Un lavoro a termine. Una lavatrice. Una ricarica da 50 euro per il cellulare. Nell’Italia in crisi, anche il mercato dei voti si adegua: ora comprarsi le preferenze costa poco, anzi pochissimo. Una pratica che parte dal ‘voto di scambio’ criminale ma è molto più pervasiva. E racconta di un Paese corrotto e disperato. Di Roberto Saviano.
Un voto cinquanta euro. Sei voti per quella determinata parte politica: una lavatrice o un frigorifero a scelta. Un voto familiare per una Tac. Un gruppo di voti e la banca eroga ancora soldi niente voti niente credito. Un voto per un paio di scarpe da ginnastica, un lampione nel cortile, biglietti per una partita di calcio. Un tempo lontano dalla crisi votava la famiglia e il primogenito otteneva un posto di lavoro oppure una casa. Oggi, a quanto pare, ci si accontenta anche di molto meno. Come nel dopoguerra, di pacchi di pasta e beni alimentari: siamo in difficoltà e anche chi acquista voti può farlo a buon mercato.
Tra poche ore – domenica 24 e lunedì 25 febbraio – saremo chiamati al voto per il rinnovo dei due rami del Parlamento con una legge elettorale antidemocratica che l’Assemblea uscente non è stata in grado di cambiare. Insieme alle politiche, in Lombardia, Lazio e Molise i cittadini andranno alle urne anche per il rinnovo anticipato dei consigli regionali e per l’elezione diretta dei presidenti delle giunte. Tre regioni simbolo dove il Pdl, i suoi alleati e in molti casi l’opposizione hanno dato il loro peggio, fornendo un quadro di degrado politico e a volte umano che, come spesso mi è capitato di dire riferendomi alle stravaganze e all’efferatezza delle organizzazioni criminali, se un romanziere avesse voluto inventarlo, non sarebbe riuscito ad arrivare a tanto.
Le elezioni non si vincono a Roma, a Milano, a Torino come erroneamente si crede, solo perché le grandi città sembrano terreno di lotta tra idee e programmi. Le elezioni si vincono nei paesi, nelle provincie, porta a porta, favore per favore, promessa per promessa, cinquanta euro per cinquanta euro. Tra le elezioni politiche e il territorio esiste un legame fortissimo, direi indissolubile. Se televisioni e carta stampata ci abituano – o forse ci distraggono – con un dibattito che sembra giocarsi tra i candidati alla presidenza del Consiglio, è sul piano locale che tutto viene definito attraverso un uso del voto che non rispetta il sillogismo ti scelgo perché condivido il tuo programma.
Quanto piuttosto ti voto perché mi hai fatto un favore, perché me lo farai, perché sei in grado di farmelo. O perché mi paghi per eleggerti. Oltre al voto di scambio criminale, quindi oltre alla sistematica truffa ordita in danno della nostra democrazia, truffa che se smascherata può essere sanzionata dalla legge (in verità attualmente le maglie sono piuttosto larghe da garantire impunità in molti casi in cui manifestamente vengono acquistati pacchetti di preferenze), esiste un voto di scambio che definirei “acceleratore di diritti”, qualcosa di “fisiologico” in una democrazia malfunzionante come è quella italiana. Come ho fatto altre volte, ho deciso di aprire una discussione su Facebook. Ho chiesto a chi mi segue di portare le proprie testimonianze sul voto di scambio. Ho chiesto di raccontare quel che hanno vissuto direttamente o che gli è stato raccontato. Il quadro che emerge è drammatico e invito – certo che la sollecitazione cadrà nel vuoto – i partiti politici e il prossimo governo a prenderne atto. E a porvi rimedio, se non fosse che in tanti anni di denunce una cosa l’ho capita: il voto di scambio per molti, per troppi, non è un terribile nemico ma un portentoso alleato, se non addirittura una condizione irrinunciabile.
Le testimonianze raccolte su Facebook mi hanno colpito perché spesso è più comodo un generico: “Si sa come funziona”, senza mai fare luce sui singoli meccanismi, che soli consentono di cogliere la cifra del fenomeno. E invece in molti hanno descritto le loro esperienze, talvolta anche di connivenza. Fabiana ha rifiutato un lavoro in cambio del voto che avrebbe dovuto dare. A Paolo è stato chiesto di sostenere un candidato perché gli fosse confermato il posto. Anna Maria racconta che a Civitavecchia un voto valeva cinquanta euro.
Antonio ricorda che nel suo territorio offrivano in cambio del voto di tutto il nucleo familiare, un lavoro al primogenito.
Paola riporta il caso di un amico in Molise: in cambio di un voto gli hanno dato un contratto a tempo determinato durato pochi mesi. Eva dice che a Scandicci molti ragazzi hanno venduto il voto per una ricarica al cellulare da cinquanta euro. Serafina rievoca come negli anni Sessanta avevano chiesto a suo nonno (che non ha ceduto) un voto in cambio di un lampione in cortile che, per inciso, sarebbe stato un suo diritto avere. Pino racconta di un meccanismo scoperto dalla Guardia di Finanza: venti euro prima di andare in cabina e venti dopo aver mostrato con il cellulare la foto della scheda completa. Rosalba per voti comunali ha visto regalare buste della spesa, lavatrici, frigo. Maurizio riporta una storia inquietante dall’Abruzzo: sette voti per una Tac urgente. Federica parla di pieni benzina in cambio di voti. Anche a Lipari, informa Matteo, voti venivano comprati a cinquanta euro.
Marù, con molto coraggio, racconta che tutta la sua famiglia ha scelto un candidato in cambio di un’occupazione per il fratello. C’è poi chi ha ricevuto la richiesta di un voto in cambio di un mutuo agevolato: niente voto, niente mutuo. Giorgio racconta di come a Milano a giovani precari, prima delle elezioni, sia arrivata una lettera di “indicazione elettorale” come a dire o eleggete questo candidato o è difficile che sarete riconfermati.
Carlo ammette di esserci cascato, ma di non volerlo rifare. Marianna ricorda che in cambio dell’entrata alla facoltà di Scienze motorie in cui aveva tutti i titoli per accedere, chiesero il voto a lei e a suo padre. Emilia parla di un voto ceduto per un incarico di scrutatore. Angela di voti dati in cambio della promozione dei figli a scuola. Ermanno dalla provincia di Caserta cita voti in cambio di bollette pagate. Sandra ricorda una pratica degli anni Cinquanta “in auge” ancora oggi, distribuzione di pacchi di pasta prima delle elezioni. Simona scrive che in Salento vengono dati voti in cambio di bombole del gas per il riscaldamento. Francesco sa addirittura di 25 euro per la preferenza alle primarie. Piperita ricorda a Bari nel 2006 di un voto in cambio di 25 euro e un paio di scarpe da ginnastica. Emanuela ricorda come la zia e la sua famiglia avessero dato il voto a un candidato per un avanzamento nelle liste d’attesa per visite mediche. Antonella la prima assunzione nel 1989 l’ha avuta così, in cambio di un voto. Roberto descrive navette organizzate a Pozzuoli per accompagnare al seggio persone scortate fino alla soglia delle urne, per fare pressione psicologica. Celine da Aosta parla di voto in cambio dello sconto sull’assicurazione.
Rossella da Castrovillari scrive che nella sua città un politico ha contattato gli studenti fuori sede per chiedere il voto in cambio di un volo andata e ritorno. Giulia da Padova segnala addirittura che venivano distribuiti grembiuli in cambio di voti. Vincenzo dalla Sicilia riporta un meccanismo secondo cui un voto valeva un buono benzina da cinquanta euro. Rossana da Colleferro dichiara di aver assistito a una campagna elettorale in cui la minaccia era che se non avesse vinto il candidato di riferimento avrebbero chiuso la scuola calcio. Sergio da Casoria spiega che in cambio del voto era stata promessa l’illuminazione di un quartiere. Ennesimo diritto comprato: prima delle elezioni furono piantati i pali senza lampioni. Dopo aver vinto le elezioni, il politico che l’aveva promesso fece mettere anche le luci. E’ evidente che questa prassi è assolutamente trasversale. Riguarda tutti i partiti in tutta Italia, quindi la partitocrazia nel suo complesso, tranne poche eccezioni, irrilevanti ai fini di un’analisi. Marisa mi ricorda che in Tanzania sulla porta del presidente di una regione c’è una scritta in swahili che tradotta vuol dire: “La corruzione uccide il diritto”. Ecco, imparerei da questo presidente tanzaniano e aggiungerei poi che la ragione per la quale è fondamentale debellare la corruzione è che la vita del diritto è l’unica garanzia per il diritto alla vita.
Non si comprende più, nel nostro Paese, il senso di una lotta reale alla corruzione. In ciò, uscire da “mani pulite” per approdare al ventennio berlusconiano, inglobando in esso anche i sette anni di governo di centrosinistra, ha rappresentato il fallimento sul nascere di una prospettiva di cambiamento. Benedetto Croce amaramente affermò una profonda verità quando definì il nostro, il Paese nel quale la controriforma non aveva seguito alcuna riforma. Dopo la catarsi di Tangentopoli arrivò il liberi tutti, travestito da “laissez faire”. E oggi, dopo vent’anni di indecoroso mercimonio, il politico vende le indulgenze. Se il “candidato premier senza esserlo” Silvio Berlusconi è arrivato a promettere restituzioni di soldi in contanti in cambio di voti, sul territorio, nel sottobosco di una campagna elettorale senza dignità politica alcuna, i cacciatori di voti battono il territorio senza tregua. Sono alla ricerca delle disperazioni, delle necessità, dei diritti non concessi, delle storture della burocrazia. Solo in queste settimane lo Stato – sembrano dire e propagandare questi avanguardisti dello scambio elettorale – deve e può occuparsi dei suoi cittadini. I diritti smettono di essere quello che sono stati fino a qualche settimana fa, chimere difficilmente realizzabili.
Smettono di essere sogni da lasciare nel cassetto. Sono di nuovo alla portata dei loro possibili e legittimi titolari: basta pagare una cauzione. Basta rinunciare alla possibilità di esprimere, con il proprio voto, la volontà del cambiamento. E il meccanismo è perfetto, poiché agisce anche sul piano psicologico: che senso ha andare a votare se con la mia preferenza non ho la possibilità di scegliere direttamente il mio rappresentante? Che valore può avere per me un voto che porterà in Parlamento soggetti di cui nulla so e che in alcun modo si sono preoccupati di spiegarmi le ragioni della propria candidatura?
In questo mercato, l’offerta di voti rischia di essere non inferiore alla domanda ed è per questa ragione che, in alcune parti del Paese, un voto può valere una ricarica di poche decine di euro per il cellulare. Come spesso accade, queste realtà, che costituiscono la concreta intelaiatura della democrazia morente, non suscitano alcun interesse. Il paradosso – o meglio la necessaria conseguenza delle cecità – è costituito dal fatto che negli ultimi giorni, chiunque abbia un pulpito a disposizione, ha sentito la necessità di levare alti ammonimenti rispetto ai pericoli insiti nella libera scelta degli elettori.
Come al solito, per i più è la democrazia il reale problema della democrazia. Non sono la corruzione, non la coartazione del diritto di voto; questi sono descritti come mali necessari, fenomeni ininfluenti, parte dell’ingranaggio democratico. Ma non è vero. Chi lo dice, chi lo scrive, è corresponsabile e ha un interesse più o meno consapevole alla perpetuazione di questo ordine di cose. La politica, è bene dirlo con chiarezza, considera il Mezzogiorno un serbatoio naturale del voto di scambio. L’arretratezza ormai definitiva di buona parte del Paese è garanzia di immutabilità; non è un caso che leader politici “di punta” ma senza alcun seguito che altrove avrebbero rischiato di provocare seri danni al consenso elettorale del proprio partito, siano stati candidati in luoghi ben distanti dai collegi di provenienza. Quasi a dire: questo qui solamente in Calabria, in Campania, in Puglia o in Sicilia lo potranno “digerire”. La partitocrazia non ha arretrato di un millimetro in questi anni. Anzi, ha ben pensato di esportare il “sistema” nelle regioni del Nord.
