di Roberto Saviano
William Langewiesche è uno scrittore capace di mettere le mani nel budello della realtà. Polpastrelli nel sangue dei fatti, dita nella vescica del vero. Il primo libro pubblicato in Italia uscì per Arcana Lo schianto dell’EgyptAir 990 nel 2002 tradotto da Stefania Cherchi. Non ebbe grande successo, eppure è un lavoro fondamentale. Il racconto dell’inabissamento nell’ottobre del 1999 di un aereo decollato dall’aeroporto Kennedy di New York e diretto al Cairo in Egitto con 217 persone a bordo. Langewiesche, ex pilota professionista, indaga, raccoglie, ascolta le voci, le indagini, le carte meccaniche dei periti, per comprendere come quell’EgiptAir sia potuto inabissarsi d’improvviso. Il libro centra l’attenzione sul pilota in seconda Gameel al Batouti che approfittando dell’assenza momentanea del pilota in prima disattiva il pilota automatico e mentre recita sure coraniche inabissa l’aereo. Letto oggi dopo la caduta delle torri gemelle sembra di assistere ad una ouverture di quello che sarebbe accaduto l’11 settembre. Una sorta di prove generali. Pare quasi che l’autore abbia redatto il suo libro intuendo sarebbe accaduto qualcosa per cui quel suo lavoro sarebbe diventato necessario, come un cacciavite o una lente, per decrittare il fenomeno futuro. Lo schianto dell’EgyptAir 990 non ha una scrittura da thriller realistico. Non interessa a Langewiesche creare momenti di curiosità o celare soluzioni nel finale. Un incidente del genere diventa nella sua scrittura un laboratorio raro per tracciare le conflittualità tra mondo islamico ed occidente americano. Emerge infatti un conflitto culturale tra la National Transportation Safety Board (NTSB) incaricata dagli USA di far luce sul fatto ed i detective egiziani. L’NTSB trova le prove che Batouti si era suicidato mentre i detective egiziani ricevono ordine dal presidente Mubarak di non pronunciare mai la parola suicidio e di trovare assolutamente cause tecniche all’inabissamento dell’aereo. I primi sanno che dal vero possono trarre vantaggio, i secondi credono che dal vero v’è solo da subire danno. L’indagine quindi non è più solo intorno ad un aereo ed un misterioso comportamento di un pilota, ma su come USA ed Egitto, come due mondi, osservano e cercano di scovare, provare la verità di un fatto o come tentano di mutarla, nasconderla, trasformarla. Langewiesche potrebbe ricordare Capote. Il Truman Capote di “A sangue freddo”. Ma la scrittura di quest’ultimo è chirurgica, Langewiesche invece non ha necessità di raggelare la sua prosa. Non vuole essere uno specchio in cui viene riflesso il mondo che decide di osservare senza la telecamera a spalla. I suoi scritti non sono reportage narrativi quanto piuttosto tendono ad una narrazione reportage. Non v’è un plusvalore di qualità ad un impianto giornalistico ma un rimodellamento della verità spurgata da tutti quei dati che affollano i video, passano dalle bocche dei cronisti, annebbiano lo sguardo di chi è costretto alla conoscenza attraverso la mediazione nel nostro tempo. Per Langewiesche l’unica forma di oggettività possibile è il racconto della realtà, non la sua cronaca. L’oggettività non è più universalismo, ma racconto d’un punto di vista, racconto tanto più oggettivo quanto passa attraverso gli occhi di un uomo che dichiara la sua parzialità; parzialità assai più preziosa della menzognera imparzialità delle notizie giornalistiche che orientano, condizionano, celano, mostrando un’impossibile asetticità ed un falso rigore. In American Ground (Adelphi 2003, traduzione di Roberto Serrai, pag. 255, 19 Euro.) il talento di William Langewiesche si articola in tutta la sua forza. Qui non si tratta di un reportage narrativo. Né di una costruzione realistica argomentata con il grimaldello della fiction, assumendone i ritmi e le scorrevolezze. La narrazione si fa reportage. Le storie divengono corteccia e fusto del racconto: una connessione di elementi che altrimenti verrebbero dispersi e che attraverso la sua voce, la sua sensazione, la sua analisi, vengono invece accorpati e posti in relazioni. Questa è la scrittura che intellige il vero in Langewiesche. Unico giornalista ammesso a Ground Zero, ha ottenuto l’autorizzazione a condizione che non scrivesse niente durante i lavori. Ha osservato e poi descritto con una chiarezza stilistica unica. Le prime parole di American Ground, l’attacco, l’esordio del libro, già mostrano le sue intenzioni. Le Torri Gemelle del World Trade Center sono crollate l’11 settembre 2001. Quel mattino il cielo era sereno e la temperatura mite. Gli abitanti dei diversi quartieri di New York hanno avvertito il fragore del crollo, a seconda dei casi, come un ruggito, un brontolio, o un tuono in lontananza. Langewische in American Ground è consapevole che le immagini dell’implosione sono marchiate sulle iridi di tutti i suoi lettori, non vuole descrivere il visibile. Ma vuole condividere le macerie o meglio il cumulo, come lo scrittore definisce la montagna di detriti che si è creata a Manhattan a causa del crollo delle Torri. Langewiesche ha partecipato allo sgombero del cemento armato, dei corpi, delle polveri. E qui vi ha trovato le storie e le vicende consustanziali alla tragedia dell’11 settembre, eppure dimenticate, sconosciute. L’evento più ripreso, raccontato, osservato, del millennio aveva lasciato l’essenza di sé sotto le macerie della propria implosione. Langewiesche si è messo sulle tracce di due sconosciuti funzionari comunali, Ken Holden e Mike Burton, i sovrintendenti alla manutenzione delle strade e dei marciapiedi di New York che nel caos successivo al crollo delle Torri si sono trovati, assolutamente per caso, alla guida delle operazioni. Non avevano i titoli, né erano stati nominati da nessuno. Ma fin dal primo momento, quando ci fu da prendere decisioni delicate e tutti avevano una soluzione ma nessuno era in grado di dare ordini né ordine, loro due sono stati i più freddi, dotati di carisma e competenti. “In un altro Paese – scrive Langewiesche -prima di prendere qualsiasi iniziativa, si sarebbero cercate risposte precise. Si sarebbero nominate commissioni di esperti e consultate le maggiori autorità in materia. Le rovine sarebbero state studiate con cura, e chi avesse dovuto avrebbe seguito un piano d’azione rigidamente preordinato. Per non parlare del fatto che l’esercito avrebbe assunto il controllo dell’area“. A New York non è successo niente di tutto questo, la perfetta organizzazione americana, l’efficienza dei mezzi che in tutti sembrava assoluta, era frutto di persone che hanno cercato di contenere il delirio, il caos, l’ansia, la più totale disorganizzazione.
Langewiesche non è un giornalista d’inchiesta che deve scoprire disciplinatamente i fatti. La forza della sua scrittura risiede nel fatto che non deve dimostrar nulla. L’unico modo per innestarsi nel reale è raccontarlo, non dimostrarlo. E’ uno scrittore che può congetturare, immaginare ciò che non vede. Ma la sua immaginazione e la sua congettura non sono salti logici ma solo cateteri che servono a drenare il sangue del vero che lui solo osserva. La forza di Langewiesche si basa su una scrittura di equilibri e disequilibri. Può contare su un universo foggiato. E quindi non deve creare per il lettore il mondo che narra ma al contempo questa conoscenza già data la deve smontare per poter aggiungere i suoi segmenti di lettura, le nuove ipotesi di senso, le possibili nuove realtà. Operazione inversa ha dovuto operare per il suo ultimo libro pubblicato ora in Italia, Terrore dal mare (Adelphi, 263 p, traduzione Matteo Codignola, € 18) poiché in questo caso ha deciso di narrare di un territorio incontrollato, malconosciuto, quasi del tutto assente dall’immaginario comune: il mare. Il mare come strada, come spazio commerciale. Il libro è apocalittico, la sensazione è la medesima degli arrembaggi di Salgari, un luogo per pionieri dove nessun diritto è realmente regola. Langewiesche racconta che su tutti i mari della terra ci sono oltre quarantamila grandi mercantili (oltre ad un numero impossibile da definire di navi di stazza minore) completamente al di fuori di qualsiasi controllo. Potrebbero portare derrate assolutamente legali ed essere perfettamente in regola ma anche essere utilizzati per commerci illegali e magari a fini terroristici. Questa impossibilità di controllo è il risultato principalmente della necessità del governo americano di aggirare le stesse proprie norme sulla neutralità all’inizio della seconda guerra mondiale con la creazione di “bandiere di comodo”: far battere alle proprie navi la bandiera panamense per commerciare con la Gran Bretagna avrebbe impedito che un loro attacco trascinasse in guerra gli Stati Uniti. Terminato il conflitto sono però diventati evidenti i vantaggi economici del sistema col risultato che esso è stato universalmente adottato con il risultato che oggi è praticamente impossibile controllare la provenienza reale di una nave e che il mare è l’unica reale zona franca da qualunque legge o regolamento. E anche ove non ci sono palesi violazioni di normative, le navi diventano una forma di reclutamento di mano d’opera priva di garanzie e di minimi contrattuali, abbandonata al più spietato caporalato. La dimostrazione sono i casi che Langewiesche riporta nel resto del libro: storie di naufragi e di disastri ambientali, causati da navi vecchie, malamente revisionate anche se in possesso di tutte le certificazioni necessarie a prendere il mare, sottoposte a ritmi massacranti dalla necessità di mantenere tempi di consegna strettissimi.
Piuttosto che il terrorismo però, il caos oceanico favorisce la criminalità. L’aumento esponenziale dei casi di pirateria che avvengono ai danni sia di mercantili che di navi passeggeri ne è l’emblema. E poi i cantieri pericolosi e terribili dove queste navi stanche e arciusate vengono smantellate, nei paesi del terzo mondo che, senza rispettare alcuna normativa ambientale, mettono a rischio tanto l’ambiente quanto le vite di chi vi lavora. Alla fine della lettura dei libri di Langewiesche si è come raggiunti da una consapevolezza. La realtà, l’unica realtà possibile è quella raccontata dagli scrittori. Non i media, non le foto, non i video. Langewiesche, William Vollmann, Ryszard Kapuscinski raccontano la loro verità, parziale, contaminata, minuscola e macroscopica, indisciplinata e rigorosa. Caotica, individuale, passionale. L’unica verità insomma che valga la pena di essere conosciuta.
Pubblicato su “Pulp”, Nr.56, Luglio/Agosto 2005
di Roberto Saviano
… perché nonostante tutto, la verità esiste.
Victor Serge
Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con la parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta parola che ancora può valere quando sussurra: “è falso” all’orecchio di ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La verità è parziale, infondo se fosse riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità.
Cerco sempre di calmare quest’ansia che mi si innesca ogni volta che cammino, ogni volta che salgo scale, prendo ascensori, quando struscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso fermare un rimuginio d’anima perenne su come sono stati costruiti palazzi e case. E se poi ho qualcuno a portata di parola riesco con difficoltà a trattenermi dal raccontare come si tirano su piani e balconi sino al tetto. Non è un senso di colpa universale che mi pervade, né un riscatto morale verso chi è stato cassato dalla memoria del sentiero della storia. Piuttosto cerco di dismettere quel meccanismo brechtiano che invece ho connaturato, di pensare alle mani e ai piedi della storia. Insomma più alle ciotole perennemente vuote che portarono alla presa della Bastiglia piuttosto che ai proclami della Gironda e dei Giacobini. Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come qualcuno che guardando Veermer pensasse a chi ha impastato i colori, tirato la tela coi legni, assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare il ritratto. Una vera perversione. Non riesco proprio a scordarmi come funziona il ciclo del cemento quando vedo una rampa di scale, e non mi distrae da come si mettono in torre le impalcature il vedere una verticale di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non riesco proprio a vedere solo il parato e penso alla malta e alla cazzuola. E persino ai calli che genera il manico di legno del frattazzo usato sino allo stiramento del polso per spianare l’intonaco. Sarà forse che chi nasce in certi meridiani ha rapporto con alcune sostanze in modo singolare, unico. Un rapporto che altrove non potrebbe che essere diverso. Non tutta la materia viene recepita allo stesso modo in ogni luogo. Non so, credo che in Qatar l’odore di petrolio e benzina rimandi a sensazioni e sapori che sanno di residenze immense, monocultura e lenti da sole e limousine anche se magari nel quotidiano il tanfo di benzina e petrolio avviene meno che a Madrid. Lo stesso odore acido del carbonfossile credo a Minsk rimandi a facce scure, fughe di gas, e città affumicate mentre in Belgio rimandi all’odore d’aglio degli italiani ed alla cipolla dei magrebini, i corpi che si inabissavano nelle miniere. Lo stesso accade col cemento per il l’Italia, per il mezzogiorno. Il cemento. Petrolio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni. Appalti, gare d’appalto, cave, cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L’armamentario dell’imprenditore italiano è questo. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero, (principato o feudo da valvassore) nel cemento non ha speranza alcuna. Bisogna immaginarsi la sua valigetta simile a quella che qualche anni fa produceva la MicroMachine. Una valigetta per bimbi, che si apriva e dalle pareti uscivano microbetoniere e nano-operai, scivoli e gru. Bisognerebbe pensare così la valigetta di chiunque si appresta a voler diventare imprenditore vincente e potente. E’ il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile, acquistarsi fiducia, assumere persone nel tempo adatto di un’elezione, distribuire salari, accaparrarsi finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulla fama dei palazzi che si edificano. Il talento del costruttore è quello del mediatore e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore di documentazioni burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni sedimentate come lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace capace di planare su terreni insospettabili sottrarli per pochi quattrini e poi serbarli sino a quando ogni loro centimetro ed ogni bruco divengono rivendibili a prezzi esponenziali. L’imprenditore rapace sa come saper far usare becco e artigli. Le banche italiane sanno accordare ai costruttori il massimo credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per i costruttori. E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà non bastano come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico del costruttore che garantirà per lui. La concretezza del cemento e delle stanze è l’unica vera materialità che le banche italiane conoscono. Ricerca, laboratorio, agricoltura, artigianati, i direttori di banca li immaginano come territorio vaporosi, iperurani senza presenza di gravità. Stanze, piani, piastrelle, prese del telefono e della corrente. Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite dei camion, che depredavano il fiume Volturno della sua sabbia. Dagli anni ’70 in poi. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiata da contadini che mai avevano visto questi mammuth di ferro e gomma. Erano riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e davanti ai loro occhi gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra hanno iniziato a coltivare e bufale, dopo le bufale hanno iniziato a mettere su piccole imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti ai lavori stagionali, e quando non si sono consorziati con le imprese dei clan hanno incontrato la morte precoce. Io so chi ha costruito l’Emilia Romagna, i quartieri nuovi di Milano, io so chi costruisce le ville in Toscana, le ditte di Michele Zagaria uno dei latitanti più ricercati, che lavorano in subappalto in mezz’Italia. I vantaggi che hanno queste ditte ed i loro committenti sono infiniti, gli inerti vengono saccheggiati portati vie dalle colline e dalle montagne. Le ditte d’estrazione vengono autorizzati per sottrarre quantità minime, ed in realtà mordono e divorano intere montagne. Quintali di pietrisco a basso costo partono da questi luoghi. Inerti a costo zero che andranno a rendere competitive le ditte al nord Italia mentre in mezza Europa cercheranno di accaparrarsi poiché sempre più diviene merce rara. Ma non a sud. Dove non c’è altro che scavare, costruire, tirare su. Io so e ho le prove. Qui la deportazione delle cose ha seguito quella degli uomini. Montagne e colline sbriciolate e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. Spesso mentre le ditte dei clan trivellano, rompono per errore una falda acquifera e le cave diventano laghi artificiali. Potrebbe sembrare un freno alla corsa divoratrice dei palazzinari. Non lo è. I clan gestendo anche i traffici di rifiuti vincono gare di appalto per lo smaltimento dei veleni industriali, e fingendo di smaltire in inesistenti discariche si aggiudicano lo smaltimento di rifiuti pericolosi con prezzi bassi che nessun altra azienda in Europa avrebbe potuto proporre. Non si trattava di smaltire ma di buttare. In realtà le ditte non hanno alcun luogo dove smaltire rifiuti tossici, né impianti adatti. Li inabissano nei laghetti. In tal modo non solo hanno guadagnato dall’estrazione abusiva ma hanno anche creato un luogo dove nascondere i rifiuti tossici. In tal senso si può ricavare nuovo danaro e rendere le proprie ditte ancor più competenti al servizio in subappalto dei migliori costruttori in circolazione. Una volta in una vecchia trattoria di San Felice a Cancello, incontrai don Salvatore. Un vecchio masto. Era una specie di salma ambulante, non aveva più di 70 anni ma ne mostrava oltre 80. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare nelle impastatrici le polveri smaltimento fumi. Quintali di cemento impastato assieme a polveri velenose il cui costo di smaltimento per le aziende era una delle voci più alte del bilancio. Con la mediazione delle ditte dei clan camorristici, ogni costo si è abbassato e lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la cinetica che permette alle ditte di presentarsi alle gare d’appalto con prezzi da manodopera cinese.
Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando non si creperanno, e qualche operaio magari magrebino respirerà le polveri crepando qualche anno dopo incolpando per il suo cancro la malasorte. Gli imprenditori italiani vincenti non hanno altra forza che queste ditte capaci di stravincere come prezzi e qualità. Ogni vantaggio è scaricato su manodopera e sui materiali. Provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c’è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori dell’economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Einaudi, Ferruccio Parri, Nenni e il comandante Valerio. Furono proprio i palazzinari, a tirare per lo scalpo l’Italia affossata dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo monetario internazionale. Quei costruttori si chiamavano Genghini, Belli, Parnasi. Poi ci fu l’’arrivo dei Caltagirone. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani. Oggi i nuovi volti. Ricucci, Coppola, Statuto. I tre nuovi rampanti imprenditori
Io so. So come si lavora nei cantieri. Come le impalcature vengono messe a castello, come la parte maggiore dei cantieri presenti in Italia non sia messo a norma, come i materiali siano saccheggiati, i terreni sottratti, gli operai tenuti a nero. I meccanismi sono scientifici, foggiati dalle più brillanti menti dei commercialisti del bel paese. Gli operai vengono costretti a sottoscrivere buste paga perfettamente regolari, così, soprattutto al nord, per eventuali controlli e monitoraggi di sindacati tutto è in regola. In realtà i lavoratori percepiscono il 50% in meno di quanto indicato. Un modo per dimostrare agli ispettori del lavoro il rispetto dei contratti. Una vera e propria evasione fiscale a tavolino che sottrae allo Stato solo per e ditte peranti al nord 500 milioni di euro, secondo quanti affermano i sindacati confederati degli edili. Cifre che rientrano nelle logiche del massimo ribasso. Oltre il 40 % delle ditte edili che agiscono in Italia sono del sud.Agro-aversano, napoletano, salernitano. Senza contare le miriadi di ditte di subappalto che non hanno traccia e quindi non rientrano nelle statistiche. Le imprese arrivano cariche di ragazzi meridionali e romeni. Pochissimi gli africani. La forza assoluta dei cartelli criminali è l’edilizia. Il certificato antimafia. Ormai ridicolo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schiavone Sandokan avevano i certificati antimafia. Per poterlo ricevere basta dimostrare che nella propria azienda non lavorano personaggi condannati per associazione mafiosa. Che ingenuità! E anche qualora qualche affiliato condannato per mafia fosse loro dipendente questi lavorerebbe a nero e i controlli sono inesistenti. Eppure è vero. Nell’edilizia finiscono gli affiliati al giro di boa. Dopo che si fa una carriera da killer, da estorsore o da palo. Insomma dopo che si è passati nell’esercito dei clan si finisce nell’edilizia o a raccogliere spazzatura. Piuttosto che filmati e conferenze a scuola, potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati, i ragazzini, e portarli a fare un giro per cantieri mostrando il destino di quando invecchieranno (se galera e morte dovessero risparmiarli) staranno su un cantiere invecchiando e scatarrando sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss credevano di gestire avranno committenze e spose modelle. Di lavoro si muore. Continuamente. La velocità di costruzioni la necessità di risparmiare su ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d’orario. Turni disumani 9/12 ore al giorno compreso sabato e domenica. 100 euro a settimana la paga con lo straordinario notturno e domenicale di 50 euro ogni 10 ore. I più giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca, che qui vendono a 15 euro a pista. Le mascherine per evitare che le polveri siano inalate sembrano una provocazione e il cordino che dovrebbe assicurare alle impalcature i corpi degli operai è usato come portachiavi dei mazzi molteplici dei capimasto. Quando si muore nei cantieri, si avvia un meccanismo collaudato. Il corpo se morto viene portato via dal cantiere e a secondo della zona viene simulato un incidente stradale. Lo mettono in auto che poi si fanno cascare in scarpate o dirupi, non dimenticando di far prendere fuoco all’auto. La somma che l’assicurazione pagherà al morto verrà girata alla famiglia come liquidazione. Non è raro che per simulare l’incidente si feriscano anche i simulatori in modo grave, soprattutto quando c’è da ammaccare un’auto contro il muro, prima di darle fuoco con il cadavere dentro. Quando il masto è presente il meccanismo è funzionante. Quando è assente il panico spesso attanaglia gli operai. Ed allora si prende il ferito grave, il quasi-cadavere e lo si lascia quasi sempre vicino ad una strada che porta all’ospedale. Si passa con la macchina si adagia il corpo e si fugge. Quando proprio lo scrupolo è all’eccesso si avverte un autoambulanza. Chiunque prende parte alla scomparsa o all’abbandono del corpo quasi cadavere sa che lo stesso faranno i colleghi qualora dovesse accedere al suo corpo di sfracellarsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco in caso di pericolo ti soccorrerà nell’immediato per sbarazzarsi di te, come dire ti darà il colpo di grazia. E così si ha una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo boia o tu sarai il suo. Non ti farà soffrire ma sarà anche quello che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede o ti darà fuoco in un auto. Tutti i costruttori sanno che funziona in questo modo. E le ditte del sud hanno garanzie migliori. Lavorano e scompaiono ed ogni guaio se lo risolvono senza clamore. Io so ed ho le prove. E le prove hanno un nome. Sono Ciro Leonardo morto a 17 anni mentre stava riparando un solaio cascando dal settimo piano. Le prove si chiamano Francesco Iacomino, aveva 33 anni quando l’hanno trovato con la tuta da lavoro sul selciato all’incrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele D’Annunzio a Ercolano. Nicola Tricarico 26 anni, fulminato mentre lavorava alla ristrutturazione di un negozio. A nero. Dopo l’incidente sono scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato l’autoambulanza temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Lasciando lì il cadavere raffreddarsi. E quando si muore al nord se non c’è tempo di abbandonare a sud il corpo la macchina incidentata è già pronta assieme alla benzina per occultare il corpo in un incidente sulle affollate e insanguinate strade padane. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti 15 operai edili. Cascati, finiti sotto pale meccaniche o spiaccicati da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro. Bisogna far presto. Anche se i cantieri durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar posto subito ad altre. Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Prima si alzano palazzi, prima si vendono, prima si diviene imprenditori, prima i danari vanno altrove. Prima si possono comprare pompe di benzina, prima si possono avere garanzie con le banche, prima si possono sposare modelle e comprare giornali. A sud si può estrarre, si può ancora estrarre. Si possono depredare terre, mordere montagne, nascondere i veleni sotto la moquette della terra. A sud possono ancora nascere gli imperi le maglie dell’economia si possono forzare e l’equilibrio dell’accumulazione originaria non è stato ancora completato. A sud bisognerebbe appendere dalla Puglia alla Calabria dei cartelloni con il BENVENUTO per gli imprenditori che vogliono lanciarsi nell’agone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO che sa di buona fortuna siccome la ressa è molta e pochissimi galleggiano sulle sabbie mobili. Io so. Ed ho le prove. E i nuovi costruttori proprietari di banche e di panfili, principi del gossip e maestà di nuove baldracche celano il loro guadagno. Forse hanno ancora un anima. Hanno vergogna di dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro paese modello, negli USA quando un imprenditore riesce a divenire riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica, e svelare le sue strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio. Vergogna. E il danaro è solo danaro. Giuseppe Statuto e Danilo Coppola gli imprenditori vincenti che vengono dall’aversano da una terra malata di camorra, rispondono con cristallinità chi li tormenta sul loro successo: “ ho comprato a 10 e venduto a 300”. Una formula che difficilmente potrà essere sbandierata come modello di meritocrazia e perseveranza per ostacolare le cinetiche criminali. Ma chi segnalava questi affari, chi aveva un così capillare controllo del territorio? Quali validi agenti hanno usato capaci di comprare a così poco terreni? Nessuna risposta. Dalla terra prendi poi costruisci dalla costruzione hai garanzia e puoi avere così il debito e dal debito ancora palazzi e poi barche, e poi banche…Il meccanismo è banale. Terra è spazio per costruzioni. E come se si estraesse al contrario. Non si scava dalla terra carbone e bauxite. Ma dalla terra si cava l’aria e poi la luce e si occupano vani di ossigeno, il percorso è inverso, spalle al terreno e estrazione al contrario. Qualcuno ha detto che a sud si può vivere come in un paradiso. Basta fissare l’alto e mai, mai osare far cascare gli occhi al basso. Ma non è possibile. L’esproprio d’ogni prospettiva ha sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva è imbattuta in balconi, soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri annodati. Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. La pioggia d’angeli descritta da Anatole France che casca su Parigi per organizzare la più grande rivolta contro gli errori del creato, non è neanche pensabile nel delirio etilico di qualche serata. Qui scendi giù. Ti inabissi. Perché c’è sempre un abisso nell’abisso. Qui dovrai urlare le parole del padre di Ciro: “Quando sbatti per terra e muori, ti immagini non che l’anima evapori, come ti raccontano al catechismo o vedi nel film Ghost, ma che delle mani ti prendano e ti portino più giù. Ancora più giù se è possibile della terra d’inferno dove viviamo”. E quest’abisso non ha il suo popolo. L’East End di Londra che ammonticchiava i suoi derelitti non esiste, e Jack London per comprendere la ferita della ragione occidentale dovrebbe alternare i suoi giorni tra le serate del generone imprenditoriale romano e i cantieri edili notturni. Così quando pesto scale e stanze, quando salgo nelle ascensori non riesco a non sentire è un vizio della mia psiche. Perché io so. Ed è una perversione. E così quando mi trovo tra i migliori e vincenti imprenditori non mi sento bene. Anche se questi signori sono eleganti, parlano con toni pacati, e votano a sinistra. Io sento l’odore della calce e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bulgari, dai loro meridiani di Italo Calvino e dai loro thriller di Grisham. Io so. Io so chi ha costruito il mio paese e chi lo costruisce. So che non si vive la propria vita di scorribande e tormenti nelle belle ville in Toscana o in Puglia dei film di Giordana e della Comencini, so che stanotte parte un treno da Reggio Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e un quarto prima di giungere a Milano. Sarà colmo. E alla stazione i furgoncini e le Punto polverose preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri. Un emigrazione senza residenza che nessuno studierà e valuterà poiché rimarrà nelle orme della polvere di calce e solo lì. Io so qual è la vera costituzione del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.
Pubblicato su NUOVI ARGOMENTI n°32 ottobre-dicembre 2005 nella sezione IO SO
di Roberto Saviano
ad H., al nodo che ci lega
Ci avevo passato le dita sopra. Avevo anche chiuso gli occhi. Facevo scivolare il polpastrello dell’indice sull’intera superficie. Dall’alto in basso. Poi quando passavo sul buco, mezza unghia si arenava. Lo facevo su tutte le vetrine. A volte nei fori entrava l’intero polpastrello, a volte mezzo. Poi aumentai la velocità, percorrevo la superficie liscia in modo disordinato come se il mio dito fosse una sorta di verme impazzito che entrava ed usciva dai buchi, superava gli avvallamenti, scorazzando sul vetro. Sin quando il polpastrello mi si tagliò di netto. Continuai a strisciarlo lungo la vetrina lasciando un alone acquoso rosso porpora. Aprii gli occhi. Un dolore sottile, immediato. Il buco si era riempito di sangue. Smisi di fare l’idiota ed iniziai a succhiare la ferita.
