Il caso Lazio è il risultato di un’assuefazione collettiva al peggio. La Regione ha dimostrato molta distrazione sull’ingerenza crescente dei gruppi criminali in ogni ambito economico. Polverini ha fallito anche in questo.
Tutto per un panino. 27 febbraio 2010, ultima data utile per la presentazione delle liste alle regionali del 28 e 29 marzo. A Roma e provincia la lista del Pdl doveva presentarla Alfredo Milioni che non riesce a consegnarla in tempo. Risibili le motivazioni: «Stavo a chiacchiera’ con delle persone», «ho approfittato per mangia’ qualcosa». Il famoso panino, appunto. Ultima versione: due esponenti dei Radicali gli avrebbero impedito l’ingresso con la forza. Le ricostruzioni ufficiose attribuirono, invece, il ritardo a contrasti dell’ultim’ora nel Pdl; del resto, come risulta dalle indagini sui tabulati telefonici, alla chiusura delle liste, Milioni risultava a sei chilometri da Piazzale Clodio. Ma subito, in piazza, colei che si sarebbe poi palesata come la pasionaria dello spreco pubblico tuonò: «In questo Paese la democrazia deve prevalere sulla burocrazia e sulla violenza». Che voleva dire Renata Polverini? Anche se non abbiamo rispettato i termini dobbiamo avere la possibilità di essere eletti lo stesso? La lista del Pdl non sarà ammessa, ma in commissione bilancio verrà poi concesso il vitalizio ai 14 assessori esterni – gli sfortunati della lista Pdl rimasta esclusa dal voto – proprio mentre si discuteva di tagliare gli assegni a vita dei consiglieri dalla legislatura successiva. Risarcimento dovuto…
SIN DALL’INIZIO di questa giunta si disse che era “composta da dilettanti”, definizione data da personalità della stessa parte politica. E ora, a distanza di quasi due anni, tutto ritorna disgustosamente macchiettistico. Le pazze spese di cui nessuno – non la Presidente né i consiglieri di opposizione – sapevano nulla. La tracotanza delle battute che siamo costretti a leggere e ad ascoltare. Franco Fiorito che ammette di aver comprato un Suv perché «ne aveva un tremendo bisogno». Che la Smart acquistata poco tempo prima si era rivelata «troppo piccola per me, non riesco a entrarci: così l’ho lasciata a disposizione dei colleghi». E i due viaggi sempre a spese del Pdl perché la campagna elettorale lo aveva lasciato «spossato e depresso. Avevo bisogno di una vacanzona». E Polverini si concede un’attenuante rispetto a chi l’ha preceduta: uno scandalo sessuale è motivo – quello sì! – di dimissioni, non la sottrazione di denaro pubblico. E dal Pd giurerebbero che tra ostriche e manifesti l’abisso è notevole. Magari lo è, ma 740 mila euro per 800 mila manifesti sembra uno sproposito per chiunque abbia visto lo scempio che l’affissione abusiva crea nella capitale. E poi la confessione non richiesta, quella di non aver rifiutato – in un momento di crisi nera come questo – l’aumento del 40 per cento dei fondi destinati ai gruppi. Sì, perché sotto le due voci “corretto funzionamento dei gruppi” e “rapporto tra elettore ed eletto” in due anni e mezzo i consiglieri della Pisana si sono visti consegnare – chiedendoli, senza farsi domande o rifiutarli – 30 milioni di denaro pubblico. E quando i soldi arrivano nella disponibilità dei partiti, vengono percepiti come privati e non da spendere nell’interesse della comunità. Che poi si stampino manifesti o si paghino cene a base di ostriche, per noi poco cambia.
TUTTO QUESTO è sconfortante perché è il risultato di una collettiva assuefazione al peggio. La questione sembra strettamente politica e qualunque ulteriore richiesta a questi politici diversa dal “per favore, non rubate”, appare fuori luogo. Eppure la Regione Lazio ha dimostrato molta distrazione circa la presenza di capitali mafiosi, dal riciclaggio all’ingerenza sempre più costante in ogni ambito economico di gruppi criminali. Le indagini sono molte e credo sia superfluo domandarsi perché i nostri rappresentanti non si sentano in dovere di dare risposte. La verità è che lo fanno solo – e nemmeno sempre – quando messi alle corde, o coinvolti in scandali giudiziari, o accusati di essere contigui a organizzazioni mafiose. Il mandato Polverini era iniziato sotto i peggiori auspici e ha fallito anche in quest’ambito. La Regione non solo spreca danaro, ma si trova a essere una regione ad altissima presenza di capitale mafioso. Tutto nel silenzio più totale. Mentre noi assistiamo a una guerra di tutti contro tutti, all’ultimo sangue.
L’anno scorso, nel momento più caldo della protesta anti Wall Street, fu invitato a Zuccotti Park per parlare di mafia e crisi. Oggi l’autore di “Gomorra” è andato a vedere da vicino che cosa quel movimento è diventato. E scommette sul suo futuro: «L’unico possibile per la democrazia» di Roberto Saviano
Mark Bray, addetto stampa di Occupy Wall Street, ha le idee chiare sul movimento un anno dopo: «Il passaggio fondamentale è stato partire dal tentativo di attirare l’attenzione per approdare alla totale re-immaginazione dei metodi di resistenza». Un anno fa, il 17 settembre 2011, aveva inizio l’occupazione di Zuccotti Park: «Abbiamo in qualche modo contribuito a scuotere – dice Mark – la coscienza dell’America, riportando temi come ineguaglianza e ingiustizia economica nel dibattito nazionale. Persino dopo uno dei peggiori crimini finanziari della nostra storia, le persone si mostravano incapaci di affrontare questi problemi seriamente, rassegnate al fatto che i banchieri non fossero ritenuti responsabili delle proprie azioni. Ma dopo OWS molto è cambiato su ciò che è politicamente accettabile e su ciò che si può fare per affrontare problemi che sembravano troppo grandi non solo per essere risolti, ma addirittura per essere affrontati».
Il movimento, partendo da Wall Street, dice alla finanza che le sue regole non sono regole universali, immutabili. Non chiede l’eliminazione del capitalismo, la distruzione della proprietà privata, dei mezzi di produzione. È un’officina di riflessioni il movimento OWS, non da uniche risposte. Pone riflessioni si interroga molto e di volta in volta arriva a delle analisi e le comunica. La finanza è parte della vita privata delle persone è il primo e forte messaggio che è passato a milioni di persone. La finanza può cambiare, deve cambiare, e questo cambiamento può essere determinato non solo da esigenze di mercato, ma anche dalle singole volontà che esprimono disagio, desideri, ambizioni. «Inizialmente, agivamo per ricevere attenzione. Una volta ottenuta attenzione, nell’autunno del 2011, abbiamo iniziato a ottimizzare i risultati. Quando la copertura mediatica che nei primi due mesi era stata alta e costante iniziò a diminuire, pensammo a delle campagne per fare resistenza. Un tema centrale ci era sembrato quello dei debiti degli studenti. Altri gruppi hanno lavorato con gli inquilini che scioperavano contro gli affitti a Sunset Park, a Brooklyn: la resistenza contro i pignoramenti insieme a “Occupy Our Homes” è diventata un punto centrale e molti pignoramenti sono stati fermati, in tutto il Paese. L’idea era ed è provare a usare parte di questo slancio per migliorare le vite degli individui. È un obiettivo difficile ma stiamo facendo i primi passi».
Il 17 settembre Occupy Wall Street ha compiuto un anno. Cos’è accaduto al movimento? Cos’è rimasto oggi di OWS? Il movimento era nato come reazione alla crisi economica esplosa nel 2008 e si basava sull’assunto che l’1% della popolazione statunitense possedesse le ricchezze che avrebbero dovuto essere invece distribuite al restante 99%. Il motto era «Noi siamo il 99%» e il dato più significativo, ciò che è veramente rimasto di OWS, è che questo 99% era composto da una miriade di persone talmente diverse tra loro che mai si sarebbe immaginato potessero manifestare insieme, tralasciando le diversità, nella consapevolezza di essere parte di quel 99% che doveva far sentire le proprie ragioni. La scintilla fu il diverso trattamento riservato ai debiti delle grandi finanziarie rispetto a quelli dei cittadini che chiedevano lavoro, un’equa distribuzione della ricchezza, riforme bancarie e la diminuzione dell’influenza delle aziende sulla politica. Questo era l’obiettivo che accomunava i manifestanti, non il colore della pelle, non la fede politica (alcuni erano liberali, altri indipendenti, altri anarchici, socialisti, libertari, ambientalisti, alcuni democratici, qualcuno anche repubblicano), né la fede religiosa (c’erano musulmani, ebrei e cristiani), né l’età (la base era formata da ventenni, ma tanti erano più vecchi). Tra loro molti studenti e molti disoccupati, ma la maggior parte aveva un lavoro: insegnanti, consulenti finanziari insoddisfatti, infermieri. Quando mi hanno invitato a Zuccotti Park, mi ha sorpreso la capacità di tenere insieme, di far convivere, questa molteplicità. Non c’era una sola visione del mondo condivisa, ma potevi scorgere il punto di contatto di diverse visioni del mondo.
Il movimento promuoveva una protesta pacifica, faceva della non violenza l’istanza cardine per poter manifestare in strada, per poter legittimamente avanzare pretese, per poter sperare di essere ascoltato e attirare attenzione e consenso di chi da casa, in televisione o attraverso i social network, osservava e seguiva cosa stava accadendo a New York. La consapevolezza era che l’uso della violenza poteva solo essere controproducente per la causa: «Non siate violenti o eccessivamente aggressivi. Qualsiasi accenno di violenza sarebbe una scusa per bloccare la protesta e arrestare tutti. Stiamo usando la tattica della Primavera Araba per raggiungere i nostri obiettivi e incoraggiare l’uso della non-violenza per garantire la sicurezza di tutti i partecipanti». E dai 12 consigli su come manifestare, postati sul sito di OWS da un dimostrante egiziano il 12 ottobre 2011, si è passati a corsi di addestramento in comunicazione non-violenta, che regolarmente si tenevano a Zuccotti Park.