La Lombardia del disastro formigoniano e della corrotta ipocrisia leghista ha fatto da apripista. Nella regione dove l’economia dei servizi, del terziario, si è sviluppata con maggiore velocità, si è potuto apprezzare con assoluta chiarezza il fenomeno del voto di scambio come ramo d’azienda delle attività criminali. Il caso Zambetti, il politico che si è rivolto – e per tale ragione è attualmente indagato e detenuto – a uomini contigui alle cosche calabresi per acquistare un pacchetto di voti è la cartina di tornasole. Questo meccanismo svela un’ulteriore ipocrisia a larghe mani diffusa dalla politica e con successo avallata dalla grande e sarcastica stampa: l’idea che la sconfitta elettorale sia in sé la negazione dell’influenza della criminalità sul voto. Un banale e irresponsabile ragionamento il cui obiettivo è la negazione stessa del potere criminale. E invece, le inchieste hanno chiarito che le organizzazioni, tra i servizi offerti, contemplano anche quello di condizionare il voto, rappresentando l’intermediazione necessaria tra il politico di turno e migliaia di elettori. Migliaia di cittadini ridotti a “pacchetto di voti”, spogliati della loro soggettività elettorale. Si comprende bene, dunque, che a quel punto diviene del tutto irrilevante il risultato elettorale, essendosi già consumato il disastro generato dalla compravendita del voto.
E poi c’è il meccanismo principe con cui si controllano i voti: il metodo della “scheda ballerina”. L’elettore che vuole vendere la propria preferenza va dal mediatore che per conto delle organizzazioni criminali paga i voti, riceve la scheda (sottratta al seggio illegalmente e già compilata) se la mette in tasca poi va alle urne dove riceve la scheda regolare. In cabina sostituisce la scheda già compilata con quella che ha appena ricevuto. Poi torna dal mediatore, consegna la scheda non votata e riceve i soldi. La scheda non votata viene compilata e data all’elettore successivo, che la prende e ritorna con una pulita. E così via. Ecco come si controlla il voto, eppure nessuno ne ha parlato: la scheda ballerina non ha interessato il dibattito elettorale nonostante sia più determinante di una tassa, più incisiva di una riforma, più necessaria di una manovra economica. Mi sento quasi ridicolo e savonarolesco nel continuare a raccontare questo meccanismo e nel constatare il silenzio totale sulla vicenda.
Basterebbe pochissimo: cabine aperte e non chiuse, che diano le spalle al seggio in modo da tutelare la segretezza del voto, ma dando la possibilità di poter monitorare sulle sostituzioni di schede. In questo modo verrebbero controllati migliaia e migliaia di voti, ma a quanto pare a nessuno interessa che il voto esprima un’opinione. La realtà che ci troviamo a vivere è del tutto compromessa. Il voto che ci apprestiamo a esprimere cadrà in un quadro politico del tutto condizionato da fenomeni “fisiologicamente patologici”. Incideranno moltissimo i voti acquistati che in nessun sondaggio appariranno. Forse è il caso di azzerare tutto, di silenziare le offerte mirabolanti che da più parti giungono, per poi venire disattese subito dopo le elezioni. E’ il momento di difendere noi il valore e il senso del nostro voto e del nostro diritto a esprimerlo.
Riparte il mercato delle preferenze, ecco come si controlla. Schede ballerine e voti a 50 euro. Così mafia e ‘ndrangheta fanno eleggere i loro candidati. Di Roberto Saviano.
UNA parte consistente di Italia vota politici che poi disprezza. Una fetta consistente di voti viene direttamente controllata con un meccanismo scientifico e illegale. Il più importante e probabilmente il più difficile da analizzare, quello con cui i partiti evitano sistematicamente di fare i conti: il voto di scambio. A noi sembra di vivere in attesa di un perenne punto di svolta e in questo clima di incertezza siamo portati a pensare che il disagio creato dalla crisi economica, dalla corruzione politica, dalla cattiva gestione delle istituzioni, da venti anni di presenza di Berlusconi non potrà continuare ancora a lungo. Gli osservatori internazionali continuano ad augurarsi che gli italiani prenderanno finalmente coscienza di ciò che gli è accaduto, di tutto quello che hanno vissuto. E prenderanno le dovute misure. Che ne trarranno le giuste conseguenze. Che non cadranno negli stessi errori, nelle stesse semplificazioni. Ci si convince sempre di più di essere a un passo dal cambiamento perché le persone ovunque – in privato e negli spazi pubblici: dai bus ai treni, dai tram ai bar, dai ristoranti a chi viene intervistato in strada – appaiono stanche, disgustate. Vorrebbero fare piazza pulita, ma si trovano al cospetto di un sistema che ha tutti gli anticorpi per rimanere immutabile. Per restare sempre uguale a se stesso. Per autoconservarsi.
Esistono due tipi di voto di scambio. Un voto di scambio criminale ed un voto di scambio che definirei “acceleratore di diritti”. In un paese dai meccanismi istituzionali compromessi, la politica diventa una sorta di “acceleratore di diritti”, un modo – a volte l’unico – per ottenere ciò che altrimenti sarebbe difficile, se non impossibile raggiungere. Per intenderci: ci si rivolge alla politica per chiedere, talvolta elemosinare favori. Per pietire ciò che bisognerebbe avere per diritto. Mentre altrove nel mondo si vota un politico piuttosto che il suo avversario per una visione, un progetto, perché si condividono i suoi orientamenti politici, perché si crede al suo piano di innovazione o conservazione, qui da noi – e questo è evidente soprattutto sul piano locale – non è così. In un contesto come il nostro, programmi e dibattiti, spesso servono a molto poco servono alle elite, alle avanguardie, ai militanti. A vincere, qui da noi, è piuttosto il voto utile a se stessi.
IL DISPREZZO PER LA POLITICA
In breve, una grossa fetta di Italia che nei sondaggi e nelle interviste si esprime contro vecchi e nuovi rappresentanti politici, spesso vota persone che disprezza, perché unici demiurghi tra loro e il diritto, tra loro e un favore. Li disprezza, ma alla fine li vota. Questo meccanismo falsa completamente la consultazione elettorale. Perché a causa della sfiducia nella politica, pur di ottenere almeno le briciole di un banchetto che si immagina lauto e al quale non si è invitati, si è pronti a dare il proprio voto a chi promette qualcosa o a chi ha già fatto a sé o alla propria famiglia un favore. I vecchi potentati politici anche se screditati oggi possono contare su centinaia di assunzioni pubbliche o private fatte grazie alla loro mediazione e da questi lavoratori avranno sempre un flusso di voti di scambio garantito. In questo senso è fondamentale votare politici di navigata presenza perché sono garanzia che quel diritto o quel favore promesso verrà dato. In questa campagna elettorale, come nelle scorse, non si è parlato davvero di come “funziona” il voto di scambio, di come l’Italia ne sia completamente permeata. La legge recentemente approvata in materia di contrasto alla corruzione, sul punto, è assolutamente insufficiente. L’elettore, promettendo il proprio voto, ha la sensazione di ricavare almeno qualcosa: cinquanta euro, cento euro, un cellulare. Poca roba, pochissima: in realtà perde tutto il resto. La politica dovrebbe garantire ben altro. La capacità effettiva di ripensare un territorio, non certo l’apertura di un circolo per anziani o un posto auto. In cambio di una sola cosa, il politico che voti ti toglie ciò che sarebbe tuo diritto avere.
Ma è ormai difficile far passare questo messaggio, anche tra gli elettori più giovani. Sembra tutto molto semplice, ma è difficile far comprendere a chi si sente depauperato e privato di ogni cosa che il modo migliore per recuperare brandelli di diritti non è svendere il proprio voto per un favore. È tanto più difficile perché spessissimo ciò che l’elettore si trova costretto a chiedere come fosse un favore, sarebbe invece un suo diritto, il cui adempimento non è impedito, ma è fortemente (e a volte artificiosamente) rallentato dal mal funzionamento delle Istituzioni. Qui non si sta parlando di persone che truffano o di comportamenti sleali, ma di chi ha difficoltà a vedersi riconosciuta una pensione di invalidità necessaria a sopravvivere, o l’assegnazione di un alloggio popolare piuttosto che un posto in ospedale cui avrebbe diritto. Il disincanto si impossessa delle vittime delle lentezze burocratiche, che presto comprendono che per velocizzare il riconoscimento di un diritto sacrosanto devono ricorrere al padrino politico, cui sottostare poi per un tempo lunghissimo, a volte per generazioni, come accadeva con i vecchi capi democristiani in Campania e nel Sud in generale. Lo stesso accade talvolta per l’ottenimento di una licenza commerciale o per poter ottenere i premessi necessari alla apertura di un cantiere. Diritti riconosciuti dalla legge il cui esercizio, da parte del cittadino, necessita di una previa mediazione politica. E la politica di questo si è nutrita. Di questo ricatto. Ribadisco: non sto parlando di chi non merita, di chi non ha i requisiti, di chi sta forzando il meccanismo legale per ottenere un vantaggio, ma di chi avrebbe un diritto e non è messo in condizione di goderne.
Questo muro di gomma ostacola qualunque volontà di rinnovamento, poiché a giovarne nell’urna sarà sempre e soltanto il vecchio politico e la vecchia politica, non il nuovo. Il vecchio che ha rapporti. Per comprendere i meccanismi di voto di scambio, la Campania è una regione fondamentale, insieme alla Sicilia e alla Calabria. Da sempre, dai tempi delle leggendarie campagne elettorali di Achille Lauro, che dava la scarpa sinistra prima del voto e quella destra dopo. Ma nel resto d’Italia non si può dire che le cose vadano diversamente. Insomma, il meccanismo è rodato, perfettamente rodato e si interrompe solo quando il proprio voto viene percepito come prezioso, come importante per il cambiamento, tanto che non te la senti di svenderlo anche per ottenere ciò che per diritto ti sarebbe dovuto. E ancora una volta, questa campagna elettorale, in pochissimi ambiti si sta declinando sulle idee, quanto piuttosto su un generico rinnovamento a cui il Paese non crede. Più spesso si risponde con rabbia: tutti a casa, siete tutti uguali. L’allarme consistente sul voto di scambio in queste ore è in Lombardia.