I fori dei kalashnikov sono perfetti. Si stampano violenti sui vetri blindati, scavano, intaccano, sembrano dei tarli che mordicchiano e poi lasciano la galleria. I colpi di mitra visti da lontano danno un’impressione strana, come decine di bollicine formatesi nel cuore del vetro, tra le diverse patine blindate. Quasi nessun commerciate dopo una sventagliata di kalashnikov sostituisce le vetrine. Qualcuno spreme dentro i fori la pasta di silicone, qualcun’altro li copre con nastri adesivi neri, la parte maggiore lascia così com’è il tutto. Una vetrina blindata di un negozio può costare anche cinquemila euro, meglio tenersi quindi, queste decorazioni violente. E poi in fondo, magari divengono anche attrattiva per gli acquirenti che si fermano con curiosità, chiedendosi che cosa è successo, intrattenendosi con il proprietario dell’esercizio, insomma magari comprano anche qualcosa in più del dovuto. Piuttosto che sostituire i vetri blindati si aspetta magari che lo facciano implodere con la prossima raffica. A quel punto l’assicurazione paga, perché se si arriva la mattina presto e si fanno scomparire i vestiti, la raffica di mitra viene rubricata come rapina. Sparare sulle vetrine non è sempre un gesto di intimidazione, un messaggio da veicolare con le pallottole, quanto piuttosto una necessità militare. Quando arrivano nuove partite di kalashnikov bisogna testarli. Vedere se funzionano, notare se la canna è ben messa, prenderci confidenza, verificare che i caricatori non si inceppino. Potrebbero esercitare i mitra in campagna, sui vetri di vecchie auto blindate, comprare lastre da sfasciare in tranquillità. Non lo fanno. Sparano invece sulle vetrine, sulle porte blindate, sulle saracinesche, un modo per ricordare che non c’è cosa che non possa esser loro e che tutto in fondo è una concessione momentanea, una delega di un economia che solo loro distribuiscono. Una concessione, null’altro che una concessione che in ogni momento potrebbe esser revocata. E poi c’è anche un vantaggio indiretto poiché in zona, le vetrerie che hanno i migliori prezzi sui vetri blindati sono tutte legate ai clan, quindi più vetrine rovinate, più danaro per vetrerie. La notte precedente erano arrivati una trentina di kalashnikov dall’est. Dalla Macedonia. Skopije – Gricignano d’Aversa, un viaggio veloce, tranquillo che aveva riempito i garage della camorra di mitra e fucili a pompa. La camorra appena cadde la cortina socialista incontrò i dirigenti dei partiti comunisti allo sbando. Al tavolo della trattativa si sedettero rappresentando l’occidente potente, capace e silenzioso. Sapendo della loro crisi i clan acquistarono informalmente dagli stati dell’est: Romania, Polonia, ex Jugoslavia, interi depositi di armi, pagando per anni gli stipendi ai custodi, ai piantoni, agli ufficiali addetti alla conservazione delle risorse militari. Insomma una parte della difesa divenne mantenuta dai clan camoristici. Il miglior modo in fondo per nascondere le armi è tenerle nelle caserme. Così negli anni, nonostante gli avvicendamenti dei capi, le faide interne, e le crisi i boss hanno avuto come riferimento non il mercato nero delle armi ma i depositi degli eserciti dell’est a loro completa disposizione. I mitra quella volta li avevano stipati in camion militari che ostentavano sui fianchi la traccia della NATO. Tir rubati dai garage americani, e che grazie a quella scritta potevano girare tranquillamente per mezza Italia. A Gricignano d’Aversa la base NATO è un piccolo colosso inaccessibile, come una colonna di cemento armato piazzata in mezzo ad una pianura. Non si vedono quasi mai gli americani. I controlli sono rari. I camion della NATO hanno massima libertà e così quando le armi sono giunte in paese, gli autisti si sono pure fermati in piazza, hanno fatto colazione, hanno spugnato il cornetto nel cappuccino mentre chiedevano in giro per il bar di poter contattare “un paio di neri per scaricare roba, velocemente”. E il termine “velocemente” tutti sanno cosa significa. Le casse di armi sono solo un po’ più pesanti delle casse di pomodori, i ragazzi africani che vogliono fare dello straordinario dopo aver lavorato nelle campagne, prendono due euro a cassa, il quadruplo di una cassetta di pomodori o mele. Una volta lessi su rivista della NATO – dedicata ai familiari dei militari all’estero – un articoletto dedicato a chi doveva venire a Gricignano d’Aversa. Tradussi il brano e me lo scrissi su un’agenda. Per ricordarlo. Diceva : “per capire dove state andando ad abitare, dovete immaginarvi i film di Sergio Leone. E’ come il far west, c’è chi comanda, ci sono sparatorie, regole non scritte e inattaccabili. Ma voi non preoccupatevi. Verso i cittadini ed i militari americani ci sarà il massimo rispetto e la massima ospitalità. In ogni caso uscite solo se necessario dal comprensorio militare.” Mi aiutò quell’articolista yankee a capire meglio il posto dove abitavo.
Quella mattina Mariano aveva una strana euforia. Stava dinanzi al bancone del bar eccitatissimo. Si caricava di Martini a prima mattina.
- Cos’hai?
Glielo chiedevano tutti. Persino il barista si rifiutò di riempirgli il quarto bicchiere. Ma lui non rispondeva, come quando non si risponde perché chi pone la domanda ha in qualche modo già la capacità di capire da se e non lo fa solo per pigrizia.
- Io lo voglio andare a conoscere, mi hanno detto che è ancora vivo. Ma è vero?
- Cosa è vero?
- Ma come ha fatto. Io mò mi prendo le ferie e lo vado a conoscere..
- Ma chi? Cosa?
Era completamente in estasi.
- Ti rendi conto, è leggero, preciso, poi spari venti, trenta colpi, e non sono passati neanche cinque minuti…è un’invenzione geniale!
Il barista lo guardò come chi guarda un ragazzino che ha penetrato per la prima volta una donna, e porta sul volto un’espressione decifrabile, la medesima di Adamo. Un gesto che ogni essere al mondo ha fatto e farà ma che ognuno vivrà come pioniere. Il barista capì da cosa proveniva l’euforia, rivide nel ragazzo la sua faccia e forse la medesima eccitazione di quando era giovane. Subito versò il quinto Martini, questo però lo offrì alla salute del ragazzo. Mariano aveva provato per la prima volta un kalashnikov ed era rimasto così favorevolmente impressionato dall’aggeggio che voleva incontrare il suo inventore, il tenete Mihail Kalashnikov. Non aveva mai sparato a nessuno, nel clan era entrato per seguire la distribuzione di alcune marche di caffè in diversi bar del territorio. Ogni bar si rivolgeva ad agenti commerciali affiliati alle famiglie che proteggevano alcune marche precise di caffè e Mariano, che si era laureato in Economia e Commercio, aveva il compito di trattare con gli agenti delle aziende che volevano mettersi in affari con il clan ed aumentare il loro guadagno. Aveva una rete di commercio dal basso Lazio alla Lucania. Giovanissimo aveva responsabilità di decine di milioni di euro poiché erano centinaia i bar e le aziende di caffè che volevano entrare nella rete commerciale del clan. Il capozona però non voleva che i suoi uomini laureati o no, soldati o dirigenti commerciali, non fossero capaci di sparare e così gli aveva dato il mitra in mano. Di notte Mariano aveva scaricato un po’ di pallottole su diverse vetrine, scegliendo i bar a caso. Non era un avvertimento, ma insomma anche se lui non sapeva il reale motivo per cui sparava su quelle vetrine, i proprietari sicuramente un motivo valido l’avrebbero trovato. Una causa per sentirsi in errore c’è sempre. Mariano chiamava il mitra con tono truce e professionale: AK 47. Il nome ufficiale della mitragliatrice più celebre al mondo. Un nome piuttosto semplice, dove AK sta per “avtomatni kalashnikova”, ovvero “l’automatica di Kalashnikov”, e dove 47 si riferisce all’anno della sua selezione come arma per l’esercito sovietico. Le armi spesso hanno nomi cifrati, lettere e numeri che dovrebbero celare la loro potenza letale, simboli di spietatezza. In realtà sono ridicoli, banali nomi dati da qualche sottoufficiale incaricato di rubricare in deposito nuove armi come nuovi bulloni.
L’ultima volta che avevo sentito dei colpi di mitra era stato qualche anno fa. Vicino all’Università di Santa Maria Capua Vetere, non ricordo bene, era un quadrivio però, ne sono certo. Quattro macchine bloccarono l’auto di Sebastiano Caterino, un camorrista da sempre vicino ad Antonio Bardellino il capo dei capi della camorra casertana negli anni ’80 e ‘90, e l’hanno massacrato con un’orchestra di kalashnikov. Quando Bardellino scomparve e la dirigenza cambiò, Caterino riuscì a scappare, a sottrarsi alla mattanza. Per tredici anni non era uscito di casa, aveva vissuto nascosto, metteva il naso fuori di notte, camuffandosi, uscendo dal portone della sua masseria in auto blindate, trascorrendo la vita fuori dal suo paese. Pensava di aver trovato una nuova autorevolezza dopo tanti anni di silenzio. Credeva che il clan rivale ormai dimentico del passato, non avrebbe attaccato un vecchio leader come lui. E così si era messo a tirar su un nuovo clan a Santa Maria Capua Vetere, la vecchia città romana era diventata il suo feudo. Il maresciallo di San Cipriano d’Aversa, il paese di Caterino, quando è arrivato sul luogo dell’agguato, ha avuto un’unica frase: l’hanno fatto male proprio! Qui infatti dipende da quanti colpi ricevi per valutare come sei stato trattato. Essere ucciso non è condizione oggettiva di per se di condanna spietata. In fondo la sola morte non concede la misura del dolore. Se ti ammazzano con delicatezza, un colpo alla testa o alla pancia, viene letta come un operazione necessaria, chirurgica, senza rancore. Ficcare oltre duecento colpi nell’auto e oltre quaranta nel corpo è invece un modo assoluto di cancellarti dal fegato della terra. La camorra ha una memoria lunghissima e capace di pazienza infinita. Tredici anni, centocinquantasei mesi, quattro kalashnikov, duecento colpi, una pallottola per ogni mese d’attesa. Le armi in certi territori hanno anche la traccia della memoria, conservano in loro stesse con livore, una condanna che poi sputano al momento giusto.
Quella mattina passavo le dita sulle decorazioni da mitragliatrice con lo zaino indosso. Stavo per partire, dovevo andare da mio cugino a Milano. E’ strano come con chiunque parli, qualunque sia l’argomento, appena dici che stai per andartene via ricevi auguri, complimenti e giudizi entusiasti: è così che si fa. Fai benissimo, lo farei anch’io. Non devi aggiungere dettagli, specificare cosa andrai a fare. Devi soltanto dire che partirai. Già di per se, indipendentemente da cosa andrai a fare, partire sarà cosa buona e positiva. Migliore che vivere qui. Qualunque sia il motivo sarà più importante di quelli che troverai per continuare a vivere in queste zone. Quando mi si chiede di dove sono, non rispondo mai. Vorrei rispondere del sud, ma mi pare troppo retorico. Quando poi me lo si chiede su un treno, mi fisso i piedi e fingo di non aver sentito, poiché mi viene in mente Conversazioni in Sicilia di Vittorini, e rischio, se solo apro la bocca, di cantilenare la voce di Silvestro Ferrato. E non è il caso. I tempi mutano, le voci sono medesime. In viaggio però mi capitò di incontrare una signora grassona ficcata a malo modo nel sediolino dell’Eurostar. Era salita a Bologna con una voglia incredibile di parlare per ingolfare anche il tempo oltre che il suo corpo. Insisteva per sapere da dove venivo, cosa facevo, dove andavo. Avevo voglia di rispondere mostrandole la ferita al polpastrello, e basta. Ma lasciai perdere. Risposi: sono di Napoli. Una città che lascia parlare talmente tanto che basta pronunciarla per emanciparsi da ogni tipo di risposta. Un luogo dove il male diviene tutto il male, ed il bene tutto il bene. Mi addormentai.