Il risultato furono empatia e consenso. Ispirati dal movimento di New York, manifestazioni simili, sotto il nome di “Movimento Occupy” si sono tenute in altre 70 metropoli e più di 600 comunità negli Usa e sabato 15 ottobre 2011 sono state organizzate manifestazioni in 900 città in tutto il mondo (tra cui Oakland, Sydney, Hong Kong, Taipei, Tokyo, San Paolo, Parigi, Madrid, Berlino, Amburgo, Lipsia e Roma). A due mesi dalla nascita del movimento, sul sito “Occupy Together” che raccoglieva tutti i movimenti Occupy si contavano 2.604 comunità di manifestanti (in continua crescita) e tutte si stavano organizzando per una grande manifestazione studentesca il 17 novembre 2011 per protestare contro l’aumento dei costi della formazione universitaria e la diminuzione della qualità dell’educazione.
Il 17 novembre, il “Day of Action” avrebbe dovuto essere il giorno della resa di conti, il momento in cui gli occupanti finalmente avrebbero bloccato Wall Street. La protesta da New York arrivò a Los Angeles e Portland ma le forze dell’ordine questa volta, allertate dall’organizzazione che da giorni ferveva sul web, si mostrarono tutt’altro che impreparate. Zuccotti Park era stato sgomberato due giorni prima e si faceva attenzione a non occuparla di nuovo per evitare nuovi scontri inutili con la polizia che avrebbero distratto forze dall’obiettivo principale. Quindi niente più tende, niente più coperte, niente più cucina che forniva pasti gratuiti, niente più punti informazione, bidoni per la spazzatura differenziata, biblioteca, niente più punto “oggetti smarriti”, centro di primo soccorso, punto di igiene per l’organizzazione delle pulizie, niente più media center dove era possibile usare il proprio laptop e attaccarsi a una presa di corrente. C’era solo l’obiettivo di fermare Wall Street, che però subito fallì. Si passò allora a una sorta di piano B: occupare il ponte di Brooklyn, tentativo estremo di riprendersi simbolicamente il ponte dove un mese prima erano state arrestate 700 persone e mandare in tilt il traffico di New York. Ma anche qui la polizia era già pronta a respingere l’occupazione, e benché non fosse dubbia la natura pacifica della manifestazione – la foto dell’ottantaduenne di Seattle col volto ustionato dal gas urticante diceva molto sul grado di empatia che le persone di ogni età provavano verso il movimento – gli arresti tra i manifestanti non si contavano. E nemmeno si contavano quelli tra i giornalisti.
Cominciarono così gli scontri, e il movimento rispose con quell’“occupazione mobile” che diventò immediatamente la nuova parola d’ordine: a due mesi dal primo giorno di occupazione, era Occupy caos. Ma Ows è sopravvissuto all’uragano. E la forza in gran parte risiede in questo: il movimento ha rinunciato a leader e portavoce, che inevitabilmente diventerebbero leader. Il leader presto o tardi viene smontato, usurato, fatto a pezzi. E cadendo lui, cade l’intero movimento. Ma qui tutto è diverso. Non possono esserci leader perché non c’è un’unica posizione. Il movimento parla con le istanze particolari che produce, ne è simbolo la modalità con cui ha risolto, durante gli interventi pubblici, un problema tecnico fondamentale, che avrebbe potuto bloccare tutto sin dall’inizio. Nella città di New York per il suono amplificato, inclusi i megafoni, è necessario un permesso e Occupy Wall Street non era una manifestazione autorizzata. I contestatori trovarono un loro personalissimo mezzo di comunicazione: il “microfono umano”. In pratica la persona che stava tenendo un discorso faceva pause frequenti, nelle quali le sue parole venivano ripetute all’unisono dal pubblico in modo che tutti potessero sentire. Le tue parole diventavano le parole di tutti e questo produceva un incredibile effetto aggregante per la folla. Questo faceva sì che chiunque partecipasse al microfono umano si sentisse in qualche modo coautore del messaggio che stava, con la sua voce, contribuendo ad amplificare e diffondere.
Ricordo che sabato 19 novembre a mezzogiorno fui accolto a Zuccotti Park e le mie parole, il mio racconto di come le mafie stanno traendo vantaggio da questa crisi economica si è diffuso sulle labbra di decine e decine di persone. In quel momento mi sono sentito parte di una moltitudine. Una moltitudine che mi aveva chiesto di parlare di mafie come declinazione della finanza, come cancro da affrontare urgentemente, non come un problema di periferie difficili, di margini fastidiosi, di mobster invadenti. Mafie come finanzia in grado di mutare il codice genetico delle democrazie, come stanno facendo banche, agenzie di rating, corruzione.
Lì a Zuccotti Park, senza voler fare facili semplificazioni, ho avvertito la democrazia funzionare, ho sentito che chiunque abbia qualcosa da dire che risulti interessante può farlo, qualunque sia la sua religione, il suo lavoro, il suo stipendio, il suo orientamento politico, il colore della sua pelle. Ecco, quella mattina, in piedi su una panchina, a migliaia di chilometri dal mio Paese, circondato da poliziotti e volti sconosciuti, mentre parlavo una lingua che non è la mia, mentre mi coprivo da un freddo invernale cui non ero abituato, mi sono sentito davvero a casa. E se l’anno scorso, a parte qualche eccezione, l’appoggio della politica al movimento fu unanime, il movimento non si sente rappresentato dalle forze politiche e sulle presidenziali è molto critico. Mark dice: «La nostra posizione è che sia il Partito Democratico sia il Partito Repubblicano abbiano sentimenti di gratitudine verso banche e corporazioni, e che la democrazia non ha senso in questa società stratificata. Ciascuno di noi voterà o non voterà per chi vuole, ma insieme siamo un movimento sociale indipendente che prende le distanze dalla politica elettorale». Occupy quindi non rientra nel dibattito elettorale, si tiene fuori non dando orientamento. Vuole sensibilizzare, far comprendere le dinamiche.
I ragazzi di Occupy sapevano benissimo sin dall’inizio come funziona la sintassi dei media. La sfida, infatti, non era far accendere i riflettori ma mantenerli accesi. Il percorso è sempre identico: la notizia viene data, la protesta viene seguita con decine di servizi e di interviste da centinaia di telegiornali in tutto il mondo. Poi c’è la fase successiva, in cui a fare notizia è qualunque elemento negativo sulla protesta, episodi di violenza, arresti, defezioni, critiche interne. Mark, che da organizzatore e ufficio stampa del Movimento Occupy ha vissuto queste dinamiche dall’interno, lo dice chiaramente: «La durata del ciclo di notizie per tv e social media è di 24 ore, non è quindi una sorpresa che dopo diversi mesi di interesse costante, entrando nel 2012 la copertura sia calata. La durata dell’attenzione dei media è molto corta. Hanno iniziato a chiederci se OWS avesse ottenuto qualcosa quando ancora non era trascorso un mese dall’inizio delle nostre attività. Sono così abituati a pensare in termini di elezioni e di sondaggi d’opinione immediati che sono incapaci di paragonare il nostro movimento ad altri che spesso hanno impiegato decenni prima di avere consenso pubblico e copertura mediatica». Tuttavia, l’interesse dei media si sta riaccendendo con il primo anniversario.
Chiedo a Mark in maniera secca come veda il futuro di Occupy. «All’inizio l’obiettivo era far circolare un messaggio semplice, ovvero che ci trovavamo in una situazione di crisi. Un bambino su cinque negli Stati Uniti vive in povertà, migliaia di persone vengono sfrattate dalle loro case come conseguenza dei crimini finanziari dei banchieri, l’ambiente è sull’orlo del disastro e stiamo buttando milioni di dollari nell’acqua. È stato un campanello d’allarme che è risuonato per tutto il Paese e oltre i suoi confini. Ottenuta l’attenzione della società civile, abbiamo cercato di spiegare che non possiamo risolvere nessuno di questi problemi se non affrontando prima la relazione che esiste tra economia e politica. Ora dobbiamo organizzare le nostre comunità. Abbiamo ribaltato l’ordine consueto dell’azione politica ottenendo enorme visibilità senza esserci organizzati nel modo che di solito precede questa attenzione. Ora dobbiamo fare qualche passo indietro e creare connessioni concrete sul territorio, in modo che sempre più persone possano passare dal consenso astratto al nostro messaggio a essere parte attiva del movimento del 99%. Quali forme questa organizzazione prenderà resta da vedere, ma per me è l’unico cammino che possiamo intraprendere per proporre una visione condivisa d’una società giusta».
Può suonare romantico, eppure credo profondamente che la strada di Occupy se non porterà alla costruzione di un nuovo mondo, potrà sicuramente trovare tracce secanti di mondi che di volta in volta si uniscono per prendere coscienza e trovare soluzioni a problemi comuni. Credo che questa sia la strada nuova, l’unica che la democrazia può intraprendere per non implodere.
Il giudizio sulla primavera araba e su Occupy Wall Street sembra negativo: le proteste non hanno scalfito gli assetti di potere nel mondo. Ma attraverso i social network la parola ha creato alleanze e condivisioni prima impossibili. Di Roberto Saviano
Mohamed Bouazizi, un ragazzo tunisino di 27 anni, tutti i giorni all’alba va a caricare il suo carretto di frutta e verdura al mercato all’ingrosso e poi lo trascina a mano per due chilometri sino al suk di Sidi Bouzid, villaggio a 260 chilometri da Tunisi. Un lavoro faticoso che fa da quando aveva dieci anni, dalla morte di suo padre, da quando è stato costretto a lasciare gli studi per sfamare una famiglia di sette persone. Con il magro guadagno di 110 euro al mese Mohamed sostiene la famiglia, paga la retta universitaria di una delle due sorelle e accarezza il sogno di comprare un camioncino con cui poter incrementare il proprio lavoro. Spesso la Polizia gli confisca le bilance e la frutta con vari pretesti. La scusa ufficiale è che, come tanti altri, è privo di licenza per la vendita, ma oltre a confiscargli la merce, lo insulta perché il suo è un lavoro umile, che non vale niente. Per riottenere la merce deve pagare una tangente alla Polizia, sempre. Questo fino al 17 dicembre 2010.
