazione, come una verifica continua della sceneggiatura». Era prevedibile che ci fossero problemi, tentativi di bloccare le riprese, minacce da chi si sentiva chiamato in causa: «All’inizio un po’ di timore c’era, ma poi il cinema ha un tale fascino che la maggior parte della gente ha scelto di partecipare. Certo, ci sono state anche delle manifestazioni di ostilità, era come se girassimo al fronte, ma le preoccupazioni man mano si sono sciolte».

Adesso Gomorra è in programmazione nelle sale di Napoli e provincia, lo vanno a vedere tutti, camorristi e non: «Il film può servire – dice Ciro – può far capire a un ragazzo di vent’anni che che è meglio cambiare strada, non fare quella certa scelta». Le reazioni finora sembrano positive: «Le sale sono piene – racconta Ciro -, ci sono stati un sacco di applausi. L’altra sera è andata a vederlo anche mia madre, vi potete immaginare, sta ancora piangendo».

Lo scrittore rifiuta la passerella sul tappeto rosso e i critici accolgono ”Gomorra” con lunghi applausi

he lo si voglia o no, il vero protagonista di ieri a Cannes non è stato Harrison Ford ancora nei panni dell’archeologo macho in Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo di Steven Spielberg, ma Roberto Saviano anche se nessuno lo vedrà salire la Montées des Marches.

Anzi: proprio perchè nessuno lo vedrà salire la famosa scalinata che richiede ogni giorno l’impegno di decine di operai.
Insomma per lui nessuna fiction, nessuna frusta e cappello, perchè è minacciato davvero di essere ucciso. «Rinuncio volentieri alla Montées de Marches, non è importante. Io sono un caso, ma solo perchè scrivo. Ci sono molti come me sotto scorta nel mio paese e il mio pensiero adesso va anche a loro». Così ha detto Saviano, senza troppo spiegare di questa sua rinuncia al red carpet (è stato però in sala, dove i critici hanno accolto il film con un lungo applauso), in conferenza stampa ufficiale di Gomorra , film di Matteo Garrone tratto dal suo libro omonimo che gli ha procurato le minacce di morte da parte della camorra.
Per lui misure eccezionali sulla Croisette anche durante la conferenza stampa a cui ai fotografi è stato impedito, ovviamente per motivi di sicurezza, di stazionare di stazionare per le solite foto di rito.
Camicia rossa e faccia da bravo ragazzo rassegnato alla paura, lo scrittore tradotto in oltre 23 paesi e che ha venduto con il suo Gomorra (edito da Mondadori) solo in Italia oltre un milione di copie sembra comunque contento. E ci tiene a dire: «Non ho mai pensato davvero di raccontare solo di camorra, ma attraverso la camorra quello che accade non solo in Italia». E per Saviano che ama i numeri e gli aneddoti ne sciorina qualcuno davanti a una strapiena conferenza stampa applaudita con vero entusiasmo. «Ci sono stati in trenta anni oltre diecimila morti ammazzati dalla crimininalità. Molti di più di quelli della Striscia di Gaza. La Camorra fattura poi centocinquanta milioni di euro l’anno. Siamo di fronte a dei veri imprenditori. Per fare un esempio – continua lo scrittore – quando sono crollate le Torri Gemelle a New York, è stata intercettata una telefonata tra due camorristi che dicevano: “hai visto quello che è successo? Si è liberato un bello spazio nel centro di New York”, uno spazio su cui costruiree investire».
Insomma la volontà di Saviano ribadita più volte è quella di raccontare: «Questo film può dare ancora più strumenti, fa parte del mio progetto di far sapere, di raccontare perchè le cose cambino».
Ma il film è diverso dal libro. «Non c’è il racconto di un boss che potrebbe titillare la sua vanità. Per me non cambia molto in quanto a rischi. Loro temono non tanto per quello che si dice, ma perchè si è letti. I cartelli criminali non negano il diritto di parola, ma che questa parola arrivi davvero».

Già dalle prime sequenze ambientate in un solarium l’impressione è di immergersi in un mondo alieno: la luce blu e il rumore delle lampade abbronzanti, chiacchiere e musica in sottofondo, poi la violenza che deflagra fulminea come un raptus.
Garrone lavora per sottrazione, ricavando dal libro di Saviano cinque tracce che scorrono parallele in un’unica spaccatura della terra senza mai incontrarsi. Imbraccia la mdp e si piazza alle spalle dei protagonisti seguendone i movimenti scomposti dentro casermoni fatiscenti, stazioni di servizio in disuso, cave abbandonate. In questo girone dantesco alligna il Sistema, sineddoche di un’entità multinazionale che s’incarna non solo più nello spaccio della droga, ma soprattutto nel riciclaggio dei rifiuti tossici o nella contraffazione delle griffe. E che si alimenta succhiando tutta la vita dalle vene, infettando i gangli, impedendo qualunque riscatto o via d’uscita.
Garrone si limita a riprendere immagini e parole come se girasse un documentario, asettico e impassibile, senza compiacimenti, far nomi o commentare. La realtà scaturisce di per se stessa dal fango e dal sangue come un’idra mostruosa e ripugnante. Per sostenerne lo sguardo incomprensibile occorre sospendere le proprie facoltà critiche, ghiacciare le emozioni e puntare i piedi. Non cedere all’angoscia è l’ultima speranza praticabile.

