Italy’s most prominent anti-mafia campaigner has appeared in court to sue the mobsters who ordered his death.
In a high security Naples courtroom Roberto Saviano, the writer whose print expose ‘Gomorrah’ and the eponymous hit film it spawned made him a household name, finally looked his enemies in eyes – six years after he was forced into hiding.
Mr Saviano confronted Camorra bosses Francesco Bidognetti and Antonio Iovine via video link as he began the process of suing them – and two of their lawyers, Michele Santonastaso and Carmine D’Aniello – for threats and defamation, which he says came in an 2008 appeal hearing.
Through one of his lawyers, Bidognetti called Mr Saviano “one of the prosecution’s people for hire”. The convictions of the bosses were confirmed in 2010 along with other members of the Camorra’s Casalesi clan, some in absentia – the last of whom, Michele Zagaria, was found in an underground bunker beneath his home north of Naples exactly a year ago.
All are currently serving life-sentences in solitary confinement in prisons hundreds of miles from Naples.
The ruthless Casalesi clan came to the world’s attention following Mr Saviano’s book that revealed how it made hundreds of millions of euros each year by illegally dumping waste – much of it toxic, in addition to extortion rackets, drug trafficking, smuggling of illegal migrants and arms.
Today, magistrates said Bidognetti had caused massive environmental damage after a company he controlled dumped toxic materials in the 1980 and 1990s in an illegal site near Naples. They said the dumping of more than 800,000 tons of refuse – in large part toxic – produced by companies in northern Italy, meant even water supplies had become poisoned. Cancer rates in the region north of Naples are known to be much higher than elsewhere in the country.
Prominent figures including former opposition leader Walter Veltroni and the editor of La Repubblica newspaper Ezio Mauro, expected to testify on behalf of Mr Saviano. Another journalist, Rosaria Capacchione, of Il Mattino newspaper, is also suing Bidognetti and Iovine.
From the courtroom, Mr Saviano tweeted: “The trial of the Casalesi bosses and their lawyers accused of threatening me is starting. I’ll look them in the eye.”
But later he noted that the mobsters were unlikely to return the stare let alone mention his name. “Their culture commands them not to acknowledge me or pronounce my name; from their point of view that would be handing me a gift,” he said.
The news came as the trial of a minister in the last government of Silvio Berlusconi continued in Naples.
MP Nicola Cosentino, a former economy undersecretary and the PDL co-ordinator for Campania, (the region around Naples) is accused of helping the Casalesi clan, with some members of whom he is distantly related. He denies the charges.
In an open letter earlier this year, Mr Saviano accused Mr Cosentino, however, of having been at the heart of a system that bought votes with favours and “destroyed a whole territory”.
Mr Saviano today said the Silvio Berlusconi’s decision to run for premier again was “disastrous news” for those fighting organised crime. He said the ability to buy votes “for €20 each” was a factor in ex-premier decision to run for a fourth term in the upcoming general national elections.
“Berlusconi’s return is partly founded on the fact that a part of the vote in Italy can be bought,” Saviano told a radio show.
Lo scrittore (ieri in Tribunale per costituirsi parte civile nel processo ai Casalesi) al sindaco di Napoli: “Non utilizzi Napoli per una ribalta personale”
di CONCHITA SANNINO
“De Magistris mi sembra distratto, in questa fase. Non vorrei si usasse Napoli per una ribalta personale”. E ancora: “Non si può andare in televisione, il giorno dopo la sparatoria davanti a un asilo, e non dire una parola su Scampia”. Roberto Saviano torna a Napoli, per costituirsi parte civile al processo contro i boss del clan dei casalesi.
È un duello a distanza, ormai. Roberto Saviano che già aveva criticato apertamente il sindaco, via twitter, dopo il licenziamento di Raphael Rossi, ora replica con un’analisi molto severa alle recenti esternazioni che gli ha rivolto il sindaco. “Mi spiace – commenta – che il sindaco risponda ad un’osservazione sul governo cittadino non spiegando cosa ha fatto o intende fare, ma attaccando me o genericamente quelli che “se ne vanno via da Napoli”. Tra l’altro, dovrebbe sapere che non me ne sono andato di mia volontà”.
Le 12: l’udienza in cui lo scrittore si è costituito parte civile contro boss e avvocati di Gomorra è appena finita. Saviano si trattiene nell’aula 111 dopo aver fissato nei monitor, a distanza, i padrini Antonio Iovine e Francesco Bidognetti collegati al processo in videoconferenza.
Saviano parla di de Magistris, delle “delusioni” che apprende da parte di “tanti napoletani”. Del rientro di Berlusconi come candidato premier: “Ritorno devastante per la lotta alle mafie”. E lancia un allarme: “Teniamo gli occhi aperti sul voto di scambio: bastano 20 euro e una spesa fatta per comprare il consenso”.