A SPESE DEGLI ELETTORI
Ma su chi accede alla politica distrattamente, fa leva il politico di vecchio corso, pronto a riceverti nella sua segreteria e a mantenere la promessa fatta a carica ottenuta. Il politico che non dimentica perché ha un apparato che vive a spese degli elettori, un apparato che è un orologio svizzero: unica cosa perfettamente funzionante in una democrazia claudicante. Ecco perché è sbagliato sottovalutare la capacità berlusconiana non di convincere, ma di riattivare e di rendere nuovamente legittima questa capacità clientelare. Berlusconi non va in tv convinto di poter di nuovo persuadere, ma ci va con la volontà di rinfrescare la memoria a quanti hanno dimenticato la sua capacità di ricatto. Ci va per procacciarsi i numeri sufficienti a garantire, ancora una volta, la totale ingovernabilità del Paese. Ci va perché sa che ingovernabilità significa poter di nuovo contrattare. Quindi ecco le solite promesse: elargirà pensioni, toglierà tasse e, se anche non ci riuscisse, chiuderà un occhio, strizzandolo, a chi non ne può più. Berlusconi va a ribadire che gli altri non promettono nulla di buono. A lui non serve convincere di essere la persona giusta. A lui basta convincere i telespettatori che gli altri sono l’eterno vecchio e lui l’eterno nuovo. Nel momento in cui, quindi, non esiste un’idea di voto che cambi il paese, riparte il meccanismo della clientela. Dall’altra parte, la sensazione è che si preferisca campare di rendita. I “buoni” votano a sinistra. E su questi buoni si sta facendo troppo affidamento. Della pazienza di questi buoni si sta forse abusando. Se, intercettando un diffuso malcontento, Berlusconi promette la restituzione dell’Imu e un condono tombale, dall’altra parte non si fanno i conti con una tassazione ai limiti della sopportazione. Da un lato menzogne, dall’altro nessuna speranza, silenzio. E i sondaggi rispecchiano questa situazione. Rispecchiano quella quantità abnorme di delusi che solo all’ultimo momento deciderà per chi votare e deciderà l’esito. E su molti delusi il voto di scambio inciderà negli ultimi giorni.
Ogni partito in queste elezioni, come nelle precedenti, ci ha tenuto a conservare i suoi rapporti clientelari. Ecco perché gli amministratori locali sono così importanti: sono loro quelli che possono distribuire immediatamente lavoro. È nel sottobosco che si decidono le partite vere, che si fanno largo i politici disinvolti, quelli che risolvono i problemi spinosi, permettendo a chi siede in Parlamento di evitare di sporcarsi. E qui si arriva al voto di scambio mafioso che segue però logiche diverse. Le organizzazioni, nel corso degli anni, hanno cambiato profondamente il meccanismo dello scambio elettorale. Il voto mafioso degli anni ’70 e ’80 era in chiave manifestamente anticomunista, tendeva a considerare il Pci come un rischio per l’attenzione che dava al contrasto alle mafie sul piano locale, ma soprattutto perché toglieva voti al partito di riferimento, che è a lungo stato la Dc. Lo scopo era cercare di convogliare la maggior parte dei voti sulla Democrazia cristiana, voti che il partito avrebbe ottenuto ugualmente – è importante sottolinearlo – ma il ruolo delle organizzazioni era fondamentale per il voto individuale. Diventavano dei mediatori imprescindibili. Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, boss della Nuova Famiglia, raccontano di come negli anni ’90 non c’era politico che non andasse da loro a chiedere sostegno perché quel determinato candidato potesse ottenere una quantità enorme di voti. La camorra anticipava i soldi della costosa campagna elettorale per manifesti, per acquistare elettori, soldi che il partito al candidato non dava. In cambio i clan sarebbero stato ripagati in appalti.
Mister 100 MILA VOTI
La storia di Alfredo Vito “Mister centomila voti”, impiegato doroteo dell’Enel che prende negli anni ’90 più voti di ministri come Cirino Pomicino e Scotti, applica una teoria che fa scuola al suo successo. “Do una mano a chi la chiede”: ecco la sintesi della logica che condiziona la campagna elettorale. I veri mattatori delle elezioni non erano – e non sono – quasi mai nomi conosciuti sul piano nazionale, ma leader indiscussi sul piano locale. Questo dà esattamente la cifra di cosa poteva accadere, della capacità che le organizzazioni avevano di poter convogliare su un determinato candidato enormi quantità di voti. E non è la legge elettorale in sé a poter ostacolare gli esiti nefasti del voto di scambio, che è frutto evidentemente di arretratezza economica e quindi culturale. La dimostrazione di questa sostanziale ininfluenza è data dal fatto che, se da un lato la selezione operata dai partiti non consente al cittadino di poter scegliere i propri rappresentanti, favorendo viceversa il “riconoscimento di un premio” per chi si è sobbarcato il gioco sporco dello scambio elettorale a livello locale, dall’altro, la scelta diretta del candidato – in un sistema che rifugge la trasparenza quasi si trattasse di indiscrezione – trasforma la competizione elettorale in una mera questione di budget, nella quale la capacità di acquisto dei voti diviene determinante.
Oggi, la maggior parte delle organizzazioni criminali sostengono anche candidati non utili ai loro affari, semplici candidati che hanno difficoltà a essere eletti. Vendono un servizio. Vai da loro, paghi e mettono a tua disposizioni un certo numero di voti (emblematico il caso di Domenico Zambetti, che avrebbe pagato 200 mila euro per ottenere 4 mila voti alle elezioni del 2010). Questo significa che puoi anche non essere eletto le organizzazioni ti garantiscono solo un pacchetto di voti non tutto il loro impegno elettorale di cui sarebbero capaci. In alcuni casi candidano direttamente dei loro uomini in questo caso in cambio avranno accesso alle informazioni sugli appalti, avranno capacità di condizionare piani regolatori, spostare finanziamenti in settori a loro sensibili, far aprire cantieri, entrare nel circuito dei rifuti dalla raccolta alle bonifiche delle terre contaminate (da loro).
Con un pacco da cento di smartphone si ottengono 200 voti in genere. Quello della persona a cui va lo smartphone e quello di fidanzati o familiare.
Spese pagate ai supermercati per un due settimane/un mese. Sconti sulla benzina (fatti soprattutto dalle pompe di benzina bianche). Bollette luce, gas, telefono pagate. Ricariche telefonini. Migliaia di voti saranno raccolti con uno scambio di questo tipo.
Difficilissimo da dimostrare siccome chi promette è raramente in contatto con il politico. Quindi anche se il mediatore è scoperto questi dirà che era sua iniziativa personale per meglio comparire agli occhi del politico aiutato escludendolo quindi da ogni responsabilità nel voto di scambio. Nel periodo delle elezioni regionali 2010, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha aperto un’indagine sulla compravendita di voti. In Campania i prezzi oscillerebbero da 20 a 50 euro, 25 subito e 25 al saldo, cioè dopo il voto. In alcuni casi i voti vengono venduti a pacchetti di mille. Praticamente c’è una specie di organizzatore che promette al politico 1000 voti in cambio di 20.000 o 50.000 euro. Questa persona poi ripartisce i soldi tra le persone che vanno a votare: pensionati, giovani disoccupati. In Campania un seggio in Regione può arrivare a costare fino a 60.000 euro. In Calabria te la cavi con 15.000. Con 1000 euro in genere un capo-palazzo campano procura 50 voti. Il capo-palazzo è un personaggio non criminale che riesce a convincere le persone che solitamente non vanno a votare a votare per un tal politico. E come prova del voto dato bisogna mostrare la foto della scheda fatta col telefonino. In Puglia un voto può arrivare a valere 50 euro, lo stesso prezzo a cui può arrivare anche in Sicilia. A Gela proposto pacchetti di 500 voti a 400 euro. 400 euro per 500 voti: 80 centesimi a voto!
IL MECCANISMO PRINCIPE
E poi c’è il il meccanismo principe con cui si controllano i voti e si paga ogni singolo voto lo si ottiene con il metodo della “scheda ballerina”. L’elettore che vuole vendere il proprio voto va dal personaggio che paga i voti riceve la scheda elettorale già compilata (regolare fatta uscire dal seggio) se la mette in tasca poi va al seggio, presenta il proprio documento di riconoscimento e riceve la scheda regolare. In cabina sostituisce la scheda data già compilata con la scheda che ha ricevuto al seggio, che si mette in tasca. Esce dalla cabina elettorale e vota al seggio la scheda precompilata. Poi va via. Torna dà la scheda non votata e riceve i soldi. La scheda non votata e consegnata viene compilata, votata, e data all’elettore successivo, che la prende e torna con una pulita. E avrà il suo obolo. 50 euro, 100 euro, 150 o un cellulare. O una piccola assunzione se è fortunato. Così si controlla il voto. Nessuno ha parlato di questo meccanismo, la scheda ballerina non ha interessato il dibattito elettorale. Eppure è più determinante di una tassa, più incisiva di una riforma promessa, più necessaria di una manovra economica.
In questa campagna elettorale, come in tutte le precedenti, non si è fatto alcun riferimento al voto di scambio sia come “acceleratore di diritti” sia quello criminale. Avrebbero dovuto esserci spot continui, articoli diffusi, che sensibilizzassero gli elettori a non vendere il proprio voto, a non cedere alle promesse di scambio. Si sarebbero dovuti sensibilizzare gli elettori a non decidere gli ultimi giorni di voto in cambio di qualche favore. Ma se non lo si è fatto significa che in gioco ci sono interessi enormi che andrebbero analizzati caso per caso. Nel 2010 provocando da queste queste stesse pagine invocammo l’OSCE (l’organizzazione per la sicurezza in Europa, ndr) a controllo del voto regionale mostrando come il voto di scambio fosse tritolo sotto la democrazia. L’OSCE non recepì l’appello come una provocazione ma come un serio allarme e rispose di essere disponibile ad intervenire e controllare il voto. Ma doveva essere invitata a farlo dal governo. Cosa che non fu fatta.
Con queste premesse, chi può dire cosa accadrà tra qualche giorno? Il monitoraggio sarà come sempre blando, affidato a singole persone o a gruppi isolati che denunceranno irregolarità. Ma dove nessuno vorrà farsi garante di trasparenza, chi verrà a dirci come si saranno svolte le elezioni? E ad oggi nessuno schieramento ha affrontato il tema del voto di scambio. Terribile nemico o fenomenale alleato?
LA COSA sorprendente di questa campagna elettorale è che l’ex primo ministro, lo stesso che ha avuto a disposizione decenni di comunicazione televisiva e giornalistica, oggi torna a pretendere e ottenere un pulpito. E da esso conquisti anche larga audience. Accade poi che, grazie a quel pulpito, sembra guadagnare come decorazioni al merito, un’immagine nuova, diversa, svecchiata. Quella che doveva apparire come la più logora e stantia delle proposte politiche, d’improvviso sembra diventare, per un trucco mediatico, il nuovo che attrae. Lo si segue in televisione, si cliccano i video delle sue interviste, si resta lì, incollati allo schermo, ipnotizzati, invece di cambiare canale, per decenza.
Ci dovrebbe essere un unanime “ancora lui, basta” e invece no. E ciò che tutti un anno fa credevamo sarebbe stata l’unica reazione possibile alla incredibile ricomparsa sulla scena politica di Silvio Berlusconi non si sta verificando. Una certa indignazione – naturalmente – talvolta una presa di distanza, ma non rifiuto, non rigetto.
Quando Berlusconi va in tv sa esattamente cosa fare: la verità è l’ultimo dei suoi problemi, il giudizio sui suoi governi, il disastro economico, le leggi ad personam, i fatti – insomma – possono essere tranquillamente aggirati anche grazie all’inconsapevolezza dei suoi interlocutori. Il Cavaliere mette su sipari, sceneggiate, battutine. È smaliziato, non ha paura di dire fesserie,
non ha paura di essere insultato, di cadere in luoghi comuni, di ripetere storielle false sulle quali è già stato smascherato. Occupa la scena. E c’è chi cade nel tranello: questo trucco da prim’attore, incredibilmente, ancora una volta crea una sorta di strana empatia, di immedesimazione. C’è chi dice: sarà anche un buffone, ma meglio lui dei sedicenti buoni.
E allora sedie spolverate, segni delle manette, lavagnette in testa. Torna lui, lui che ci ha ridotti sul lastrico, lui che ha candidato chiunque, lui che ha detto tutto e il contrario di tutto ed è stato smentito mille volte. Eppure quei pulpiti diventano per lui nuove possibilità di partenza: chi vuole ostacolare questo processo già visto e già vissuto dovrebbe evitare di fare il suo gioco, di prestarsi al ruolo di spalla – come al teatro – dovrebbe impedirgli di montare e smontare sipari.