Dopo l’ennesima umiliazione, l’ennesimo pestaggio della polizia e l’ennesima tangente pagata, Mohamed va prima in ospedale a farsi medicare e poi decide di sporgere denuncia. Nessuno lo riceve, così in lui si spegne ogni speranza di giustizia. Prende allora una tanica di benzina e si dà fuoco davanti al Municipio, dove poco prima nessuno gli aveva prestato ascolto. Resta immobile, mentre il suo corpo brucia e quando la gente accorre è troppo tardi per salvarlo. Viene portato in ospedale e bendato come una mummia.
IL GIORNO DOPO BEN ALI, il dittatore tunisino, gli fa visita per calmare gli animi, ma le immagini andate in onda non fanno che aumentare la rabbia. Mohamed morirà dopo 19 giorni di agonia, il 4 gennaio 2011. Ai suoi funerali parteciperanno 5 mila ragazzi, nonostante il clima teso in un Paese poco abituato alle manifestazioni di dissenso. Le fiamme che hanno cosparso il corpo di Mohamed si sono propagate dappertutto dando vita a una rivolta spontanea in Tunisia. E’ l’inizio della Rivoluzione dei Gelsomini. Il primo Paese a esserne contagiato è l’Egitto di Mubarak, poi Libia, Maghreb, Algeria, Yemen, Giordania e Bahrein. In Siria le violenze sono all’ordine del giorno.
Perché ho ricordato la storia di Mohamed? Perché parlo oggi di primavera araba? Perché proprio ora che sappiamo quanto le speranze degli inizi spesso siano state tradite? Perché lo scorso 17 settembre è stato il primo anniversario del movimento Occupy Wall Street, un momento di riflessione per interrogarsi sugli esiti dei movimenti pacifici degli ultimi due anni. Il giudizio sembra essere negativo: per molti la primavera araba ha lasciato il posto al più rigido degli inverni e le proteste occidentali non hanno scalfito il sistema capitalistico. Ma se il corpo di Mohamed in Tunisia, quelli di Khaled Mohamed Said e di Sayed Bilal in Egitto, il filmato della morte in diretta di Nabbous detto “Mo” in Libia, ovvero i simboli della primavera araba sui social network, sono così diversi dalla ballerina sul toro di Occupy Wall Street, queste esperienze hanno in comune molto più di quanto non appaia. E a loro siamo debitori di un lascito intangibile.
LE PROTESTE RACCONTATE attraverso YouTube, Facebook e Twitter nascono e si diffondono libere da ideologie e senza partiti. Alla Rivoluzione dei Gelsomini, a piazza Tahrir, a Zuccotti Park non possiamo chiedere conto di cosa effettivamente abbiano cambiato nell’assetto del mondo, se non comprendiamo che hanno cambiato qualcosa che viene prima dei risultati: hanno dimostrato che si può protestare pacificamente e che la protesta si può diffondere anche dove non esiste una stampa libera. Non è possibile interpretare questi movimenti appiattendoli su quelli che abbiamo vissuto in passato, perché hanno utilizzato canali di propagazione disponibili solo ora e non prima di ora, e lo hanno fatto attraverso lo strumento più antico del mondo: la parola. La parola ha creato alleanze tra esseri umani.
Ciò che ha unito New York a Tripoli, al Cairo, a Tel Aviv, a Madrid è che questa generazione, che vive realtà molto diverse nei diversi angoli del mondo, ha trovato la forza di abbandonare le diversità per obiettivi comuni. Musulmani, cristiani ed ebrei scendono in piazza, manifestano insieme. Ma non è la piazza che si ribella all’oppressione: è condivisione.
Negozi che chiudono. Centri storici deserti. Serate di coprifuoco. Mentre aprono nuove sale giochi. Basta andare su Facebook per scoprire una realtà diversa da quella che racconta la tv.
Di Roberto Saviano.
Volevo capire. Oltre un milione e 600 mila persone che mi seguono sulla pagina Facebook e quasi 250 mila sulla neonata pagina Twitter: volevo capire se questa immensa comunità che commenta riflette discute, avrebbe potuto costruire un bacino per raccontare in forma diretta come la crisi sta cambiando le mappe delle città. I negozi che a centinaia muoiono, i locali che si svuotano, la sera che diventa per molti centri cittadini coprifuoco. L’esperimento è stato incredibile nella sua semplicità. Migliaia di risposte in pochissimo tempo, con racconti in prima persona, senza mediazioni. La crisi ci viene spiegata dai tg e dai giornali, eppure le persone sentono quelle descrizioni distanti. Ce la raccontano i talk show che necessariamente devono far ruotare tutto attorno a un evento che certo suscita empatia, ma che spesso è troppo eccezionale per poter essere condiviso: un suicidio, l’assedio di un ufficio dell’Agenzia delle Entrate di un disperato, operai che protestano sulle gru.
MI INTERESSAVA la percezione individuale, la verità che si sente nello stomaco. Volevo utilizzare Facebook e Twitter come spazi di condivisione e di scambio e anche se dovessero mostrare verità troppo individuali, smentite dai dati, sarebbero verità necessarie che meritano lettura e ascolto. A quanto pare la geografia urbana, negli ultimi mesi, risulta completamente mutata. Pressoché ovunque chiudono attività e difficilmente al loro posto ne aprono di nuove. I centri storici restano deserti e si riempiono i centri commerciali.
Da Secondigliano a Genova, da Avezzano a Bergamo la sensazione è che le città siano meno sicure perché le persone hanno smesso di frequentarle di sera, di stare per strada. Troppi i luoghi totalmente abbandonati. Pasquale scrive che a Casavatore «il coprifuoco è anticipato» e Patrizia che a Genova, «quando chiudono negozi e bar, tutto diventa buio, deserto». Poi c’è chi scrive che questa crisi ha totalmente compromesso l’umore e l’ottimismo. Che “si potrebbe anche vivere con qualche euro in meno, ma quello che non si può fare è vivere senza sorridere”. I pochi soldi che restano dalle spese quotidiane non si pensa più di investirli. E così spuntano “sale giochi, solarium, centri di scommesse, distributori automatici di alcol”.
SI HA LA SENSAZIONE che la vita, con quel poco che ti offre, vada vissuta ora, goduta subito. Se i ristoranti li si vede pieni, se le spiagge sono affollate, non è perché gli italiani fingono una crisi che non c’è, ma perché si preferisce in fin dei conti portare i figli al mare dal momento che una casa e un mutuo non ce li si può più permettere. E se Marina scrive che «in Sicilia la disoccupazione è entrata a far parte del nostro Dna, la si accetta come una malattia rara, non curabile» e Daniele che questa crisi non ha portato «in provincia di Cagliari nulla di diverso, stesse difficoltà con l’aggravante dell’insularità», alcuni fanno notare come nelle regioni in cui la crisi la si affronta da decenni, l’umore sia generalmente migliore, più alto rispetto alle “grandi aree urbane del Nord, dove troppe serrande si sono abbassate per non rialzarsi mai più”.
E poi, anche se minoritaria, c’è la caccia al cinese “che compra negozi in fallimento”, all’extracomunitario “che sulla spiaggia vende merce e non fa gli scontrini”: i migranti in Italia trovano forse le peggiori leggi per l’immigrazione d’Europa, attenzione quindi a non trasformare il momento difficile in una guerra di poveri contro disperati. C’è chi teme poi che la crisi rappresenti un’opportunità per chi dispone di grossi capitali da investire – organizzazioni criminali – e chi pur non disponendo di grossi capitali sa, perché la storia ce lo insegna, che ad avere spirito d’iniziativa la crisi può essere un’opportunità per molti. Ma questo è un discorso difficile da fare in un’Italia piegata, che non vede prospettive. Giulia ha ventitré anni e come molti ha dovuto lasciare la sua città, eppure ha voglia di raccontare i lati positivi della crisi «sembra un ossimoro» scrive, «eppure dai momenti grigi a volte siamo in grado di tirar fuori le cose migliori, perché sottoposti a pressanti e urgenti stimoli». E Teresa: «La crisi e la successiva chiusura dell’azienda ci ha portati a Istanbul… che meravigliosa sorpresa!».
L’autore di Gomorra racconta l’anticipazione del New Yorker dal libro che uscirà il 18 settembre. È la storia degli interminabili anni “da clandestino” dopo la condanna a morte di Khomeini per i Versi satanici
di ROBERTO SAVIANO
SCRIVERE un libro ti cambia per sempre la vita. Il racconto di Salman Rushdie, a più di vent’anni dalla fatwa, la condanna a morte che Khomeini decretò pubblicamente, è drammatico e incantevole. Come le pagine che si avvicinano al capolavoro sanno essere. E’ il tema del suo prossimo libro, e il New Yorker ne ha anticipato un brano.
Pagine che dovrebbero essere lette soprattutto da chi in questi anni con enorme facilità ha descritto la sua condanna come un escamotage mediatico utile a vendere libri, o ha contribuito a metterla in dubbio con frasi del tipo “Rushdie è presente a tutti i party”, o ancora “è sotto scorta ma è un grande amante della vita e delle donne” e banalità del genere ripetute come litania.
Così, quella che ti trovi a vivere è una doppia condanna. Da un lato scappi da chi ti ha condannato a morte e cerchi comunque di continuare a vivere, dall’altro sarai inviso a una parte della società che trova disdicevole che un perseguitato possa avere una vita pubblica e privata. Ma in fondo sai che la tua vera colpa è essere ancora vivo. La persecuzione non porta mai con sé vera solidarietà. Ti aspetti un sostegno che non arriva nemmeno dalle persone più vicine, che cominciano a sentirsi inadeguate, non all’altezza della situazione. O, peggio ancora, alla lunga finiscono per farti sentire in colpa “per avergli rovinato la vita”, “per dover litigare con i tuoi detrattori per difenderti”.
