I salotti televisivi ormai sono come il serial americano: un’eterna performance senza finale. Eppure qualcosa sta cambiando. Di Roberto Saviano.
L’Italia è in perenne campagna elettorale. Come fosse una calamità naturale da cui non si sfugge. Eppure non sono gli argini di un fiume che per troppa pioggia straripano. Non è un sisma imprevedibile. No. E’ la mancanza di una legge elettorale che renda il cittadino davvero partecipe. In questo cataclisma bipartisan una cosa è fin troppo chiara a chi fa televisione e a chi la fruisce o la subisce: o sei in tv o non sei. Questa è la regola indiscussa della comunicazione, non solo politica. Alla caduta di Berlusconi ci eravamo detti che nulla sarebbe stato come prima, che la seconda Repubblica era finita, che eravamo già nella terza.
EPPURE, CHI RACCONTA questa storia sta ancora saldo, testa e piedi, nella seconda Repubblica. Dal punto di vista mediatico tangentopoli si celebrò in quelli che per tutti sarebbero divenuti i talk show. Luoghi dall’arredamento studiato – veri e propri salotti di casa, come a dire “non uscite, abbandonate i bar, le case degli amici e restate qui con noi perché questa è casa vostra” – si raccontavano le stridenti contraddizioni tra una classe politica corrotta e gruppi di cittadini indignati, che smettevano a poco a poco di riempire le strade e le piazze e si accomodavano davanti alla tv, in solitudine. Tanti Eritreo Cazzulati sprofondati in poltrona, vestaglia di flanella e gatto sulle ginocchia. Per vent’anni, per tutta l’epoca berlusconiana, i talk show hanno plasmato, condizionato l’opinione pubblica, in un circolo vizioso. Le arene tv hanno visto il susseguirsi dei sempreverdi che oggi sgomitano per transitare nella terza Repubblica. E’ stato difficile, se non impossibile, rifiutare tutto questo ed è difficilissimo comprendere ora che l’unico modo per essere percepiti come diversi è sfuggire all’indistinzione della comunicazione politica intrisa di dichiarazioni ufficiali ai telegiornali e di par condicio paralizzanti negli approfondimenti. Difficile mettere le lancette indietro di venti anni e occupare di nuovo luoghi oramai deserti, abbandonati dai maggiori partiti politici: la piazza, le strade.
Difficile ma non impossibile, soprattutto se si considera che questo cambiamento viene percepito in prima istanza proprio dai talk show, che cercano di inglobare ciò che in televisione non appare (penso a Beppe Grillo) per ricondurre tutto a una grammatica nota e per questo comprensibile. Se non sei disposto ad andare in televisione, ecco che la televisione viene da te, nel tentativo disperato di fagocitare ciò che viene visto come alieno. Questo fa capire fino a che punto la comunicazione politica sia divenuta autoreferenziale, soprattutto nei salotti patinati. Il talk show in questi anni è stato il suo conduttore, una figura mediana tra pubblico e ospiti, il rappresentante diretto del telespettatore che dal divano, attraverso un transfer catodico, credeva di poter interagire con il personaggio del momento, di poterne condizionare le azioni, restando quasi sempre con l’amaro in bocca, con la sensazione terribile di aver assistito a una performance senza lieto fine, anzi senza alcun finale. Tutto era rimandato alla trasmissione successiva. Il talk show aveva iniziato a essere seriale, come Dinasty, Dallas, Un posto al sole, i Simpson.
OGGI, I SOCIAL NETWORK, Twitter in particolare, consentono un’interazione diretta, senza mediazione alcuna, ed è per questo che il conduttore è diventato un filtro inessenziale. E l’elemento di manipolazione, insito nel suo ruolo, viene fuori in maniera evidente e grottesca. Ma la tv è ancora fondamentale: è quel linguaggio a essere finito, non il suo contenitore. Qualche giorno fa il parlamentare del Pd Roberto Giachetti ha scritto una profonda riflessione sul rapporto tra politica e informazione. Lo ha fatto dopo 102 giorni di sciopero della fame per una riforma democratica del sistema elettorale. Ha vissuto sulla sua pelle la negazione del diritto a esistere della sua lotta per un pressoché totale black out informativo. Ecco, fino a che ci sarà la possibilità di una lotta democratica, ci sarà la necessità della televisione e del servizio pubblico per poterla raccontare.
La Politkovskaja accusava il regime russo di sentirsi talmente potente da non tenere in nessuna considerazione le critiche. Quello che sta succedendo alle due cantanti-dissidenti buttate al confino ne è la conferma. Di Roberto Saviano.
Anna Politkovskaja diceva una cosa che per noi italiani può essere davvero difficile comprendere fino in fondo, abituati come siamo a una politica che per quanto odiosa continua a blandirci, a trattare l’elettorato come merce preziosa. Da noi, anche i politici che reputiamo i peggiori, nonostante tutto, fanno il possibile, in maniera goffa, per mantenere una parvenza di credibilità. Per persuaderci che in fondo certe scelte è nel nostro interesse che vengano prese. Pensiamo ora, per un attimo, alla politica russa, alla tracotanza con cui si sottrae a giustificazioni e processi. Anna Politkovskaja diceva che Putin teneva in altissimo conto l’opinione che la comunità internazionale aveva di lui, tanto da mentire continuamente all’estero su questioni di politica interna. Ma teneva nella più bassa considerazione l’opinione che di lui aveva la popolazione in patria, tanto da non reputare mai necessario giustificare le sue decisioni, condividerle. In poche parole Putin aveva raggiunto un tale grado di onnipotenza da agire impunemente calpestando i diritti di chi avrebbe dovuto votarlo. Era – ed è – in grado di esercitare una tale pressione sui vertici religiosi e sui mezzi d’informazione da poter convincere intere masse della giustezza dell’azione del suo governo. E di Anna Politkovskaja, prevenendo le obiezioni di qualche scettico, possiamo fidarci. Ha pagato con la vita.
POI, SU QUESTA FACCIATA tirata a lucido, alle vecchie ombre se ne aggiungono nuove. Pussy Riot è un nome lezioso che fa sorridere e ispira tenerezza. “La rivolta delle gattine” è il nome di un collettivo russo femminista, politicamente impegnato che agisce sotto rigoroso anonimato. Si tratta di una decina di persone che hanno dato vita, negli anni, a flash mob e a performance estemporanee come provocazioni politiche. A febbraio del 2012, tre donne del gruppo sono state arrestate per aver messo in scena, nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un’esibizione non autorizzata contro Putin. Sono state processate e due di loro – la terza era stata tratta in fermo già prima che sfoderasse la chitarra – condannate per “teppismo premeditato, motivato da odio e ostilità verso la religione”. Un reato che da noi verrebbe al massimo punito con una multa in denaro.
Dopo la condanna, Maria Aliokhina (24 anni) e Nadia Tolokonnikova (22 anni) sono state trasferite in due differenti colonie penali lontano da Mosca. La notizia, diffusa tramite Twitter e confermata dagli avvocati, ha fatto il giro del mondo provocando reazioni di sdegno. Maria ora si trova nella colonia penale di Perm, in Siberia, e Nadia in Mordovia. Sono in molti a definire la colonia penale della Mordovia come “la più brutale tra tutte quelle possibili” mentre risulta chiaro che si tratta di una misura per intimidire qualunque opposizione. Inutili i tentativi di far restare le due ragazze madri di due bambini piccoli nel carcere di Mosca, dove avevano scontato l’arresto preventivo, e dove avrebbero potuto vedere i loro figli.