Qualche ora prima, le auto scure erano passate svelte da un varco posteriore di Palazzo di Giustizia: la scorta porta il giovane scrittore che non mette piede da tempo nella sua città. L’autore di Gomorra torna a Napoli quattro anni dopo la sua presenza pubblica all’aula bunker di Poggioreale quando, nel giugno 2008, la Corte di Assise d’Appello conferma tutti gli ergastoli per il gotha dei casalesi; e torna tre anni dopo il privato e affettuoso scambio di saluti, nel 2009, tra lui e il direttore Abbado, in una suite del Vesuvio.
Ma è la prima volta che Saviano si costituisce parte civile nel processo che vede imputati, per minacce e diffamazione, con Bidognetti e Iovine, i loro ex avvocati casertani, Michele Santonastaso e Carmine D’Aniello che, nel 2008, presentarono un’istanza di remissione leggendo frasi “diffamatorie, calunniose e minacciose” sia per i giornalisti, sia per i magistrati Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone.
Saviano resterà per alcune ore, fino alla fine dell’udienza: al suo fianco l’avvocato Antonio Nobile e il pm antimafia Antonello Ardituro. Il presidente della terza sezione, Aldo Esposito, rigetta due istanze della difesa e rinvia il processo al 4 marzo. Si prevedono testi eccellenti per parlare di diffamazione e cultura antimafia. Il pm Ardituro ha citato, ma sarà il Tribunale a decidere, il direttore di Repubblica, Ezio Mauro, quello dell’Espresso, Bruno Manfellotto, l’anchorman Fabio Fazio, l’ex direttore del Mattino Virman Cusenza, e i politici Fausto Bertinotti e Walter Veltroni.
Saviano, il sindaco ha detto: “Mi sono simpatici gli intellettuali che sono andati a vivere fuori, ma mi sono più simpatici quelli che rimangono. Quindi l’interlocuzione con Saviano non mi appassiona. Gli dico solo: perché non vieni a Napoli a lavorare, a metterti a disposizione?”. Saviano, perché?
“Intanto mi stupisce che il sindaco attacchi la persona invece di rispondere sul punto…”.
Ricordiamolo: lei aveva sostanzialmente sostenuto, parafrasando Jhonny Stecchino, che il problema di Napoli sembra il traffico e che l’unico atto di rinnovamento non può essere il “lungomare liberato”.
“Io penso semplicemente che è strana, è terribile la scelta strategica legata solo alla bellezza della città: che poi non è un merito della politica, casomai può essere un merito tutelarla. Secondo punto: il primo cittadino dovrebbe sapere che la mia condizione mi ha portato lontano, ma spero di tornarci nella mia città: e comunque la mia presenza qui come parte civile testimonia che questo territorio è il mio e lo difendo e lo tutelo. Invece, sento la delusione di molti napoletani che non hanno visto un’idea, una proposta, un’azione di cambiamento forte sulle periferie. Lo vedo distratto…”.
Se si riferisce all’attivismo del sindacoleader degli Arancioni, che proprio domani sarà presentato ufficialmente a Roma e che ha in animo di candidare il magistrato Ingroia, sappia che de Magistris ha appena ribadito, in una lettera pubblica, che questo impegno non sottrarrà energie al ruolo di sindaco, e anzi che “Napoli non potrà che trarre beneficio” da questo.
“Io ho un timore, confesso: che Napoli rischi di essere la vetrina per lanciarsi su una dimensione nazionale. Mi spiego: il meccanismo non è quello di trasformare Napoli e portare questo risultato come contributo alla città e al Paese. Ma usare Napoli per una grande ribalta. Ovviamente spero di sbagliarmi: se così fosse, sarebbe davvero doloroso”.
È un’analisi dura. C’è qualcosa che l’ha colpita in negativo?
“Una cosa mi è sembrata singolare. Non si può andare in tv e non parlare di Scampia, della città da lui amministrata, il giorno dopo che c’è stata una sparatoria davanti a un asilo (il riferimento è alla trasmissione di Santoro, “Servizio Pubblico”)”.
Facciamo finta che lei sia qui a lavorare per Napoli. Cosa proporrebbe lei per Scampia, esercito a parte?
“Una premessa: l’invio dell’esercito lo ritengo importante solo come pronto soccorso ma credere che esercito serva da solo è assurdo. Se serve ad affrancare uomini dell’intelligence, se viene affiancato da progetti a lungo termine sulla vivibilità e la crescita del territorio, allora sì. Ma credo che tutto dovrebbe ruotare su un’idea di centralità contro la marginalità. Una biblioteca speciale? Degli uffici particolarmente avanzati del Comune? Da spostare lì. Bisogna incentivare in ogni modo iniziative imprenditoriali importanti. Invece di guardare alla solita imprenditoria. Insomma: sfruttare la mediaticità “nera” di Scampia per una “mediaticità” luminosa. E non soltanto il giorno di Carnevale, e non soltanto per opera delle associazioni, che si portano da sole, sulle spalle, questo compito”.