Più Berlusconi va in tv, più dileggia chi gli sta di fronte, più piace. Perché sa disinnescare chi lo intervista. Non ha paura, anzi sembra divertito dalla paura degli altri. Sente l’odore del sangue dei suoi avversari e attacca. In una competizione in genere vince chi non ha nulla da perdere e lui, screditato sul piano nazionale, internazionale, politico e personale; con processi pendenti che riguardano le sue aziende e le sue abitudini privatissime; con l’impero economico che cola a picco, è l’unico vero soggetto che da questa situazione non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. E se la sta giocando fino in fondo. Appunto, giocando. È divertito, esaltato.
Berlusconi non può più essere considerato un interlocutore, chi lo fa gli dà la possibilità di mentire laddove i fatti lo hanno già condannato. Fatti politici, ancor prima che giudiziari. Più lo si fa parlare, più lo si aiuta, più si asseconda la sua pretesa alla presenza perenne, all’onnipresenza televisiva come fosse un diritto da garantire a un candidato, cosa che non è. E tutto come se prima di questo momento non avesse mai avuto la possibilità di farci conoscere le sue idee e i suoi programmi. Come se non avesse avuto modo di esprimersi, da primo ministro, sui temi che oggi sta affrontando spacciandosi da outsider, da nuovo che avanza, da nuovo che sgomita e lotta per riconquistare lo spazio che gli è dovuto. Ha avuto una maggioranza che gli avrebbe consentito di poter modificare le leve e cambiare tutto. E non lo ha fatto. Ha solo legittimato quel “liberi tutti” fatto di evasione e deresponsabilizzazione che ha reso il nostro paese un paese povero. Povero di infrastrutture, povero di risorse, povero di speranza e invivibile per la maggior parte degli italiani. Anche per chi Berlusconi lo ha votato, anche per chi in lui si è riconosciuto.
E allora smettiamola di prenderlo sul serio, smettiamola di ridere alle sue battute per tremare poi all’idea che possa riconquistare terreno. Trattiamolo piuttosto per quello che è: un bambino di settantasei anni. Quando i bambini esagerano con le parolacce, con i capricci, i genitori li ignorano, fingono di non aver sentito. È l’unico modo perché il bambino perda il gusto della provocazione. La stessa cosa dovremmo fare con lui: farlo parlare, ma senza prestargli attenzione. Evitiamo i sorrisi alle sue battute stantie, perché non possa più ostentare sicurezza davanti ai suoi, perché non possa più spacciare la falsa tesi secondo cui i politici sono tutti uguali. Non sarò mai per la censura: Berlusconi ovviamente deve parlare in tv – certo dovrebbe farlo nelle regole sempre infrante della par condicio – come tutti i leader delle coalizioni. Siamo noi che dobbiamo smetterla di giocare con lui. Lasciamolo senza platea.
«Caro Luigi, a Napoli nessuna riforma è stata avviata. E le periferie sono state dimenticate. Dov’è la città promessa?» La lettera aperta di Saviano al sindaco arancione. Di Roberto Saviano.
Caro Sindaco De Magistris,
sono consapevole che qualsiasi forma di critica venga rivolta a lei e al suo operato viene interpretata come una critica personale. O si è con lei in tutto o si è un suo nemico. Chi le parla è una persona che l’ha sostenuta, come hanno fatto in tanti.
Chi le parla, a maggio di due anni fa, durante la sua campagna elettorale, con un editoriale in prima pagina su “Repubblica”, la sostenne sperando che la sua amministrazione avrebbe inaugurato un nuovo progetto per la città. E non abbia l’ingenuità di accomunarmi a chi l’accusa di essersi corrotto con la politica, né a chi ritiene che abbia fatto questa scelta per interessi privati. Non lo penso. Allo stesso modo lascia interdetti ascoltare che le parole di analisi e di critica che le ho rivolto sarebbero secondo lei il frutto di una campagna elettorale o di finalità elettorali. E’ cosa assai ambigua da ascoltare, come quando parla di masso-mafie in maniera tanto generica da suscitare ilarità più che preoccupazione. Non mi sono mai candidato, né ho mai preso parte a una militanza. Il mio mestiere è un altro. Quindi le analisi al suo operato non sono ispirate da nessuna campagna elettorale. Non banalizzi.
Caro Sindaco, amministrare una città come Napoli è forse uno degli impegni più complessi che ci si possa consapevolmente assumere. Città caotica, piena di debiti, con mille difficoltà. Impegno che ha avuto il coraggio di prendere. Ma ciò che fa più male è vedere come non sia stato iniziato nessun percorso di riforma. A meno che per riforma non si intenda cambiare uomini e mettere i propri. Certo, anche questo è parte di un piano di cambiamento, ma non può essere il solo cambiamento possibile. Il sottotesto di ciò che spesso dice sembra essere: “Napoli è diversa perché ci sono io”.
Napoli signor Sindaco non sembra per nulla diversa. Ha deluso il comportamento verso i collaboratori “licenziati”: Raphael Rossi, Giuseppe Narducci, Riccardo Realfonzo, Silvana Riccio. In molti casi l’unica colpa era un disaccordo con lei non nel progetto generale, ma in scelte particolari. Scelte che non erano mancanze di lealtà nei suoi confronti, ma erano proposte per evitare che Napoli finisse dinanzi la Corte dei conti o che si legasse a progetti economici poco chiari. E’ sembrato che queste persone da un giorno all’altro dall’offerta migliore che in quel determinato campo ci fosse, siano diventati peggiori collaboratori possibili. Allontanati senza spiegazioni, senza motivi che non fossero clientele da conservare, bilanci da approvare e status quo da mantenere. Allontanati per dei contrasti che se superati sarebbero stati la prova di una reale volontà di essere discontinui rispetto a un passato insostenibile.
L’attitudine spesso è importante, e questo suo atteggiamento un po’ guascone sicuramente non rende le cose più facili in una città in cui chi ci vive deve sopportare una serie infinita di difficoltà. Sull’emergenza rifiuti nessun sistema virtuoso. Non sono state raggiunte le percentuali di differenziata promesse all’inizio del suo mandato. I rifiuti non sono diventati una risorsa, come in un circolo virtuoso potrebbero essere, ma una spesa e si spediscono altrove.
A breve, Sindaco, lei lo sa, il problema tornerà urgente come in passato. Le operazioni che adesso verrebbe da definire “di facciata” sono importanti: liberare il lungomare dalle automobili, portare la Coppa America in città, ma non le devo insegnare io cosa è successo a Valencia con la Coppa America.
Non devo essere io a dirle come il volto di una città può realmente cambiare approfittando in maniera virtuosa dei finanziamenti che vengono stanziati per grandi opere e grandi eventi. Inutile accusare Roma di inefficienza, che la gestione di Napoli fosse impresa complicatissima si sapeva dall’inizio. Ha accettato una sfida incredibile e avrebbe dovuto farlo con un piano strutturato, progetti concreti sul lavoro e sulle periferie.
Nella Napoli disastrata degli ultimi anni della dirigenza bassoliniana, io e i mie coetanei non ne potevamo più di sentirci rispondere che la città era in crisi e profonda difficoltà ma piena di mostre, musei e festival. Importanti certo ma quando servono a riformare un territorio e non a mettergli il belletto o a comprare il consenso degli intellettuali locali. L’argomento camorra è poi forse una delle note più dolenti.
La querelle delle telecamere a Scampia è l’ultima delle questioni, del resto sono abituato ad ascoltare le solite accuse di speculazione e arricchimento: chiunque racconti, chiunque abbia mai raccontato ad un grande pubblico, viene accusato di speculazione. Le potrei fare un elenco lunghissimo, da Scorsese a “I Soprano” a Malaparte che hanno ricevuto le medesime accuse. Su Scampia l’atteggiamento non può essere il solito.
Quando si è all’opposizione chi racconta le contraddizioni è visto come colui che sta facendo un lavoro importante, un servizio alla comunità, quando poi si va al potere il motto diventa: Napoli non è solo Scampia. Frasi dette e ridette da Antonio Bassolino, da Rosa Russo Iervolino, sindaci, amministratori, con cui lei si è voluto porre da subito in netta discontinuità. E’ naturale che Napoli non sia solo Scampia, come è naturale che Scampia non sia l’inferno popolato da diavoli cui voi e solo voi volete e “potete” ridare dignità.
A oggi la nascita di associazioni, l’attenzione e l’impegno sul territorio lo si devono anche a queste opere artistiche che hanno generato coinvolgimento, che hanno fatto sentire le persone meno sole. Che hanno contribuito a provocare indignazione. Incredibile come tutto questo venga dimenticato. In molte altre periferie d’Italia si vivono condizioni analoghe, ma non c’è tutto questo impegno civile anche per mancanza di luce, attenzione, racconto. Non è parlando meno di camorra che Napoli è anche altro che ci si avvia a una soluzione del problema.
Le opere di racconto sul territorio contengono la parte sana e la sua resistenza. Bisognerebbe giudicare le opere, vederle, approfondirle e non in maniera oscurantista chiedere di “smetterla con la speculazione” non sapendo nemmeno come sarebbe stato affrontato il racconto. Su Scampia, Sindaco, e sulle periferie in generale, lei ha fatto davvero poco.
Non ci sono state idee nuove, per esempio proporre di costruire una no-tax zone dove portare aziende che potessero investire con sgravi fiscali in una terra depressa, dove solo la criminalità riesce a fare affari. Portare il comune fuori dal centro cittadino. Un dibattito sulla legalizzazione delle droghe. Nulla di tutto questo. E Napoli resta quel contesto asfittico che fa comodo a tutti. Chiunque la racconta è visto come il peggiore degli usurpatori. “Come osi, siamo noi che possiamo parlare, siamo noi che sappiamo qui come si vive gli unici a poter dire come stanno veramente le cose”. Bene, io sono nato a Napoli e racconto Napoli. Studio il territorio e non mi sento intimidito dal “tu che ne sai”.
Sappiamo invece, e che vi piaccia o no, raccontiamo. Signor Sindaco, non pensi che le critiche che le vengono rivolte siano frutto di chi sa quale cattiveria. Nessuno le ha chiesto una rivoluzione in pochi mesi, si è avuta pazienza, le si è dato credito, ma non è stato fatto nulla laddove la quotidianità resta una corsa a ostacoli. Laddove gli eventi che la città è in grado di catalizzare sono dovuti più al credito e alle bellezze che la città ha, che non ai suoi amministratori. Rispondere alle critiche dicendo “venite qua invece di parlare” significa in qualche modo ripercorrere le orme del governo Berlusconi e prima ancora qualsiasi altra forma di potere. Se si vuole collaborazione, interlocuzione, è inutile dire “voi del Nord che ne sapete” o “invece di parlare perché non agite”. Accogliere comprendere le analisi entrarvi in dialettica. Ascolti il rumore ormai non più di fondo delle persone deluse dalla sua gestione di Napoli, persone che avevano creduto in lei. Le analisi sono fatti, le analisi sono conseguenza dei fatti. Esistono amministratori, analisti, intellettuali, giornalisti, scrittori, registi e tutti devono poter agire liberamente, esprimersi liberamente e accettare le critiche.
Nessuno pretendeva che lei potesse costruire una città nuova. Nessuno pretendeva che lei risolvesse camorra, monnezza, trasporti e sanità pubblica. Ma che almeno iniziasse un percorso questo sì. Un percorso che oggi non si vede se non in quelle ridicole biciclettine disegnate sul basalto e sui sampietrini sconnessi, al centro dei marciapiedi, che in nessun’altra città a parte Napoli, qualcuno avrebbe potuto spacciare per pista ciclabile.