NEL CORSO DI QUESTI MESI l’Osce, Amnesty International, capi di Stato e la comunità internazionale si sono mobilitati contro la carcerazione preventiva prima e la decisione del tribunale di Mosca poi. E nonostante la chiesa ortodossa faccia mostra della sua clemenza, Medvedev si dolga e Putin intervistato a Londra durante le Olimpiadi avesse auspicato una sentenza mite, il caso delle Pussy Riot passerà alla storia come una barbarie, l’ennesima, perpetrata sotto gli occhi allibiti degli osservatori internazionali che Putin sta cominciando a trattare come i suoi sudditi. Le Pussy Riot fuori dalla Russia sono il simbolo della libertà d’espressione negata. Ma in patria no, per lo più sono ignorate – lo dimostrano una serie di sondaggi ripetuti nel corso di questi mesi – perché le televisioni e i mezzi di informazione non parlano di loro. E quando si parla di loro lo si fa con fastidio perché sono considerate un gruppo di odiose blasfeme punite per le loro offese al Patriarca, non certo per le critiche alla politica. Per molti hanno meritato questa punizione. E proprio quando gli autori di South Park fanno indossare a Gesù una t-shirt con su scritto “Free Pussy Riot”, ecco che arriva il solito fango. Sarebbe imminente l’uscita del film documentario sul gruppo e già sotterranea arriva l’accusa di aver fatto tutto per un tornaconto personale. Osservatori, indignazione e fango internazionale.
La vicenda dei tagli ai non autosufficienti riapre una questione di civiltà: quella del diritto dei malati a vivere con dignità ogni giorno della loro vita, fino all’ultimo . Di Roberto Saviano
Nei giorni scorsi, nel silenzio quasi totale dei media nazionali, settanta disabili gravi e gravissimi, tra cui i malati di Sla, hanno intrapreso uno sciopero della fame per sollecitare l’attenzione del governo sullo sblocco di 658 milioni di euro stanziati da Monti nella spending review. Soldi pronti, ma privi di un piano di destinazione. Ora lo sciopero è momentaneamente sospeso perché i ministri Fornero e Balduzzi hanno promesso un intervento concreto. Ma quello sciopero aveva anche un altro obiettivo: trovare una sponda nell’opinione pubblica, perché noi cittadini potessimo vigilare affinché ai malati venga dato ciò che chiedono e che Berlusconi gli aveva tolto azzerando il fondo per la non autosufficienza.
NON E’ IL MOMENTO di dire «Occupiamoci piuttosto di altro», «Occupiamoci piuttosto di noi». E’ il momento di occuparci di loro. Un fondo per la non autosufficienza di almeno 400 milioni di euro deve essere destinato prioritariamente a disabili gravi e gravissimi. Blindato sugli obiettivi per evitare distorsione dei fondi da parte delle Regioni e diretto anche al progetto “Restare a casa”, proposto dal Comitato 16 novembre onlus, per un aiuto concreto alle famiglie. Servono almeno 4 mila euro al mese perché le spese di elettricità, gas, riscaldamento sono esorbitanti. Su Internet si trovano le testimonianze video di alcuni malati di Sla in sciopero. Spesso la voce che sentiamo non è la loro, ma quella di un computer. Eppure sono voci piene di umanità e indignazione. Giusy Lamanna, 50 anni, di Taranto: «Abbiamo bisogno di assistenza per 24 ore al giorno. I nostri famigliari sono distrutti da un lavoro incessante ed estenuante. La smettesse lo Stato di non darci ascolto perché noi esistiamo, siamo perfettamente in grado di intendere e volere, e vogliamo vivere dignitosamente. Grazie». Paolo musicista e Maria ricercatrice volevano trasferirsi in Usa, ma non è stato possibile perché Paolo ha scoperto di essere affetto da Sla: «In Italia non c’è la cultura della disabilità, ossia la consapevolezza del rispetto e delle esigenze del disabile». I malati, senza alcuna assistenza, si lasciano morire ogni giorno rifiutando il passaggio alla respirazione artificiale. Lo dice Paolo Ravasin: «E’ molto meglio morire di fame piuttosto che morire soffocati». Quando la Sla irrompe lo fa così, con voce metallica, con la sua immobilità disarmante che ci fa pensare tutto troppo complicato perché possiamo farci carico di quelle sofferenze. Ma quando incontrai Mina Welby per me fu una sorpresa immensa entrare nella sua vita, sua e di Piero, così diversa dalla mia, apparentemente così lontana da ciò che noi immaginiamo essere felicità. Una vita piena d’amore.
ERA LA PRIMAVERA DEL ’73, quando Mina e Piergiorgio si conoscono e si innamorano. Lui sessantottino, laico, aveva girato l’Europa, scriveva, dipingeva. Lei cattolica praticante, in viaggio con la parrocchia a Roma. Due mondi apparentemente lontani. Piergiorgio propone a Mina di vivere insieme e dopo qualche anno, nel 1980, si sposano. Lui è già in carrozzina. Il decorso della malattia è inevitabile: dalla sedia a rotelle alla costrizione in casa, attaccato al respiratore. Nel ’97, dopo una grave crisi, Piero viene tracheotomizzato e da quel giorno vivrà attaccato a un respiratore, immobile, a letto. Ma la loro vita insieme non è solo difficoltà e sofferenza. La loro è una vita piena di letture, di passioni, di gioie. Di forza e sostegno tutto famigliare, se si pensa al misero accompagnamento con cui lo Stato li ha sostenuti, 450 mila lire al mese, poi 500 euro. Nel 2001 la malattia peggiora e il resto è storia. Una storia di passione e lotta in difesa dei diritti umani. Una storia che ogni italiano dovrebbe conoscere. Storia del corpo di un uomo che ha deciso di farsi campo di battaglia, per risolvere una questione incredibilmente privata nella maniera più pubblica possibile. Quando la raccontai durante “Vieni via con me”, una parte dell’opinione pubblica l’ascoltò con empatia e commozione. Ma un’altra urlò indignata che la televisione pubblica aveva dato spazio al “partito della morte”, senza comprendere che sarebbe stato più giusto forse definirlo “partito della scelta”. Ma prima ancora di parlare di morte o di scelta, sarebbe stato utile se si fosse aperto un dibattito, l’unico possibile e doveroso su quelle vite, che lo Stato italiano ha il dovere, oggi e sempre, di tutelare e rendere dignitose.
Il rimprovero del prefetto De Martino a padre Maurizio dimostra che il potere è sempre uguale. Invece i cittadini hanno imparato quali sono i loro diritti. Di Roberto Saviano.
A quell’amianto antico si è aggiunto amianto nuovo, allora una mattina sono andato dalla signora e la signora è stata così gentile da ricevermi, mi ha ascoltato. La signora voleva convincermi che questo problema non c’era…». Qui la brusca interruzione del prefetto di Napoli, Andrea de Martino, che durante un incontro pubblico del 17 ottobre impedisce a padre Maurizio Patriciello di finire il suo discorso. Lo rimprovera di non rivolgersi come si deve al prefetto di Caserta, Carmela Pagano, chiamandola solo signora (qui il video) .
PADRE MAURIZIO AL PARCO VERDE di Caivano è speranza, conforto, aiuto, legalità. Parco Verde: nome ameno per un luogo dove non c’è traccia di natura, solo casermoni color pisello, dove o appartieni al Sistema o ti chiudi in casa. Ennesimo ghetto nato dalla legge che regolamentava la ricostruzione dei territori colpiti dal sisma del 1980: si teme che il rione sia stato costruito sopra una discarica abusiva. Con un terzo dei suoi abitanti in carcere, la pace sarebbe garantita da un sistema efficientissimo di mesate alle famiglie dei carcerati tramite i proventi dello spaccio, in cui sono coinvolti tutti, donne, anziani, bambini. Ed è qui, nella chiesa di san Paolo Apostolo, che padre Maurizio opera. Essere parroco in terre di camorra è più che una missione, è lotta alle organizzazioni, è strenuo tentativo di coinvolgere le istituzioni, sorde alle denunce. Ma padre Maurizio non si rassegna. Scrissi di lui in “Gomorra” perché celebrò i funerali di Emanuele Petroso, il quindicenne ucciso nel 2005 dai carabinieri mentre, durante una rapina, fingeva di sparare con un’arma giocattolo.