Stasera c’è l’iniziativa della municipalità “la scuola è la luce per Scampia”, le aule tutte illuminate che ospitano i cittadini e un incontro pubblico. Lei ci sarà solo idealmente?
“Idealmente ci sarò, certo. Spero al più presto di farlo anche fisicamente”.
Saviano, Berlusconi è di nuovo sulla scena come candidato premier. Cosa cambia?
“Un ritorno devastante: anche perché arriva in un momento difficilissimo dal mio punto di vista. Guardo all’aspetto della difficoltà della guerra di camorra e alla chiusura processo ndrangheta in Lombardia che dimostra presenza capillare e diffusa delle mafie anche al nord. E poi dico: teniamo gli occhi aperti sul voto di scambio. È solo la mia opinione: ma penso che il mondo vicino a Berlusconi utilizzerà molto questa leva e tocca anche ai media e alla società civile vigilare”.
Gli ospiti di Fabio Fazio nella puntata di lunedì 19 novembre saranno: Salman Rushdie e Roberto Saviano, Daniel Berenboim e Zubin Metha, i Negramaro, Neri Marcorè, Massimo Gramellini.
“Che Tempo che Fa del Lunedì”, 19 novembre, alle 21,05 su Rai3.
In diretta live anche qui.
Lunedì 5 novembre Roberto Saviano sarà a “Che Tempo che Fa del Lunedì” con Fabio Fazio. Tra gli ospiti: Susanna Camusso, Bice e Carla Biagi, Stefano Birotti, Neri Marcorè, Paolo Rossi e Massimo Gramellini.
Questa sera Roberto Saviano sarà con Fabio Fazio a “Che Tempo Che fa del Lunedì”. Gli altri ospiti della serata saranno David Grossman, Nichi Vendola, Paolo Rossi, Massimo Gramellini.
Alle 21,05 su Rai 3.
Sarà possibile seguire la diretta streaming a questo link.
MORRIS KACHANI
DE SÃO PAULO
Desde 2006, pelo menos 14 policiais com dois carros blindados à disposição se alternam 24 horas por dia na escolta do escritor e jornalista italiano Roberto Saviano, 33.
Jurado de morte pela máfia, Saviano dorme em hotéis e apartamentos alugados, nunca por mais de um mês. “Não consigo imaginar meu futuro. Gostaria de ter uma vida normal, com um pouco de liberdade”, afirma o autor, que não é casado nem tem filhos.
Ele se diz “às vezes” arrependido de ter escrito “Gomorra”, o livro-reportagem sobre a extensão do poder das organizações criminosas que o tornou internacionalmente conhecido em 2006.
Agora, a Companhia das Letras está lançando seu mais recente livro, “A Máquina da Lama”. A obra é inspirada em um programa que foi apresentado pelo próprio Saviano na TV estatal italiana, em 2010, e que chegou a uma audiência de 10 milhões de pessoas, tendo até mesmo desbancado uma partida entre Inter de Milão e Barcelona.
“Vieni Via con Me” (vem embora comigo), título do programa, escancarou as mazelas do país. Dos empreendimentos imobiliários da máfia calabresa em Milão aos lucros da Camorra e o interesse na manutenção da crise do lixo em Napóles (que já dura duas décadas).
Um programa de TV com essas características não poderia passar incólume pelas pressões políticas, que foram encabeçadas por Silvio Berlusconi, então premiê da Itália, e logo se transformariam em censura, até que saísse do ar, mas não sem deixar um rastro de polêmicas.
Saviano se transformou em um ícone da luta contra as organizações criminosas, assinando periodicamente artigos em publicações como “The New York Times”, o espanhol “El País”, e o italiano “La Repubblica”.
O tom de denúncia e indignação que sempre predominou em seu discurso continua, mas agora acompanhado de uma certa melancolia, como se pode observar na entrevista a seguir, concedida à Folha por e-mail.
*
Folha – Qual é sua impressão do Brasil?
Roberto Saviano – O Brasil está vivendo um momento incrível. De ex-colônia passou a esperança para colonizadores e colonizados: para Portugal, Angola, Moçambique. É uma país extremamente complexo, que conjuga modernidade e kitsch, reformas sociais e crescimento e que está se tornando central para a história do mundo, um parceiro privilegiado da Europa. Tenho certeza de que sairá do Brasil um novo caminho virtuoso, que contaminará os países em crises. A Itália de hoje sonha com o que está ocorrendo no Brasil, isto é, brasileiros que emigraram voltando a sua terra para nela investir, porque acreditam no curso das reformas que vêm se dando.
Que laços há entre a Máfia e facções criminosas no Brasil?