Le pagine pubblicate sul New Yorker, titolate “Lo scomparso” (mentre il libro che uscirà in contemporanea mondiale il 18 settembre si chiama Joseph Anton, in Italia da Mondadori, ndr), raccontano dell’impatto di Salman Rushdie con la notizia della fatwa e dei suoi primi passi nella vita da scortato. Una vita nuova, in cui tutto cambia: casa, nome (Joseph Anton è appunto la nuova identità da lui assunta su richiesta della polizia), stile di vita, abitudini, rapporti, tutto. Da quel momento “smette di essere Salman, anche per gli amici, e diventa Rushdie”. E a suggellare questa distanza, nel libro, lui stesso utilizza la terza persona per parlare di sé.
Una terza persona che scava un solco profondo tra il Salman che è ora e il Salman di quei primi terribili momenti. Rushdie ricorda che a dargli la notizia fu una giornalista della Bbc che lo chiamò a casa prima ancora della polizia. È così, quando sei un personaggio pubblico c’è sempre un giornalista che viene a sapere cose che ti riguardano prima di te. Alle telefonate dei giornalisti seguirono fiumi di accuse e critiche. Arrivarono a dirgli che il suo non era un libro, ma solo un insulto. Inutile far presente che se avesse voluto offendere – semplicemente offendere! – avrebbe potuto farlo “molto più in fretta di così”.
La verità era che il suo aveva smesso di essere un libro ed era diventato qualcos’altro. E nemmeno chi, animato dalle migliori intenzioni, aveva provato a difenderlo, riusciva più a farlo partendo da quanto aveva scritto, dalle sue stesse parole. Dei Versi satanici circolava ormai una versione alternativa, inesistente, che lo rendeva odioso a una parte e paladino della libertà d’espressione per l’altra. La notizia della fatwa arriva poi in un momento difficile della sua vita privata. Le cose con sua moglie non vanno bene, eppure lei decide di affrontare la condanna insieme a lui. In queste pagine, il perno del racconto è un pronome, quel “noi”" che Rushdie descrive come “un atto di coraggio”.
Quando si è vicini per amicizia o per amore a un condannato, “noi” è la parola più rara e coraggiosa che possa essere pronunciata. Perché significa accettare il peso e il rischio della situazione, non abbandonare, non puntate il dito su chi in questa situazione ti ha scaraventato tuo malgrado. Tutto questo nella consapevolezza che una condanna distrugge tutto, sentimenti legami desideri. Tutto e in poche ore. Una condanna a morte, che non solo porta con sé tutta la paura e il dolore che ci si può immaginare, ma è anche aggravata dal fatto di essere diffusa dai media.
Non la si può gestire come un elemento privato, tra le mura di casa, perché tutti sanno, tutti ne sono a conoscenza. E questo crea un cortocircuito insanabile: per quanto tu possa nasconderti sarai sempre visibile. La schizofrenia di essere visibilissimo, ma nascosto. Famoso, eppure nella la tua vita non puoi decidere più nulla in autonomia, neppure scegliere una casa. E la preoccupazione non è solo per te ma soprattutto per la tua famiglia, per loro ti senti responsabile. Il pensiero di Rushdie nelle prime ore dopo le minacce va subito a suo figlio Zafar di “9 anni e otto mesi” e da quel giorno ha cominciato a contare ogni istante non trascorso con lui, ogni compleanno non festeggiato insieme, ogni festa mancata.
Rushdie spiega quanto sia difficile dire a un bambino come mai suo padre non potrà mai più portarlo a un parco giochi, mai più accompagnarlo a scuola. Mai più Zafar potrà dire di essere figlio suo con tranquillità e con orgoglio, come quando si parla del proprio padre. Per tranquillizzarlo gli assicura che lo chiamerà tutti i giorni alle 19. E Salman lo fa, ogni sera, puntuale. Finché un giorno nessuno risponde al telefono all’ora concordata. Più passano i minuti, più la convinzione del banale ritardo viene scalfita dalla paura che il peggio sia capitato. Dopo un’ora e un quarto di telefonate a vuoto la polizia manda a controllare: gli uomini trovano la porta di casa spalancata e le luci accese.
Nei minuti che passano, davanti ai suoi occhi cominciano ad apparire le immagini di suo figlio e della sua prima moglie a terra, in una pozza di sangue, senza vita. Per fortuna si trattò solo di un terribile malinteso, un contrattempo, ma quegli attimi di terrore spiegano esattamente cosa terrorizzi davvero chiunque viva sotto minaccia di morte: che non potendo arrivare a te, arrivino ai tuoi familiari. Hai paura di non essere stato abbastanza attento a nasconderli, abbastanza bravo a dar loro una vita sicura, abbastanza responsabile da tenerli lontani dal dolore, da te.
E poi ci sono gli uomini della scorta, perfetti sconosciuti che da un momento all’altro diventano vicini come nessun altro. Persone lontane anni luce dalla sua vita fatta di libri, di lunghe ore seduto a scrivere, eppure così attenti ora a non invadere il suo mondo già abbastanza scombussolato e interessati non solo a proteggerlo fisicamente, ma anche a farlo sentire bene. A volte è capitato che i poliziotti, venendo meno alle rigide regole del protocollo, abbiano portato lui e Zafar a giocare a rugby o al luna park, concedendogli momenti di normalità che per chi vive sotto scorta diventano l’eccezione o, peggio ancora, sono impossibili. Momenti che speri un giorno riavrai, mentre sai che stai mentendo a te stesso.
Il giorno in cui fu messo sotto protezione, Rushdie disse a Zafar e alla ex moglie Clarissa quanto gli avevano detto gli uomini della sicurezza: “Sarà tutto finito nel giro di qualche giorno”. Inizia sempre così la vita di un minacciato di morte che finisce in regime di protezione: “solo qualche giorno”. Passarono anni e anni.
C’è uno scrittore di Ravenna che racconta le storie di persone per niente note, e di donne e uomini che vivono ogni giorno della loro vita come fosse l’ultimo. Si chiama Eugenio Baroncelli, grande virtuoso della biografia. Vi consiglio di leggerlo.
Di Roberto Saviano.
S i sa cosa capita a chi racconta la vita di un altro: che poi perde la sua”, scrive Eugenio Baroncelli, scrittore di Ravenna, biografo di mille vite. I suoi libri sono una delizia. Uso questo termine, sicuramente improprio, per rendere in sintesi il piacere di leggere ciò che scrive. Avere tra le mani un suo libro significa questo: toccarlo, aprirlo e leggere tutto, a partire dalla fine, dall’indice. Mi si chiederà cosa ci sia di così diverso da un qualsiasi libro si abbia tra le mani. Tutto rispondo. E se non tutto, molto.
A pagina 64 di “Libro di candele” scopri la biografia di David Loeb Goodis, eccentrico reietto, a pagina 59 quella di Diego Babini, piazzista perplesso. A pagina 34 Léon Foucault, l’uomo che invecchiò allo specchio. A pagina 231 di “Falene”, la vita di Procopio Aquila, intrepido codardo e alla pagina successiva quella di Eugenio Baroncelli, autore stufo di questo libro. Leggere Baroncelli è come leggere un quotidiano ben scritto, ricco di storie, anche di quelle che non restano, di quelle che durano un giorno e che poi nessuno ricorda più. Ti accorgi che la passione per la tassonomia viene solo dopo l’amore per la vita che è sublimata dal suo momento ultimo, quello più alto. Raccontare una biografia, raccontarne cento, farne una raccolta, ha senso solo perché tutte hanno in comune davvero un solo punto: la morte. Quindi la raccolta di vite espressa attraverso parole, altro non è che la massima celebrazione, senza utilizzare alcuna parola, di quanto rende tutti gli uomini uguali: ciò che non è più vita.
UNA MORTE CONSOLATORIA perché eterna, una morte giusta anche nel suo essere profondamente ineguale nei tempi e nei modi. Una morte che è l’esatto opposto di quella che la fantasia celebra, ovvero una fine annunciata, quando le membra sono stanche e la mente ha voglia di riposo. No, la nostra morte è quanto di più lontano possa esserci da questa serenità. E’ terribile perché sempre inattesa, ma è esattamente questo genere di morte a rendere le storie che Eugenio Baroncelli ci racconta gustose da leggere. Il fatto che l’uomo viva ogni giorno come fosse l’ultimo e l’ultimo come se ce ne dovessero essere mille altri dopo. «Tutte le vite hanno una storia, ma poche vengono scritte» ha detto Per Olov Enquist, scrittore svedese. Ciò significa che può essere più interessante leggere le biografie di persone poco note, di personaggi sconosciuti che giorno dopo giorno sono spariti dalle cronache, quelle di personaggi che stanno nell’ombra, accanto ai Pancho Villa.
Ecco, io Baroncelli me lo immagino così, con la sua vita persa dietro quelle di molti, scegliendo di raccontare non le vite più avventurose o quelle finite tragicamente, ma quelle da cui è possibile isolare un dettaglio, uno solo attorno al quale ricostruire con poche parole, in poche righe una vita intera.
I SUOI TRE LIBRI di biografie – “Libro di candele: 276 vite in due o tre prose” (Sellerio 2008), “Mosche d’inverno: 271 morti in due o tre prose” (Sellerio 2010) e “Falene: 237 vite quasi perfette” (Sellerio 2012) – li porto in borsa da molto tempo. Da poggiare sui comodini dove mi capita di dormire. Leggo una biografia a notte e ogni volta ho l’impressione di aver conosciuto, davvero conosciuto, una persona diversa. Perché Baroncelli è un virtuoso della vita altrui. Perché divora migliaia di pagine per partorire una stilla di cristallo o una pietra dura. Osserva vite e ne riporta tracce altissime, talvolta infime o persino ordinarie. E così, leggendo le sue pagine ti sembra di essere parte di quell’umanità descritta, che riabilita tutte le vite, anche la tua, dalla quale ti diverti poi a isolare quel particolare che forse Baroncelli avrebbe usato per caratterizzarti.