Al funerale di Emanuele c’ero anch’io tra cori da stadio, poliziotti in borghese e pregiudicati di vent’anni. Padre Maurizio sapeva che i ragazzini non avevano il timbro dell’innocenza. «Oggi non è morto un eroe…», disse con la voce rovinata da una raucedine che viene quando ti parli dentro per troppo tempo: «Per quante responsabilità possiamo attribuire a Emanuele, restano i suoi quindici anni. I figli delle famiglie che nascono in altri luoghi d’Italia a quell’età vanno in piscina, a fare scuola di ballo. Qui non è così. Il Padreterno terrà conto che l’errore è stato commesso da un ragazzo di quindici anni. Se quindici anni nel sud Italia sono abbastanza per lavorare, decidere di rapinare, uccidere ed essere uccisi, sono anche abbastanza per prendere responsabilità di tali cose». Poi tirò forte col naso l’aria viziata della chiesa: «Ma quindici anni sono così pochi che ci fanno vedere meglio cosa c’è dietro, e ci obbligano a distribuire la responsabilità. Quindici anni è un’età che bussa alla coscienza di chi ciancia di legalità, lavoro, impegno. Non bussa con le nocche, ma con le unghie».
QUESTE PAROLE LE PORTO TATUATE nella carne. Non le dimenticherò mai. E come me non dovrebbero dimenticarle i potenti di oggi che come i potenti di ieri fanno della nostra lingua, dell’italiano, un mezzo non di unificazione, ma un’arma di segregazione. Del loro italiano però, non del nostro, perché noi “cafoni” tra noi ci capiamo bene. Non abbiamo bisogno di orpelli, vuota forma, a noi basta la pienezza della sostanza. L’intollerabile aggressione verbale inflitta a Padre Maurizio mi ha ricordato il capolavoro di Ignazio Silone, “Fontamara”. Protagonisti del libro i “cafoni”, contadini del sud Italia proprietari di niente e vittime di tutto. I “cafoni” di Silone, rassegnati alla loro vita, spiegano così a un forestiero la propria condizione: «In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni». “Fontamara” si studia a scuola, ogni bambino avrebbe potuto dire al prefetto di Napoli e alle persone che nel video sono sedute dietro quel banco istituzionale che dal 1933 a oggi tutto è cambiato, i “cafoni” hanno imparato a leggere e scrivere e sanno quali sono i loro doveri e soprattutto rivendicano i propri diritti. Tutto è cambiato tranne loro, i potenti, sempre uguali, sempre odiosi.
La legge anticorruzione va bene, ma le regole devono essere più severe. Bisogna per esempio prevedere che c’è modo e modo per corrompere. E bloccare la prescrizione dei reati dopo la condanna di primo grado. Di Roberto Saviano.
Quello che si chiede ora alla politica non è un cambiamento di facciata ma sostanziale. Non è più sufficiente il buon esempio, un taglio agli stipendi o ai seggi in Parlamento. Al risanamento delle casse dello Stato si arriva cambiando le regole, altrimenti da contribuenti continueremo a iniettare benzina in un serbatoio bucato. Eppure, la sfiducia generalizzata nei confronti della politica è ingiusta: a fronte di tanti amministratori che stanno deludendo il loro elettorato ce ne sono tantissimi altri, una maggioranza silenziosa, che fanno salti mortali per gestire enti locali sommersi dai debiti. Immagino come questi possano sentirsi quando si parla in maniera sprezzante della classe politica, quando l’unica spiegazione possibile che viene data agli scandali cui stiamo assistendo è l’utilizzo di categorie già note. Tutto appiattito sul passato, tutto identificato in una nuova Tangentopoli.
UNA RECRUDESCENZA DEL MALE, che dovremmo rassegnarci a considerare endemico. Non capisco se lo si fa solo a titolo esemplificativo o davvero si crede che i fenomeni siano sovrapponibili, eppure la corruzione non si realizza più con la semplicità quasi disarmante che ci è stata svelata in quegli anni e Tangentopoli si palesa per ciò che è stata: una malattia di crescita del meccanismo corruttivo, che si è affinato. Siamo al cospetto di forme modificate e aggressive e non è quindi possibile porre argini, elaborare leggi, rifacendosi a categorie valide venti anni fa. Il Ddl anticorruzione, di cui il governo si sta occupando da troppo tempo, continua a essere ostaggio di una parte politica totalmente squalificata, che per prima dovrebbe, per riconquistare credibilità, pretendere regole inflessibili che impediscano il reiterarsi dei reati. Ci si arrocca su questioni di principio in attesa dell’attimo buono per inserire di soppiatto l’emendamento desiderato e la discussione non si appunta invece sulle modifiche che realmente potrebbero fare del Ddl anticorruzione un provvedimento salvademocrazia. Sembra che il legislatore abbia elaborato un testo senza prima dotarsi di statistiche che gli diano un quadro seppur approssimativo dell’impatto che le riforme avrebbero sulla società. Mi spiego meglio con un esempio.
SE IL VOTO DI SCAMBIO non è pagato dal politico in denaro, lui non può essere neppure indagato. Quindi, se per ipotesi, gli inquirenti non avessero accertato che Zambetti aveva pagato quei 200mila euro per le 4 mila preferenze, e se per ipotesi avesse contraccambiato solo in favori di altro tipo, non ci sarebbe stata prova di reato. Non è già abbastanza chiaro che la forma che la tangente può avere è estremamente varia? Anche la più subdola della triangolazione? Il favore può essere fatto a un terzo soggetto che ha legami con il primo e il secondo, in modo tale che non si riesca a comprendere subito chi guadagni cosa e in che modo. E soprattutto chi corrompa chi. Accade di continuo. Ma c’è, soprattutto, il nodo della prescrizione, premessa di ogni decreto anticorruzione (in Italia si prescrivono oltre 150 mila processi ogni anno) e che equivale a una non punizione, a farla franca. Sì, certo, è un danno anche per chi verrebbe assolto, ma alla prescrizione si può rinunciare, quindi chi ha buoni motivi per far valere le proprie ragioni ha la possibilità di farlo. Molti però, quando accettano di agire nell’illegalità, contemplano il rischio di essere smascherati. Si mette in conto di dover destinare una parte del denaro illecitamente guadagnato per assicurarsi una difesa con il possibile approdo a una prescrizione del reato. L’ho imparato studiando le organizzazioni criminali per le quali arresto, carcerazione e spese legali sono contemplate sin dall’inizio.
Quindi, al di là di pene più severe, il vero salto di qualità nella lotta alla corruzione sarebbe l’introduzione – che l’Europa ci chiede – di una norma che renda imprescrittibili i reati dopo la sentenza di condanna di primo grado. Di una norma cioè che, una volta formulata l’accusa, permetta al processo di andare avanti, di potersi concludere con una sentenza di assoluzione o di condanna.
Pasquale Romano, detto Lino, era innocente. È stato massacrato dai clan e ignorato dal governo, che non si è presentato ai suoi funerali, in un’Italia che non si indigna più
di ROBERTO SAVIANO
MI CHIEDO che Paese siamo diventati. Che Paese è quello in cui un ragazzo va a salutare la propria fidanzata prima di una partita a calcetto, scende di casa e viene massacrato da una sventagliata di mitra. Che Paese è quello in cui i media considerano questa, tutto sommato, una notizia che può esser data in coda alle altre, e non la notizia principale, da dare per prima. Una delle tante. Quel ragazzo si chiamava Pasquale Romano: lo chiamavano Lino, ma nessuno ricorda già più il suo nome.