O Brasil –como a Itália– paga um preço altíssimo ao narcotráfico. Os grandes carregamentos de cocaína (produzida na maior parte na Colômbia) passam pelo Brasil e isso equivale a dizer que a bolsa da coca está em suas mãos, isto é, é no Brasil que se decide o preço do pó. A mercadoria sai em navios para a África Ocidental, chegando à Espanha ou a Portugal. Em outros casos, vai do Brasil diretamente para a Itália, para o porto de Gioia Tauro, na Calábria. E isso é prova evidente dos laços entre as organizações brasileiras e a “‘Ndragheta” [equivalente calabresa da Máfia].
Também a Camorra, da Campanha [região de Nápoles], sempre teve laços com facções brasileiras. Basta pensar que Antonio Bardellino, chefe do clã dos “casalesi”, chefe da organização criminosa “dona” do território em que nasci e cresci e que me ameaçou de morte, foi morto no Brasil, em 1988. No Rio de Janeiro, na casa em Búzios que ao que parece dividia com Tommaso Buscetta, o “chefe dos dois mundos”, ligado à Cosa Nostra e preso em São Paulo.
Como e por que o sr. se interessou pelo tema da Máfia?
Nascer, crescer, estudar –em uma palavra, viver em uma terra onde a criminalidade pode tudo, tem laços com política e economia, decide a vida e a morte das pessoas impõe uma tomada de consciência. Nascer no sul da Itália significa se perguntar constantemente que lado assumir, como reagir, o que fazer. Não dá para ficar indiferente. No sul todos, diariamente, tomam um partido.
É possível estabelecer um vínculo entre a crise financeira global e o crime organizado?
As organizações criminosas têm em mãos uma liquidez enorme proveniente do narcotráfico e, num momento em que isso é exatamente o que falta, fica fácil de entender qual é o vulto de seu poder de aquisição. Se as organizações não são diretamente responsáveis pela crise econômica, é certo que agora elas estão entre os principais atores e, quando houvermos saído da crise, as economias nacionais de muitos países, entre os quais a Grécia, a Espanha e a Itália, serão economias totalmente infiltradas por capital criminoso. E esse problema, por incrível que pareça, não é visto como prioridade.
Como se estrutura e que métodos aplicam hoje as máfias, em relação aos de seu passado?
As organizações têm negócios em todos os lugares possíveis. Usufruem de cada novo canal, de cada tendência, se aproveitam de cada falha do sistema. A estrutura e os métodos não mudaram muito; seria um erro deixar de lado regras atávicas que determinam a manutenção das hierarquias e a possibilidade de gerir organizações tão ramificadas. A força das organizações reside em sua capacidade de aplicar estruturas e métodos do passado a novos âmbitos de investimento.
Como o sr. explica o fenômeno Berlusconi e qual é sua opinião sobre o atual governo italiano?
Sobre o fenômeno, ou melhor dizendo, as duas décadas de Berlusconi, sobram interpretações. Há 20 anos tentamos entender como é possível que ele sempre consiga governar e, depois de mil justificativas, depois de ter tido expostos seus vícios e fraquezas, nas eleições seguintes seu partido consegue novamente a maioria. As explicações são muitas. Em primeiro lugar, Silvio Berlusconi dispõe de potência midiática: TVs, semanais, primeiras páginas de jornais, que lhe permitiram campanhas eleitorais incrivelmente incisivas.
Além disso, por anos personificou o ideal de “self-made man”, que conseguiu tudo por mérito, força e empreendedorismo próprios. Na percepção pública, mesmo se cometeu atos ilícitos, o fez com astúcia, servindo-se das brechas de nosso sistema. “Quem não teria feito igual”, justificam. E assim ele conseguiu erguer um império imobiliário e midiático. Há muitíssimas lendas sobre ele. E aqueles que poderiam tentar vencê-lo não conseguiram apresentar programas convincentes, não conseguiram conquistar o eleitorado de esquerda, não conseguiram restabelecer o front hoje baldio do comunismo.
O governo atual, por outro lado, era necessário para recuperar a credibilidade internacional da Itália, mas, depois de quase um ano, avaliando-o quanto ao aspecto das organizações criminosas –porque, como já disse, a capacidade dessas organizações de se infiltrar por completo no âmbito econômico durante a crise é exponencial– digo que, como o precedente, esse governo conhece somente o lado repressor e não ataca nem minimamente o aspecto econômico e fundamental dessas organizações.
O sr. acha que a opinião pública está mais consciente hoje de que a Máfia é um mal?
Se não há homicídios, a presença da máfia em organizações criminais passa, em muitas zonas da Itália, despercebida. Quando fazia “Vieni Via con Me” [algo como "vem comigo"], falei das máfias do norte da Itália, e quem ouvia não acreditava, apesar de que haviam investigações comprovando o que eu contava. O então ministro do Interior, Roberto Maroni, que é da Lega Nord [partido que reúne separatistas do norte italiano], disse que iria ao programa ler a lista de todos os presos nos últimos tempos.