Napoli non sta cambiando, c’è solo il timore che sia stata una scomoda piattaforma, un difficile volano per un’attività politica nazionale. Aver deciso di fare il sindaco di Napoli ribadisco è una scelta coraggiosa e con altrettanto coraggio andrebbe considerato ora che c’è qualcosa che non va. Che la Napoli promessa non è realizzata.
La crisi economica e la situazione europea non aiutano, ma imputare tutto a fattori esterni è disonesto. Bisogna aprire la città, mutarne la politica, cambiare le priorità. Già so la risposta che questo mio scritto riceverà: “Facile scrivere editoriali e reportage, tirati su le maniche e muoviti”.
Credo di farlo con la mia attività: la parola quando viene dall’osservazione, dall’approfondimento, dall’analisi, è azione. E io provo ad avere una parola d’azione. A ognuno il suo mestiere. Prenda queste righe come vuole; io le ho scritte come un allarme sul rischio di una grande delusione: aver creduto in un progetto di riforma che non sta avvenendo. Se invece le prenderà come l’ennesimo capriccio dell’intellettuale in diaspora da Napoli alla ricerca di luce, be’, si metta in fila, sarà l’ennesimo. Non capita spesso, lo confesso, a volte però credo davvero che Napoli prima o poi possa farcela a uscire dalle sue terribili difficoltà e trovare la strada. Ma questa strada, Sindaco, ancora non si intravede nelle sue mappe.
Mi domando, ma davvero è possibile bloccare il racconto di un territorio? Davvero è possibile bloccare il racconto di un territorio dove negli ultimi mesi è riesplosa una guerra per il controllo delle piazze di spaccio? È possibile bloccare il racconto di un territorio dove le organizzazioni criminali hanno violato i cancelli di una scuola materna facendola diventare zona di guerra? È possibile vietare il racconto di un territorio dove sono esplose bombe in strada? Dove quelle bombe hanno ferito bambini che giocavano? Ma davvero questa ennesima trovata elettorale di vietare l’accesso alle telecamere è il modo giusto per attirare attenzione o per distoglierla? La luce sul dolore di Scampia la accendono le tragedie. Allora bisognerebbe tenere fuori le telecamere dei telegiornali, i video dei giornalisti, lo sguardo degli osservatori internazionali.
Ecco cosa accade quando la politica è inadeguata: preferisce bloccare il racconto. Quando nulla cambia, per incapacità di gestione, allora è meglio che gli organi di stampa, che le penne degli scrittori e le telecamere dei registi restino silenti, spente, ferme, immobili. E se invece lavorano, e se invece si muovono, meglio far passare la solita incredibile “verità” costruita ad arte: speculate su un male, speculate sulla sofferenza.
In attesa che il potere trovi il modo di giustificare la propria inadeguatezza. In attesa che il potere politico locale trovi il modo giusto per raccontare ciò che accade. Per raccontare se stesso.
Come al Nord non c’era criminalità, ora anche da Scampia è stata miracolosamente debellata. O meglio, bisogna raccontarla come gli amministratori chiedono, altrimenti è speculazione.
Parlare, raccontare, è difficile ma è l’unico modo per portare risorse e attenzione a un territorio che sembra irredimibile. Molti diranno che sono anni che si racconta Scampia eppure nulla è cambiato. Falso. Ora Scampia ha una centralità che fino a qualche anno fa non aveva. Così Casal di Principe, così la Locride. Cittadini, magistrati, poliziotti, preti, giornalisti e associazioni hanno sempre lavorato in questi territori a un contrasto che sembrava impossibile, ma la luce arrivata su questi luoghi ha permesso di dare cittadinanza non solo nazionale a territori colpevolmente dimenticati. A territori che conveniva fossero dimenticati.
Nessuno può più dire: problemi loro, o peggio, problema locale. Ma se guardiamo al lavoro delle istituzioni, a quanto si è fatto per portare la città di Napoli nel quartiere di Scampia, per sottrarlo al sequestro forzato da parte delle organizzazioni criminali, è triste constatare quanto scarsi siano i risultati. E quella di queste ore è l’ennesima, insulsa polemica che viene fatta su “Gomorra”, salvo poi chiamare Gomorra qualunque cosa accada in terra di camorra.
È l’ennesima polemica sul film, sul libro e adesso quale migliore opportunità di una serie televisiva? Il racconto delle piaghe del nostro Paese, in ogni sua forma – idea peraltro più volte espressa dallo stesso Berlusconi – viene visto come un modo di diffamare. Come la diffamazione massima di un territorio. Si utilizza la scusa del “basta speculare su questa terra” per nascondere le contraddizioni, per non mostrarle.
Le riprese per un film, per una fiction, magari si possono bloccare, ma come si farà a bloccare tutti i cronisti di tutti i giornali e telegiornali italiani, gli inviati stranieri? Come è possibile voler bloccare il racconto delle contraddizioni di un territorio che invece dovrebbe essere tutti i giorni in cima agli interessi nazionali? È una polemica un po’ furba voler spostare l’attenzione dal problema al racconto del problema. Furba perché in Italia dimentichiamo quante volte il potere ha utilizzato questo strumento per delegittimare il racconto e la denuncia.
Ma per bloccare il racconto bisognerebbe bloccare siti, blogger, carta stampata, tutto. Ecco quindi come questa diventa l’ennesima vergogna della nostra politica, l’ennesimo espediente per “rassicurare” che su Scampia non si speculerà più, che Scampia sarà difesa dai cattivi giudizi. Nulla di peggio può accadere, perché è raccontando che si mutano le cose, che si trasformano. Non nascondendole. E il consenso sul territorio si acquista costruendo cose, avendo la forze di costruire iniziative concrete e possibilità di azione e non mostrandosi censori.
Le telecamere bloccate a Scampia volevano solo raccontare Scampia. Cosa che avviene da decenni, ma fa paura quando quelle immagini arrivano nel mondo. Non so quanta centralità avrà in questo progetto di fiction Scampia, ci saranno senz’altro molti altri territori descritti, ma la cosa fondamentale è continuare a raccontare e, per quanto si possano bloccare o vietare le riprese, è fondamentale che chi ha un ruolo di responsabilità in quei territori capisca che bloccare le riprese è il messaggio peggiore che si possa dare. Che si è in ritardo in tutto, anche per la censura.
Ciò che accade a Scampia è ormai emerso, i racconti sono stati fatti, Scampia non è più un territorio locale, marginale, periferico, ma è diventato un problema nazionale, anzi internazionale. E non è possibile davvero sentire senza provare un moto di disgusto, una stretta allo stomaco, le stesse parole, le stesse identiche frasi pronunciate da chi dovrebbe avere idee agli antipodi. Finisco per essere uno “spione”, un “traditore”, uno “speculatore”, un “arricchito” per chi distrugge Scampia e per chi dovrebbe salvarla. Inutili le paternali sul mancato rispetto della parte sana di Scampia: il valore della parte sana è un valore noto, è sotto gli occhi di tutti. Da sempre scrivo e mi occupo di chi è vittima del potere criminale, di chi resiste cercando di trasformare un inferno quotidiano in opportunità, in speranza, in vita.
Da sempre racconto come Scampia sia un territorio soprattutto sano ma dominato da un cartello feroce e ricchissimo che non può essere aggredito come si continua a fare da anni. A Scampia ci sono associazioni di quartiere, scrittori, giornalisti, cittadini, chiesa, volontari, lavoratori. Ciò che manca a Scampia è lo Stato. Inteso come diritti, creatività sociale, costruzione di alternative. E invece qui si vuole far credere il contrario, che fiction, racconti, reportage siano il male, che siano un modo per diffamare la parte sana: pura furba censura.
Mentre scrivo, leggo che anche il sindaco di Napoli condivide questa volontà censoria su Scampia pur non intervenendo a bloccare le telecamere direttamente. Ma a pensarci bene è normale, è sempre stato così: quando si è all’opposizione, e si racconta il male, si dice che raccontare sia un modo per resistere e permettere un cambiamento. Quando si va al potere, quando le stesse persone che un attimo prima erano all’opposizione vanno al potere, cambiano idea e chi racconta il male finisce per diventare il nemico che sta boicottando il cambiamento, che sta diffamando il territorio e guadagna dal male.
È sempre stato così, il rivoluzionario al potere è il più zelante dei reazionari perché convinto che il suo potere sia quello giusto. È una vecchia dinamica, cari censori, una dinamica che altri prima di voi hanno utilizzato e altri dopo di voi utilizzeranno. Non posso assicurarvi che accetterò questo divieto, ma vi assicuro che io e tanti altri continueremo a raccontare come fatto prima e dopo di voi. Per fortuna la politica, quella cattiva, fa tanti danni, ma passa. Il racconto e l’azione che ne genera restano.
I due ordigni a Scampia, il quartiere a nord di Napoli dove è in atto una faida tra il clan degli scissionisti e quello dei ‘girati’. Un fatto preoccupante che tristemente è diventato cronaca quotidiana
di ROBERTO SAVIANO.
IMMAGINATE se due bombe da guerra, di quelle utilizzate per combattere nell’ex Jugoslavia fossero state lanciate a Milano. O a Roma, Torino, Venezia. O fossero state lanciate in un quartiere di Parigi. I telegiornali avrebbero aperto in allarme, le prime pagine avrebbero dato la notizia pretendendo responsabilità e analisi da parte delle istituzioni e della società civile. Invece vengono lanciate a Scampia ed è solo una notizia di cronaca locale: la solita, l’ennesima.
Lotto G e case Celesti territorio del clan dei “Girati”, è lì che hanno lanciato le bombe. Una è esplosa, l’altra no. Bombe di fabbricazione est europea, di quelle usate dalle truppe della tigre Arkan. Esplosivo al plastico con microsfere metalliche che rendono l’ordigno ancora più pericoloso. Per generare allarme e attenzione nazionale avrebbero dovuto esserci morti, tanti morti. E invece, fortunatamente, solo feriti. Anche se questi feriti sono bambini – ancora bambini! – di 9 e 13 anni. Questa notizia anche se agghiacciante non è servita a cambiare l’agenda politica né a catalizzare l’attenzione del paese. Non c’è stata alcuna indignazione. Ha avuto più luce la nuova fidanzata di Berlusconi che quest’ennesimo atto di guerra nel sud Italia. Ancora una volta la priorità nella battaglia antimafia è sembrata non esserci.
Antimafia, parola abusata, che ha perso quasi del tutto senso. Il governo Monti ha avuto un comportamento disciplinato nella lotta alle mafie ma non sufficiente: lo scioglimento da parte del ministero dell’Interno del Comune di Reggio Calabria è stato coraggioso. Si è cercato di essere presenti a Scampia. Tutto questo è stato importante ma, forse perché le priorità sembravano altre, non c’è stato un attacco frontale ai capitali mafiosi e alle organizzazioni criminali.
La prima questione, la più urgente da affrontare, doveva essere la questione economica. Le casse dei clan e il loro rapporto con le banche italiane. Gli americani hanno individuato il pericolo enorme che le mafie rappresentano per l’economia nazionale e hanno deciso di dichiarare loro guerra anche attraverso un monitoraggio più attento delle banche. Hsbc, il colosso finanziario inglese, ha pagato una multa di 1,9 miliardi di dollari per aver tra l’altro riciclato i soldi dei narcotrafficanti. La banca Wachowia ha pagato 50 milioni di dollari in multa e subìto confische per 110 milioni per lo stesso motivo. Anche Citibank, una delle banche più grandi d’America, è stata accusata di riciclaggio.