Come è stato possibile assuefarsi a tutto questo? Forse si pensa che se accade lì, in terre di clan, è “normale”? È così? La democrazia nel mezzogiorno italiano è morta il 15 ottobre 2012, insieme a Lino Romano, e insieme a lui è stata seppellita ieri, dopo i funerali. Ed è morta non solo perché Lino è caduto innocente, ma perché per urlare che si trattava dell’ennesimo ragazzo innocente ucciso a sangue freddo e senza motivo, si è aspettato di capire a che famiglia appartenesse, chi fossero i suoi parenti. Ma perché – mi domando – se avesse avuto un lontano parente affiliato o coinvolto in fatti di camorra, sarebbe stato forse meno innocente?
Ma è così che vincono le mafie: facendo credere che nessuno è innocente. Il messaggio che i clan vogliono far passare è che tutto appartiene a loro in maniera diretta o indiretta. Tutti fanno parte della loro logica, nessuno può dirsi immacolato. Tutti hanno un parente, un concittadino, un vicino di casa, tutti hanno fatto un lavoro per loro o hanno un amico che fa parte del Sistema. E allora magari nascere a Cardito, crescere a Secondigliano, andare a casa della propria fidanzata a Marianella, tutto sommato, diventa, nella coscienza nazionale, una sorta di colpa. Il retropensiero è: “Beh, però è normale che se vivi lì queste cose possano accadere”.
E invece non è così, non è naturale ed è un’aberrazione ragionare in questo modo. Lino Romano era una persona per bene. Era un lavoratore e veniva da una famiglia per bene. La maggior parte delle persone che vivono in questi territori sono persone per bene. Per bene potrà sembrare un’espressione superficiale, fin troppo semplice, ma non lo è. Per bene significa che si tratta di persone che lavorano duramente, che vivono con disciplina e soprattutto che resistono in territori dove è molto facile poter cedere a corruzioni e illegalità. Quindi per bene, lavorare per il bene, è l’espressione più appropriata per queste famiglie che si credono normali, ma che in realtà hanno una singolare tempra.
Che Paese è quello che non ha sentito il bisogno di andare in massa alla fiaccolata per Lino Romano? E il governo, perché non è andato ai funerali? Avrebbe dato un segnale fondamentale. In questi territori manca giustizia, istruzione, ordine pubblico, lavoro, impresa, l’ambiente è a pezzi: tutti i ministri avrebbero trovato cose da dire e, soprattutto, avrebbero avuto molto, moltissimo da ascoltare. Non si trattava di fare visita o di ricevere i genitori di Lino Romano, si trattava di essere lì presenti perché in quelle terre, dalla prima grande faida che ha fatto centinaia di morti, nulla è cambiato. Nelle piazze di spaccio si sparava otto anni fa, nelle stesse piazze di spaccio si torna a sparare ora. Clan Di Lauro contro “scissionisti” otto anni fa, “scissionisti” contro i “girati” alleati ai Di Lauro ora.
Quattro governi dalla prima faida a oggi e nessuno ha avviato alcun tipo di riflessione sul mercato delle droghe, sul narcotraffico, su come strapparlo ai cartelli criminali. Tutti si sono sottratti sino a ora anche ai dibattiti avviati in altri Paesi. L’Italia in questo è latitante. Al massimo c’è stata militarizzazione, che nulla ha risolto. Bisogna esserci, invece, su quel territorio che sembra totalmente abbandonato. La crisi sta regalando ai cartelli criminali l’intero mezzogiorno italiano e si affaccia sulla totalità del paese. E non si può demandare tutto solo al coraggio e alla creatività delle associazioni di volontari.
Ripeto: che Paese siamo diventati? Che Paese è un Paese che non riesce nemmeno più a esprimere indignazione collettiva? Qualche mese fa, giugno, era successo lo stesso. A Casoria, un barista pulisce la strada davanti al suo bar. C’è una sparatoria e un proiettile lo colpisce. L’intero paese scende in piazza per dire che Andrea Nollino era una brava persona, che non c’entrava nulla. Un intero paese di lavoratori, disoccupati, persone normali, persone umili scende in piazza. C’era “Libera”, l’associazione di Don Ciotti, ma non politici, nessuno che si assumesse la responsabilità di dire: “Mai più”. Così come c’era “Libera” a fianco della famiglia Romano.
Come per Andrea Nollino, ora per Lino Romano valgono le stesse considerazioni. Nulla di più forte contro la crisi, per arginarla, esiste che ridare fiducia a un territorio e a chi lo abita. Nulla di peggio può essere fatto in tempo di crisi che nutrire la sensazione, che diventa certezza, che tutto sia inutile o per dirla con Corrado Alvaro, che “vivere onestamente sia inutile”.
Mi sono trovato a scrivere queste parole molte volte. Quando hanno ucciso Attilio Romanò, quando hanno ucciso Dario Scherillo, quando hanno ucciso Andrea Nollino e adesso che hanno ucciso Lino Romano. Quei territori sono di nuovo in guerra, la faida è riesplosa e terribili possono essere le conseguenze. Flussi di coca, eroina, hashish si stanno riassestando e diffondendo come sempre da Scampia, ma ce ne accorgeremo quando i morti cadranno a decine, come la prima volta. È facile in Italia essere profetici quando dici cose che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno (o quasi) vuole vedere.
Dalla prima faida a oggi si sono inserite le associazioni di volontariato uniche a denunciare negli anni cosa stava ancora accadendo ma nulla di davvero nuovo è iniziato. Quindi che si inizi ad ascoltare chi in quelle zone ci lavora e ne conosce i problemi. Tutti, ma proprio tutti, parlano della necessità di ripartire dalla scuola; sarebbe importante capire cosa è stato realmente fatto, e con quali fondi. L’attuale sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria è stato il fondatore della Onlus “Maestri di strada”, chi più di lui in questo momento può fare da ponte tra la periferie di Napoli e questo governo in tema di istruzione?
Ma soprattutto, com’è possibile che a distanza di otto anni dalla faida in alcun modo si sia affrontato il discorso sul proibizionismo in materia di droghe? Scampia è il più grande mercato a cielo aperto del mondo occidentale. Camorra e ‘ndrangheta si spartiscono il bottino del narcotraffico divenendo interlocutrici dei più importanti cartelli sudamericani, ma nel corso di questi anni non è stato fatto nulla per affrontare il problema dello spaccio, sperando, cinicamente, che la pax tra cartelli continuasse. O pensando, ancora più cinicamente, davanti alle stragi: bene che si ammazzino tra loro.
Pensieri banali e qualunquisti. La pax mafiosa li rende più forti. E anche la guerra li rende più forti: per ogni morto di mafia se ne affilieranno altrettanti. Uno Stato che offre solo repressione favorisce, ignorandone le cause, situazioni che portano, come in questo caso, alla morte di un innocente. L’omicidio di Lino Romano ha degli esecutori materiali che devono esse trovati, processati e se ritenuti colpevoli condannati; ma il responsabile occulto di questo omicidio è una tirannica indifferenza sul sud e sul potere criminale. Il sud è il problema principale della nostra democrazia ma è anche la grande occasione e risorsa del nostro paese.
Gli uffici del Comune di Napoli dovrebbero essere spostati a Scampia. Le sedi attuali, eleganti, centrali, pompose, non rispecchiano più l’anima della città. Il cuore di Napoli ora è nelle sue periferie, è lì che la città pulsa e muore.