O que até hoje não ficou claro é que a ala militar não existe sem a ala econômica dos clãs. As prisões de pouco servem: a hidra tem nove cabeças, e se você corta uma, no lugar logo nasce outra. É preciso dotar nosso sistema econômico de anticorpos para impedir que as organizações criminosas se infiltrem em tudo, da coleta de detritos até o transporte rodoviário.
Quanto da cultura italiana se liga às máfias?
A cultura mafiosa compõe somente uma parte da tradição italiana. Não a chamaria nem mesmo cultura, diria mais uma atitude tradicional de apego –à terra, aos bens, à virgindade, os valores familiares, as hierarquias familiares. E tudo isso, soa estranho dizer, se liga estreitamente ao turbocapitalismo. Então há, de um lado, o culto à virgindade, à propriedade, à terra e a regras quase medievais; e, de outro, investimentos financeiros e vanguarda econômica. A união desses dois ingredientes é que faz o DNA extremamente forte e dominante das máfias.
Qual é sua opinião sobre filmes e séries como “O Poderoso Chefão” e “Família Soprano”?
São produtos muito diferentes entre si. “O Poderoso Chefão” cunhou um imaginário de certa forma épico. Prova disso é que os mafiosos –eu contei isso em “Gomorra”– imitam cenas do filme em seu cotidiano e mandam construir casas inspiradas na de Tony Montana. “Família Soprano”, por sua vez, vai no sentido oposto e tenta mostrar a normalidade da vida de um “capo”. O lado brutal, criminoso, mas também o dia a dia, às vezes ridículo, feito de pequenos grandes dramas, de sessões de análise, de cabeleireiros, de problemas com os filhos adolescentes.
Talvez essa possa ser uma maneira de desconstruir um imaginário. Mas “O Poderoso Chefão” e “Família Soprano” são filhos de épocas distintas e acho que, tudo somado, se dirigem a públicos diferentes.
O sr. acha que a Máfia pode ser vencida?
O juiz Giovanni Falcone, morto em um atentado mafioso na Sicília, em 1992, dizia: “A Máfia é um fenômeno humano e, como todos os fenômenos humanos, tem um princípio, uma evolução própria e terá, portanto, um fim”. Eu espero com todas as minhas forças que sim; mas, sem uma mudança radical na nossa ordem econômica, não será possível.
O seu programa de TV sofreu censura?
A pior das censuras, a mais subterrânea, a mais sub-reptícia: os contratos com os patrocinadores não se firmavam, o estúdio era pequeno e isolado. Variava o número de blocos, uma hora quatro, outra três, outra dois. Em suma, o clima era de total e constante incerteza. Uma forma incrivelmente astuta de fazer desandar o programa e poder dizer: “Viram? O que vocês têm a dizer não interessa, ninguém quer saber”.
O que o sr. acha da profissão de repórter, num momento em que a internet é crucial para o mundo da informação?
A internet e as agências de notícias facilitaram muito o trabalho tradicional do repórter, modificaram-no de forma profunda, não necessariamente para o mal, como alguns sustentam. O jornalista tem agora uma terfa mais árdua, mas mais estimulante: reunir as peças de um quebra-cabeças que estão espalhadas à vista de todos. Tudo está à mão, mas não tudo é inteligível. Às vezes certas partes escapam; em outras, não é possível relacionar certos fatos. É isso: o repórter agora não é instado a encontrar a informação em primeira mão, mas também (e sobretudo) a reelaborá-la, a explicá-la.
Que impressões o sr. guarda da experiência de fazer um programa de TV?
Chegar a milhões de pessoas é, sem dúvida, uma experiência incrível, que causa uma vertigem que não se experimenta de outra forma. Saber que 12 milhões de pessoas estão vendo você tira seu fôlego, bloqueia, turva a vista. É inacreditável. Isso é o bom e o ruim ao mesmo tempo. Repetir um sucesso fenomenal é impossível. Então existe o risco de, depois dessa vertigem, ficarmos paralisados.
Por sorte, não foi o que aconteceu conosco. O programa foi ao ar por um canal diferente –menor, com menos recursos– em maio passado e continuou a ser um sucesso. Isso deixou claro, para nós, que o que conta não é o canal, mas a mensagem. A mensagem que tentamos passar, de novo, foi: as palavras são importantes; é preciso refletir sobre cada uma delas. É importante olhar além das fronteiras do nosso país, mas é fundamental conhecer e entender aquilo que acontece em países distantes que se ligam ao nosso por relações econômicas que se estreitarão mais e mais.
Por isso interessa recordar o que houve em 2004 na escola de Beslan, na Rússia [onde crianças foram mortas por terroristas tchetchenos], como se vive nos “laogai” chineses, que são campos de concentração modernos. Pensamos que a atualidade imediata, feita de spreads e de agências de classificação de risco, pode dar lugar à compreensão do que nos circunda. E esse pensamento foi reconhecido uma vez mais pelos espectadores.