Mio cugino m’aspettava alla stazione. Lavorava in una grossa impresa di costruzioni la CostruGe fondata con capitali delle nostre parti. Aveva chiesto un permesso di un’ora per venirmi a prendere e subito ritornò in ufficio. Il palazzo della CostruGe svettava imponente. Si affacciava con la sua scritta al neon sulla sfera della fontana di San Babila. Quello che a sud rapinavano, quintali di sabbia raccolta dalla costa domitia, materiale inerte estratto dalle cave abusive, finiva nelle villette costruite in Lombardia e Veneto. CostruGe era l’impresa edile più veloce di Milano. Manodopera qualificata a basso costo, operai a lavoro ultimato si infognavano di nuovo a sud, scomparendo velocemente. Assicurazioni finte, prezzi bassissimi, qualità esponenzialmente brillante. Mio cugino lavorava nei loro uffici. Avrebbe voluto presentarmi il suo capoufficio. Era di Varese ma sapeva di dover trattare bene le persone compaesane di coloro che gli davano il suo stipendio e conterranee delle migliori maestranze della sua azienda. Non entrai. Rimasi fuori. Un passo prima di essere identificato dalla fotocellula che avrebbe fatto aprire le porte, capii che non avrei neanche voluto guardare quel dirigente di Varese. Lasciai mio cugino entrare a lavoro. La prima cosa che mi venne in mente fu di chiudere gli occhi e passare il polpastrello sui vetri blindati dell’entrata dell’azienda. Lo feci. Nessun foro. Avrei avuto voglia la notte stessa di ripartire. Il neon di piazza San Babila mi rimbalzava sulle palpebre. Tutto medesimo. Avevo cambiato luogo, non era mutato nulla. Il mio desiderio di andarmene fu accontentato presto. La mattina dopo, prestissimo Mariano mi chiamò ansioso. Servivano un po’ di contabili ed organizzatori per un’operazione molto delicata che alcuni imprenditori delle nostre zone stavano facendo a Roma. Giovanni Paolo II stava male, forse era persino morto ma ancora non avevano ufficializzato la notizia. Negozi, alberghi, ristoranti, supermercati, avevano bisogno in pochissimi giorni di enormi e straordinari rifornimenti di ogni tipo di prodotto. C’era da guadagnare un mare di danaro, milioni di individui in brevissimo tempo si sarebbero riversati sulla capitale, vivendo per strada, trascorrendo ore lungo i marciapiedi, dovendo bere, mangiare, in una parola comprare. Si potevano triplicare i prezzi, vendere ad ogni ora, anche di notte, spremere profitto da ogni minuto. Mariano fu chiamato in causa, mi propose di fargli compagnia e per questa gentilezza mi avrebbe passato qualche danaro. Nulla, è gratuito. Anche l’amicizia, quando sentita, viene ripagata con una mazzetta riconoscente. A Mariano era stato promesso un mese di ferie così da poter realizzare il sogno di andare in Russia ad incontrare Mihail Kalashnikov; aveva avuto persino garanzie da un uomo delle famiglie russe amico di Don Mezzanotte, che aveva giurato di conoscere Kalashnikov. Mariano avrebbe potuto così incontrarlo, fissarlo negli occhi, toccare le mani che avevano inventato il potente mitra. Don Mezzanotte invece voleva una sua foto autografata. Con dedica ovviamente. In meno di due settimana la camorra era riuscita ad organizzare a Roma un piano economico che qualsiasi impresa avrebbe raggiunto soltanto dedicando un piano biennale di pianificazione. Centinaia di camion usati in tutt’Italia per distribuire prodotti tecnologici, cemento, cassette di frutta, divennero in una notte tir da trasporto alimentare. In poche ore i clan avevano dirottato sulla capitale tutti i camion che dovevano arrivare ai supermarket della loro rete in mezza Italia. Chi in altre parti del paese attendeva rifornimenti si vide costretto ad attendere. Ma i tir non bastavano, una decina bisognava sequestrarli, insomma rapinarli. Troppo pochi uomini erano dislocati sulle strade del nord pronti per rapine e così scattò il solito gioco. I camorristi mandarono loro uomini a casa di alcuni camionisti di Formia, Latina che telefonarono ai cellulari degli autisti in viaggio dal telefono fisso delle loro famiglie. Gli autisti andavano a rispondere al cellulare vedendo la scritta “casa” sullo screen saver ma quando rispondevano ascoltavano la voce degli “amici” piuttosto che quella delle mogli. A quel punto per gli uomini del clan non serviva fare altro che dare indicazione di un indirizzo dove scaricare la roba, non più quello per cui erano stati ingaggiati, ma quello a cui la camorra aveva deciso di dover dislocare i prodotti. Una rapina senza pistole, senza minacce, una rapina senza neanche palesare l’intenzione di rapinare. Mariano a Roma aveva il compito assieme ad altri funzionari economici del clan di incontrare agenti e proprietari di negozi per proporgli i prodotti straordinari. I prezzi che la camorra proponeva erano convenienti e potevano contare sul valore aggiunto dell’immediatezza della distribuzione. Uno però era il prodotto maggiormente richiesto, l’acqua. La domanda di bottiglie d’ acqua sarebbe stata enorme ed ancor più i controlli dei nuclei antisofisticazione sarebbero stati nulli. Il guadagno, con un po’ di spirito imprenditoriale poteva essere sterminato. Così migliaia di bottiglie vuote accatastate per il riciclo della plastica, da Aversa a Torre del Greco, furono fatte gonfiare, se accartocciate, sterilizzate e riempite d’acqua non delle fonti ma dei rubinetti. Migliaia di bottiglie sigillate negli stabilimenti di imprenditori vicini ai clan, contenevano acqua di rubinetto pagata dai comuni campani e venduta come acqua liscia in bottiglie usate. Un guadagno del 500%. Ma non bastava la vendita legale, anche quella abusiva bisognava controllare. Così racimolati i venditori ambulanti sui treni, furono spediti a Roma ma non erano abbastanza. I clan dovevano far concorrenza ai negozi a cui loro stessi avevano venduto all’ingrosso la merce. Così vennero coinvolti i pusher che smisero di spacciare e tasformandosi in ambulanti abusivi, venditori di panini, ciambelle, acqua e birre. Una trasformazione che tutti i servizi sociali e di recupero della nazione non sarebbero riusciti a fare in anni i clan l’avevano fatto in pochi attimi. La camorra in quarantotto ore aveva messo su la sua macchina imprenditoriale pronta ad accogliere i fedeli come portatori di contante e di bisogni. Adam Smith sarebbe stato fiero del clan delle mie parti.
Roma il giorno dei funerali del Papa era un carnaio. Impossibile riconoscere i volti delle strade, i percorsi dei marciapiedi. Un unica pelle di carne aveva rivestito il catrame, le entrate dei palazzi, le finestre, una colata che si incanalava in ogni possibilità di spazio. Una colata che sembrava aumentare il proprio volume sino a far esplodere i canali in cui confluiva. Ovunque essere umani. Ovunque. Un cane terrorizzato si era nascosto sotto un autobus tremante, aveva visto ogni suo spazio vitale violato da piedi e gambe. Io e Mariano ci fermammo su un gradino di un palazzo. L’unico a riparo da un gruppo che aveva deciso di cantare come voto per sei ore di seguito una canzoncina ispirata a San Francesco. Ci sedemmo a mangiare un panino. Ero esausto. Mariano invece non si stancava mai, ogni energia gli veniva pagata e questo lo faceva sentire perennemente carico. Notai una ragazza in un gruppo di fedeli, credo libanesi. Ho la mania di fotografare visi, di prender ritratti. Ma solo per caso. Odio impostare le scene. La ragazza aveva dei tratti complicati. Un viso carnoso, dove gli occhi ed i fori del naso sembravano risultati di qualcuno che aveva tolto dei pezzi di materiale, dalla pasta della faccia. Capelli nerissimi e labbra spesse. Dovevo fotografarla. Tentati di farlo, cacciai la macchinetta, ma non feci in tempo. Il traffico umano era troppo complesso. Si ficcò in qualche fila di fedeli ed io mi trovai a procedere contromano. La persi. Ma mentre cercavo di tornare da Mariano mi sentii chiamare. Avevo ancor prima di voltarmi di chi si trattava. Era mio padre. Da due anni non ci vedevamo, avevamo vissuto nella stessa città senza mai incontrarci. Incredibile trovarsi nel labirinto di carne romano. Mio padre era imbarazzatissimo. Non sapeva come salutarmi e forse neanche se poteva farlo come avrebbe voluto. Ma era euforico come in quelle gite dove sai che in poche ore ti capiranno cose belle, le stesse che non potranno ripetersi per i successivi tre mesi almeno, e quindi vuoi berle tutte, sentirle sino in fondo, velocemente però, per paura di perdere le altre felicità nel poco tempo che ti rimane. Aveva approfittato che una compagnia rumena di volo aveva abbassato i costi dei voli verso l’Italia per via della morte del Papa, e così aveva pagato il biglietto a tutta la famiglia della sua compagna. Tutte le donne del gruppo avevano un velo sui capelli ed una corona di rosario arrotolato intorno al polso. Impossibile capire in quale strada ci trovavamo, ricordo solo un enorme lenzuolo che campeggiava tra due palazzi. Undicesimo comandamento: Non spingere e non sarai spinto. Scritto in 12 lingue.
Erano contenti i nuovi parenti di mio padre. Contentissimi di partecipare ad un evento così importante come la morte del Papa. Tutti sognavano sanatorie per gli immigrati. Soffrire per lo stesso motivo, partecipare ad una manifestazione così immensa e universale era per questi rumeni, il miglior modo di prendere cittadinanza sentimentale e oggettiva con l’Italia, ancor prima che quella formale. Mio padre adorava Giovanni Paolo II, il fascino di quest’uomo che faceva baciare a tutti la sua mano lo esaltava. Come era riuscito senza palesi riccati e chiare strategie a raggiungere quel potere immenso d’ascolto, lo intrigava. Tutti i potenti si inginocchiavano dinanzi a lui. Per mio padre questo bastava per ammirare un uomo. Lui stesso lo vidi inginocchiarsi assieme alla madre della sua compagna per recitare un rosario improvvisato per strada. Dal mucchio di parenti rumeni, vidi spuntare un bimbo. Capii subito che era il figlio di mio padre e di Micaela. Sapevo che era nato in Italia per poter avere cittadinanza, ma che per esigenze della madre aveva sempre vissuto in Romania. Cercava di tenersi ancorato alla gonna della madre. Non l’avevo mai visto ma conoscevo il suo nome. Stefano Nicolae. Stefano come il padre di mio padre, Nicolae come il padre di Micaela. Mio padre lo chiamava Stefano, sua madre ed i suoi zii rumeni Nico. In breve sarebbe stato chiamato Nico, ma mio padre non aveva ancora avuto il tempo d’essere sconfitto. Ovviamente il primo dono che aveva ricevuto dal padre appena sceso dalle scalette dell’aereo, era un pallone. Mio padre vedeva per la seconda volta il figlioletto ma lo trattava come se fosse sempre stato dinanzi ai suoi occhi. Lo prese in braccio e mi si avvicinò.
- Nico adesso viene a vivere qui. In questa terra. Nella terra del padre.
Non so perché ma il bimbo si intristì nell’espressione, lasciò cadere il pallone per terra, riuscii a fermarlo con un piede prima che si perdesse irrimediabilmente tra la folla. Mi venne d’improvviso in mente l’odore mischiato di salsedine e polvere, di cemento e spazzatura. Un odore umido. Mi ricordai di quando avevo dodici anni sulla spiaggia di Pinetamare. Mio padre venne nella mia stanza, ero appena sveglio. Forse di domenica:
- Tuo cugino ti rendi conto già sa sparare e tu? Sei meno di lui?
Mi portò al Villaggio Coppola sul litorale domizio. La spiaggia era una miniera abbandonata di utensili divorati dalla salsedine e avvolti in croste di calce. Sarei stato a scavare per giorni interi, trovando cazzuole, guanti, scarponi sfondati, zappe spaccate, picconi sbeccati ma non venivo portato lì per giocare nella spazzatura. Mio padre passeggiava cercando i bersagli, quelli che preferiva erano le bottiglie. Quelle Peroni, le predilette. Non so perché. Mise le bottiglie sul tetto di una 127 bruciata, ce n’erano molti di scheletri d’auto. Le spiagge di Pinetamare erano usate anche per raccogliere tutte le macchine bruciate usate per rapine o agguati. La Beretta 92Fs di mio padre me la ricordo ancora. Era tutta graffiata sul corpo, sembrava brizzolata, una vecchia signora pistola. Tutti la conoscono come M9 non so perché. Ma la sento sempre citare con questo nome: ti metto un M9 tra gli occhi, devo cacciare l’M9? Cavolo mi devo prendere un M9. Mio padre mi mise in mano la Beretta. La sentii pesantissima. La cosa più pesante che avessi tenuto in mano assieme ad una giara di olio bellissima che tentai di sollevare qualche anno prima. Il calcio della pistola è ruvido, sembra di carta vetrata, ti si appiccica nel palmo e quando ti sfili la pistola di mano sembra quasi che ti graffi con i suoi microdenti. Mio padre mi indicava come togliere la sicura, armare la pistola, stendere il braccio, chiudere l’occhio destro se il bersaglio era a sinistra e puntare.
- Robbè il braccio morbido ma tosto. Insomma tranquillo ma non flaccido…usa le due mani..
Prima di tirare il grilletto con tutta la forza dei due indici che si spingevano a vicenda, chiudevo gli occhi, alzavo le spalle come se volessi tapparmi le orecchie con le scapole. Il rumore degli spari ancora oggi mi da un fastidio terribile. Devo avere qualche problema ai timpani. Resto stordito per mezz’ora dopo uno sparo. A Pinetamare i Coppola, famiglia di imprenditori molto potenti e ben alleati, costruì il più grande agglomerato urbano abusivo d’occidente, il Villaggio Coppola, appunto. Non fu chiesta autorizzazione, non serviva, in questi territori le gare d’appalto ed i permessi sono modi per aumentare vertiginosamente i costi di produzione poiché bisogna oleare troppi passaggi burocratici. Così si va direttamente con le betonerie. Quintali di cemento armato presero il posto di una delle pinete marittime più belle del mediterraneo. Furono edificate torri di palazzi dai cui citofoni si sentiva il mare. Ora sono state abbattute, il rinascimento meridionale si è fatto con la dinamite. Pinetamare ora è una costa di macerie, prima verticali ora orizzontali. Il cambiamento di direzione è l’obiettivo raggiunto. Quando centrai finalmente il primo bersaglio della mia vita provai una sensazione mista di orgoglio e senso di colpa. Ero stato capace di sparare, finalmente ero capace. Nessuno poteva più farmi del male. Ma ormai avevo imparato ad usare un arnese orrendo. Uno di quelli che una volta che lo sai usare non puoi più smettere di usarlo. Come imparare ad andare in bicicletta. Una volta che hai preso l’equilibrio non riuscirai mai più a perderlo. La bottiglia non era esplosa completamente. Anzi era persino rimasta in piedi. Sventrata a metà. La metà destra. Mio padre si allontanò verso la macchina. Io rimasi lì con la pistola, ma è strano non mi sentii solo, nonostante fossi circondato da spettri di spazzatura e metallo. Tesi il braccio verso il mare e tirai altri due colpi nell’acqua. Non li vidi schizzare, né forse raggiunsero l’acqua. Ma colpire il mare, mi pareva una cosa coraggiosa. Mio padre arrivò con un pallone di cuoio, sopra l’effige di Maradona. Il premio per la mira. Poi si avvicinò come sempre alla mia faccia. Sentivo il suo alito di caffè. Era soddisfatto, ora quantomeno suo figlio non era da meno del figlio di suo fratello. Facemmo la solita cantilena, il suo catechismo:
- Robbè, cos’è un uomo senza laurea e con la pistola?
- Uno stronzo con la pistola.
- Bravo. Cos’è un uomo con la laurea senza pistola?
- Uno stronzo con la laurea…
- Bravo. Cos’è uno con la laurea e con la pistola?
- Un uomo, papà!
- Bravo Robertino!
Nico camminava ancora incerto. Mio padre gli parlava a raffica. Non capiva il piccolo. Per la prima volta sentiva parlare in italiano anche se la mamma era stata abbastanza furba da farlo nascere qui.
- Ti somiglia Roberto?
Lo guardai a fondo. E fui felice, per lui. Non mi somigliava per nulla.
- Per fortuna non mi somiglia!