L’Italia letteraria nasconde questi autori preziosi, figli di una tradizione spesso dimenticata, che scrivono per il piacere dei lettori. A leggerli ci si sente catapultati in un’altra epoca, quando ancora per conoscere la vita di Irma Brandeis, la donna che amò Eugenio Montale, non avevi Wikipedia. Baroncelli, come Dino Baldi, virtuoso delle biografie, autore di “Morti favolose degli antichi” (Quodlibet 2010), scandagliano l’umanità, la sintetizzano e riescono nell’impresa più complessa per il solitario mestiere di narrare: far sentire meno soli. Quelle biografie danno la sensazione di appartenere alla molteplicità umana. A tutto quel rumore e a quel silenzio condiviso cui sembra bello appartenere.
Le condizioni di vita dei detenuti e degli agenti di custodia sono ai limiti di ogni immaginabile umanità. Ma la questione viene ignorata da tutti. E viene il sospetto che creare una ‘discarica della democrazia’, in fondo, a qualcuno sia molto utile
Di Roberto Saviano
Che fare p er interrompere subito il crimine in corso?”, vorrebbe domandarmelo la parlamentare radicale eletta nelle liste del PD Rita Bernardini. E vorrebbe farlo mentre insieme a lei – è un invito che accetto volentieri – visitiamo una delle tante carceri italiane in cui le condizioni di vita dei detenuti e di lavoro del personale sono ai limiti di ogni immaginabile umanità. Cara Rita Bernardini ciò che scrive mi è noto, anzi, per quanto io possa forse essere inviso in alcuni penitenziari per le mie origini campane, per aver “tradito” scrivendo Gomorra la mia situazione di reclusione mi porta ad avere una certa empatia di fondo per chi la propria libertà l’ha persa e magari è ancora in attesa di un giudizio.
LA CONSAPEVOLEZZA che 66.500 detenuti e molta parte del personale penitenziario (ogni due mesi, in Italia, un agente di custodia si toglie la vita) vivano condizioni inumane, che il carcere non riesca a essere rieducazione e reinserimento ma solo privazione, punizione e tortura, mi porta, appena possibile, a dare voce alla nostra indignazione. Ho approfittato di qualunque spazio a mia disposizione. Ho parlato di carceri in recensioni, sui social network, in televisione e la reazione più comune è stata “Saviano, smetti di occuparti dei delinquenti, pensa alle persone per bene”. Scrivo di tossicodipendenza? Mi si risponde che farei meglio a parlare di disoccupazione che di drogati. Parlo di Laogai? Sbaglio, la Cina è lontana: dovrei pensare all’Italia. Mi permetto di dire che esiste una Israele che è anche altro rispetto alle politiche dei suoi governi? Che non è solo guerra, così come per venti lunghi anni l’Italia non è stata solo Berlusconi o mafie? Mi danno del sionista. Del tuttologo. “Parla di camorra, Saviano”. Ma la vita non è a compartimenti stagni. Non dovrebbero esistere temi di cui non ci si possa o debba occupare.
Allora una cosa l’ho capita. Una cosa semplice e dolorosamente vera nella sua semplicità. Una cosa che non deve scoraggiare, ma solo darci la dimensione del problema, che è molto più grave di quanto non appaia. In Italia necessitiamo di una discarica dove confinare tutto ciò che la nostra democrazia crede sia il peggio che abbia prodotto e da cui costantemente desidera distogliere l’attenzione: il carcere, per intenderci, ci è utile. In carcere mettiamo tutti i problemi che non vogliamo affrontare e risolvere. Mettiamo tutta la “spazzatura indifferenziata” (delinquenti comuni, assassini, tossicodipendenti, piccoli e grandi spacciatori, già condannati o in massima parte in attesa di giudizio) con la quale non vogliamo fare i conti. “Spazzatura” che se non trattata finirà per travolgerci. E io, da campano, di emergenze rifiuti incistate, trascurate, sfruttate, ne so abbastanza. Oggi la Campania è una terra che arde di rifiuti tossici, con falde acquifere e mare inquinati. Ci sono paesi dai quali le persone, pur amandoli, se possono fuggono per non ammalarsi. Ecco cosa sta diventando l’Italia, una terra dalla quale è meglio fuggire, una terra in cui l’unica occupazione del momento sembra essere quella di ridisegnare con ogni mezzo lo scenario elettorale, le alleanze o meglio le accozzaglie, con cui dovremo fare i conti da qui a qualche mese. Giornalisti e celebri giuristi, costantemente impegnati in questo, restano indifferenti al decesso del nostro sistema giudiziario, vero problema per noi che in Italia ci viviamo e per chi in Italia potrebbe decidere di investire.
LO SPERIMENTIAMO ogni giorno sulla nostra pelle e ancor più lo vivono sulla loro, le migliaia di detenuti e operatori carcerari abbandonati da tutti. Ma è evidente che i problemi non si vogliono risolti: le carceri rimarranno la cloaca che sono e senza informazione le persone continueranno a pensare e a dirmi che dovrei “piuttosto” occuparmi d’altro. La giustizia non si riformerà, perché è più utile così com’è, e all’occorrenza utilizzarla per ridisegnare gli orizzonti politici, sempre troppo angusti, del nostro Paese. Allora per una volta, questo lusso decido di prendermelo io e vi domando: ma perché non vi occupate “piuttosto” un po’ tutti di carceri? Per scoprire magari che risolvere il problema dei “rifiuti”, in fondo, potrebbe anche convenirvi.
La crisi è un business planetario per le mafie. I clan criminali entrano di prepotenza nelle banche Usa per riciclare milioni di dollari. In Grecia approfittano della corruzione e fanno affari coi carburanti. In spagna si infiltrano nel mercato immobiliare e puntano ai profitti colossali come il progetto Eurovegas. Un’economia sporca che si mimetizza nei santuari della grande finanza
di ROBERTO SAVIANO
I CAPITALI mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell’Occidente, per infiltrare in maniera capillare l’economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l’effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell’Ufficio Droga e Crimine dell’Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l’unico capitale d’investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.
Secondo le stime del Fmi tra gennaio 2007 e settembre 2009 le banche statunitensi ed europee persero più di 1 bilione di dollari in titoli tossici e prestiti inesigibili e più di 200 erogatori di mutui ipotecari andarono in bancarotta. Molti grandi istituti di credito fallirono, furono rilevati o commissionati dal governo. È possibile dunque individuare il momento esatto in cui le organizzazioni criminali italiane, russe, balcaniche, giapponesi, africane, indiane sono diventate determinanti per l’economia internazionale. Ciò è avvenuto nella seconda metà del 2008, quando la liquidità era diventata il problema principale del sistema bancario. Il sistema era praticamente
paralizzato a causa della riluttanza delle banche a concedere prestiti e solo le organizzazioni criminali sembravano avere enormi quantità di denaro contante da investire, da riciclare.
Una recente inchiesta di due economisti colombiani, Alejandro Gaviria e Daniel Mejiia dell’Università di Bogotà, ha rivelato che il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di Usa ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie. Stiamo parlando di centinaia di miliardi di dollari. Il riciclaggio avviene attraverso un sistema di pacchetti azionari, un meccanismo di scatole cinesi per cui i soldi contanti vengono trasformati in titoli elettronici, fatti passare da un Paese all’altro, e quando arrivano in un altro continente sono pressoché puliti e, soprattutto, irrintracciabili. Così i prestiti interbancari iniziarono a essere sistematicamente finanziati con i soldi provenienti dal traffico di droga e da altre attività illecite. Alcune banche si salvarono solo grazie a questi soldi. Gran parte dei 352 miliardi di dollari provenienti dal narcotraffico sono stati assorbiti dal sistema economico legale, perfettamente riciclati. Questo non dimostra soltanto che in tempo di crisi le difese immunitarie delle banche si abbassano pericolosamente, ma anche che in tempo di ripresa economica i capitali criminali determineranno le politiche finanziarie delle banche salve grazie ai capitali criminali. Questa dinamica spinge a interrogarsi sul peso che le organizzazioni criminali hanno sul sistema economico in tempo di crisi e a considerare necessario un maggiore controllo del settore bancario.
E se i soldi della droga sono così utili alle banche e ai Paesi che li riciclano, ciò aiuta a spiegare anche come mai la lotta alla droga in molti Paesi occidentali viene fatta “con il freno a mano”, soprattutto in momenti di crisi in cui la liquidità monetaria è vista come un’oasi nel deserto. Si prendono di mira solo la fase produttiva e le attività dei cartelli criminali, e si trascura la fase di riciclaggio dei proventi. In definitiva si combatte la microeconomia della droga, ma non la macroeconomia. Basti pensare che se in Colombia esistono misure altamente restrittive per impedire l’immissione nelle banche di ingenti quantità di denaro, negli Usa la legge sulla privacy e il segreto bancario permette la creazione di un fondo bancario senza conoscerne l’origine. Il sospetto, quindi, è che le istituzioni americane ed europee sappiano molto di più di quanto dicano e che attaccare i grandi gruppi finanziari non sia facile per i governi.