Quais são os livros e pessoas que o sr. admira e por quê?
Seria uma longa lista e ainda assim esqueceria alguém. Mas eu quero recordar Christian Poveda. Eu o conheci porque firmou um abaixo-assinado em solidariedade a mim. Foi morto em 2 de setembro de 2009 em El Salvador por causa do documentário “La Vida Loca”, uma obra-prima sobre as maras [quadrilhas salvadorenhas]. Meu pensamento está com ele.
Quais são seus próximos projetos?
Estou escrevendo um novo livro e tenho muitos projetos para TV. Na Itália, claro, mas também no exterior –espero chegar à Espanha e à Alemanha, onde se dá muita atenção ao tema das organizações criminosas.
Como o sr. se descreve?
Como alguém em busca de uma vida normal. De um pouco de liberdade.
Como é seu cotidiano?
Vivo uma vida totalmente anômala. Alterno períodos de completa solidão e isolamento e outros de máxima visibilidade, quando estou na TV ou participo de eventos públicos. Isso faz a minha vida ser completamente esquizofrênica. Tenho uma escolta de sete policiais militares quando saio e faço aparições públicas. Nos percursos cotidianos, são cinco. Uso dois carros blindados.
A sua situação é comparável à do escritor Salman Rushdie?
Rushdie foi ameaçado de morte simplesmente por ter escrito “Os Versos Satânicos”. A minha situação é diferente. Se “Gomorra” tivesse ficado restrito àqueles ligados aos fatos, alguns colegas jornalistas, um ou outro advogado ou juiz e alguns fanáticos por temas de crime organizado, a Camorra não teria se sentido ameaçada. O que assustou os criminosos foi o enorme número de leitores, seu interesse crescente pela dinâmica do crime. As pessoas queriam informação, tinham sede de saber. Isso fez com que os chefões se sentissem vulneráveis e daí vieram as ameaças.
O sr. se arrepende? Faria algo diferente?
Eu me arrependi mil vezes de ter escrito “Gomorra” e não outro livro, que poderia ter me dado uma vida de escritor, e não de perseguido.
Como o sr. vê “Gomorra” hoje?
Eu odiei o livro por muito tempo. Sabia que devia muito a ele, talvez até demais, mas às vezes eu gostaria de poder voltar atrás e nunca tê-lo escrito.
O sr. é casado, tem filhos? Como se vê daqui a dez anos?
Não consigo imaginar meu futuro. Gostaria de ter uma vida normal. Venho tentando e espero lentamente conseguir.
O que os seus pais pensam de seu trabalho?
É difícil saber o que opinam. Obviamente se orgulham de mim, mas meu trabalho transtornou a vida deles tanto quanto a minha. É meu maior remorso.
O sr. se sente melancólico, claustrofóbico? O que lhe faz falta?
Eu me sinto assim o tempo todo. Sinto falta do meu passado, da liberdade que perdi. Às vezes queria voltar ao verão de 2006, ano em que saiu “Gomorra”. Lancei o livro Itália afora, com uma mochila nas costas, passando noites em trens. As pessoas me esperavam para falar do meu livro, do estilo, do texto, queriam saber como eu tinha reunido tantas informações. Foi a melhor época da minha vida. Era um sonho que estava se tornando realidade: depois de tanto trabalho, o mundo cultural italiano se dava conta desse rapaz de 26 anos que tinha tanta vontade de escrever, de dividir ideias e experiências. Se eu pudesse, pararia o tempo ali.
Saviano (stasera su RaiTre da Fabio Fazio) al governo: “I rapporti mafia-politica emergenza nazionale”. “A Milano si è superata la linea d’ombra. In molte aziende si pensa meglio i capitali sporchi che soccombere”
Di Conchita Sannino
PER Roberto Saviano, il ddl anticorruzione “così com’è impostato, non va bene, non basta. Il provvedimento deve essere rafforzato sul falso in bilancio, sul voto di scambio, sulla concussione e in altre sue parti fondamentali. Quella legge, sulla cui necessità si sono espressi oltre 300mila cittadini aderendo con me all’appello di Repubblica, va approvata con urgenza, ma senza scendere a compromessi”. L’autore di Gomorra, che torna stasera da Fabio Fazio a “Che Tempo che fa” per ripartire con le sue analisi sullo scambio politico-mafioso e sulle alleanze tra clan ed economia legale, lancia un appello al ministro Paola Severino e un altro al premier Monti. Il ministro della Giustizia, auspica Saviano, “si faccia garante perché non si sia ostaggio di questa politica”. L’altra sollecitazione riguarda l’allarme dei condizionamenti mafiosi nel paese: “Il governo deve fare presto ad affrontare la questione come emergenza nazionale e non come un problema tra i tanti”.
Saviano, partiamo da un tabù che è crollato. C’era una volta l’orgoglio nordista che puntava il dito contro la complicità o la colpevole indifferenza del sud con i clan.