Anni fa uccisero un ragazzo innocente vicino Napoli. Portarono via il corpo, rimase il sangue a terra. Ricordo che un uomo, forse un prete, si inginocchiò dinanzi a quel sangue, mischiato alla segatura. Come a cercare di chiedere scusa a quella vita che voleva scorrere e che invece era stata costretta a seccarsi nei trucioli. Poi arrivò un’auto. Diede un colpo di clacson. L’uomo fu costretto ad alzarsi. L’auto parcheggiò lì, sul sangue. Tutto finito.
Yvan Sagnet arriva dal Camerun anche grazie alla passione per il calcio. Ma scopre il lato peggiore dell’Italia. La sua storia è diventata un libro che racconta la rivolta contro lo sfruttamento dei migranti nelle campagne pugliesi
di ROBERTO SAVIANO
QUESTA è una storia d’amore nata per caso tra un bambino e un Paese, la racconta Yvan Sagnet nel suo libro Ama il tuo sogno (Fandango). Il bambino è Yvan che nel 1990 aveva 5 anni e il Paese è l’Italia. È una storia d’amore che parte dal calcio. Yvan è nato Douala, in Camerun, nel 1985 e nel 1990, come molti bambini camerunensi, visse la cavalcata trionfale dei Leoni d’Africa nel mondiale, dalla prima partita con l’Argentina di Maradona fino ai quarti di finale contro l’Inghilterra. Napoli, domenica primo luglio. Ancora oggi chi c’era ricorda i tifosi del Camerun, coloratissimi, sportivi e con l’espressione di chi non poteva credere a ciò che stava accadendo.
Essere arrivati fino a lì aveva del miracoloso: il Camerun era la prima squadra africana a raggiungere i quarti di finale in Coppa del Mondo. E Napoli, dove si svolse la partita, tifò con loro sperando nel miracolo. La partita fu incredibile, con il Camerun in vantaggio per 2-1 fino a otto minuti dal termine dei tempi regolamentari. Poi il primo rigore all’Inghilterra, i supplementari, il secondo rigore e la sconfitta. A Yvan quella partita ha cambiato la vita. Il ricordo del rientro in patria della nazionale, che pur non avendo vinto il mondiale aveva ottenuto il rispetto di tutto il mondo, per Yvan significava una sola cosa: un nuovo sguardo sul suo paese, maggiore attenzione su un Camerun in crisi economica e politica. E questo nuovo sguardo era stato possibile proprio grazie al mondiale e al paese che lo aveva ospitato: l’Italia. A scuola il
programma di economia dei licei camerunensi prevedeva lo studio del sistema economico francese, ma lui decise per conto suo di specializzarsi sull’economia italiana.
Dal calcio all’economia. Yvan impara l’italiano e con un permesso di studio si iscrive all’università di Torino perché vuole diventare ingegnere. Finalmente può conoscere dal vivo il calcio italiano che ha amato da bambino. Tifa Juventus ma la prima partita dal vivo della sua vita la vede di spalle, come steward, allo stadio. Sono i primi di luglio del 2011 e i soldi della borsa di studio non bastano. Alcuni amici di Torino gli dicono che al Sud si può andare a lavorare per la raccolta del pomodoro perché serve manodopera. Così Yvan decide di trasferirsi nelle campagne salentine, a Nardò, dove sa di una masseria che accoglie i braccianti che fanno la stagione, togliendoli dalla strada, dove spesso dormono accampati sotto gli alberi, dentro case di cartone, senza acqua né corrente elettrica. Eppure anche alla Masseria Boncuri, nonostante l’impegno di tante associazioni di volontariato, la longa manus dei caporali detta le sue leggi.
Appena arrivati, i caporali requisiscono i documenti ai braccianti e li usano per procurarsi altra mano d’opera, altri immigrati, ma clandestini. Il rischio che i documenti vadano persi è altissimo e quando accade i braccianti diventano schiavi. Le condizioni di lavoro sono agghiaccianti: diciotto ore consecutive, di cui molte sotto il sole cocente. Chi sviene non è assistito e se vuole raggiungere l’ospedale deve pagare il trasporto ai caporali. Il guadagno è di appena 3,5 euro a cassone, un cassone è da tre quintali e per riempirlo ci vuole molto tempo, ore. Si lavora con questi ritmi anche durante il Ramadan, quando molti lavoratori di religione islamica non bevono e non mangiano. In Italia la disoccupazione è una piaga che sembra insanabile. Eppure questi ragazzi trovano lavoro, trovano un lavoro a condizioni inaccettabili per quasi la totalità dei disoccupati italiani. Si crede che i ragazzi africani siano abituati a una vita di disumanità, sporcizia, alloggi immondi e quindi questa attitudine alla suburra la sopportino in Italia perché medesima nel loro paese.
Nulla di più falso. Yvan scrive: “Mentre nel mio paese la dignità è sacra, a tutti livelli della scala sociale, il sistema dei campi di lavoro (in Italia, ndr) è appositamente studiato per togliere ai braccianti anche l’ultimo scampolo di umanità”. Ma accade qualcosa che i caporali non hanno previsto. I braccianti in genere strappano le piantine alla radice per batterle sulle cassette così che i pomodori cadono tutti. Ma quel giorno il caporale impone un altro metodo. Servono pomodori da vendere ai supermercati per le insalate, quindi devono essere presi e selezionati uno a uno. Si tratta di riempire gli stessi cassoni di sempre, ma selezionare i pomodori significa raddoppiare la fatica. Il caporale impone tutto questo lavoro allo stesso prezzo: Yvan e gli altri braccianti non trovano alternative, si sollevano. È l’inizio della rivolta e Masseria Boncuri ne diventerà il simbolo con l’enorme striscione “Ingaggiami contro il lavoro nero”. Ma lo sciopero non è facile da gestire soprattutto perché è quasi impossibile comunicare tra i diversi gruppi etnici. Gli unici a esprimersi facilmente in italiano sono i tunisini; per altri (bukinabé, togolesi, ivoriani, ghanesi, nigeriani, etiopi, somali) è necessario parlare in inglese e francese; altri capiscono solo la lingua araba. Eppure, nonostante le diversità, lo sciopero continua: tante culture e tante visioni della lotta hanno finito per essere non la debolezza ma la forza della protesta, che a un anno e mezzo da quella di Rosarno, è più organizzata e riesce a guadagnare un’eco nazionale. Gli italiani sembrano prendere finalmente coscienza delle condizioni difficili di chi lavora nei campi e le istituzioni sono costrette ad ammettere che il problema caporalato esiste.
La magistratura trova la forza per continuare le indagini già in corso, spesso protette da omertà e scarsa collaborazione, e a maggio 2012 i carabinieri del Ros arrestano 16 persone – presunti caporali e imprenditori agricoli – nell’ambito dell’operazione “Sabr” che ha colpito un’organizzazione criminale attiva tra Rosarno, Nardò e altre città della Puglia. Ma la reazione alla rivolta, allo sciopero, al clamore mediatico, all’inchiesta della magistratura e agli arresti, non si fa attendere. Alessandro Leogrande (autore peraltro di un importante reportage Uomini e caporali sui desaparecidos polacchi nel triangolo del pomodoro vicino Foggia) nell’intervista finale che accompagna il libro di Yvan Sagnet, svela che c’è un piano per uccidere Yvan e lo hanno ordito alcuni caporali tunisini che ancora operano a Nardò. La vita del primo leader nero italiano è, oggi, seriamente in pericolo. Quello che sento di poter fare con queste righe è non lasciarlo solo. Senza il suo impegno, senza questo ragazzo africano e gli altri che hanno lottato con lui, non esisterebbe la legge contro il caporalato, eppure i caporali esistono al Sud da più di un secolo. La speranza del mezzogiorno italiano sta proprio in questa parte d’Africa che arrivata al Sud, trasforma il Sud e rimette in gioco interi territori, migliorandoli. Rischia la vita per una democrazia diversa, battaglia che molti italiani hanno rinunciato a combattere.