Un incontro stampa molto interessante per il film tratto dal bestseller di Roberto Saviano – protagonista, con Matteo Garrone, della conferenza.

Gomorra di Matteo Garrone è di gran lunga il film più visto al momento in Italia, e, oltre che al valore degli elementi in gioco, ha probabilmente avuto il suo peso anche l’esposizione mediatica assicuratagli dal passaggio in competizione al Festival di Cannes; ma il fenomeno di Gomorra va oltre quello di un libro popolare, e il regista e l’autore del saggio nonché co-sceneggiatore Roberto Saviano hanno cercato di sviscerarlo nell’interessante confererenza stampa tenutasi a Cannes dopo gli applausi incassati da un film che ha dimostrato di saper parlare anche al grande pubblico, così come il libro di Saviano.

Garrone, l’idea di realizzare il film è arrivata subito dopo l’uscita del libro di Saviano?

Matteo Garrone: L’Idea di fare un film è nata subito grazie alla grande potenza del libro e grazie alla possibilità di riscrivere un immaginario letterario associato alla camorra attraverso le immagini in movimento, attraverso il cinema.

Saviano ha collaborato alla sceneggiatura; in cosa è consistito il passaggio dal libro allo script?

Roberto Saviano: Si è trattato soprattutto di scegliere le storie, il libro era pieno di storie, grondava di vicende e la cosa più complicata è stata per noi scegliere le storie che potessero in qualche modo raccontare un territorio, raccontare in sintesi, per archetipi, la storia che l’intero libro andava ad affrescare. Io ho fondamentalmente aiutato altri sceneggiatori, perché il film è loro, il mio ruolo era quasi quello di un gendarme attento che l’anima del libro fosse rispettata. Ma il merito va sicuramente a loro per averla resa al meglio.

Il film in italia sta andando benissimo, se lo aspettava? E vuole commentare la polemica sui “panni sporchi di casa nostra” (la critica partita da un noto personaggio della scena politica sui film che parlano di imbarazzanti problemi selezionati per rappresentare il nostro paese a Cannes, n.d.R.)?

Roberto Saviano: Come per il libro, non mi aspettavo una simile risposta. Spesso quando una autore si accosta ad un argomento così particolare, si aspetta di allontanare il pubblico, ma per fortuna non è sempre così. In Italia – ma non credo soltanto in Italia – c’è fame di queste storie, si vogliono comprendere i meccanismi e si è un po’ stanchi della visione da fiction della criminalità organizzata. So di queste polemiche, tra l’altro molto italiane, che ci vedono accusati di diffamare il nostro paese. Io ne sono accusato spessissimo quando vado all’estero, e gli istituti di cultura italiana non mi invitano mai per questo. In realtà, la prima impressione è andata esattamente nella direzione opposta. Raccontare significa fare un’operazione di verità, che va in quelche modo a mostrare un paese e le resistenze che ci sono in esso. Mi colpisce spesso vedere, all’estero, emigrati italiani orgogliosissimi di vedere la propria terra raccontata, anche nelle sue contraddizioni. Non capisco perché quando sono registi statunitensi o israeliani affontano le problematiche dei loro paesi il loro lavoro viene considerato necessario, mentre quendo lo fanno autori e cineasti italiani devono subire queste accuse. Io credo che proprio questo silenzio sulle contraddizioni del proprio paese significhi svilirlo, mentre raccontarlo è necessario. Io – e così credo Matteo e gli sceneggiatori – non mi sono posto il problema di denunciare, o urlare, volevamo soltanto raccontare ed è questo che abbiamo fatto e continueremo a fare.

Garrone, la regia è estremamente scarna. In che modo ha scelto di accostarsi al suo soggetto?

Matteo Garrone: Il film è un’esplorazione, una indagine di quei territori, e la scelta migliore mi è sembrata quella di farmi sentire il meno possibile, e quindi di proporre quella regia invisibile che era suggerita dallo stesso film. Qualsiasi tentativo di commento, qualsiasi episodio di protagonismo da parte mia sarebbe stato rigettato dal film. La stessa cosa è avvenuta con le musiche, abbiamo usato sempre le musiche che l’ambiente proponeva; penso che questa sia una regola che debba valere sempre, per qualsiasi film, ma in questo caso in particolare il film mi suggeriva un linguaggio estremamente semplice, e in questo ammetto di essere stato influenzato anche dal linguaggio di reportage di guerra e di documenti analoghi. Dovevo dare allo spettatore la sensazione di trovarsi lì per creare l’impatto emotivo e quasi fisico che era nelle mie intenzioni.

Qui a Cannes abbiamo registrato una curiosità enorme intorno al fenomeno Gomorra, quasi che parlasse in realtà a diverse realtà del mondo. Qual è la ragione di tanto interesse secondo voi?