“In effetti, fino a poco tempo fa, poteva essere rischioso parlare di infiltrazioni mafiose al Nord. Della Lega, ad esempio, ti lasciavano anche dire che era razzista, un po’ incolta, ma guai a parlare di tolleranza con le mafie”.
Lei stesso, due anni fa, fu accusato dall’ex ministro Maroni di aver rivolto accuse infamanti alla Lega perché disse che la ‘ndrangheta “interloquiva” col suo partito.
“Purtroppo i fatti di oggi mettono in ridicolo le parole di Maroni, oltreché la campagna orchestrata contro di me. La reazione del Carroccio fu così risentita perché nessuno aveva ancora detto con chiarezza, al grande pubblico, che il pericolo era già lì, negli appalti, nelle imprese. Il caso ha voluto che cadesse la maschera del tesoriere della Lega Francesco Belsito, che secondo due procure aveva rapporti con la cosca dei De Stefano in Calabria. Poi è arrivato l’arresto dell’assessore Zambetti che, come sottolinea il procuratore aggiunto Boccassini, svela un pezzo di democrazia inquinata. E in tutto questo, la Lega ha esibito negli anni un’antimafia di facciata: quella che ti fa organizzare la fiaccolata contro il soggiorno obbligato di qualche boss o contro gli spacciatori, ma niente di più”.
La replica del Carroccio è che l’assessore accusato di aver pagato 200mila euro per 4000 voti, è del Pdl.
“Ecco, la Lega sta dicendo che loro non c’entrano. Ma è una bugia. Perché hanno appoggiato incondizionatamente il Pdl che ha sempre avuto un atteggiamento disinvolto con i faccendieri di queste organizzazioni. Perché se fai percepire alla tua base elettorale che il problema mafioso riguarda solo bande calabresi o campane che si fanno il racket tra loro, stai mentendo. A Milano, si è superata la linea d’ombra. In alcune aziende, c’è chi si domanda: voglio essere perdente o vincente? Se non voglio alzare bandiera bianca, faccio entrare capitali opachi”.
In Lombardia nessuno fa un passo indietro. Perché?
“A Milano fino a ora non è nata una vera cultura antimafia. Non nelle persone, non nelle imprese. Forse perché non ci sono stragi, non ci sono faide e i summit non avvengono alla luce del sole. Una parte della politica se ne occupa, ma la maggior parte delle persone ritiene che la criminalità organizzata sia un fenomeno meridionale…”.
Eppure, un mese fa a Milano hanno ucciso una coppia per la cocaina: i killer hanno sparato a lei mentre teneva una bimba in braccio.
“Esatto, una scena tipicamente mafiosa quasi scivolata addosso. Con sporadiche eccezioni, la politica pratica l’esercizio della rimozione. Così avviene con le estorsioni a tappeto, in un’omertà generalizzata che ricorda aree depresse del Sud”.
Con la differenza che pezzi del Sud si ribellano, dal moto collettivo delle donne di San Luca in Calabria all’onda antiracket di Ercolano, nel vesuviano.
“Invece al Nord tanti continuano a dire che l’infezione arriva dal Meridione. Non è così: sono cellule locali, con meccanismi d’azione mafiosa, che ormai parlano lombardo e che nella terra della finanza si arricchiscono di nuovi capitali. Di questo fa le spese proprio l’economia del Sud: se il fenomeno criminale non fosse così florido al Nord, le cosche laggiù sarebbero molto indebolite”.
Sulla lotta alla ‘ndrangheta si sconta un grande ritardo. Non occorre un’autocritica anche da parte dei media?
“Credo che autocritica debba farla soprattutto la politica nazionale: direi che il nostro governo si è dato altre priorità. Il mio appello a Monti è: fate presto a porre la questione antimafia come un’urgenza da affrontare e non più come un problema fra tanti”.
E sul ddl anti-corruzione, qual è il suo appello?
“È un testo ancora debole. Il ddl anticorruzione è un decreto salva-democrazia: non viatico per una politica pulita, ma la premessa per un sistema che possa davvero dirsi democratico. Una classe politica corrotta e impunita è permeabile ai capitali criminali, come le recenti inchieste attestano. Dopo l’appello lanciato da Repubblica, 300mila cittadini hanno firmato. Ora il Guardasigilli dovrà farsi garante perché non si scenda a compromessi, perché non si sia più ostaggio di questa politica che quando non è colpevole di connivenza, lo è di ignoranza. Un’ignoranza che, ai vertici di una regione come la Lombardia, non è consentita”.
Quali sono i punti del Dda da rivedere?
“Sono numerosi, ma tre i più importanti: voto di scambio, (che nel testo risulta punibile solo se il politico lo paga in denaro e non con favori di altro tipo), falso in bilancio e autoriciclaggio. Ma il vero salto di qualità nella lotta alla corruzione sarebbe l’introduzione – che l’Europa ci chiede – di una norma che rendesse imprescrittibili i reati dopo la sentenza di condanna di primo grado”.