Dalla mafia ai disabili, dal Medioriente a Cuba, qualsiasi argomento è buono per dividersi anziché confrontarsi. E guai a chi tenta di superare la logica dello scontro. Di Roberto Saviano.
Esprimere la propria opinione senza cercare sponde, alleanze, facili consensi, metterci la faccia, stimolare una riflessione che vada oltre gli umori della pancia, non è prassi comune, e spesso più che approvazione suscita sospetto. Pochi parlano di disabilità in televisione, argomento difficile da trattare. In un’Italia dove non si arriva a fine mese, siamo davvero sicuri che i milioni di normodotati vogliano sentire cosa accade a una minoranza? Siamo sicuri di voler davvero lavorare perché tutti possano avere pari opportunità e pari dignità a partire proprio da chi quotidianamente deve superare ostacoli fisici in un mondo costruito per chi può camminare, vedere, ascoltare, parlare? La mia esperienza mi dice altro.
Mi dice che se parlo di criminalità organizzata, a Casal di Principe mi si risponde: «Ma pensa ai politici di Roma, altro che camorristi». Se parlo dell’arresto della blogger cubana dissidente Yoani Sánchez, mi si risponde: «Perché non parli degli Stati Uniti, sono loro i veri criminali». Raccontare la propria esperienza di Israele, significa sentirsi dire: «Perché non parli piuttosto di Palestina? Dei bambini uccisi, della mancanza di libertà? Dei massacri?».
Sarebbe interessante far capire, una volta per tutte, che raccontare una cosa non significa nascondere l’altra, che parlare di criminalità organizzata non significa diffamare l’Italia. Che parlare di dissidenza a Cuba o di Israele non significa ignorare i conflitti politici e razziali, ma è un tentativo disperato di proporre una riflessione cercando di superare l’ottica dello scontro. E’ un modo per capire come la comunità internazionale può rendersi utile senza fare di quelle battaglie le proprie battaglie, in mancanza di qualcosa di simile in patria cui aggrapparsi.
SONO CRESCIUTO CON UN NONNO reduce dai campi di concentramento tedeschi. Mi raccontava molte storie, che sarebbero diventate la mia vita, la mia passione, il mio lavoro. Con mio nonno non si parlava di conflitti, ma di vita, di speranza, di rinascita, di pace. A ottobre del 2010 ricevo un invito. A Roma ci sarà una maratona oratoria per raccontare Israele e mi viene chiesto un contributo video. Chi mi è vicino mi consiglia di non intervenire: parlare di Israele è difficile, in Italia è essere pro o contro. E’ tifo. Non si ragiona.
Per chi è pro Israele avrei dovuto dire che la Palestina è il male assoluto, per chi è pro Palestina che Israele è un paese criminale. Chi mi conosce sa che per anni ho studiato Ghassan Kanafani, scrittore palestinese autore del capolavoro “Ritorno a Haifa”, e che avrei tentato, nel poco tempo a disposizione, una riflessione diversa.
VOLEVO DARE il mio contributo e nonostante ora alcuni mi definiscano «sionista ed ebreo» dando alla parola ebreo un’accezione negativa in linea con il più classico antisemitismo, resto convinto che avviare una riflessione serena sia importante. «Il mio ricordo di Israele è fatto soprattutto di immagini, immagini che non vogliono essere soltanto quelle della guerra», così iniziavo il mio intervento al fianco di Rita Levi Montalcini, Furio Colombo, Umberto Veronesi, Lucio Dalla e il cantante degli Almamegretta Raiz. Ognuno ha partecipato con la sua storia, con la sua testimonianza, per non lasciare quella riflessione alla peggiore destra italiana o alla più ottusa sinistra.
Nel video ridotto all’osso non ho mai appoggiato la guerra, mai appoggiato Piombo Fuso o la destra israeliana, mai Netanyahu. Ho parlato di un’altra Israele, quella a cui rivolgersi per poter arrivare alla pace. Cos’è che spaventa in questo? Che si possa sognare di raggiungere la pace in quell’area?
Al povero Vittorio Arrigoni e a quanti mi invitavano ad andare a Gaza a vedere gli orrori della guerra, risposi con un messaggio su Facebook, il 12 ottobre 2010. Sintetizzo così quella risposta. Alla domanda stai con i palestinesi o con gli israeliani, deluderò forse, ma risponderò sempre come mi ha insegnato il mio amico David Grossman: «Sto con la pace».
I giornali devono reggere la concorrenza, specie in un periodo di crisi. Ma c’è il rischio che la caccia alla notizia facile, ‘sensazionale’, oscuri i temi civili e le battaglie sociali del nostro tempo.
Di Roberto Saviano
All’epoca del rapimento Moro molti della mia generazione non erano nati, altri stavano emettendo i primi vagiti. Eppure non è difficile immaginare quale fosse il clima nel nostro Paese in quei terribili giorni. Non solo non è difficile, ma è anche un obbligo fare i conti con ciò che il rapimento e l’omicidio Moro hanno rappresentato per l’Italia. Uno spartiacque. In politica, ma non solo. Il giornalismo, gli intellettuali e la società civile erano divisi su quale fosse la posizione da prendere, quella più giusta eticamente e secondo la Ragion di Stato, la decisione che non avrebbe ipotecato il futuro dell’Italia che in quel frangente appariva come la più sventurata delle nazioni.
UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE , che però non si limita a questo, me lo ha fornito nei mesi scorsi un libro uscito per i tipi di Einaudi a firma di due giovani giornalisti, Mauro Favale e Tommaso De Lorenzis, “L’aspra stagione”. Fine anni Settanta, un giovane giornalista e la fondazione di un nuovo quotidiano. Il giornalista è Carlo Rivolta e sarà tra i primi collaboratori nella neonata “Repubblica”: sarà il collegamento tra i movimenti studenteschi – e non solo questo – e la redazione di quello che in pochissimi anni sarebbe diventato uno degli strumenti di informazione più autorevoli del Paese. Questo è solo lo spunto iniziale della mia riflessione, che vuole arrivare ad altro. Un ampio capitolo del libro è dedicato al rapimento Moro e a una questione fondamentale che, all’esito della tragedia, viene in genere relegato a un piano secondario: quale sia l’atteggiamento che i media debbano avere nei confronti delle richieste, dei bollettini di rivendicazione di gruppi eversivi che utilizzano metodi violenti. Quanto i mezzi di informazione abbiano contribuito a rafforzare, nel caso in questione, le richieste e le posizioni delle Brigate Rosse, rendendo le loro istanze note.
Il 21 marzo 1978 Eugenio Montale pubblica un editoriale sul “Corriere della Sera”. Uno scritto lucido, pieno di passione giornalistica e di dubbi. «Eravamo, e siamo, divisi tra due obblighi di coscienza», scrive, «da una parte quello di negarci ad ogni manipolazione della verità, di non nascondere ai lettori alcuna notizia, di non imboccare mai la strada inclinata e maledetta della censura; dall’altra», continua, «quello di non collaborare in nessun modo, sia pure inconsapevolmente, a un disegno ribelle che vuole devastare l’equilibrio dell’opinione pubblica».
QUESTE LE PREMESSE. E poi: «Quali sono le armi dei terroristi? Le Nagant, le Tokarev, le Beretta, e la propaganda, e quel terribile amplificatore della propaganda che talvolta forse rischiamo di essere tutti noi, giornali, televisione, radio. Possiamo disarmare anche della propaganda i terroristi, senza rinunciare al nostro ruolo di giornali – e di giornalisti – liberi? E’ una difficile domanda». Montale finisce col dire chiaramente che i media sono stati gli amplificatori dei messaggi delle Br, che rendendo note per intero le loro rivendicazioni non hanno fatto da filtro, ruolo difficile, ma che forse sarebbe stato loro dovere assumersi. Soluzioni per il futuro: non farsi cassa di risonanza, perché «la stampa è indubbiamente un potere, anche micidiale».