Mio padre mi guardò con la solita delusa espressione, come dire che ormai neanche scherzando mi avrebbe sentito dire ciò che avrebbe voluto ascoltare. Avevo sempre l’impressione che mio padre fosse in guerra con qualcuno. Come se dovesse svolgere una battaglia con alleanze, precauzioni, macchinoni. Andare in un albergo di due selle per mio padre era come perdere prestigio verso qualcuno. Come se dovesse rendere conto ad un entità che l’avrebbe punito violentemente se non avesse vissuto nella ricchezza e con un atteggiamento autoritario e buffonesco.
- Il migliore Robbè, non deve avere bisogno di nessuno, deve sapere certo, ma deve anche fare paura. Se non fai paura a nessuno, se nessuno guardandoti non si mette soggezione, allora in fondo non sei riuscito ad essere veramente capace.
Quando andavamo a mangiare fuori, nei ristoranti si sentiva infastidito dal fatto che spesso i camerieri servivano, anche se entravano un’ora dopo di noi, alcuni personaggi della zona. I boss si sedevano e dopo pochi minuti ricevevano tutto il pranzo. Mio padre li salutava. Ma tra i denti strideva la voglia di avere il loro medesimo rispetto. Rispetto che consisteva nel generare eguale invidia di potenza, eguale timore, medesima ricchezza.
- Li vedi quelli. Sono loro che comandano veramente. Sono loro che decidono tutto! C’è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole. Ma devi sempre sapere la verità in copro a te. Comanda veramente solo chi comanda le cose.
I comandanti delle cose, come li chiamava mio padre erano seduti al tavolo. Antonio Bardellino, Mario Iovine, Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti. Avevano deciso della sorte di queste terre da sempre. Fatturavano con le loro aziende capitali enormi che poi si piantavano in Veneto, in Baviera, in Provenza, a Londra, in Brasile, lasciando nei loro paesi solo cemento, abusivismo, e soldataglia. Mangiavano assieme, sorridevano. Negli anni poi si sono scannati tra loro, lasciando scie di migliaia di morti, come ideogrammi dei loro investimenti finanziari. Don Antonio però sapeva come rimediare allo sgarbo d’esser servito per primo. Offriva il pranzo a tutti presenti nel locale. Ma solo dopo essersene andato, temendo di ricevere ringraziamenti e piaggerie. Tutti ebbero il pranzo pagato tranne due persone. Il professore Iannotto e sua moglie. Non avevano salutato don Antonio, e lui non aveva osato offrirgli il pranzo. Ma gli aveva fatto dono, attraverso un cameriere di una bottiglia di limoncello. Un camorrista sa che deve curarsi anche dei nemici leali poiché son sempre più preziosi di quelli nascosti. Quando dovevo ricevere un esempio negativo mio padre portava quello del professor Iannotto. Erano stati a scuola insieme. Iannotto viveva in fitto, cacciato dal suo partito, senza figli, sempre incavolato e mal vestito. Insegnava al biennio di un liceo, lo ricordo sempre a litigare con i genitori che gli chiedevano a quale suo amico mandare i figli a ripetizione privata per farli promuovere. Mio padre lo considerava un uomo condannato. Un morto che camminava.
- E’ come chi decide di fare il filosofo e chi il medico, secondo te chi dei due decide della vita di una persona?
- Il medico!
- Bravo. Il medico. Perché puoi decidere della vita delle persone. Decidere. Salvarli o non salvarli. E’ così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male. Se invece sei un fallito, un buffone, uno che non fa nulla. Allora puoi fare solo il bene, ma quello è volontariato, uno scarto di bene. Il bene vero è quando scegli di farlo perché puoi fare il male.
Io non rispondevo. Non riuscivo mai a capire cose volesse realmente dimostrarmi. E in fondo non riesco nemmeno ora a capirlo. Sarà anche per questo che mi sono laureato in filosofia, per non decidere al posto di nessuno. Mio padre aveva fatto servizio nelle ambulanze, come giovane medico, negli anni ’80. Quattrocento morti l’anno. In zone dove si ammazzavano anche cinque persone al giorno. Arrivava con l’autoambulanza, quando però il ferito era per terra e la polizia non ancora arrivata non si poteva caricarlo. Perché se la voce arrivava, i killer tornavano indietro inseguivano l’autoambulanza la bloccavano entravano nel veicolo e finivano il personaggio sul lettino. Era capitato decine di volte, e sia i medici che gli infermieri sapevano di dover star fermi dinanzi ad un ferito ed attendere che i killer tornassero per finire l’operazione. Una volta mio padre però arrivò a Giugliano, un paesone tra il napoletano ed il casertano, feudo dei Mallardo, uno dei clan più potenti e capaci del mezzogiorno. Il ragazzo aveva diciotto anni, o forse meno. Era stato sparato al torace ma una costola aveva deviato il colpo. L’autoambulanza arrivò subito. Era in zona. Il ragazzo rantolava, urlava, perdeva sangue. Mio padre lo caricò. Gli infermieri erano terrorizzati. Tentarono di dissuaderlo, insomma si vede che i killer hanno potuto sparare poco perché messi in fuga da qualche pattuglia, ma sicuramente sarebbero ritornati. Gli infermieri provarono a rassicurare mio padre:
- Aspettiamo. Vengono, finiscono il servizio e ce lo portiamo.
Mio padre non ce la faceva. Insomma, anche la morte ha i suoi tempi. E diciotto anni non gli sembrava il tempo per morire, neanche per un soldato di camorra. Lo caricò, lo portò all’ospedale e fu salvato. La notte, andarono a casa sua i killer che non avevano centrato il bersaglio come si doveva. Io non c’ero, abitavo con mia madre. Ma mi fu raccontata talmente tante volte questa storia, troncata sempre nel medesimo punto, che io la ricordo come se a casa ci fossi stato anche io e avessi assistito a tutto. Mio padre credo fu picchiato a sangue, per almeno due mesi non si fece vedere in giro. Per i successivi quattro non riuscì a guardare in faccia nessuno. Non me l’ha mai detto. Ne qualcuno mi ha mai insinuato alcunché, ma io sono certo che dopo averlo pestato per l’azzardata decisione di salvare quel ragazzo, gli chiesero di ammazzarlo lui stesso. Scegliere di salvare chi deve morire significa voler condividerne la sorte, perché qui con la volontà non si muta nulla.
Non è una decisione che riesce a portarti via da un problema, non è una presa di coscienza, un pensiero, una scelta, che davvero riescono a darti la sensazione di star agendo nel migliore dei modi. Qualunque sia la cosa da fare, sarà quella sbagliata per qualche motivo. Questa è la vera solitudine. Non ho mai saputo mio padre cosa abbia deciso di fare. Non voglio saperlo. Ma forse so cos’ha fatto. E va bene così.
Il piccolo Nico era tornato a ridere. Chissà come crescerà, come verrà addestrato alla vita, a quale scuola andrà, le estati in Romania, i villaggi di miseria. L’iniziazione sessuale accompagnato dal padre con le migliori mignotte, o forse suo padre non ce la farà più. Neanche con la moglie, che cercherà di consolarsi altrove, mentre il marito la tampinerà, la farà seguire, la osserverà. Micaela ha più o meno la stessa mia età. Anche lei quando confessava di andare in Italia, di andarsene via, avranno fatto gli auguri senza chiederle nulla, senza sapere se andava a far la puttana, la sposa, la colf, o l’impieagata. Non sapendo altro che andava via. Condizione sufficiente di fortuna. Nico però ovviamente non pensava a nulla. Serrava la bocca all’ennesimo frullato che Micaela gli dava per ingozzarlo ora che poteva farlo. Mio padre per farlo mangiare gli pose il pallone vicino ai piedini, Nico lo calciò con tutta la forza. La palla rimbalzò su ginocchia, tibie, punte di scarpe, di decine di persone. Mio padre iniziò a rincorrerla. Sapendo che Nico lo guardava, finse goffamente di dribblare una suora, ma la palla gli scappò nuovamente dai piedi. Il piccolo rideva, le centinaia di caviglie che vedeva distendersi dinanzi agli occhi lo facevano sentire in una foresta di gambe, gonne, caviglie, scarpe e sandali. Gli piaceva vedere, il padre, nostro padre, affaticare la sua pancia per prendere quel pallone. Cercai di alzare la mano per salutarlo, ormai un muro di carne l’aveva bloccato. Sarebbe rimasto ingorgato per una buona mezz’ora. Inutile aspettare. Era davvero tardi. La sagoma non si intuiva neanche più, ormai era stata inghiottita sin nello stomaco della folla.
- Addio papà.
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Pubblicato sul numero 30 Aprile/Giugno 2005 di NUOVI ARGOMENTI
di Roberto Saviano
Attraverso il loro corpo si concede fondamento ad alleanze, il loro volto ed il loro comportamento raccolgono e dimostrano il potere della famiglia, in pubblico si riconoscono i loro veli neri ai funerali, le urla durante gli arresti, i baci lanciati oltre le sbarre durante le udienze ai processi. L’immagine delle donne di camorra sembra comporsi di visioni scontate, somiglianti a quelle descritte dalle pagine siciliane di Vitaliano Brancati. Donne capaci di far da eco solo al dolore ed alle volontà dei loro maschi: fratelli, mariti, figli. Non è così.
Il ruolo femminile nei clan non è subalterno né si alimenta di un potere rifratto da quello dei mariti. Le donne nei gruppi camorristici divengono sovente riferimento centrale, memoria storica delle attività criminali, responsabili di investimenti e scelte cruciali. La trasformazione del mondo camorristico negli ultimi dieci anni ha portato anche ad una metamorfosi del ruolo femminile che da identità materna è divenuta vera e propria figura manager, impegnata quasi esclusivamente nell’attività imprenditoriale e finanziaria, delegando ad altri le imprese militari ed i traffici illegali. Una figura storica di dirigente camorrista è sicuramente Anna Mazza vedova del padrino di Afragola, prima donna in Italia ad essere condannata per reati d’associazione mafiosa, come capo di un sodalizio criminale ed imprenditoriale tra i più potenti del sud. La Mazza sfruttando inizialmente l’aurea del marito Gennaro Moccia, ucciso negli anni ’70 ebbe modo immediatamente di rivestire un ruolo dirigenziale nel clan. La vedova della camorra come venne ribattezzata, fu la vera mente del clan Moccia per oltre vent’anni, capace di ramificare ovunque il suo potere al punto tale che inviata negli anni ’90 in soggiorno obbligato vicino Treviso riuscì – secondo diverse indagini – a prendere contatti con la mafia del Brenta, cercando di rinsaldare la sua rete di potere. La Mazza aveva una gestione verticistica, imprenditoriale e fortemente ostile a impennate militari, capace di determinare ogni ambito del territorio da lei egemonizzato, come dimostra lo scioglimento nel 1999 per infiltrazioni camorristiche del comune di Afragola. La Mazza istituì una sorta di matriarcato della camorra. Una sua dama di compagnia Immacolata Capone infatti nel corso degli anni fece fortuna all’interno del clan. La Capone fu secondo le indagini della DDA di Napoli l’imprenditrice capace di riportare – dopo una profonda crisi – le ditte dei Moccia ad essere leader nel campo dell’edilizia. A sua disposizione vi era la ditta «Motrer», una delle imprese più importanti nel campo del movimento terra, del mezzogiorno italiano. Donna Immacolata fu uccisa nel marzo 2004 sparata in testa in pieno centro, come un boss giustiziato dinanzi a tutti. Il ruolo delle donne nei clan quindi assume ruoli spesso predominanti rispetto a quello degli uomini, ancor più perché sono riferimenti economici e quindi vere vestali del reale potere dei sodalizi criminali. Giuseppina Nappa la moglie di Francesco Schiavone Sandokan riveste un ruolo centrale nella gestione dell’indotto economico della famiglia Schiavone. Indagata per truffa e più volte inserita in indagini che riguardano diversi filoni d’inchiesta: dall’eliminazione della concorrenza nel commercio delle carni, con l’imposizione ai dettaglianti di acquistare solo da aziende controllate dal clan, al controllo della produzione del calcestruzzo. La Nappa del resto difende con tenacia, da ogni tipo di accusa la sua famiglia e suo marito Sandokan ribadendo più volte che il loro potere economico è frutto dell’abilità imprenditoriale e non di una prassi criminale. La famiglia Schiavone ha anche avuto episodi di ostinata ostilità alla scelta di pentimento. Giuseppina Schiavone figlia del pentito Carmine Schiavone, cugino di Sandokan dirigente del cartello dei casalesi dalle cui dichiarazioni è partito il processo Spartacus, uno dei più grandi processi di mafia d’Italia, lanciò al padre una terribile condanna, forse persino più letale di una condanna a morte. Scrisse infatti subito dopo il pentimento del padre, parole di fuoco ad alcuni giornali: ”E’ un grande falso, bugiardo, cattivo ed ipocrita che ha venduto i suoi fallimenti. Una bestia. Non è mai stato mio padre. Io non so neanche cosa sia la camorra.” Donne in trincea per difendere i beni e le proprietà del clan, come fece Anna Vollaro, nipote del boss del clan di Portici, Luigi Vollaro, che si uccise dandosi fuoco nell’ottobre del 2003 dinanzi ad alcuni poliziotti per protestare contro il sequestro ordinato dal Tribunale della sua pizzeria. A difesa dei beni della famiglia si è sempre adoperata Erminia “Celeste” Giuliano, la bella e appariscente sorella di Carmine e Luigi i boss di Forcella che – secondo le indagini – è il riferimento assoluto nel clan circa la gestione dei beni immobili, dei nuovi investimenti, ed in prima persona curava la catena di negozi d’abbigliamento riconducibili al clan sparsi tra Napoli e Tokio. Nel casertano le donne imprenditrici all’interno dei clan sono una realtà ormai consolidata. Annamaria Giarra ex moglie del boss Augusto La Torre di Mondragone, recentemente condannata per estorsione e associazione camorristica, era la vera organizzatrice dell’estrazione di capitali da parte del clan sul litorale casertano. Annamaria Giarra non doveva essere particolarmente fedele a don Augusto, poiché appena un giovane del posto, Luigi Pellegrino diffuse la voce di tradimento, questo venne ucciso a sangue freddo per aver macchiato l’onorabilità della donna e del boss, ma soprattutto per aver detto una verità che avrebbe leso la figura di don Augusto. I La Torre avevano già esperienze di gestione femminile. Paolina Gravano madre di Augusto La Torre, pendolare tra Mondragone e Londra, curava assieme all’altro figlio Antonio, i ristoranti ed i negozi impiantati oltremanica dal gruppo camorristico. La Gravano arrestata a Capodichino mentre stava imbarcandosi per l’Inghilterra è accusata anche di aver gestito estorsioni durante il periodo in cui il figlio Augusto decise di pentirsi. La spietata gestione economica unita ad una sorta di onnipotenza militare sembra essere sintetizzata nella persona di Angela Barra amante diFrancesco Bidognetti. La Barra egemone nel territorio di Teverola e vera e propria conoscitrice di tutte le alleanze economiche e politiche del clan dei casalesi, si innamorò negli anni ’90 di una ragazza di Teverola, una giovane e bella parrucchiera, che tentò di avvicinare offrendole auto, negozi, e una vita lussuosa. Questa ragazza, legata già ad un suo coetaneo, rifiutò non l’affiliazione che non gli veniva chiesta, non la complicità al clan, che non gli veniva imposta, rifiutò invece di godere del lusso e della potenza generati dalla camorra. Un gesto il suo, di una purezza e di una forza rarissimi in queste terre. Gli valse infatti l’inferno. La ragazza fu sequestrata e violentata dai fratelli della Barra per tredici giorni… Il fidanzato della giovane, Genovese Pagliuca cercò in tutti i modi di trovare il luogo dove era stata rapita la ragazza. Proprio quando sembrava ormai aver individuato il nascondiglio fu raggiunto ed ammazzato. Una delle vicende più buie e violente della camorra casalese, quindi, ha come soggetto e mente proprio una donna. Le donne spesso rappresentano nei clan davvero la personificazione del potere, ciò che viene fatto contro di loro, o che a loro si vorrebbe fare diviene in proporzionalità diretta ciò che viene fatto o si vorrebbe fare all’intero clan. In tal senso pare essere molto sensibile il clan casalese egemonizzato da Francesco Bidognetti alias Cicciotto e’ Mezzanotte, che negli anni ’90 condannò a morte il medico di Parete, Gennaro Falco colpevole di non aver curato bene sua moglie, non riuscendo a diagnosticarle in tempo un cancro. Sempre per un affronto ad una donna, Domenico Bidognetti, il boss che tartaglia, è accusato di aver dato ordine di ammazzare a bastonate Magliulo un giovane che aveva osato corteggiare, con regali e complimenti la donna di un boss. Imprudenza imperdonabile in terra di camorra. E’ vero come affermano molti sacerdoti impegnati in prima linea nella battaglia contro i sodalizi mafiosi che il rifiuto delle donne alla prassi criminale può far crollare i piloni di cemento armato che sorreggono gli equilibri del clan, ma non è una defezione che dev’essere pensata come la perdita da parte dei boss i una dama di compagnia, di una madre che assiste o di una fedele compagna di sorte e d’omertà. La scelta di ribellarsi al potere camorristico da parte delle donne significa la messa in crisi del potere economico dei clan e non la perdita di una semplice e sostituibile figura di appoggio. Il ruolo della donna nei clan è manageriale e quindi è il vero fulcro della vita e della potenza della camorra. Sino ad oggi del resto, a differenza degli uomini, nessuna donna, boss di camorra, si è pentita. Mai.