Siamo in piena febbre da primarie. È sottovalutato il tema delle infiltrazioni criminali e del voto di scambio?
“La crisi del sistema lombardo è inaugurata dal caso Penati, peccato originale che ha depotenziato l’opposizione del centrosinistra ai disastri del centrodestra. Spero che il dibattito non si limiti alle regole delle primarie”.
Umberto Eco, propone una specie di mobbing verso chi ostenta tenori di vita sospetti. Anche lei ha un consiglio per gli onesti?
“Sì: voler sempre sapere. Quando uno è stanco dei giornali, di conoscere il caso Lazio o Lombardia, quello è il modo per lasciare tutto invariato. Perciò, direi: non smettere di approfondire, essere aperti e non ideologici. Conoscere cambia le cose”.
Saviano, lei è alla terza stagione televisiva, ora di nuovo in Rai. L’ha delusa lo share di due settimane fa, alto (11%) ma comunque inferiore ai picchi da record (31%) della passata edizione di “Vieni via con me”?
“No. Intanto, con i nuovi vertici Rai lavoro in armonia e nessuno mi chiede i contenuti degli interventi. Le mie presenze sono concepite come una rubrica, legata all’attualità. Quindi, in questo test del lunedì voluto da Fazio, sono più libero dalle ansie di perfomance. Voglio liberarmi della ‘dittatura’ dell’evento. Credo sia importante essere in tv, occupare uno spazio da scrittore”.
«La Lega ha un profonda responsabilità del dilagare della ‘ndrangheta al Nord perché ha taciuto, anzi ha attaccato chiunque parlasse di legame tra economia settentrionale e criminalità organizzata!». Lo ha detto Roberto Saviano, che a Italia In Controluce su Radio 24 commenta tra l’altro l’arresto di Domenico Zambetti e l’inchiesta della Procura milanese che apre la crisi al Pirellone. «La Lega dovrebbe stare attenta – aggiunge lo scrittore – a fare certe dichiarazioni di estraneità perché prima della vicenda Belsito solo la parola interloquire spaventava i leghisti, li indignava».
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‘Ndrangheta, Saviano Aa Radio24: la Lega al Nord ha taciuto
Secondo Saviano, «i militanti della Lega dovrebbero pretendere dai dirigenti un atteggiamento diverso e chiarezza. La Lega minaccia pronosticando elezioni ad aprile solo perché è un modo per riprendersi dagli scandali». L’autore di Gomorra dice anche che «questa inchiesta dimostra che c’è qualcosa di più pericoloso del potere militare delle organizzazioni criminali, dei meccanismi che riguardano lo scambio di voti, il potere delle infiltrazione negli appalti, le imprese nel settore dell’edilizia. È l’economia viva, la liquidità». Per Saviano, «questa inchiesta è solo l’inizio. La Lega continua a mentire, ad avere un atteggiamento ambiguo. Da un lato Salvini dichiara che la Lombardia è la regione che ha lavorato meglio ed è la più virtuosa. Ma si dimentica decine di inchieste che riguardano la criminalità organizzata nell’economia lombarda e soprattutto si dimentica di citare il tesoriere della Lega Belsito che con la ‘ndrangheta aveva fatto un affare che riguardava capitali, non vicinanza amicale o semplicemente politica».
Lunedì 15 ottobre Roberto Saviano sarà a “Che tempo che fa del lunedì” con Fabio Fazio. Ci saranno anche Antonio Cassano, Fiorella Mannoia, Giusi Nicolini, Yvan Sagnet, Paolo Rossi, Neri Marcorè, Massimo Gramellini.
Alle ore 21,05, Rai3.
Dopo l’appuntamento tradizionale di domenica di Che tempo che fa, va in onda stasera, in una prima serata “breve” su Rai 3, il nuovo esperimento del talk show di Fabio Fazio in diretta dagli studi del Centro di Produzione Rai di Milano di via Mecenate, dalle 21:10 alle 22:30, con la partecipazione di Roberto Saviano, di nuovo in Rai a due anni di distanza dall’evento del 2010 Vieniviaconme.
Che tempo che fa del lunedì è un’evoluzione del talk show tradizionale, andato in onda per nove edizioni, e la sintesi delle esperienze e dei nuovi percorsi televisivi compiuti da Fazio e Saviano.
Ospiti delle puntate del lunedì anche Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, e Paolo Rossi, l’irriverente attore comico.
Oltre a loro, prenderanno parte a questo primo appuntamento:
- Sua Eminenza Cardinale Camillo Ruini, Aniello Arena, Felice Gimondi, Alexandra Martino, Maddalena Rostagno, Simone Cristicchi & Paolo Jannacci.