Spunto di riflessione, punto di partenza, possibilità di poterci dare una sorta di codice etico troppo difficile ora, dove in ballo non c’è più soltanto, o soprattutto, la volontà di non voler fare censura, di voler restituire un’informazione completa, ma una concorrenza incredibile, spietata. Oggi più di ieri la notizia sensazionale è utile, anzi necessaria, per poter vendere copie, più copie… talvolta per non perderne. Per reggere la concorrenza dei media che trovano spazio in Internet, più aggiornati, più agili e con oneri economici minori. Ed ecco che le proteste pacifiche, dalla Rivoluzione dei Gelsomini a Occupy Wall Street, dalla “battitura della speranza” che ha avuto luogo in decine di carceri italiane quest’estate e ha coinvolto centinaia, migliaia di detenuti, dai loro scioperi della fame per denunciare le condizioni in cui sono costretti a scontare le loro detenzioni: tutte iniziative non violente di massa che incredibilmente non trovano spazio sui media nazionali. Dimentichi della lezione di Montale, propagandiamo e premiamo con il massimo della visibilità comunicati, parole d’ordine e violenza e mortifichiamo, censuriamo, ignorandole le iniziative che non fanno morti e feriti.
Nel 2002 Antonio Petito, 20 anni, fu condannato a morte dai clan. Ora si scopre perché: aveva “offeso” il rampollo 13enne dei Casalesi. E i casi di questo genere sono tanti, troppi: le stragi dei futili motivi. Di Roberto Saviano.
In certi territori si muore per nulla. Un rimprovero, un posto auto, un diverbio stradale, uno scherzo di carnevale. Gianluca Bidognetti, detto Nanà, non è solo un qualunque ragazzo di Casal di Principe. Nanà Bidognetti è l’erede al trono: figlio di Cicciotto ‘e Mezzanotte e della sua seconda moglie Anna Carrino. Se Nanà ti attraversa la strada, è l’erede al trono che ti sta passando davanti e chiunque si trovi nei paraggi, al volante di un’auto, in motorino o a piedi, lo deve sapere. Era il 2002 quando Nanà, allora aveva 13 anni, attraversa la strada e Antonio Petito, 20 anni, falegname, anche lui di Casal di Principe, frena maldestramente rischiando di investirlo. I due ragazzi litigano: ognuno dà la colpa all’altro. Quando Nanà torna a casa, non esita a riferire tutto a sua madre. Le teste camorristiche sono teste paranoidi: per loro il caso non esiste. Fatti e parole che per qualsiasi altra persona non significherebbero nulla, nella grammatica criminale assumono sempre un senso. Nanà era stato insultato davanti a tutti.
Quindi nel paese poteva circolare la voce che era possibile mancare di rispetto a un Bidognetti, impunemente. Anna Carrino interpreta l’accaduto come un chiaro affronto, in un momento peraltro delicato per la famiglia, e decide di convocare la dirigenza del clan. La donna ha una personalità molto complessa, attualmente collabora con la giustizia e racconta spesso con sofferenza tutto quello che negli anni ha visto, eppure di quella ferocia è stata parte attiva. È lei, secondo l’inchiesta della Dda di Napoli, a condannare a morte Antonio Petito. Si è scoperto solo adesso dopo che i carabinieri del nucleo investigativo di Caserta hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti del clan dei Casalesi. Quando Anna li convoca, non tutti nel clan erano d’accordo, non tutti credevano che quel ragazzo dovesse morire: all’inizio Luigi Guida, detto o’ drink, braccio destro di Francesco Bidognetti, pareva essere contrario: magari avrebbero potuto picchiarlo, fargli “una paliata”, ma ammazzarlo era esagerato… E invece Anna Carrino insiste e ottiene la sentenza. E così un commando del clan dei casalesi organizzato proprio da o’ drink raggiunge il ragazzo mentre stava andando al lavoro, e lo ammazza con 12 colpi di arma da fuoco.
Il boss Maurizio Prestieri, uno dei massimi dirigenti della camorra di Secondigliano, ora collaboratore di giustizia, ha spiegato il meccanismo che regola il potere mafioso e questo genere di reazioni che a noi sembrano esagerate con la logica del Vipl, cioè della Very Important Person Local. Nella tua zona devi essere molto noto, temuto e ossequiato da tutti. Al contrario, lontano, altrove, dove gestisci affari che non devono destare attenzione, devi essere sconosciuto. Se Bidognetti fosse stato persino investito, e non solo spaventato, lontano dal suo paese, magari non sarebbe successo nulla. Invece la gente del tuo territorio deve essere terrorizzata, psicologicamente assoggettata. Non è un caso che per i loro paesi d’origine non spendano un euro. Non una strada asfaltata, non una scuola ristrutturata, non un giardinetto per i bambini. Nulla, a meno che non significhi vincere appalti per la famiglia. Ma non elargiscono mai danaro. Eppure in questi territori ci vivono. Il consenso lo pretendono con il terrore e con la fame. La ragione? Molto banalmente, se si aumenta il benessere di un territorio, chi sarà più disposto a farsi arruolare per mille euro al mese? È la logica feudale. Prestieri racconta di quando arrivava con la macchina al rione Monterosa: le persone si catapultavano in strada a togliere le proprie auto per dare a lui la possibilità di parcheggiare. Lui doveva semplicemente farsi riconoscere e tutti gli cedevano il posto.
E la storia del clan Bidognetti è una storia piena di esecuzioni assurde: anche una diagnosi forse sbagliata può provocare una condanna a morte, come accadeva nelle corti dei sovrani assoluti
raccontate nelle Mille e una notte. Il clan ha il suo fondatore in carcere da sempre, un capo che vacilla ha bisogno di imporre regole sanguinarie al territorio. Ha bisogno di dire chiaramente: “Qui, nonostante tutto, comandiamo noi”. Francesco Bidognetti, nell’ottobre del ’93 non ci pensò due volte prima di far ammazzare Gennaro Falco, il medico ritenuto “colpevole” di non aver diagnosticato per tempo un cancro alla sua prima moglie. Falco fu ucciso nel suo ambulatorio mentre stava scrivendo una ricetta, e nella sparatoria rimase ferita anche una sua paziente.
Prima ancora toccò a un ragazzo africano, che nel ’91 fu ucciso, decapitato e gettato nel Volturno perché probabilmente aveva vinto al Totocalcio e non aveva voluto pagare la percentuale alla camorra. Per questo gli tagliarono la testa e lo buttarono nel fiume. “Vivi nel nostro territorio, vinci nel nostro territorio, la tua vita e le tue vincite ci appartengono”.
Il messaggio che ogni omicidio veicola costruisce regole, prassi di vita. Deve dare la cifra esatta di chi sia a comandare in quel territorio e di cosa significhi non accettare l’autorità. Era il 24 luglio del 1991 e queste furono le ultime parole di Alberto Varone, commerciante di Sessa Aurunca, sussurrate a sua moglie: “Hai visto? Mario ce l’ha fatta “. Poco dopo sarebbe morto. A condannarlo era stato il boss Mario Esposito che da tempo voleva impadronirsi dell’attività di Alberto Varone, e per questo mandava nel negozio una nipote del commerciante imparentata con il clan. All’ennesima visita della ragazza, che si presentava sempre a nome degli Esposito, Alberto la cacciò via, accusandola di aver infangato il nome della famiglia sposando un Esposito. Questo segnò la sua condanna a morte. Quel rimprovero era bastato per farlo ammazzare.