È pensabile che in Italia nessuna banca sia stata chiamata a rispondere di riciclaggio? Possibile che l’ingresso dei capitali dei clan nell’economia legale venga avvertito come priorità negli Stati Uniti e non da noi che abbiamo sul territorio tre delle mafie più potenti del mondo? Secondo la Dea tra i 500 e i 1.000 miliardi di dollari di denaro sporco ogni anno vengono lavati negli istituti di credito americani. Miliardi! E in Italia invece non accade nulla? Possibile? Il sistema finanziario italiano non è stato chiamato a rispondere e la lotta alle mafie è stata delegata nei fatti soltanto all’impegno del singolo per le denunce, alle polizie per le indagini e ai tribunali per le condanne. È pensabile che nel paese dove il fatturato delle mafie è in assoluto la prima voce economica le banche siano estranee a questi flussi? Potevano essere fatte velocemente leggi a cui la maggioranza berlusconiana non si sarebbe opposta – o almeno non avrebbe potuto farlo pubblicamente e impunemente – per poter mettere mano ai rapporti tra finanza e organizzazioni criminali. Si poteva velocizzare il riutilizzo e l’assegnazione alla società civile di beni e capitali confiscati alle organizzazioni criminali.
E poi c’è la questione carceri che in Italia è una priorità da affrontare e risolvere. Mi si dirà: “Ma questo cosa ha a che fare con la battaglia antimafia?”. Moltissimo. Non tutti gli affiliati sono al 41 bis. Il 41 bis, il carcere duro, è per i capi. La maggior parte degli affiliati, quelli che non scontano la loro pena al 41 bis, in carcere vivono una condizione di privilegio. Non vengono picchiati, hanno una struttura di solidarietà esterna, ricevono stipendio dai clan, nessun altro detenuto osa maltrattarli. E addirittura, per scelta di tutte le mafie, le faide esterne al carcere si sospendono una volta dentro, evitando quindi spargimenti di sangue in galera, come accadeva negli Anni 80. Gli altri carcerati, i non affiliati, vivono l’inferno e ambiscono a entrare nelle organizzazioni per poter essere rispettati, per scontare la loro pena in condizioni migliori. Lasciare le carceri italiane così come sono, equivale a mantenere in piedi la più grande palestra di affiliazione esistente nel nostro paese.
Non è un caso che appena Silvio Berlusconi ha annunciato di volersi ricandidare, i primi ad aver dato il loro personalissimo “signor sì signore!” siano stati proprio quei rappresentanti del Pdl campano che tanta dimestichezza hanno con le aule di giustizia. Da Nicola Cosentino, ex sottosegretario all’Economia, scampato all’arresto due volte grazie al voto contrario della Camera a Luigi Cesaro, ex presidente della Provincia di Napoli, indagato per concorso in associazione mafiosa. Da Marco Milanese, ex ufficiale della Finanza, poi deputato e braccio destro di Giulio Tremonti, salvato dal carcere dal no dell’Aula alla richiesta d’arresto. Fino ad Amedeo Laboccetta, indagato per favoreggiamento. L’elenco potrebbe continuare, ma preferisco fermarmi qui.
Tutti hanno avuto parole di stima nei riguardi di Berlusconi, l’unico a detta loro, in grado di tirarci fuori dalla crisi, di abbassare le tasse e incrementare l’occupazione. Insomma: dopo Berlusconi solo Berlusconi. Dietro questo ritorno vedo stagliarsi non solo la vecchia politica, sempre orrida e uguale a se stessa, ma vedo anche crescere il pericolo del solito voto di scambio. Delegittimare la politica, vuol dire anche svalutare il voto. E per una parte del Paese la scheda elettorale diventa un bene da far fruttare, da poter vendere. Più disgusta la politica, più vendere un voto per 50 o per 25 euro non appare una pratica amorale, non sembra affatto una deroga al senso civico, ma una minima ricompensa per i soprusi che si è costretti a subire.
Il voto di scambio diventa fondamentale in un momento in cui non c’è lavoro. In un momento in cui anche un concorso per l’insegnamento viene subìto come l’ennesima presa in giro da chi neo-laureato aspira all’abilitazione, da chi già abilitato deve sottoporsi all’ennesima trafila per sperare di entrare in ruolo e da chi mai abilitato ma eterno supplente a cinquant’anni spera che questa sia la volta buona. E allora basta un piccolissimo, talvolta invisibile intervento per assegnare migliaia di voti.
Il timore maggiore è che ripiombare nel meccanismo Berlusconi sì, Berlusconi no sia il modo migliore non solo per aiutare Berlusconi a farcela di nuovo, ma anche il modo più veloce per seppellire sotto quintali di macerie la lotta alle organizzazioni criminali. Del resto non dimenticherò mai cosa mi disse, una volta, un magistrato che stimo molto: “Bisognerebbe eliminare dal nostro vocabolario il termine antimafia, perché legittima tutti”. Chiunque affermi di essere antimafia, si posiziona da sé automaticamente dalla parte del bene. Eppure ci sono modi di fare antimafia superficiali, qualunquisti, di facciata. Con inchieste che gettano fumo negli occhi. La battaglia antimafia si valuta nei risultati dei processi, nella capacità di diffondere nel paese una reale coscienza e conoscenza dei fatti, nella modifica delle leggi, nella costruzione di possibilità altre per le imprese. Non nei proclami sui dati degli arresti e nello sbandierare la battaglia come grimaldello politico.
Due righe dell’inchiesta sull’infiltrazione della ndrangheta nella azienda di call center “Blue Call” mi hanno dato un colpo allo stomaco. Una mamma vicina alla ‘ndrina dei Bellocco suggerisce alla figlia, cui a scuola avevano assegnato un tema sulla mafia, di scrivere: “La mafia è lo Stato”. Quando si arriva a questo bisogna iniziare a comprendere a che punto è la notte italiana.
Dumas non ha mai creduto in una terra felice dove giustizia e benessere coincidessero con ordine, pulizia, eterna sicurezza. Dumas è interessato alla complessità del vivere. Napoli per Dumas ha rappresentato questa complessità. La possibilità di felicità nel caos, la resistenza ad un destino drammatico, la bellezza nel disordine, la dolcezza in grado di sopravviere ai vicoli violenti. Dumas sembra interessato a cogliere questo segreto. Come si poteva star tanto bene in un luogo al contempo così corrotto e così sublime. Sentiva l’indignazione per lo spreco di una terra e di una cultura luminosa incapace di emanciparsi da governanti corrotti, miseria e violenza. Questo si intravede nelgli articoli dell’autore de I Tre moschettieri ora pubblicati da Donzelli con il titolo Camorra.
Dumas aveva un conto in sospeso con i monarchi napoletani. Il padre, Thomas Alexandre de la Pailleterie Dumas, a causa di un diverbio con Napoleone abbandonò l’esercito durante la campagna d’Egitto. Mentre era in nave una tempesta lo fece approdare sulle coste pugliesi. Fatto prigioniero dalla polizia borbonica, solo dopo due anni fu rilasciato. Morì poco dopo per le conseguenze della detenzione. Alexandre aveva tre anni. Non dimenticherà mai. Scriverà una meravigliosa Storia dei Borbone di Napoli.
La grandezza di Dumas in questi scritti di “storia narrativa” sta nella capacità di riunire stile letterario e analisi antropologica. Per lui scrivere storia è un’arte, non una scienza, anche se questo non significa trascurare le fonti. Non si allontana mai dal fatto, dalla circostanza. Il suo metodo è ricreare sulla pagina la vicenda partendo da altri punti di vista e sostenere con la fantasia l’assenza di fonti senza mai entrare in contraddizione con i dati raccolti. Perché proprio i dati erano la sua ossessione. Nessuna storia narrata da Dumas è povera di ricerche e approfondimenti. Questi scritti lo rendono il padre del new journalism.
A Napoli Dumas arriva a metà del 1860. Innamorato dell’utopia garibaldina, aveva seguito i Mille diventandone il reporter. Ma fu anche armiere delle camicie rosse, comprò per loro armi e distribuì fucili. Fondò un giornale su consiglio proprio di Garibaldi: L’indipendente. Il Generale gli affidò il ruolo di “Conservatore dei musei”: la nuova Italia sarebbe partita dai musei. E Dumas per tre anni cercò di organizzare, catalogare, rendere i musei e gli scavi parte viva della rinascita unitaria napoletana. Ma poi la borghesia codina partenopea, antichisti e intellettuali isolarono questo francese di successo che voleva metter mano, secondo loro, in cose non sue. Dumas diede le dimissioni e tornò a Parigi. Ma di Napoli, “città dell’allegria e dè canti giocondi, in cui i volti sorridono come l’azzurro del firmamento”, si era ormai innamorato e continuò a scrivere.
Dumas non commette mai l’errore, poi di moltissimi storici, di confondere brigantaggio e camorra. Fenomeni lontanissimi e con ragioni diverse. L’autore del Conte di Montecristo sapeva osservare e descrivere il potere come pochi. Nei suoi romanzi ne è sedotto e disgustato al contempo. Le sue pagine girano intorno al potere in tutte le sue forme dalla responsabilità all’ambizione, dalla brama d’oro a quella d’onore. Dumas comprende Napoli davvero. E racconta il potere della camorra. La vede, la osserva. “Ferdinando II, Francesco II, Garibaldi, Farini, Nigra, Cialdini, San Martino, La Marmora, tutti costoro non sono che il potere visibile: il vero potere è quello nascosto, la camorra”. Dumas comprende un elemento fondamentale spesso ignorato anche oggi: la camorra è un percepita come un potere domestico, intimo, naturale e inconfutabile, che si dipana nel privato delle persone ancor prima di essere un potere eclatante, pubblico, conclamato. La camorra è un potere presente e vicino. Un governo monarchico, un vicereame, una democrazia, una repubblica li puoi sconfiggere, contrastare, puoi sfuggire alla loro polizia, battere i loro eserciti. Puoi pensare di rovesciarli o riformarli. La camorra no. È lì vicino e dentro casa. Non si può nemmeno immaginare di sconfiggerla. Perenne, forte, idra che si rigenera.
Scrive Dumas: “Napoli, che fece una rivoluzione con Masaniello per non pagare la tassa imposta dal duca d’Arcos sulla frutta, non ha mai pensato di rivoltarsi contro i camorristi”. Descrive il meccanismo del racket come un reporter che si inserisce nel tessuto connettivo della città. Il potere della camorra sui vetturini, sulla polizia, sui mercati. Persino l’estorsione sulla distribuzione di giornali: chioschi che non si aprono perché non riescono a pagare la tangente. “Alla camorra non sfugge niente, e tuttavia, qual è il re che le ha concesso questa facoltà? Nessuno. [...]“. Dumas non lo racconta come un fenomeno folcloristico, non sottovaluta il problema. Lo osserva come il potere che condiziona e trasforma la vita di tutti. Dopo di lui per oltre un secolo si darà spesso uno sguardo da suburra alla camorra. Come un’escrescenza pacchiana della miseria, un’organizzazione di sanguinari cialtroni e cafoni. Tutt’altro fa Dumas che ne vede la pericolosità. Vede in essa la costruzione di una borghesia e di un potere che condiziona la politica e che non permette alcun tipo di cambiamento della società, che governi Ferdinando I, Garibaldi o Vittorio Emanuele II. Ascoltare il suono contemporaneo di queste parole è davvero incredibile. Lo scrittore ha scorto l’immobilità dinamica di Napoli. Dumas che ha vissuto e osservato il sud d’Italia ha dimostrato con la sua caparbietà di reporter che raccontare il dramma, il potere, la corruzione non è un modo per ferire un luogo ma il più alto gesto d’amore.