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Pubblicato su il Corriere della Sera – Corriere del Mezzogiorno il 16 aprile 2005
Lettera agli amici indiani
di Roberto Saviano
Casal di Principe - Napoli
E chisto munno
ca s’ ‘e vennuto l’anema e ’ o core
e nun se importa ’ e chi nasce
e se ne fotte ‘e chi more.
N. D’Angelo
Agli amici di Nazione Indiana.
Quanto siete disposti a perdere per un racconto, per uno scritto? Se rispondete tutto allora sapete già nel vostro petto che non perderete nulla. Neanche una scaglia di pelle dalle vostre dita. Quanto siete disposti a pagare per un vostro scritto, una vostra frase, un pensiero? Anche qui se rispondete tutto, con grande probabilità scrivere vi è cosa leggera e non avete idea di cosa si perde tracciando inchiostro. Io per la scrittura non son disposto a perdere nulla, a sacrificare niente, a pagare ancor meno. Perché vorrei che la scrittura stessa fosse, per quanto mi è dato decidere, in se sacrificio, perdita, fosse totalizzante ma nei suoi perimetri, nella sua alcova. Eppure accade il contrario. Io non so cosa significhi scrivere in gran parte dell’Italia e dell’Europa. Ma so cosa significa scrivere nel sud Italia, nell’Europa mediterranea.
E non riesco a comprendere come mai nella discussione sulla letteratura popolare e le sue capacità di innestarsi nel percorso del reale non siano emersi i casi riguardanti gli scrittori che con il solo scrivere hanno innestato odio, denunce, minacce, condanne. Hanno fatto traballare tavoli e impegnato uffici d’avvocati per lungo tempo.
Racconto l’episodio che mi riguarda, non per avvalorare tesi alcune, poiché il mio caso è di margine come il luogo da cui scrivo e come me medesimo, ma per mappare se lecito ancora gli inneschi pericolosi della parola. Lo racconto perché riguarda Nazione Indiana. Vengo convocato il 5 Marzo alle 9:00 di sabato presso la caserma dei carabinieri di Casal di Principe su mandato della Procura Antimafia di Napoli. Sono stato convocato per un interrogatorio su tutto ciò che è apparso su Nazione Indiana a mia firma. Ovviamente mi chiedono se ciò che scrivo (la lettera a Del Prete ed altri racconti) sono veri, mi chiedono di partecipare ai processi, di dargli informazioni, mi chiedono che se proprio devo denunciare allora devo farlo formalmente. Presentandomi come testimone. Rischiando insomma, smettendo di scrivere, divenendo elemento del processo non più osservatore. In breve rendendomi parte di una questione, quando con la scrittura mi ostino a mantenermi su posizioni altre, descrivendo l’intero meccanismo e non la singola questione. Affrontando dinamiche dipotere non singoli crimini, di cui sovente non mi importa nulla.
Io ovviamente dico che è letteratura, che mi ispiro a fatti reali e che li studio con passione e metodo. Loro non ci credono. Dicono che è troppo per uno scrittore sapere così tanto, che gli scrittori non si occupano di questi poteri, che loro che hanno esperienza non hanno mai visto un intellettuale conoscere tante “schifezze”. Parole per me non nuove. Ho visto dinanzi ai miei occhi i racconti pubblicati su Nazione Indiana studiati ed analizzati come fossero rivendicazioni di terroristi. Lo stesso fanno gli avvocati dei clan. Avevo descritto un cimitero toscano, il tenete ha appuntato: “ma è d’origine toscana l’autore?” Ho tracciato dei nomi, alcuni modificati, erano tutti sottolineati con penna rossa ed a fianco a caratteri enormi: “identificare i cognomi”. Dopo la descrizione di un paesaggio il maresciallo ha tracciato una frase inquietante: “indagare se questo paesaggio è controllato dai clan”. Un paesaggio che diviene territorio, zona controllata, solo perché da me descritto.
Lo sapete cosa mi è stato chiesto dopo la lettura dei miei racconti? Se sapevo dove si trovasse Provenzano. E Zagaria. I due latitanti più ricercati d’Europa. Domande che non vengono fatte a nessun camorrista arrestato a meno che non sia uno me massimi boss. Domande che sono state poste ai peggiori. Ai migliori dei peggiori. “Lei sa più dei miei ufficiali” mi viene detto con fare rabbioso. E questo è sospetto. Perché gli scrittori s’occupano d’amore, di fantasie, e queste non sembrano affatto fantasie. Sono verità e perciò bisogna indagare. Decine e decine di pagine di Nazione Indiana erano raccolte sulla scrivania dell’Antimafia, tutto quello che esce sul blog viene considerato come fonte attendibile di pericolose di verità. Incredibile.
Come vorrei raccontare tutto questo agli scrittori che credono che la scrittura sia ormai l’orpello per signore che Machado definisce come spillo per inculare le mosche. Una parola letteraria, una narrazione, può davvero scardinare equilibri, concedere nuovi squarci, risultare temibile per il solo fatto di dire nuove ipotesi di verità, di trovare prove a ciò che non potrebbe mai essere provato pur essendo vero. La parola letteraria trova una soluzione matematica a problemi senza teorema. E qui quando scrivi, la solitudine di tal gesto non termina mai, trova solo nuovi inizi, perché non vi solo possibilità di condivisione. O sono miserrimi. Chiusi in premiuncoli letterari, in salette altoborghesi, se ancora qualche scrittore di qua non se n’è andato al nord. Oltre a qualche presentazione in Feltrinelli, oltre qualche bicchiere di birra assieme a qualche amico, tenersi stretti, in un comune progetto è impossibile. Non che altrove sia necessariamente meglio, ma qui è il deserto e forse più che altrove questa desolazione è letale.
Esco dalla caserma. Ho un senso di colpa infinito. Mi calmo come un ladro di motorini che è riuscito a non farsi arrestare. Ma cosa ho fatto? Ho scritto una lettera immaginaria, ho fatto un racconto su di un sindacalista e ho congetturato, almanaccato, descritto, letterariamente la cosa, non è un inchiesta. Ho scritto e raccontato di Annalisa, non è un reato, non è di per se complicità. Scrivo. E questo basta per farmi interrogare per tre ore e mezza? Ricevere il sospetto di tutti, essere messo in sala d’attesa con i peggio soldati camorristi della zona. Se fossi stato il figlio di un boss o di un capozona, o di un politico m’avrebbero ricevuto subito o forse persino m’avrebbero invitato a pranzo parlandomi informalmente, interrogandomi con riguardo. Ma chi scrive, e lo dico senza retorica o piagnisteo, è messo in equivalenza con quelli più immondi. Con quelli che sparano.
Tanto più vera tale cosa perchè c’è il sospetto che basti scrivere di certi poteri per contaminarsi, anche in chi ti è vicino. Quando i carabinieri all’alba si sono presentati a casa di mia madre, dove ho residenza, al citofono i miei hanno risposto: “cosa ha fatto?” Cosa ho fatto, come se fossi arrestato o invitato a presentarmi in caserma tutti i giorni, come se avessi la quotidianità di un pusher o di un piccolo camorrista costretto all’obbligo di firma. La sola scrittura, la sola scelta di scrivere diviene una dannazione e introiettata come qualcosa di pericoloso, sbagliato, un errore, un crimine, una collusione. Anche per chi ti conosce da sempre.
E vi chiedo, quanto è giusto pagare per un proprio scritto? Quali sono i calabri che lo definiscono? V’è una misura? E’ giusto subire questo tipo di pressioni? Concede il senso del successo? Io spesso per alcune frasi non smetto mai di pagare. E questo denota la mia incapacità narrativa. Non ho la giusta misura, l’attenzione per l’equilibrio. Mi brucio. E l’ustione non dona vantaggio a nessuno. Io sento però una certezza che al di la di quanto si possa dire su ciò che ho fatto, ho la certezza di aver sbagliato tutto. Perché persino quando si rapina v’è un vantaggio. E v’è la possibilità di salvarsi, pentirsi o guadagnare. Quando scrivi certe cose invece, giochi ad esser sconfitto, punti su un numero che non esiste nella ruota del roulette. Ma lo fai lo stesso.
Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori. Anche guardando i giganti non ricevo conforto. Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo. Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo. Ciò che ha pagato e paga è ampiamente ripagato. O quantomeno confortato. Lui stesso dichiarò al Times “La fatwa mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi”.
Ora io non so in altre parti d’Italia ma qui le cose sono davvero in una fase delicata e critica. Quando uno scrittore napoletano si vede costretto a cambiare casa editrice perché il suo libro cita personaggi politici , mutati nel nome, ma troppo riconoscibili. Quando un vecchio scrittore siciliano ha attualmente cambiato percorso romanzesco perché il testo, sulla mafia e sull’amicizia di un giudice con un mafioso (compagni d’università poi uno divenuto boss l’altro pm) avrebbe ricevuto denunce, querele e l’isolamento dello scrittore, ennesimo, dalla Sicilia. E questo non è facile da subire più d’una volta.
A volte capita però che c’è chi scrive, magari uno dall’anima smilza, e va avanti, e traccia i percorsi del vero e riceve solo danni, questo come lo si definisce? Viene letto poco, pochissimo. Ed allora? Val la pena? Il peso specifico della scrittura forse si riesce a comprendere in certi ambiti piuttosto che in altri. Forse guardare quello che accade qui può risvegliarci, o quantomeno mostrare che ciò che Nazione Indiana sta percorrendo sia la più giusta delle strade. L’Antimafia mi convoca per un racconto, uno scrittore per due riferimenti in un libro deve cambiare editore un altro per una storia troppo pesante rischia l’oblio. Questo denota che siamo ancora vivi, che quando la letteratura fa tremare, i colpi di coda di certi meccanismi di dominio sono dolorosi.
Qui al sud capisci che scrivere è la cosa più pericolosa che si possa fare. Quando finisci un racconto hai due certezze. Che non verrà letto da molti. Ma che verrà letto dai pochi che ti rovineranno la vita, che faranno di tutto per fartela pagare. E allora speri, speri che il messaggio del tuo racconto possa dargli il più fastidio possibile, come se le lettere potessero liquefarsi mentre le stanno leggendo e volatilizzarsi in antrace, finendo nelle loro narici. Così diventi immune persino alla stricnina e continui a scrivere, a sapere a cosa vai incontro. Perché se ti devono fare qualcosa, almeno sia per la cosa più grave, per il motivo più forte. Io quando vengo convocato, subisco molti dileggi. Uno scrittore, un intellettuale che si occupa di certi meccanismi del reale, è qualcosa di pericoloso, sospetto, fastidioso. Non è una metafora ridicola, ma davvero genera sospetto. Il medesimo sospetto che si pone nella mente di mia madre, delle persone che mi sono vicine. Ma che c’entra Giordano Bruno con i clan, cosa Baruch Spinoza con gli omicidi, cosa Tommaso Landolfi con il boss Schiavone? Conosci l’Orlando Furioso cosa c’entra con le aziende, i traffici, i morti ammazzati? Occuparsi con lo strumento letterario di queste cose, senza una gabbia noir, senza un motivo di fiction davvero crea nausea, come una sorta di sadomasochismo che vuoi ammannire a chi ti legge. Cosa ci guadagna, è il primo pensiero. Anche del magistrato che mi indaga. Una volta uno scrittore campano che amo molto, mi disse “non preoccuparti, se io vivessi a sud mi occuperei allo stesso modo delle cose su cui tu poni lo sguardo”. E’ certamente vero quello che dice. Ma lui se n’è andato.