Le donne sono spessissimo prese dai clan a pretesto per feroci liti che sfociano in tragedie. Nella primavera del 2005 il figlio più piccolo di Sandokan era andato a una festa a Parete, territorio dei Bidognetti, e qui aveva iniziato – secondo le indagini – a corteggiare una ragazza, nonostante questa fosse già accompagnata. Il rampollo degli Schiavone era senza la scorta di camorra che in genere segue i delfini dei boss e credeva che il solo fatto di essere figlio di Sandokan lo avrebbe reso immune. Non andò così. Un gruppetto di persone lo riempì di schiaffi, di pugni e calci: dovette correre in ospedale. Il giorno dopo una quindicina di persone, in moto e in macchina, si presentarono al bar Penelope, dove si ritrovavano solitamente i ragazzi che avevano picchiato il rampollo. Entrarono con mazze da baseball e sfasciarono ogni cosa, pestarono a sangue chiunque si trovasse dentro. Il commando poi si riversò in strada e iniziò a sparare tra la gente colpendo all’addome un passante, Carlo Bocchetti. Distrussero tutto e dissero solo questo: “Non toccate quelli di Casale”.
Qualcosa di simile era accaduto sei anni prima e precisamente il 21 marzo del ’99 a Santa Maria Capua Vetere. Nella stessa discoteca, il Disco Club, c’erano Carlo Amato, figlio di Salvatore boss di Marcianise, e Walter Schiavone, figlio di Sandokan. Carlo Amato viene ammazzato: e anche se le dinamiche dell’omicidio non sono state ancora del tutto chiarite, una delle ipotesi è che Amato sia stato punito per aver difeso una ragazza dalle molestie di un gruppo di giovani, capeggiati proprio da Walter. Lo sguardo è territorio. Per uno sguardo si ammazza. Così accade nel 2004 a Francesco Estatico, 19 anni. È sera e con un amico va a Mergellina, sul mare, davanti a uno chalet, luogo di ritrovo nel fine settimana di centinaia di ragazzi. Va a prendere un frullato con il motorino nuovo. Quando Francesco arriva una ragazza lo nota, gli sorride e si avvicina a lui. Francesco è un bel ragazzo e anche questo può essere elemento di fastidio. Un gruppo di ragazzi, vantandosi di essere affiliati ad un clan, si avvicinano a Francesco e lo accoltellano a morte, sotto gli occhi increduli dell’amico e davanti a una folla indifferente.
Anche Augusto La Torre, boss di Mondragone, manteneva il suo potere sul terrore. Nel 1990 condannò a morte il vicesindaco Antonio Nugnes per problemi di spartizioni di quote e poteri. Tredici anni dopo, Augusto e i suoi fedelissimi indicarono ai carabinieri un pozzo coperto da quintali di terra dove poter trovare i resti di Nugnes. Accanto c’era anche il corpo di Vincenzo Boccolato, condannato a morte perché in una lettera inviata dal carcere a un suo amico aveva offeso Augusto. Il boss l’aveva trovata per caso, mentre gironzolava per il soggiorno di un suo affiliato, scartabellando tra fogli aveva riconosciuto il suo nome e, incuriosito, si era messo a leggere le critiche alla gestione del clan che Boccolato gli faceva. Così lo portarono dinanzi al pozzo e gli dissero “vai a giocare a briscola con Nugnes”. Luigi Pellegrino, conosciuto da tutti come Gigiotto, era invece uno di quelli a cui piaceva spettegolare su tutto ciò che riguardava i potenti della sua città. Gigiotto spettegolava sulla moglie del boss Augusto La Torre, raccontava in giro di averla vista incontrarsi con uno degli uomini più fidati del clan. Bastò per condannarlo a morte: fu ucciso in un bar mentre tentava di nascondersi dietro al bancone. Fu colpito alla testa davanti a decine di persone. Più il motivo di una condanna a morte è futile, più un boss dimostra il suo potere, l’arbitrarietà della decisione.
Sembra inconcepibile che si possa rischiare un ergastolo per uno sguardo, per una voce, per un’illazione, per una frenata brusca, per un parcheggio fatto male o nel posto sbagliato. Tutto questo potrebbe sembrare, a un’analisi superficiale, fragilità. Quasi non ci si spiega come un’organizzazione possa investire centinaia di migliaia di euro in difese legali per processi inutili. Eppure è proprio qui, in questi futili motivi, che risiede il fondamento del potere dei clan. Si ammazza per nulla e questo ha un solo significato, è un terribile ammonimento: “La vostra vita è nelle nostre mani, quando e come vogliamo”. I futili motivi sono alla base anche di importanti faide. Come la faida di San Luca, una delle più feroci, che ha inizio nel febbraio del ’91 per uova e farina tirate a Carnevale. Dei ragazzini delle famiglie Strangio e Nirta si ritrovano
fuori dal circolo Arci del paese gestito da Domenico Pelle, della cosca nemica dei Pelle-Vottari. Il paese è minuscolo ed è naturale che si viva tutti nello stesso spazio, amici e nemici. I ragazzini tirano uova e farina davanti al circolo e le persone provocate rispondono soltanto a parole. Il giorno successivo la scena si ripete ma questa volta i ragazzini ricevono schiaffi e calci. A questo punto devono intervenire gli adulti della famiglia, ma mentre stanno andando al circolo a chiedere ragione di ciò che è stato fatto ai loro ragazzi, si imbattono in un affiliato ai Pelle che inizia a sparare ammazzando due uomini delle famiglie Strangio e Nirta. Da lì ha inizio una faida eterna
che dal ’91 ha portato, nel 2007, alla strage di Duisburg. Tutto per uova e farina.
In terra di camorra, una faida analoga, la cosiddetta “faida della minigonna”, iniziò nel ’97, quando una ragazza vicina al clan Licciardi venne corteggiata da un giovane affiliato ai Prestieri. Il corteggiatore, Gennaro Romano, viene pestato, ma riesce a chiamare rinforzi che si vendicano spaventando un amico di Vincenzo Esposito, detto ‘o principino, nipote del capo, Gennaro Licciardi, la scimmia. Il principino vuole vendicare l’offesa e va in moto assieme al suo guardaspalle a sparare sulle palazzine del boss del Rione Monterosa. Gli uomini di Prestieri, che non avevano riconosciuto il ragazzo perché indossava il casco, rispondono al fuoco e uccidono il principino. È qui che accade una delle cose più incredibili che siano avvenute in terra di camorra, le indagini non confermano e parlano di leggenda, ma c’è chi è pronto a giurare che sulla porta della chiesa della Resurrezione a Secondigliano sia stata affissa dai Licciardi una lista nera detta proprio “lista della Resurrezione”. Era un consiglio che si dava ai Prestieri e alle famiglie secondiglianesi: consegnateci queste persone altrimenti noi ammazziamo i consanguinei. Vera o leggendaria che sia questa storia, è certo che in molti furono consegnati pur di evitare una strage. Decine furono i morti. La faida della minigonna partita nel ’97 è terminata nel 2006.
È così che vanno le cose nelle terre sotto il dominio delle organizzazioni criminali: si sta ben attenti a non pronunciare mai i nomi dei boss invano: questo basterebbe a farli innervosire. Si è attenti a salutarli o, in caso di guerra, a non farsi trovare per strada sul loro percorso, perché il saluto o il non saluto ha sempre un significato. Si è attenti a non far pagare loro mai il conto al ristorante o in un negozio. Si accetta un pagamento solo dopo che per due volte i capi, e solo i capi, hanno fatto espressamente capire di volerlo fare. È un terrore che porta a non poter dire mai di no. Perché nella terra dei clan i cittadini sono sudditi e il boss è un monarca dal potere assoluto. Perché si muore per niente: è questo uno dei pilastri del dominio mafioso.