I capitali criminali stanno tornando nelle banche. In questo contesto, i momenti più critici sono stati la crisi finanziaria in Russia – le cui cause furono attribuite anche al dilagare della mafia russa – e quelle globali del 2003 e del 2007-2008. Il settore finanziario si ritrovò a corto di liquidità, così le banche si aprirono ai cartelli criminali che avevano soldi da investire. “Le banche negli Stati Uniti sono usate per accogliere grandi quantità di capitali illeciti occultati nei miliardi di dollari che vengono trasferiti tra banca e banca ogni giorno”, ha dichiarato il capo della Sezione Riciclaggio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jennifer Shasky Calvery, a febbraio 2012 durante una seduta al congresso sul crimine organizzato. New York e Londra sarebbero diventate le due più grandi lavanderie di denaro sporco del mondo. Non più i paradisi fiscali come le Cayman Islands, o la Isle of Man. Ma la City e Wall Street. Durante la crisi, le banche diventano più convenienti e soprattutto sicure per il riciclaggio. Quando si riunisce, il G20 dovrebbe farlo con la sola priorità di costruire nuove regole per far fronte all’economia criminale, forza assai più potente del terrorismo nello svuotare la democrazia ed erodere i diritti, compromettere i mercati, concedere apparenti
ricchezze.
La Grecia da molti anni vive un’aggressione criminale che l’Europa e i governi greci hanno sottovalutato. Questa aggressione è certamente uno degli elementi che hanno portato al disastro economico e alla fragilità delle istituzioni. L’Indice di Corruzione 2011 stilato da Transparency International vede la Grecia allo stesso livello della Colombia. La corruzione in Grecia è costata circa 860 milioni di euro nel 2009 e circa 590 nel 2010. Tra le istituzioni più corrotte del Paese ci sarebbero ospedali e uffici dell’erario. Questi dati dicono chiaramente che la Grecia è da decenni terra di investimento mafioso. Non è un caso che il più grande vertice della mafia russa degli ultimi anni si sarebbe tenuto a dicembre 2010 proprio in Grecia, in un ristorante di Salonicco. Vi avrebbero preso parte i rappresentanti di una sessantina di famiglie mafiose per porre fine a una guerra sanguinosa iniziata nel 2008 e che ha coinvolto anche la Grecia, dove nel maggio 2010 morì improvvisamente Lavrenty Chokladis, rappresentate per l’Europa del padrino 73enne Aslan Usoyan detto “Nonno Hassan”. Ora, a causa della crisi, i greci hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi: circa 50 miliardi di euro sono stati prelevati dalle banche greche dal 2009 al 2011. Venendo a mancare i canali di prestito ufficiali, sempre più persone ricorrono ai prestiti illegali, rivolgendosi agli strozzini.
Secondo alcuni dati, in Grecia, il mercato nero dei prestiti illegali avrebbe un giro d’affari di circa 5 miliardi di euro all’anno; secondo il governo, invece, sarebbe addirittura pari al doppio, cioè 10 miliardi. Attività che pare sia quadruplicata dall’inizio della crisi nel 2009. Di questa cifra, più della metà rimane nelle tasche degli usurai, che applicano tassi di interesse a partire dal 60% annuo. A gennaio a Salonicco (seconda città più grande della Grecia) è stata sgominata un’organizzazione criminale che prestava soldi a un tasso di interesse tra il 5 e il 15% a settimana. E per chi non pagava erano previste punizioni. Il gruppo era attivo a Salonicco da più di 15 anni ed era composto da 53 estorsori, tra cui due avvocati, un medico, un dipendente di una squadra di calcio. Il numero di vittime accertate è tra 1.500 e 2.000, per un guadagno totale di circa 1 miliardo di euro.
Nell’organizzazione spunta il nome di Marcos Karamberis, il proprietario di un ristorante che si era candidato come vice-governatore dell’Imathia, regione della Grecia settentrionale. Un ruolo di spicco era svolto dai fratelli Konstantinos e Marios Meletis, in passato accusati di traffico di droga. Tra i nomi degli accusati vi è anche quello di Dimitrios Lambakis, imprenditore di 54 anni, proprietario di una fabbrica per la produzione di pasta sfoglia a Halkidiki: secondo la polizia la fabbrica era stata rilavata dagli usurai perché il precedente proprietario non era riuscito a pagare i suoi debiti. Secondo fonti del Ministero delle Finanze greco, molte delle operazioni di usura in Grecia sono connesse alle bande del crimine organizzato dei Balcani e dell’Est Europa. Quando la Romania e la Bulgaria entrarono a far parte dell’Unione Europea nel 2007, le bande criminali guadagnarono un facile accesso alla Grecia. Le loro principali attività sono il traffico di donne e di eroina, l’usura è solo un affare secondario.
Ma il mercato nero che ha le cifre più incisive nel contrabbando greco è quello che riguarda il petrolio. Dal contrabbando di gasolio illegale si ricavano fino a 3 miliardi di euro all’anno (dati del
2008). Le leggi greche fissano il prezzo del gasolio per uso navale/ marittimo – l’industria navale è il fiore all’occhiello dell’economia greca – a un terzo rispetto al prezzo del gasolio per le automobili o per il riscaldamento domestico. Succede però che i trafficanti trasformino il combustibile navale economico in costoso combustibile per case e automobili. È una pratica che richiede un’ampia infrastruttura criminale, inclusi depositi illegali vicino ai porti e alle grandi città per stoccare il combustibile navale, che viene adulterato e rivenduto per altro uso. Si stima che il 20% della benzina venduta in Grecia venga dal mercato illegale: i benzinai, a quel che si dice, vendono una benzina che sarebbe un mix di carburante comprato legalmente e carburante acquistato sul mercato nero, cosa che permette ai rivenditori di guadagnare di più ed evitare le tasse. Inoltre la Grecia importa il 99% del suo carburante, eppure secondo le cifre ufficiali riuscirebbe a esportarne ai Paesi vicini più di quanto importa. Panos Kostakos, politologo greco, ricorda che “La Grecia è il luogo di nascita della democrazia, ma il guaio è che l’attuale sistema politico è una Mafiocrazia Parlamentare. Dovremmo sempre tenerlo a mente quando discutiamo questioni di legge, ordine e giustizia”.
La Grecia da molto tempo assieme alla Spagna è la porta delle rotte della cocaina in Europa. Nel dicembre 2011 un’indagine dell’antimafia di Milano ha portato all’arresto complessivamente di 11 persone al sequestro di 117 chili di cocaina, 48 di hashish e di vari automezzi utilizzati per un traffico illecito di droga dal Sudamerica in Italia attraverso la Grecia. Anche dietro la crisi spagnola ci sono anni di potere dei capitali criminali, di assenza di regole, di contrasto soltanto ai segmenti militari delle organizzazioni. Oggi la Spagna è colonizzata da gruppi criminali autoctoni (i galiziani, i baschi e gli andalusi) e da organizzazioni straniere (italiane, russe, colombiane e messicane). Storicamente è sempre stata un rifugio per i latitanti italiani, sebbene con l’entrata in vigore del mandato di cattura europeo le cose siano cambiate. Anche la legislazione antimafia spagnola è migliorata, ma il Paese continua a offrire grandi opportunità di riciclaggio, che con l’attuale crisi europea sono diventate ancora più grandi. Il boom immobiliare che la Spagna ha avuto dal 1997 al 2007 è sicuramente stato manna per queste organizzazioni, che hanno investito i loro guadagni sporchi nel mattone iberico.
Zakhar Kalashov e Taniel Oniani, arrestati rispettivamente nel 2006 e nel 2011, sono esponenti dell’organizzazione denominata “Ladri nella legge” attiva in Russia e Georgia; reinvestivano i ricavi dei loro traffici nel mercato immobiliare spagnolo. La Spagna poi è stata per tanti anni punto d’arrivo privilegiato in Europa per i trafficanti di cocaina: qui, seguendo la rotta atlantica, sbarcavano i carichi provenienti dalla Colombia, prima che le misure antimafia europee costringessero le organizzazioni a deviare il percorso verso l’Africa. Il boss del clan dei casalesi Nunzio De Falco risiedeva a Granada, dove ufficialmente gestiva un ristorante, ma in realtà trafficava droga. Gli “Spagnoli di Scampia” – come Raffaele Amato, arrestato a Marbella nel 2009 – stavano a Madrid, Barcellona e Costa del Sol e investivano nel mercato immobiliare e in finanziarie. Roberto Pannunzi e suo figlio Alessandro, broker del narcotraffico legati a varie ‘ndrine calabresi, utilizzavano la Spagna come base operativa per i loro traffici. Sebbene la “rotta africana” abbia modificato i percorsi della polvere bianca e la collocazione delle organizzazioni, la rotta atlantica non è stata abbandonata, si è solo ridimensionata. La Spagna, quindi, rappresenta ancora uno snodo fondamentale per il traffico di cocaina verso i Paesi europei. In una situazione del genere la proposta del magnate americano Sheldon Adelson di un investimento di 35 miliardi di dollari per Eurovegas, un complesso di casinò, attrazioni e strutture turistiche sulla scia di Las Vegas, da realizzarsi in Catalogna o vicino a Madrid, rischia di trasformare quei luoghi nel centro
di riciclaggio mafioso dell’Occidente.
Nel 2006 ci fu un’indagine della Banca Centrale di Spagna volta a spiegare l’incredibile quantità di banconote da 500 euro presenti sul territorio nazionale, soprannominate “Bin Laden” perché se ne parla tanto ma si vedono pochissimo, come accadeva per il capo talebano. Le banconote da 500 euro sono utilizzate molto di frequente dalle organizzazioni criminali perché occupano poco spazio per il trasporto e per lo stoccaggio: in una cassetta di sicurezza da 45 cm stanno fino a 10 milioni di euro in pezzi da 500. Nel 2010 le agenzie di cambio inglesi smisero di convertirla dopo aver scoperto che il 90% delle transazioni erano collegate a fenomeni criminali come narcotraffico o riciclaggio. Eppure, ancora nel 2011 le banconote da 500 euro rappresentavano il 71,4% del valore di tutte le banconote presenti in Spagna.