Un giornalista delle cronache locali è controllabile, un magistrato percorre strade dai codici cifrati conosciuti, un politico è raggiungibile, passeggia per le strade note, i suoi segretari sono compari, ma uno scrittore no. Una pagina narrativa, che fonda tutti i dati, le sensazioni, le geografie, non può essere controllata, costretta. Mappata. La letteratura veicola, fa fuggire in avanti, coinvolge ogni passaggio del reale e dove non riesce ad osservarlo lo raggiunge con la congettura. La scrittura di racconti e romanzi mette angoscia sia agli inquirenti che si sentono scoperti, superati, bruciati esposti nella loro incapacità sia ai camorristi. Sapete che Giuseppe Marrazzo, scrisse un libro “Il camorrista” negli anni ’80. Un romanzo capolavoro su Raffaele Cutolo che più d’ogni altro svelò meccanismi e dialettiche dell’Italia democristiana e dell’ascesa di un personaggio, Cutolo, da assassino per caso in statista di primo ordine. Marazzo vent’anni fa scrisse su verità che i giudici stanno ancora indagando portando i processi in giudicato con verità che Marrazzo aveva esattamente descritto. Quel libro mai più ripubblicato – per evitare che la vecchia sempreverde guardia democristiana non abbia la damnatio memoriae – è un chiaro esempio di letteratura che anticipa, sviscera, foggia, congettura. Scopre il vero e lo rende materiale per trasformare il percorso del reale.
Pensate alla nascita di decine di libri che svelano, almanaccano, tracciano la realtà ma con il rigore della verità, con la forza della scrittura che prescinde dall’oggettività perché non se ne cura. Pensate a libri del genere, come già ne stanno uscendo. Cosa genererebbero? Ma questo non significa che si tratta di parlare solo di Cosa nostra, Camorra, e N’drangheta. Raccontare, svelare, scardinare, tracciare con le parole, raccontare di una giornata trascorsa a Varese come a Marano, può realmente mutare qualcosa. Dopo quanto m’è accaduto ho voglia di crederci quasi dogmaticamente. Ma bisogna scrivere studiando a fondo, mordendo il midollo, non ridendo senza mostrare i denti. Maledizione. Scrivere sul fronte meridionale è più letale che sparare nelle trincee mediorientali.
Conosco la storia di un intellettuale calabrese. Era un giovane giornalista dalla bella penna impegnato contro la ndragnheta, quando una notte i clan calabresi decisero di installargli un ordigno sotto la sua macchina. Il nipotino però bussò all’utero della sorella e così lui scese di corsa per accompagnarla in ospedale. Si trovò dinanzi allo ndranghetista che sotto l’auto stava piazzando l’ordigno. Dal nipotino che aveva fretta di nascere, ebbe salva la vita. Ora vive in Canada, non ha mai più scritto una riga in Italia. Una storia sconosciuta che vuol rimanere sconosciuta, perché davvero quando vivi certe dinamiche ne hai una vergogna tale che preferisci dimenticarle. Ricordarle significherebbe appesantire l’anima e rischiare di slabbrarla.
Ci sono delle loro parole che mi vengon dette che mi inquietano. “Ormai sei abituato”, oppure “è una vita che ci scrivi contro”. Scrivendo è come se riuscissi ad almanaccare il tempo e a riprodurlo, ad attribuirgli una somma di minuti in più. E’ talmente raro che qualcuno possa occuparsi di certe dinamiche in un certo modo e senza stipendi che si pensa che una vita abbia il coraggio di occuparsi di un unica cosa, di denunciare un fatto. E non di stare dietro ad una complessità d’eventi. Osservando l’intero arco del percorso. Così dieci racconti divengono dieci esistenze che riescono a mettere assieme tutto, dalla denuncia a Caravaggio, dalla guerra di Scampia a Isaac Singer. Ma questo è terribile, è peggio che spacciare, è più schifoso che rubare ad una puttana. Come attesta l’ultima frase che mi è stata detta: “eccolo il veterano, tutta la vita a scrivere e dare fastidio”. Tutta la vita, io ho 25 anni, maledizione.
Un abbraccio a tutti. Stretto
r.
Fenomenologia di un’eresia anarchica
di Roberto Saviano
Ferdinando Tartaglia l’eretico, l’agitatore, il chierico studioso, l’eremita sessuofobo, il ripudiato, il riconciliato, l’anarchico, il politico rinnovatore, il poeta sublime, l’inetto freddoloso, il satiro fastidioso, il militante romantico. Tartaglia è impensabile poterlo rubricare. Potrebbe legittimamente essere fregiato d’ogni titolo e sfregiato d’ogni insulto.
Nessuno avrebbe torto. Tartaglia di cui non v’è come Giordano Bruno altro ritratto che il ricordo di chi lo fissò in volto. O forse un’unica foto esiste dove appare uno scricciolo d’uomo fissa l’obiettivo seduto su una collina, con calzini smollati ed un maglioncino pretesco. Tartaglia era nato a Parma nel 1916, precocissimo, aveva mescolato fra i dodici e ventiquattro anni teologia e poesia facendone la struttura portante della sua disarticolata dottrina che conserverà nel marasma delle sue riflessioni per tutta la vita. Tartaglia uscì dal seminario, dove studiò con incredibile rigore e ordinato sacerdote e per dieci anni vestì la tonaca, celebrò messe, unì in matrimonio, e dal pulpito domenicale iniziò a vibrare la voce della sua riflessione, le tensioni del suo ragionare, la potenza della sua eloquenza beffarda e muriatica. Già in seminario Tartaglia aveva iniziato a scrivere con impressionante foga migliaia di poesie, centinaia di saggi, abbozzi di saggi, frammenti di scritture, bibliografie sterminate ed ancora incompiute. Prodigo di voce ed avarissimo nel mostrare finanche una traccia della scrittura. Ogni pagina è stata preservata per sua volontà dalla pubblicazione, nascosta persino agli amici. Nel 1946, dopo essere stato sospeso a divinis, venne raggiunto dalla scomunica, ma lui stesso con molta franchezza dichiarò che il provvedimento era perfettamente giustificato.
Quest’uomo dal “nome di re e dal cognome di buffone” aveva frontalmente attaccato la dottrina della Chiesa in nome di un rinnovamento che non fosse mera riforma, o banale ritorno alle evangeliche origini, ma un completo rovesciamento delle coordinate teologiche, una sovversione radicale dell’intera idea di Dio. Tartaglia voleva rinnovare la relazione, il patto, l’alleanza tra l’uomo e l’idea di Dio. Tartaglia sostiene che Dio non è né Dio né non Dio, non può esservi quindi una morte di Dio che abbandona nell’abisso, né è possibile dare senso allo spirito astratto nella cui totalità si smarriscono i mistici entrando in intimità col divino. Tale riflessione, intelligentissimo delirio poetico e filosofico è presente in Tesi per la fine del problema di Dio (Adelphi, 2002, euro 8,00) testo tra i pochissimi pubblicati in vita perché in origine testo redatto per un ciclo di conferenze organizzato a Roma nel 1949. Non v’è corpo, non v’è spirito ma qualcosa di terribilmente nuovo, di nuovissimo che non è possibile tematizzare con il cavillo della teologia o con lo stucco della teoremi. Dio nuovo vuol dire Dio anti-origine, quindi Dio anticreatore, anti-Padre, un anti-causa. Un Dio che non si risolve nel nulla ma che non è rivelazione, legge e dogma. “ I rapporti fra Dio e l’uomo hanno costituito finora il capitolo più orrendo della vicenda dell’universo […] l’essenza di Dio è puro male, il massimo male.” Per Tartaglia bisogna dismettere la battaglia che “ci ha annoiati e distrutti” tra Dio e non-Dio e aderire al rifiuto puro, allatrasformazione.
Annuncia la fine dell’uomo e di tutto ciò che più o meno miticamente si è posto sopra l’uomo: “il mondo”, “il tutto”, “il nulla”. Bisogna mettere fine ad ogni origine in Dio e contro-Dio ed iniziare a generare nuovi rapporti e nuove figure dopo-Dio. Dare possibilità a nuove presenze, tracciare nuovi rapporti, andare nell’assolutamente nuovo. Per finirla col problema di Dio bisogna dire basta al trascendente, finirla con l’immanente, finirla con la fine delle cose, percorrere l’assoluta possibilità di origine umana, percorrere la battaglia contro la regola, abbattere le costituzioni, liberarsi dalla decisione, azzannare la volontà e spolpare la liberta. Il discorso di Tartaglia non rifugge dalla contraddizione, anzi è alimentato da essa. Ma di ciò è impossibile poter parlare sistematicamente come Kant almanacca di metafisica nella sua Ragion Pura. Il tentare di porre descrizione, segmento interpretativo a ciò che è la nuova intesa di Dio, e il nuovo proporsi dell’uomo, sarebbe come confermare una struttura teologica medesima. Ecco perché Tartaglia accede alla poesia come strumentazione amorfa e quindi libera dalle determinazioni logiche che un sistema filosofico pretenderebbe. Come Leopardi, che si definisce filosofo ma non concede al suo pensiero sistema per permettere alle sue parole di essere aperte agli afflati dell’eterogeneo, così Tartaglia scrive versi immergendoli nella benzina del suo pensiero.
Tartaglia è un poeta di razza. Un versatore grandioso. La sua parola non celebra, non ricorda, non bacia bellezze né vuole esser arte perfetta e intonata. I suoi versi sono foggiati con il fulmicotone. Esercizi di Verbo testo ora pubblicato da Adelphi e Tre ballate pubblicati da Book Editore(Bologna, 2000, euro 9.30, bookeditore@libero.it) sono le uniche raccolte poetiche di Tartaglia che il lettore italiano può gustare. In Tre ballate il ritmo, la parola nuova, la rima usata quasi come dileggio ultimo di una pratica, quella poetica, che si compone quasi con un ghigno provocatorio, anche se pregno d’amarezza. Paradigma di ciò sono i versi di “Sprecato”:
Io sono il dato andato: io lo sprecato
che andato è andato perché così è andato
se mai non si saprà codice o comma
Io sono il dado mal giocato al fato
Io sono il dato sdato: io lo sprecato.
La poesia di Tartaglia è attraversata dallo spirito di Baruch Spinoza, dalla capacità di smarrire se stesso nella totalità del vivere e nell’insoddisfazione di avere in questa totalità riconosciuto un pur sterminato limite, che forse, soltanto la parola più tentare di slabbrare in uno spazio interminabile.
Di tutto ò morte per morire il mondo
Di tutto ò vita per svitare il mondo
Di tutto ò vecchio per vecchiare il mondo
Di tutto ò nuovo per nuovare il mondo
La sua è una penna sferzante e persino acida. I ritratti presenti in Esercizi di Verbo sono vere e proprie perle. Talento di Tartaglia è quello di attaccare gli intellettuali padri delle patrie lettere e nuovi ragazzetti emergenti, come all’epoca Umberto Eco a cui dedica gli indimenticabili versi che dileggiano la sua summa enciclopedica spacciata per letteratura:
Eco d’accordo. Ma dov’è la voce?.
I versi dedicati a Thomas Mann paiono quanto di meglio si possa dedicare al sommo tedesco:
Il classico mattone caduto per caso da una distratta impalcatura
d’Olimpo.
Ed ancora:
E’ il classico da emicrania.
Gli mancano due cose: lieve volo, buon gusto.
Forse anche una terza, non ricordo.
Tartaglia è inarrestabile. Stigmatizza anche Guido Ceronetti di cui non sopporta la sua volontà eretica di voler rilanciare una letteratura contaminata di sacralità nuova ed in questa trovare un ipotetica forza dissacratoria.
Ragazzetti ragazzetti ecco lì c’è Ceronetti
Porta bibbie e reca cessi. Viva viva Ceronetti.
Pirandello è insultato, quasi smerdato dai versi di Tartaglia:
Quale sarebbe Fernando il peggio inferno?
Leggere una due volte o ascoltare
Drammi commedie romanzi e le novelle
Tutte le noiosaggini d’avello
Tutte le fesserie di Pirandello
Anche i personaggi politici non sono risparmiati. Colui che sollazzava più Tartaglia per ridicolo e buffoneria è Mussolini, che il poeta definì come nessuno mai fece:
come un porco che andasse a le frette e volesse sembrare leopardo
Tartaglia era disgustato dalla cultura italiana, che definiva “paludetta” divisa tra esistenzialismo e crociani, tra appartenenze di partito e viltà da romanzieri che pensavano alla propria scrittura come mero fenomeno rinnovatore. Per Tartagliala letteratura italiana va tutta ripensata va ridetta tutta soprannaturalmente. Oltre la scrittura come orpello o produzione, ma come un banco di prova, un laboratorio urlante di ipotesi e novità, un tavolo dove foggiare novità radicali, nuove ipotesi di vita, nuovi al di la, nuovissimi al di qua. Il suo però non fu solo impegno d’inchiostro e verbigrazia. Tartaglia fu in prima linea nel dopoguerra, nella Firenze degli anni ’50, impegnandosi quotidianamente nel sogno di ricostruzione di una umanità nuovissima, reale, fatta di carne e sangue, di mutamento nel tempo presente.
Fu protagonista assieme al pacifista Aldo Capitini del Movimento di Religione, incredibile spinta rinnovatrice che raccolse le migliori forze intellettuali ed umane della Firenze sopravvissuta alla guerra: “così né l’uomo né l’anima dell’uomo potranno essere elementi di questa nuova fondazione religiosa ma solo il loro infinito trascendimento…” Tartaglia sembrava essere il profeta di questo nuovo avvento, con un ruolo da “novurgo” un termine uscito dalla sua fucina linguistica. Un termine ibrido di “nuovo” e “demiurgo”, un organizzatore di novità. Un uomo della novità, così infatti lo chiama Giulio Cattaneo autore di una biografia della fase militante e politica di Tartaglia a Firenze, “L’uomo della novità” (Adelphi, 2002, euro 7.50). Nei circoli del Movimento di Religione si avvicendavano anarchici radicali, comunisti staliniani, cattolici penitenti, protestanti accesi. Tartaglia primeggiava in eloquenza attirando persino la borghesia fiorentina, diffidente e arcigna, e trascorreva ore ed ore del suo tempo a dibattere di ogni tipo d’idea ed ipotesi, smontando le panolplie ideologiche, frammentando le rigidità del marxismo, facendo evaporare le vacuità idealistiche, mostrando le terribili contraddizioni della chiesa cattolica.