Ammazzano ovunque, chiunque e quando vogliono. Controllano il territorio grazie a droga e attività economiche. L’omicidio di Luigi Lucenti dimostra che tutta la periferia a Nord della città è ancora in guerra
di ROBERTO SAVIANO
Luigi Lucenti aveva 50 anni, precedenti penali per droga e per estorsione. Il suo potere, a Scampia, lo aveva costruito sui “cavalli di ritorno”, ovvero sulla riconsegna ai legittimi proprietari di auto rubate, dietro pagamento di un riscatto. Ma ora pare si stesse occupando di affari molto più importanti per conto degli Abbinate, famiglia da sempre in relazione con i maranesi (i Nuvoletta storica famiglia napoletana legata a Cosa Nostra) e quindi per gli Scissionisti.
Si trattava di riaprire una delle piazze di spaccio tra le più lucrose, chiusa per la massiccia presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Lucenti era sotto casa sua quando è stato inseguito da due sicari a bordo di uno scooter e volto coperto. È fuggito credendo di trovare riparo nel cortile di una scuola materna: forse pensava che chi lo voleva morto non si sarebbe spinto fin lì. Solo tre giorni fa un altro omicidio e anche in quel caso la dinamica è stata tutt’altro che consueta. Il corpo di Mirko Romano è stato trovato sulla superstrada perimetrale di Melito, tant’è che in un primo momento non si era pensato a un agguato di camorra, ma a un incidente stradale. Romano era esponente di punta degli “scissionisti”, quindi due morti dalla stessa parte in pochissimo tempo. Aveva in tasca 3600 euro, al polso un Rolex e addosso un falso documento d’identità: è stato poi riconosciuto dalle impronte digitali. Motivo dell’omicidio, anche in questo caso spaccio, anche in questo caso riassetto delle piazze di spaccio. Sono omicidi di ristrutturazione aziendale. L’impresa del narcotraffico secondiglianese elimina dirigenti e concorrenti.
In questo momento di crisi è fondamentale capire quanto le piazze di spaccio siano tornate a essere centrali per i clan. Sono di nuovo la fonte primaria di ingresso di liquidità nelle casse; liquidità che può essere poi investita altrove. Ecco perché non mi stancherò mai di ripeterlo: parlare di legalizzazione in questo momento non è solo necessario, ma è anche una scelta obbligata per sottrarre alle organizzazioni le fonti primarie di approvvigionamento di denaro.
Viene da chiedersi: ma le operazioni militari fatte in questi mesi, le rassicurazioni istituzionali, la militarizzazione del territorio a cosa hanno portato? È evidente ormai che la presenza di forze dell’ordine non è sufficiente. Nonostante gli ottimi risultati che hanno bloccato moltissime piazze di spaccio, demolito cancellate a difesa del traffico di stupefacenti. Nonostante tutto, quel che è stato fatto non è sufficiente. Credo sia evidente che il controllo da parte dei clan non consiste solo nel disseminare il territorio di sentinelle e pusher. Il loro potere i clan non lo dimostrano solo ammazzando ovunque, chiunque e quando vogliono. Il controllo del territorio i clan se lo assicurano comprando negozi, supermercati, centri scommesse legali, sale bingo, supermercati. Aprendo ovunque “Compro oro”, finanziarie, solarium, ristoranti. Avendo i loro camion che distribuiscono merci a prezzi competitivi. Potrei andare avanti all’infinito… Così si occupa un territorio, soprattutto quando lo Stato è debole, quando lo Stato è in crisi. Quando non ci sono soldi per le pattuglie, quando carabinieri, polizia e Guardia di finanza devono risparmiare su tutto. Le forze dell’ordine, con quel poco che hanno, sono riuscite a fare miracoli, ma la lotta è impari: di giorno si sgombera e di notte i clan si riappropriano di tutto.
Dove è finito il sogno? Dove è finita la speranza di “Napoli comincia a Scampia”? Di una città che iniziava a Scampia e che non finiva nei confini della città, ingorgandosi nei quartieri di periferia. Possibile che non si abbia il coraggio e l’onestà di ammettere che se a Napoli non si affronta davvero la questione Scampia non ci sarà mai reale rinascita? Possibile che ci si accontenti sempre e solo di dare di Napoli l’immagine-cartolina che ormai puzza di falso e alla quale nessuno riesce più a credere? Prese di posizione morali, manifestazioni e fiaccolate sono gesti simbolici importanti, la presenza delle associazioni e dei maestri di strada sono elementi determinanti, ma accanto a tutto questo quale politica di riforma è stata attuata? Quale creatività politica è stata spesa per questo territorio che ponesse centralità laddove invece c’è solo marginalità? Spostando magari gli uffici comunali dal centro alle periferie, cercando di occupare i territori di camorra con forze legittime. Facile a dirsi, mi si dirà. Io invece so che è difficilissimo, ma è fin troppo evidente che non si è nemmeno tentato.
Ieri mi è venuta in mente quella scena di Johnny Stecchino in cui si sente dire: “Il problema di Palermo è il traffico”. Mi è venuta in mente perché, oltre alle emergenze rifiuti, alle promesse fatte e non mantenute, ai volti di giovani amministratori sbandierati in campagna elettorale e poi subito allontanati, ciò che accomuna le ultime amministrazioni di Napoli, da “piazza Plebiscito liberata” al “Lungomare liberato” è una costante, sbandierata, senza tregua lotta alle automobili. Ecco, questo è stato il miglior modo per mostrare un rinnovamento di pulizia. Ma la bellezza del lungomare, la luce partenopea e Castel dell’Ovo non sono generate dalla gestione politica. Di bellezza bisogna ancora crearne.
Persino gli ultimi pochissimi spazi concessi ai bambini di Scampia sono stati sottratti, sono stati occupati, sono diventati territorio di guerra. Se con la morte di Lino Romano la democrazia è stata uccisa, occupando con proiettili e sangue una scuola materna, è come se si fosse uccisa anche l’ultima speranza di togliere scampoli di terra, di cemento, di ossigeno al potere dei clan. E a questo non si può solo rispondere con il meraviglioso carnevale secondiglianese o delegando tutto solo e sempre alle associazioni e ai volontari, uniche vere risorse continue su un territorio che finisce al centro dell’attenzione mediatica solo quando si uccide spesso e in maniera eclatante.
L’agguato di ieri ci dice anche altro. Ci dice non solo che Scampia, che la periferia a nord di Napoli è ancora in guerra, che la faida è tutt’altro che finita, domata, repressa dalla presenza di militari sul territorio. L’omicidio di ieri ci dice soprattutto che questa guerra sta sconfinando, che sta invadendo ogni spazio e che anche quei luoghi, che ciascuno di noi aveva finora pensato al riparo, sono invece pericolosamente esposti.
I bambini della scuola materna di Scampia, dove Luigi Lucenti è stato ucciso, stavano cantando canzoni di Natale e fortunatamente non si sono accorti degli spari, gli insegnanti poi sono riusciti a farli uscire da un ingresso secondario. Cosa analoga accadde in Messico nel maggio 2011 quando, sentendo i colpi fuori dalla finestra, una maestra fece sdraiare come in un gioco i bambini sul pavimento della classe. Peppe Lanzetta questo territorio l’aveva definito un Messico napoletano e Scampia rimane un territorio dove ai bambini il cemento, e quindi la criminalità, ha sottratto ogni spazio, ogni speranza di bellezza. Ai bambini erano rimaste solo le loro scuole come baluardo, come fortino. Ma ora nemmeno lì sono più al sicuro, nemmeno quello è più il loro territorio.
Il dolore più grande è che queste parole, identiche, vengono spese sempre più spesso, ogni anno, ogni mese, diffondendo la peggiore delle sensazioni: che nulla possa cambiare e che anche questo nuovo corso politico si sia dimenticato di porre priorità vere, non arginando il problema criminalità, non affrontandolo con risposte e con proposte. Napoli può essere un laboratorio e un progetto, ma il lavoro deve essere assiduo e duraturo, lento e incessante come tutte le vere riforme pretendono. Napoli non deve più essere un trampolino di bellezze storiche e forse morali da cui lanciarsi. Tutto questo sa di ennesima occasione sprecata. Occasione che la città, la sua periferia e tutto il Paese pagheranno per molto tempo.
Pasquale Romano, detto Lino, era innocente. È stato massacrato dai clan e ignorato dal governo, che non si è presentato ai suoi funerali, in un’Italia che non si indigna più
di ROBERTO SAVIANO
MI CHIEDO che Paese siamo diventati. Che Paese è quello in cui un ragazzo va a salutare la propria fidanzata prima di una partita a calcetto, scende di casa e viene massacrato da una sventagliata di mitra. Che Paese è quello in cui i media considerano questa, tutto sommato, una notizia che può esser data in coda alle altre, e non la notizia principale, da dare per prima. Una delle tante. Quel ragazzo si chiamava Pasquale Romano: lo chiamavano Lino, ma nessuno ricorda già più il suo nome.
Come è stato possibile assuefarsi a tutto questo? Forse si pensa che se accade lì, in terre di clan, è “normale”? È così? La democrazia nel mezzogiorno italiano è morta il 15 ottobre 2012, insieme a Lino Romano, e insieme a lui è stata seppellita ieri, dopo i funerali. Ed è morta non solo perché Lino è caduto innocente, ma perché per urlare che si trattava dell’ennesimo ragazzo innocente ucciso a sangue freddo e senza motivo, si è aspettato di capire a che famiglia appartenesse, chi fossero i suoi parenti. Ma perché – mi domando – se avesse avuto un lontano parente affiliato o coinvolto in fatti di camorra, sarebbe stato forse meno innocente?
Ma è così che vincono le mafie: facendo credere che nessuno è innocente. Il messaggio che i clan vogliono far passare è che tutto appartiene a loro in maniera diretta o indiretta. Tutti fanno parte della loro logica, nessuno può dirsi immacolato. Tutti hanno un parente, un concittadino, un vicino di casa, tutti hanno fatto un lavoro per loro o hanno un amico che fa parte del Sistema. E allora magari nascere a Cardito, crescere a Secondigliano, andare a casa della propria fidanzata a Marianella, tutto sommato, diventa, nella coscienza nazionale, una sorta di colpa. Il retropensiero è: “Beh, però è normale che se vivi lì queste cose possano accadere”.
E invece non è così, non è naturale ed è un’aberrazione ragionare in questo modo. Lino Romano era una persona per bene. Era un lavoratore e veniva da una famiglia per bene. La maggior parte delle persone che vivono in questi territori sono persone per bene. Per bene potrà sembrare un’espressione superficiale, fin troppo semplice, ma non lo è. Per bene significa che si tratta di persone che lavorano duramente, che vivono con disciplina e soprattutto che resistono in territori dove è molto facile poter cedere a corruzioni e illegalità. Quindi per bene, lavorare per il bene, è l’espressione più appropriata per queste famiglie che si credono normali, ma che in realtà hanno una singolare tempra.
Che Paese è quello che non ha sentito il bisogno di andare in massa alla fiaccolata per Lino Romano? E il governo, perché non è andato ai funerali? Avrebbe dato un segnale fondamentale. In questi territori manca giustizia, istruzione, ordine pubblico, lavoro, impresa, l’ambiente è a pezzi: tutti i ministri avrebbero trovato cose da dire e, soprattutto, avrebbero avuto molto, moltissimo da ascoltare. Non si trattava di fare visita o di ricevere i genitori di Lino Romano, si trattava di essere lì presenti perché in quelle terre, dalla prima grande faida che ha fatto centinaia di morti, nulla è cambiato. Nelle piazze di spaccio si sparava otto anni fa, nelle stesse piazze di spaccio si torna a sparare ora. Clan Di Lauro contro “scissionisti” otto anni fa, “scissionisti” contro i “girati” alleati ai Di Lauro ora.