L’Italia, purtroppo, non fa eccezione. La mafia italiana ogni anno (rapporto SOS impresa) può contare su una liquidità di 65 miliardi con un utile di circa 25 miliardi superiore all’ultima manovra finanziaria italiana. Le organizzazioni mafiose incidono direttamente sul mondo dell’impresa per 100 miliardi, pari al 7% del Pil nazionale. Tutti soldi di cui Stato e cittadini onesti vengono privati, e che finiscono invece nelle tasche dei mafiosi. “Sconfiggeremo la mafia entro la fine della legislatura”, aveva dichiarato il Premier Berlusconi nel 2009. “In tre anni sconfiggeremo la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta”, aveva ribadito nel 2010. Una delle tante promesse non mantenute. Il Premier italiano Mario Monti ha dichiarato che l’Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa dell’evasione fiscale, che va combattuta con strumenti forti: con strumenti anche più forti va combattuto il sommerso creato dalle mafie, che uccide l’economia pulita. Le mafie sono ormai organizzazioni internazionali, globalizzate, agiscono ovunque.
Parlano diverse lingue, stringono alleanze con gruppi oltreoceano, lavorano in joint-venture e fanno investimenti come qualsiasi multinazionale legale: non si può rispondere a colossi multinazionali con provvedimenti locali. Bisogna che ogni Paese faccia la propria parte, perché nessuno è immune. Bisogna colpire i capitali, il loro motore economico, che troppo spesso rimane illeso, perché più difficile da tracciare, e perché, come abbiamo visto, è un capitale che fa gola a tanti in momenti di crisi, alle banche prime fra tutti.
By ROBERTO SAVIANO

A man hung fake notes during a protest in front of an HSBC branch in Mexico City last month. Ph. © Alfredo Estrella/Agence France-Presse — Getty Images
Rome
THE global financial crisis has been a blessing for organized crime. A series of recent scandals have exposed the connection between some of the biggest global banks and the seamy underworld of mobsters, smugglers, drug traffickers and arms dealers. American banks have profited from money laundering by Latin American drug cartels, while the European debt crisis has strengthened the grip of the loan sharks and speculators who control the vast underground economies in countries like Spain and Greece.
Mutually beneficial relationships between bankers and gangsters aren’t new, but what’s remarkable is their reach at the highest levels of global finance. In 2010, Wachovia admitted that it had essentially helped finance the murderous drug war in Mexico by failing to identify and stop illicit transactions. The bank, which was acquired by Wells Fargo during the financial crisis, agreed to pay $160 million in fines and penalties for tolerating the laundering, which occurred between 2004 and 2007.
Last month, Senate investigators found that HSBC had for a decade improperly facilitated transactions by Mexican drug traffickers, Saudi financiers with ties to Al Qaeda and Iranian bankers trying to circumvent United States sanctions. The bank set aside $700 million to cover fines, settlements and other expenses related to the inquiry, and its chief of compliance resigned.
ABN Amro, Barclays, Credit Suisse, Lloyds and ING have reached expensive settlements with regulators after admitting to executing the transactions of clients in disreputable countries like Cuba, Iran, Libya, Myanmar and Sudan.
Many of the illicit transactions preceded the 2008 crisis, but continuing turmoil in the banking industry created an opening for organized crime groups, enabling them to enrich themselves and grow in strength. In 2009, Antonio Maria Costa, an Italian economist who then led the United Nations Office on Drugs and Crime, told the British newspaper The Observer that “in many instances, the money from drugs was the only liquid investment capital” available to some banks at the height of the crisis. “Interbank loans were funded by money that originated from the drugs trade and other illegal activities,” he said. “There were signs that some banks were rescued that way.” The United Nations estimated that $1.6 trillion was laundered globally in 2009, of which about $580 billion was related to drug trafficking and other forms of organized crime.
A study last year by the Colombian economists Alejandro Gaviria and Daniel Mejía concluded that the vast majority of profits from drug trafficking in Colombia were reaped by criminal syndicates in rich countries and laundered by banks in global financial centers like New York and London. They found that bank secrecy and privacy laws in Western countries often impeded transparency and made it easier for criminals to launder their money.
At a Congressional hearing in February, Jennifer Shasky Calvery, a Justice Department official in charge of monitoring money laundering, said that “banks in the U.S. are used to funnel massive amounts of illicit funds.” The laundering, she explained, typically occurs in three stages. First, illicit funds are directly deposited in banks or deposited after being smuggled out of the United States and then back in. Then comes “layering,” the process of separating criminal profits from their origin. Finally comes “integration,” the use of seemingly legitimate transactions to hide ill-gotten gains. Unfortunately, investigators too often focus on the cultivation, production and trafficking of narcotics while missing the bigger, more sophisticated financial activities of crime rings.
Mob financing via banks has ebbed and flowed over the years. In the late 1970s and early 1980s organized crime, which had previously dealt mainly in cash, started working its way into the banking system. This led authorities in Europe and America to take measures to slow international money laundering, prompting a temporary return to cash.
Then the flow reversed again, partly because of the fall of the Soviet Union and the ensuing Russian financial crisis. As early as the mid-1980s, the K.G.B., with help from the Russian mafia, had started hiding Communist Party assets abroad, as the journalist Robert I. Friedman has documented. Perhaps $600 billion had left Russia by the mid-1990s, contributing to the country’s impoverishment. Russian mafia leaders also took advantage of post-Soviet privatization to buy up state property. Then, in 1998, the ruble sharply depreciated, prompting a default on Russia’s public debt.
Although the United States cracked down on terrorist financing after the 9/11 attacks, instability in the financial system, like the Argentine debt default in 2001, continued to give banks an incentive to look the other way. My reporting on the ’Ndrangheta, the powerful criminal syndicate based in Southern Italy, found that much of the money laundering over the last decade simply shifted from America to Europe. The European debt crisis, now three years old, has further emboldened the mob.
IN Greece, as conventional bank lending has gotten tighter, more and more Greeks are relying on usurers. A variety of sources told Reuters last year that the illegal lending business in Greece involved between 5 billion and 10 billion euros each year. The loan-shark business has perhaps quadrupled since 2009 — some of the extortionists charge annualized interest rates starting at 60 percent. In Thessaloniki, the second largest city, the police broke up a criminal ring that was lending money at a weekly interest rate of 5 percent to 15 percent, with punishments for whoever didn’t pay up. According to the Greek Ministry of Finance, much of the illegal loan activity in Greece is connected to gangs from the Balkans and Eastern Europe.
Organized crime also dominates the black market for oil in Greece; perhaps three billion euros (about $3.8 billion) a year of contraband fuel courses through the country. Shipping is Greece’s premier industry, and the price of shipping fuel is set by law at one-third the price of fuel for cars and homes. So traffickers turn shipping fuel into more expensive home and automobile fuel. It is estimated that 20 percent of the gasoline sold in Greece is from the black market. The trafficking not only results in higher prices but also deprives the government of desperately needed revenue.
Greece’s political system is a “parliamentary mafiocracy,” the political expert Panos Kostakos told the energy news agency Oilprice.com earlier this year. “Greece has one of the largest black markets in Europe and the highest corruption levels in Europe,” he said. “There is a sovereign debt that does not mirror the real wealth of the average Greek family. What more evidence do we need to conclude that this is Greek mafia?”
Spain’s crisis, like Greece’s, was prefaced by years of mafia power and money and a lack of effectively enforced rules and regulations. At the moment, Spain is colonized by local criminal groups as well as by Italian, Russian, Colombian and Mexican organizations. Historically, Spain has been a shelter for Italian fugitives, although the situation changed with the enforcement of pan-European arrest warrants. Spanish anti-mafia laws have also improved, but the country continues to offer laundering opportunities, which only increased with the current economic crisis in Europe.
The Spanish real estate boom, which lasted from 1997 to 2007, was a godsend for criminal organizations, which invested dirty money in Iberian construction. Then, when home sales slowed and the building bubble burst, the mafia profited again — by buying up at bargain prices houses that people put on the market or that otherwise would have gone unsold.
In 2006, Spain’s central bank investigated the vast number of 500-euro bills in circulation. Criminal organizations favor these notes because they don’t take up much room; a 45-centimeter safe deposit box can fit up to 10 million euros. In 2010, British currency exchange offices stopped accepting 500-euro bills after discovering that 90 percent of transactions involving them were connected to criminal activities. Yet 500-euro bills still account for 70 percent of the value of all bank notes in Spain.
And in Italy, the mafia can still count on 65 billion euros (about $82 billion) in liquid capital every year. Criminal organizations siphon 100 billion euros from the legal economy, a sum equivalent to 7 percent of G.D.P. — money that ends up in the hands of Mafiosi instead of sustaining the government or law-abiding Italians. “We will defeat the mafia by 2013,” Silvio Berlusconi, then the prime minister, declared in 2009. It was one of many unfulfilled promises. Mario Monti, the current prime minister, has stated that Italy’s dire financial situation is above all a consequence of tax evasion. He has said that even more drastic measures are needed to combat the underground economy generated by the mafia, which is destroying the legal economy.
Today’s mafias are global organizations. They operate everywhere, speak multiple languages, form overseas alliances and joint ventures, and make investments just like any other multinational company. You can’t take on multinational giants locally. Every country needs to do its part, for no country is immune. Organized crime must be hit in its economic engine, which all too often remains untouched because liquid capital is harder to trace and because in times of crisis, many, including the world’s major banks, find it too tempting to resist.
Roberto Saviano is a journalist and the author of the book “Gomorrah.” He has lived under police protection since 2006, when he received death threats from organized crime figures in Italy. This essay was translated by Virginia Jewiss from the Italian.