Roberto Saviano: Non non ho mai voluto raccontare la camorra, ma parlare dell’Italia attraverso la camorra. Occorre forse aprire una parentesi: alla fine del film compaiono dei dati che in realtà ma sono parte integrante del film. Gli scrittori normalmente detestano i dati, ma io sono di diverso avviso: qui stiamo parlando di un’economia che fattura 150 miliardi di euro l’anno. Stiamo parlando di organizzazioni che, in meno di trent’anni, hanno fatto più vittime di quelle cadute nella striscia di Gaza. Gli anni di piombo hanno prodotto circa 600 morti, le mafie hanno ammazzato 10.000 persone. La Fiat Mondo fattura 50 miliarid di euro, qui parliamo di 150 miliardi solo in Italia che finiscono investiti in Scozia, in Germania, in Canada…

Parliamo di un’organizzazione dinamica, e costruendo la nostra storia e i nostri personaggi l’obiettivo non è mai stato di accartocciarci su noi stessi o sul territorio, ma far parlare il territorio come una feritoia attraverso la quale osservare e raccontare il nostro tempo. Nel mio libro ho tentato di raccontare il posto dove sono nato e cresciuto, un posto che ho odiato e amato, e quella che era l’economia del mio tempo, i modi di ragionare. I boss ragionano come i grandi imprenditori, i soldati di camorra cono personaggi che vivono nel business e che vivono con l’ossessione della morte ma si costruiscono una carriera come manager. Quindi in realtà il mio obiettivo era raccontare il mio tempo e il ruolo del potere all’interno di esso.

Maurizio Braucci (sceneggiatore, n.d.R.): Non è un caso che ben sei sceneggiatori abbiano lavorato a questo soggetto, similmente a quanto accadeva per i film del neorealismo italiano, che sono entrati nella storia del cinema mondiale. Per entrarci dovevano essere caratterizzati da uno sguardo in grado di riconoscere questioni universali. Per me è stato molto chiaro sin dal lavoro sulla sceneggiatura quello che poi Matteo è andato a verificare nei territori, che il tema che trattavamo era quello degli oppressi, dei perdenti, di coloro che vengono abbandonati a loro stessi come accade nelle periferie e nelle province di tutto il mondo in cui la ricchezza è nelle mani di pochi, temi di questi territori.

Se Gomorra verrà visto qui dalla stampa straniera com un film che parla di Napoli o anche dell’Italia, in qualche modo avremo fallito, perché in realtà abbiamo voluto parlare di una parte del mondo che paga un prezzo altissimo, viene criminalizzata e resta per lo più incompresa perché inquadrata in maniera generalista e manichea, quando invece le sue dinamiche vanno comprese, e le reponsabilità vanno affrontate.

CELEBRAZIONI – Casal di Principe – Anche Roberto Saviano, impegnato a Cannes come sceneggiatore del film Gomorra in concorso al Festival, fa sentire la sua vicinanza a Casal di Principe nel giorno della Festa della Polizia.

Presente il capo della Polizia, Antonio Manganelli, assieme ad una foltissima schiera di autorità politiche, civili e militari della Provincia di Caserta e della Regione Campania, ma anche ad un numeroso pubblico di cittadini, accorso in Piazza Villa per manifestare la voglia di legfalità di quella parte della popolazione casalese, la maggioranza, che non si arrende al vedersi infangato con le gesta dei camorristi.
Una festa, quella che la Polizia di Stato ha voluto tenere a Casal di Principe, che arriva nel bel mezzo di una sfida che i clan fanno allo Stato: Domenico Noviello, titolare di un’autoscuola, è stato ucciso venerdì scorso a Castelvolturno, da due killer, e l’imprenditore Pietro Russo, presidente dell’antiracket della provincia di Caserta, a cui lo scorso 13 maggio la camorra ha incendiato la sua fabbrica di materassi a Santa Maria Capua Vetere.
Ma è anche il giorno dell’arresto, proprio nel casertano di uno dei capi storici della faida di Secondigliano Guido Abbinante, mentre ci si appresta a celebrare il processo Spartacus che dovrebbe portare condanne storiche al clan dei casalesi.
“Non voglio chiamarli casalesi – spiega Manganelli nel suo intervento riferendosi ai camorristi – perchè farei un torto a voi che siete quelli veri”. Quel termine, “casalese”, che i cittadini vogliono riprendersi. Come ha gridato dal palco una studentessa: “Vogliamo riprenderci il nostro aggettivo ‘casalesi’, noi siamo casalesi, siamo stanchi di doverci vergognare di questo aggettivo. ‘Casalese’ non è il nome di un clan, ma il nome di un popolo, questo popolo che vuole affermare che c’è ed esiste. Siamo un popolo onesto, operoso, lavoratore, con una grande tradizione contadina. I nostri nonni hanno reso fertile questa terra e noi ora vogliamo difenderla da chi la sta sporcando. Siamo nati qui e vogliamo restarci”.