Quattro governi dalla prima faida a oggi e nessuno ha avviato alcun tipo di riflessione sul mercato delle droghe, sul narcotraffico, su come strapparlo ai cartelli criminali. Tutti si sono sottratti sino a ora anche ai dibattiti avviati in altri Paesi. L’Italia in questo è latitante. Al massimo c’è stata militarizzazione, che nulla ha risolto. Bisogna esserci, invece, su quel territorio che sembra totalmente abbandonato. La crisi sta regalando ai cartelli criminali l’intero mezzogiorno italiano e si affaccia sulla totalità del paese. E non si può demandare tutto solo al coraggio e alla creatività delle associazioni di volontari.
Ripeto: che Paese siamo diventati? Che Paese è un Paese che non riesce nemmeno più a esprimere indignazione collettiva? Qualche mese fa, giugno, era successo lo stesso. A Casoria, un barista pulisce la strada davanti al suo bar. C’è una sparatoria e un proiettile lo colpisce. L’intero paese scende in piazza per dire che Andrea Nollino era una brava persona, che non c’entrava nulla. Un intero paese di lavoratori, disoccupati, persone normali, persone umili scende in piazza. C’era “Libera”, l’associazione di Don Ciotti, ma non politici, nessuno che si assumesse la responsabilità di dire: “Mai più”. Così come c’era “Libera” a fianco della famiglia Romano.
Come per Andrea Nollino, ora per Lino Romano valgono le stesse considerazioni. Nulla di più forte contro la crisi, per arginarla, esiste che ridare fiducia a un territorio e a chi lo abita. Nulla di peggio può essere fatto in tempo di crisi che nutrire la sensazione, che diventa certezza, che tutto sia inutile o per dirla con Corrado Alvaro, che “vivere onestamente sia inutile”.
Mi sono trovato a scrivere queste parole molte volte. Quando hanno ucciso Attilio Romanò, quando hanno ucciso Dario Scherillo, quando hanno ucciso Andrea Nollino e adesso che hanno ucciso Lino Romano. Quei territori sono di nuovo in guerra, la faida è riesplosa e terribili possono essere le conseguenze. Flussi di coca, eroina, hashish si stanno riassestando e diffondendo come sempre da Scampia, ma ce ne accorgeremo quando i morti cadranno a decine, come la prima volta. È facile in Italia essere profetici quando dici cose che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno (o quasi) vuole vedere.
Dalla prima faida a oggi si sono inserite le associazioni di volontariato uniche a denunciare negli anni cosa stava ancora accadendo ma nulla di davvero nuovo è iniziato. Quindi che si inizi ad ascoltare chi in quelle zone ci lavora e ne conosce i problemi. Tutti, ma proprio tutti, parlano della necessità di ripartire dalla scuola; sarebbe importante capire cosa è stato realmente fatto, e con quali fondi. L’attuale sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria è stato il fondatore della Onlus “Maestri di strada”, chi più di lui in questo momento può fare da ponte tra la periferie di Napoli e questo governo in tema di istruzione?
Ma soprattutto, com’è possibile che a distanza di otto anni dalla faida in alcun modo si sia affrontato il discorso sul proibizionismo in materia di droghe? Scampia è il più grande mercato a cielo aperto del mondo occidentale. Camorra e ‘ndrangheta si spartiscono il bottino del narcotraffico divenendo interlocutrici dei più importanti cartelli sudamericani, ma nel corso di questi anni non è stato fatto nulla per affrontare il problema dello spaccio, sperando, cinicamente, che la pax tra cartelli continuasse. O pensando, ancora più cinicamente, davanti alle stragi: bene che si ammazzino tra loro.
Pensieri banali e qualunquisti. La pax mafiosa li rende più forti. E anche la guerra li rende più forti: per ogni morto di mafia se ne affilieranno altrettanti. Uno Stato che offre solo repressione favorisce, ignorandone le cause, situazioni che portano, come in questo caso, alla morte di un innocente. L’omicidio di Lino Romano ha degli esecutori materiali che devono esse trovati, processati e se ritenuti colpevoli condannati; ma il responsabile occulto di questo omicidio è una tirannica indifferenza sul sud e sul potere criminale. Il sud è il problema principale della nostra democrazia ma è anche la grande occasione e risorsa del nostro paese.
Gli uffici del Comune di Napoli dovrebbero essere spostati a Scampia. Le sedi attuali, eleganti, centrali, pompose, non rispecchiano più l’anima della città. Il cuore di Napoli ora è nelle sue periferie, è lì che la città pulsa e muore.
Anni fa uccisero un ragazzo innocente vicino Napoli. Portarono via il corpo, rimase il sangue a terra. Ricordo che un uomo, forse un prete, si inginocchiò dinanzi a quel sangue, mischiato alla segatura. Come a cercare di chiedere scusa a quella vita che voleva scorrere e che invece era stata costretta a seccarsi nei trucioli. Poi arrivò un’auto. Diede un colpo di clacson. L’uomo fu costretto ad alzarsi. L’auto parcheggiò lì, sul sangue. Tutto finito.
Yvan Sagnet arriva dal Camerun anche grazie alla passione per il calcio. Ma scopre il lato peggiore dell’Italia. La sua storia è diventata un libro che racconta la rivolta contro lo sfruttamento dei migranti nelle campagne pugliesi
di ROBERTO SAVIANO
QUESTA è una storia d’amore nata per caso tra un bambino e un Paese, la racconta Yvan Sagnet nel suo libro Ama il tuo sogno (Fandango). Il bambino è Yvan che nel 1990 aveva 5 anni e il Paese è l’Italia. È una storia d’amore che parte dal calcio. Yvan è nato Douala, in Camerun, nel 1985 e nel 1990, come molti bambini camerunensi, visse la cavalcata trionfale dei Leoni d’Africa nel mondiale, dalla prima partita con l’Argentina di Maradona fino ai quarti di finale contro l’Inghilterra. Napoli, domenica primo luglio. Ancora oggi chi c’era ricorda i tifosi del Camerun, coloratissimi, sportivi e con l’espressione di chi non poteva credere a ciò che stava accadendo.
Essere arrivati fino a lì aveva del miracoloso: il Camerun era la prima squadra africana a raggiungere i quarti di finale in Coppa del Mondo. E Napoli, dove si svolse la partita, tifò con loro sperando nel miracolo. La partita fu incredibile, con il Camerun in vantaggio per 2-1 fino a otto minuti dal termine dei tempi regolamentari. Poi il primo rigore all’Inghilterra, i supplementari, il secondo rigore e la sconfitta. A Yvan quella partita ha cambiato la vita. Il ricordo del rientro in patria della nazionale, che pur non avendo vinto il mondiale aveva ottenuto il rispetto di tutto il mondo, per Yvan significava una sola cosa: un nuovo sguardo sul suo paese, maggiore attenzione su un Camerun in crisi economica e politica. E questo nuovo sguardo era stato possibile proprio grazie al mondiale e al paese che lo aveva ospitato: l’Italia. A scuola il
programma di economia dei licei camerunensi prevedeva lo studio del sistema economico francese, ma lui decise per conto suo di specializzarsi sull’economia italiana.
Dal calcio all’economia. Yvan impara l’italiano e con un permesso di studio si iscrive all’università di Torino perché vuole diventare ingegnere. Finalmente può conoscere dal vivo il calcio italiano che ha amato da bambino. Tifa Juventus ma la prima partita dal vivo della sua vita la vede di spalle, come steward, allo stadio. Sono i primi di luglio del 2011 e i soldi della borsa di studio non bastano. Alcuni amici di Torino gli dicono che al Sud si può andare a lavorare per la raccolta del pomodoro perché serve manodopera. Così Yvan decide di trasferirsi nelle campagne salentine, a Nardò, dove sa di una masseria che accoglie i braccianti che fanno la stagione, togliendoli dalla strada, dove spesso dormono accampati sotto gli alberi, dentro case di cartone, senza acqua né corrente elettrica. Eppure anche alla Masseria Boncuri, nonostante l’impegno di tante associazioni di volontariato, la longa manus dei caporali detta le sue leggi.
Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d’opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando accade i braccianti diventano schiavi. Le condizioni di lavoro sono agghiaccianti: diciotto ore consecutive, di cui molte sotto il sole cocente. Chi sviene non è assistito e se vuole raggiungere l’ospedale deve pagare il trasporto ai caporali. Il guadagno è di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo ci vuole molto tempo, ore. Si lavora con questi ritmi anche durante il Ramadan, quando molti lavoratori di religione islamica non bevono e non mangiano. In Italia la disoccupazione è una piaga che sembra insanabile. Eppure questi ragazzi trovano lavoro, trovano un lavoro a condizioni inaccettabili per quasi la totalità dei disoccupati italiani. Si crede che i ragazzi africani siano abituati a una vita di disumanità, sporcizia, alloggi immondi e quindi questa attitudine alla suburra la sopportino in Italia perché medesima nel loro paese.
Nulla di più falso. Yvan scrive: “Mentre nel mio paese la dignità è sacra, a tutti livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro (in Italia, ndr) è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità”. Ma accade qualcosa che i caporali non hanno previsto. I braccianti in genere strappano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori cadono tutti. Ma quel giorno il caporale impone un altro metodo. Servono pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi devono essere presi e selezionati uno a uno. Si tratta di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significa raddoppiare la fatica. Il caporale impone tutto questo lavoro allo stesso prezzo: Yvan e gli altri braccianti non trovano alternative, si sollevano. È l’inizio della rivolta e Masseria Boncuri ne diventerà il simbolo con l’enorme striscione “Ingaggiami contro il lavoro nero”. Ma lo sciopero non è facile da gestire soprattutto perché è quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini; per altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese; altri capiscono solo la lingua araba. Eppure, nonostante le diversità, lo sciopero continua: tante culture e tante visioni della lotta hanno finito per essere non la debolezza ma la forza della protesta, che a un anno e mezzo da quella di Rosarno, è più organizzata e riesce a guadagnare un’eco nazionale. Gli italiani sembrano prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni sono costrette ad ammettere che il problema caporalato esiste.
La magistratura trova la forza per continuare le indagini già in corso, spesso protette da omertà e scarsa collaborazione, e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestano 16 persone – presunti caporali e imprenditori agricoli – nell’ambito dell’operazione “Sabr” che ha colpito un’organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. Ma la reazione alla rivolta, allo sciopero, al clamore mediatico, all’inchiesta della magistratura e agli arresti, non si fa attendere. Alessandro Leogrande (autore peraltro di un importante reportage Uomini e caporali sui desaparecidos polacchi nel triangolo del pomodoro vicino Foggia) nell’intervista finale che accompagna il libro di Yvan Sagnet, svela che c’è un piano per uccidere Yvan e lo hanno ordito alcuni caporali tunisini che ancora operano a Nardò. La vita del primo leader nero italiano è, oggi, seriamente in pericolo. Quello che sento di poter fare con queste righe è non lasciarlo solo. Senza il suo impegno, senza questo ragazzo africano e gli altri che hanno lottato con lui, non esisterebbe la legge contro il caporalato, eppure i caporali esistono al Sud da più di un secolo. La speranza del mezzogiorno italiano sta proprio in questa parte d’Africa che arrivata al Sud, trasforma il Sud e rimette in gioco interi territori, migliorandoli. Rischia la vita per una democrazia diversa, battaglia che molti italiani hanno rinunciato a combattere.