Le edicole dedicate ai santi di Napoli sono le più belle del mondo. Ma ora, accanto alle statue delle anime dei defunti, compaiono decine di foto: sono i morti di camorra, affiliati o “sparati” per sbaglio, uccisi dalla droga o dalla guerra dei clan. Sacro e profano, colpevoli e innocenti: tutti uniti nella stessa memoria
di ROBERTO SAVIANO
SONO templi cristiani e insieme pagani. Celebrano tradizione religiosa e ricerca di fortuna, omaggio ai defunti e invocazione alla sorte. Sono le edicole votive di Napoli, le più belle del mondo. Nate nei secoli senza chiedere permesso: una grazia ricevuta o un omaggio alla Madonna erano sufficienti. La più bella di tutte, per quanto mi riguarda, è quella di Porta San Gennaro dipinta da Mattia Preti. Ma una delle più fotografate dai turisti è quella di Piazza Nilo dedicata a Diego Armando Maradona con il suo capello rigorosamente considerato “originale”. Chi è cresciuto nei vicoli napoletani è abituato a vedere questa sorta di piccole grotte o di piccoli altari che accolgono delle statuine, i “gessetti” – così vengono chiamati – come se fossero pastori da presepe, per metà avvolti sino alla vita nelle fiamme. Sono le anime del purgatorio. Accanto si mettono le foto delle persone morte, più raramente le foto di qualcuno che aveva chiesto la grazia ed era stato accontentato.
Napoli ha sempre avuto una particolare passione per il purgatorio, lo ha sempre preferito agli inferni e ai paradisi. Il purgatorio è un luogo di transizione dove il peccatore può essere aiutato e il peccato può essere “risolto”. Se un’anima è all’inferno o in paradiso non c’è più niente da fare. Se è in purgatorio, chi è rimasto sulla terra può dare una mano: le preghiere, il ricordo, i comportamenti umani possono contribuire a mandare un’anima in paradiso. E soprattutto, una volta che si è data una mano, l’anima che sale al cielo può ridare una mano giù sulla terra a chi l’ha aiutata. Le anime del purgatorio sono anime che vanno aiutate e che aiutano. E le edicole votive sono la loro celebrazione. Da un po’ di tempo, Napoli e la provincia iniziano a disseminarsi di edicole votive abusive che hanno perso l’eleganza del passato. Sono degli altari di marmo pesante, con pesanti immagini di Madonne o del Volto Santo di Cristo, e pesanti crocifissi d’argento. Sembrano lapidi, cappelle cimiteriali. Sono costruite in alluminio e vetro, come verande, come stanze ricavate nel muro, tra un negozio e l’altro, tra un portone e l’altro.
Su quasi tutti gli altari, in cornici sempre pesantissime, fotografie di defunti. Ancora anime, ma stavolta anime di morti ammazzati e spesso ammazzati dalla camorra. E così queste edicole diventano una sorta di memoria dei caduti di guerra, della guerra tra clan. I quartieri in cui fioriscono queste edicole hanno la necessità di tenere in vita il defunto in una forma più forte che con una messa o un semplice ricordo dei familiari. Il cimitero è troppo lontano, è troppo privato, il ricordo è troppo circoscritto al dolore di chi conosceva il morto. L’edicola, invece, vuole far presente e vuole mettere nel presente la memoria del defunto e condividerla con altri defunti: infatti non c’è quasi mai un solo morto, si accumulano uno sull’altro un gruppo di persone che hanno lo stesso destino, lo stesso movente. Tutte uccise o tutte morte giovani. O semplicemente parenti e vicini di casa. Quindi, l’edicola diventa un modo per conservare memoria e monito, ricordo e insegnamento.
La camorra è un’organizzazione con molti affiliati giovani. Le organizzazioni criminali, a differenza delle aziende, investono e affiliano soprattutto tra le nuove generazioni. A morire di più quindi sono giovanissimi. Ai Quartieri Spagnoli, a Forcella, alla Sanità, al Cavone, i visi, i ritratti in primo piano degli affiliati ammazzati vengono messi dinanzi alla Madonna dell’Arco, alla Madonna di Pompei, al Volto Santo e a Padre Pio. Più raramente a San Gennaro.
Può sembrare strano, potrebbe persino sembrare un’istigazione a delinquere. Ma bisogna andare più a fondo. L’esempio di un camorrista, di un ragazzo morto in una faida, ha un doppio monito: da un lato, il suo essersi immolato per far guadagnare la sua famiglia e se stesso dimostrando di preferire una morte animosa a una vita ferma e disoccupata. Dall’altro, c’è però anche il “non lo fare” o “se lo fai, finirai così”. Non c’è giudizio né in un senso né nell’altro. È davvero un misto drammatico il rapporto che i cittadini hanno con le edicole votive dei camorristi. Sono lì a ricordare i caduti. Non ne negano l’aspetto negativo o l’elemento crudele, anzi lo rivendicano in molti casi. È come se dicessero: ha sbagliato una scelta, ma una scelta l’ha fatta; era una scelta importante che l’ha fatto diventare qualcuno. Però ha pagato morendo giovane. Un’ambiguità morale che appare però chiara: puoi decidere di entrare nei clan e nessuno qui ti giudicherà male, ma se lo fai sappi che avrai una vita feroce. E morirai.
La camorra non si ritiene affatto in contraddizione con la vita cristiana. Il boss considera il proprio agire identico al calvario di Cristo, il suo assumersi sulla propria coscienza il dolore e la colpa del peccato per il benessere degli uomini su cui comanda. Il bene cristiano è ottenuto quando l’agire del boss è a vantaggio di tutti gli affiliati del territorio che comanda. Mentre il potere del boss è visto come espressione di un ordine provvidenziale, per cui anche ammazzare qualcuno diventa un atto giusto e necessario, che Dio perdonerà, se la persona ammazzata metteva a rischio la tranquillità, la pace, gli affari.
Ma non ci sono solo camorristi in queste edicole. Ci sono anche giovani uccisi o morti in incidenti. Per esempio, c’è l’edicola di Emiliana, una ragazza venticinquenne ammazzata con sessantasei coltellate dal suo ex fidanzato. C’è la sua foto più bella: il suo viso abbronzato, un sorriso, le labbra con il rossetto porpora. Tutti quando passano dinanzi a questa edicola le sorridono o si tolgono il cappello. Sopra la foto di Emiliana c’è il Santo Moscati, il santo medico. A fianco, altre foto di morti. Ma l’edicola è dedicata a lei, si vuole prolungare la sua presenza nel quartiere, non la si vuole abbandonare. Ci sono edicole con statue di Padre Pio a grandezza naturale, fiori, piante, ma è la disposizione delle foto la logica segreta che tiene insieme il ricordo e la sua forza simbolica. Ce n’è una più grande per la famiglia che magari ha pagato la costruzione dell’altare. Poi, più piccole, le foto di altri defunti che sono spesso parenti, amici, o semplici vicini di casa della persona a cui l’edicola è dedicata. Osservare le edicole della città è come attraversare una memoria umana e collettiva. La Spoon River di Napoli è in queste edicole. Vicino ai bassi, lungo le strade, le salite. Quelle più pacchiane, quelle che cercano a stento un’eleganza impossibile, quelle terribili perché piene di visi giovani. In un’edicola condividono la memoria e lo spazio tre foto: quella di Gennaro, ammazzato esattamente in questo punto perché era l’amante della moglie di un boss. Al suo fianco c’è ‘O Cerill, morto di cocaina. E poi c’è un cugino morto d’infarto anche lui a causa della cocaina. Un’edicola, che è un intero capitolo, un racconto di cuori esplosi per troppa coca. A Forcella c’è l’edicola dedicata ad Annalisa Durante, la bambina uccisa nel corso di un conflitto a fuoco, con l’unica colpa di essere per strada. Non molto distante, c’è quella del braccio armato di Luigino Giuliano, ucciso negli anni Novanta. Eppure la sua foto è sempre circondata da fiori freschi, una memoria continua.
Le foto intorno a queste figure aumentano sempre di più. Edicole dedicate a un morto ospitano altri morti. Il defunto più giovane o ucciso in maniera più tragica ha la foto più grande come se si chiedesse al passante di concedere un ricordo maggiore e in grado di compensare la sfortuna in vita del morto. Per esempio, la storia di Vincenzo, detenuto a Torino che si ammazza mentre è in attesa del processo per traffico di droga. Oppure quella di Raffaele, ammazzato a Napoli a diciannove anni. Un ritratto gigantesco campeggia al centro dell’edicola. Una faccia di bambino, un bambino cicciottello che a guardarlo non penseresti mai a un morto in una faida di camorra. A celebrarlo, pergamene in argento, fiori, vasi, ceramiche, volti di Madonne di ogni epoca, rose. Il ricordo barocco.
Difficile scovare un singolo motivo che spinge una città a conservare in questo modo la memoria e spesso la memoria della sua parte peggiore. In altre città esistono lapidi che ricordano i morti del terrorismo, lapidi che ricordano eventi storici, Napoli stessa ne è disseminata. Ma sono come ricordi imposti. Invece queste lapidi scelte dalle persone, nate nei luoghi di qualche incidente o dove sono morti ragazzi e ragazze, queste edicole popolari che deturpano spesso i vicoli e aggrediscono le pareti abusivamente, fanno parte di un’altra categoria, quella del ricordo non istituzionale, autogestito. Non riesco, pur capendone spesso lo scempio e persino la pericolosità, ad averne un’impressione soltanto negativa. È comunque una presenza. Una traccia. Una memoria. Queste foto sembrano voler dire qualcos’altro oltre il ricordo di un nome. Questa continua relazione con l’aldilà nella quotidianità di Napoli è qualcosa di profondo e complesso, è il non essere mai in pace.
La morte, soprattutto se violenta, è una presenza quasi normale nella quotidianità di questa parte di mondo. Una città che si riempie di edicole a ricordo di giovani morti, una città piena di morti ammazzati, è una città dolente, è una città che non si vuole liberare e non riesce a liberarsi dal dolore inevitabile, dalla tragedia necessaria, dal fatalismo della morte. C’è una frase in dialetto del rapper Lucariello nel pezzo ‘O Spuorc cantato con i Co Sang che tradotta in italiano sintetizza bene queste edicole: “Per chi ha giocato sporco e neanche dopo morto riposa”. A volte queste edicole sembrano – più che ricordare – costringere a non riposare. Non far riposare i parenti che soffrono. Non far riposare chi è morto. Non far riposare una città che continua ad avere un quotidiano che è sempre meno purgatorio. Sempre più inferno.