Cattaneo descrive in bellissime pagine questo spiritello smunto, rincantucciato in una casa gelida, riuscire a far gravitare intorno alla sua mente ed alle sue parole una cinetica di pensiero capace di rifondare l’intero senso dell’universo. Un uomo che non ha mai temuto di dialogare dei massimi sistemi anzi in essi si è gettato a capofitto considerandoli territori inesplorati. Quando qualcuno gli chiese provocatoriamente: “ma lei non sarà il diavolo?” lui rispose “ho visto il diavolo del Tintoretto è bellissimo.” Non soltanto provocazione ma tentativo di umanizzare il momento del confronto, rendere unico lo scambio della parola e della proposta. Tartaglia era attentissimo anche ai modi d’esposizione, nelle sue battaglie retoriche rivolgeva del “tu” a tutti, perché come disse a Capitini “diamoci del tu che per me è divino”. Nelle sacre scritture infatti, Dio non si rivolge mai con la distanza dell’educazione di casta. Tartaglia rende atto ciò che in Nietzsche era stato registrato sulla carta e con l’inchiostro, liberare l’uomo dalla determinazione, scardinare le porte della necessità, sfasciare le pareti della vita concessa e andare verso un’altrove dove ogni atto è sgorgato dalla libertà da ogni necessità, vivo nell’imperitura energia della vita.
“Iniziate, iniziamo finalmente una critica delle cose, estrema e impietosa. Rifiutate l’uomo come è stato fino a oggi ed è tuttora perché non è la verità. Cominciate, cominciamo davvero a distruggere on esattezza e con impeto. Rifiutate l’uomo così come è stato fino ad oggi ed è tuttora perché non è verità. Rifiutate la società degli uomini come è stata fino a oggi ed è tuttora perché non è verità. Rifiutate l’universo così come è stato fino a oggi ed è tuttora perché non è verità. Rifiutate la verità perché bisogna ormai andare oltre la stessa verità, verità non è ancora novità.” (L’uomo della novità pp. 57/58).
Tartaglia dopo una prima fase di enorme entusiasmo agli inizi degli anni ’50 non aderisce più al Movimento di Religione, non gli convince più l’impegno parziale, politico e non più “universale” come aveva creduto potesse essere. Continuò il pensatore una militanza anarchica, appoggia la FAI (Federazione Anarchica Italiana) nella battaglia contro il voto, collabora per lungo tempo al settimanale libertario “Umanità Nova”. La sua produzione è sterminata ma nulla è stato pubblicato in sua vita ciò che oggi il lettore può leggere di Tartaglia è solo uno spillo della sua produzione. Oltre cinquantamila pagine, solo il testo inedito Proposte senza fine testo composto da 270 proposizioni, ammonta ad ottomila pagine. Tutto è inedito ma forse prima o poi, nei lenti tempi dell’editoria, riuscirà a divenire leggibile. Come lui stesso scrisse: “io sarò erede d me stesso”. Adriano Marchetti scrive nella postfazione al libro Esercizi di verbo che “quella di Tartaglia più che un’opera è la sua attesa”, eggià perché Tartaglia piuttosto che un pensatore della crisi, è la crisi stessa, è la crepa entro cui versare il sangue e così aprire la falla da cui avrà origine la distruzione dell’edificio. Tartaglia è l’ouvertures ed il concerto, il coro e gli ottoni. A ragione lo scrittore Giuseppe Montesano quando definisce Tartaglia come una sorta di cocktail alchemico dove: “l’Adorno più intransigente nell’evocare e negare l’utopia, l’Eckhart più avvitato nella spirale mistica del né questo né quello e il Nietzsche che voleva spazzare il cielo dalle nubi della necessità si incontrassero e si scontrassero sull’orlo del non più dicibile. ”
Tartaglia auspicava quasi in sintonia con le profezie d’anticristo l’arrivo di un liberator ecclesiae: “ il quale collocandosi al posto della somma autorità cattolica sciolga tutto ciò che questa costringe e venga così annientando il cattolicesimo…”. Nessun antipapa, nessuna svolta interna al Vaticano vi fu. Tartaglia si ritirerà in un lunghissimo silenzio, si sposerà, avrà una vita di silenzio e gioie minori. Nel 1987 morirà, ma poco prima di spirare il suo desiderio di morire con i “santi segni” gli fu accordato. La scomunica fu revocata e morì riconciliato con la chiesa cattolica apostolica romana, che per tutta la sua esistenza aveva cercato di mutare ed avversare al fine di poterla mettere alla testa di uno stravolgimento immenso pari soltanto all’impresa che tentò Lucifero quando tento di sovvertire il trono celeste. In fondo Tartaglia rimase sempre cristiano e cattolico, affascinato dal peccato, dal perdono, e dall’idea ribelle di Gesù che tentò nel disperato amore di cancellare il Dio della teologia e di renderlo altro, attraverso la carne, il sudore, le lacrime, il sorriso. Il sogno di Tartaglia di liberare l’essere umano dal vincolo del progetto, dalla traccia, della tradizione e dal dogma sembra raccogliere in se un lungo percorso attraversato dalle orme dei ribelli trecenteschi, dagli eretici del cinquecento, dai catari, dai filosofi arsi vivi, un percorso che innesca la sua voce attraverso Rilke, i passi diCervantes e le parole di Errico Malatesta. Ma al postutto in Tartaglia risiede la delirante e saggia certezza che la parola possa davvero rinnovare il mondo nell’infinita possibilità di creare origine nuova, finché ci sarà possibilità di dire e quindi di generare nuove cose.
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Pubblicato su PULP n°53 gennaio-febbraio
di Roberto Saviano
“Battezzo il locale come lo battezzarono i nostri tre vecchi antenati. Se loro lo battezzarono con ferri e catene, io lo battezzo con ferri e catene. Alzo gli occhi al cielo e vedo una stella volare è battezzato il locale. Cade una stella, scende una belata: con parole d’omertà è formata società.” Queste le parole di Raffaele Cutolo svelate da Giuseppe Marrazzo nel suo libro “Il camorrista”, sono pronunciate per battezzare il luogo dove avverrà l’entrata nella Nuova Camorra Organizzata.
Il rituale di affiliazione è in realtà una prassi a metà tra la religiosità e l’iniziazione militare, un vero e proprio momento cruciale nella vita di un individuo paragonabile ai sacramenti. Antonio Bardellino il capo della Nuova Famiglia, il leader negli anni ’80 della cosca dei Casalesi, il boss che si affiliò alla Pizza Connection della mafia siciliana di Badalamenti e Buscetta, portò avanti per un lungo periodo il rituale della pungitura mutuato proprio da Cosa Nostra. Il polpastrello destro dell’aspirante affiliato veniva punto con uno spillo e il sangue fatto colare sull’immaginetta della Madonna di Pompei, poi questa veniva fatta bruciacchiare su una candela e passata di mano in mano a tutti i dirigenti del clan che erano disposti in piedi lungo il perimetro di una tavola. Se tutti gli affiliati baciavano la Madonna, il nuovo presentato diveniva ufficialmente parte del clan. La religione è un riferimento costante per l’organizzazione camorristica non soltanto come forma scaramantica o residuo culturale ma come forza spirituale che ne determina le scelte più intime. Il messaggio cattolico non viene visto in contraddizione con l’attività camorristica: il clan che finalizza la propria attività al vantaggio di tutti gli affiliati considera il bene cristiano rispettato e perseguito dall’organizzazione. La necessità di uccidere i nemici ed i traditori viene sentita come una trasgressione lecita, il non uccidere inscritto nelle tavole di Mosè può nell’argomentazione della camorra essere sospeso se l’omicidio avviene per un motivo superiore, ovvero la salvaguardia del clan, degli interessi dei suoi dirigenti, del bene del gruppo e quindi di tutti. Ammazzare è un peccato che verrà compreso e perdonato da Cristo in nome della necessità dell’atto.
Alla Madonna viene infatti chiesto, come accadeva a Rosetta Cutolo che veniva trovata in chiesa nelle ore delle mattanze ordinate da don Raffaele, oppure alla moglie di Sandokan devota della Maria Santissima Preziosa, di intercedere presso Cristo per far comprendere che la condanna a morte e la violenza necessaria per le attività del clan avviene per il bene degli uomini. In breve le famiglie camorristiche ed in particolar modo i boss maggiormente carismatici spesso considerano il proprio agire come un calvario, un assumersi sulla propria coscienza il dolore e il peso del peccato per il benessere del gruppo e degli uomini su cui il suo comando regna. A Pignataro Maggiore il defunto boss Raffaele Lubrano ucciso in un agguato di camorra nel 2002, religiosamente fece restaurare a sue spese, nella sala Moscati attigua alla chiesa madre, un affresco raffigurante una Madonna. È detta la «Madonna della camorra», poiché a lei si sono rivolti durante la latitanza a Pignataro Maggiore i più importanti boss di Cosa Nostra. Non è difficile infatti immaginarsi Totò Riina, Michele Greco, Luciano Liggio o Bernardo Provenzano chini sugli scranni dinanzi all’affresco della Madonna, implorare penitenti d’esser illuminati nelle loro azioni e protetti nelle loro fughe. Quando don Vincenzo Lubrano padre di Raffaele, è stato assolto in appello, nel processo Imposimato, ha organizzato un pellegrinaggio a sue spese con diversi pullman a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio, artefice, secondo lui, dell’assoluzione.
Come i soldati della gioventù hitleriana avevano scritto sulle fibbie il motto “Gott mit uns” (Dio è con noi), così i soldati dei clan spesso hanno portato sul corpo tatuaggi che dimostravano la loro devozione, le collane con i volti santi, i braccialetti costruiti con grani di rosario come quello celebre di don Lorenzo Nuvoletta. Spesso la passione religiosa spinge a veri e propri deliri mistici come accaduto al boss dei casalesi, Francesco Schiavone Sandokan che durante il periodo di latitanza dipingeva volti santi inserendo al posto del volto di Cristo il suo ritratto. Ma sono i matrimoni i veri momenti che celebrano la fedeltà dei clan alla chiesa. Il matrimonio tra Marianna Giuliano e Michele Mazzarella fu un tripudio di sfarzo e dimostrazione di pia osservanza, furono infatti versati – secondo indiscrezioni – oltre 60 milioni di lire come offerta per la celebrazione. Gli sposi ebbero in dono un enorme crocifisso in radica di noce con adagiato un Cristo di preziosissimo cristallo ma il feticismo religioso abbonda in tutte le ville dei boss da Marano a Casal di Principe, da Teverola aCasapesenna. Statue a grandezza naturale di Padre Pio, copie di terracotta e bronzo del Cristo che campeggia a braccia aperte sul Pão de Açucar di Rio, sono presenti in moltissime ville di boss della camorra. Pare che Cosimo di Lauro avesse ordinato per la sua villa recentemente sequestrata nella zona di Secondigliano, un enorme Padre Pio di terracotta colorata dell’altezza di quattro metri. Nel santuario della Madonna di Pompei gli ex voto dei camorristi si sprecano. Nella cascata di oggetti dorati, nelle sfoglie argentate che tracciano forme di piedi guariti, occhi salvati, bambini simbolo di fertilità concessa, campeggiano anche immagini di fucili, pistole, coltelli, strani oggetti che simboleggiano uno scampato pericolo. Nicola, ex appartenente al clan Cesarano mi spiega: “Mi sono salvato una volta, quando ero giovane, perché un proiettile mi è stato deviato da una costola. Io non ci credo. Quello che mi ha sparato mi ha sparato al cuore, i medici hanno detto che era una costola, ma per me non è stata la costola ma è stata la Madonna.”
I penitenti che ogni sette anni a Guardia Sanframondi per la festa dell’Assunta si battono ripetutamente e per oltre dodici ore il petto con una spugna di sughero con trentatre spilli o chiodi, sono anonimi fedeli ma è notizia diffusa che molti di loro sono affiliati non solo della Camorra ma anche della Sacra Corona Unita e della N’drangheta e dopo aver scontato le pene del carcere decidono di scuoiarsi il petto volendo scontare anche le pene dell’anima. Tra loro spesso anche molte donne con figli caduti nelle guerre di clan. Anche il battesimo ha una sua metamorfosi nella criminalità organizzata. Il battesimo in chiesa viene preceduto spesso da un vero e proprio battesimo di clan come avveniva per la vecchia n’drangheta. Racconta l’ex ndranghestista Antonio Zagari autore di “Ammazzare stanca” che quando nasceva un figlio di uno ndranghetista veniva preso in braccio nudo dalla madre, il padre gli avvicinava un coltello ed un mazzo di chiavi, a secondo di cosa il bimbo toccava si prevedeva il suo destino, di uomo d’onore se toccava il coltello, e di sbirro se toccava le chiavi. Ovviamente il padre avvicinava alle manine il coltello e allontanava le chiavi. Quando il bimbo toccava la lama la madre girava pancia sotto il bambino ed il padre sputava nell’ano del piccolo così che dal suo corpo l’onore non sarebbe mai più uscito. Anche oggi sembrano esser tornate in voga le ritualità di affiliazione, e il simbolismo religioso torna ad imperare tra le dinamiche di camorra.
A Scampia nei laboratori di stoccaggio della droga gestiti dal clan di Paolo Di Lauro vengono tagliati trentatre panetti di hascisc per volta, come gli anni di Cristo poi ci si ferma per trentatre minuti, si fa il segno della croce e si riprende il lavoro. Una sorta di omaggio a Cristo per propiziarsi guadagni e tranquillità. Lo stesso accade con le bustine di coca che spesso prima di essere distribuite ai pusher, il capozona bagna e benedice con l’acqua di Lourdes sperando che le partite non uccidano nessuno, anche perché della cattiva qualità della roba ne risponderebbe lui direttamente al clan. Anche i rituali di affiliazione sembrano essere tornati in voga soprattutto negli ultimi anni dove i clan secondiglianesi ma anche quelli del centro storico stanno affiliando per la prima volta nella storia della camorra ragazzini dai 12 ai 17 anni e quindi si necessita per responsabilizzarli, di un vero e proprio simbolo di appartenenza che stringa le loro volontà e trasformi la loro età in una veloce maturità di soldato. Viene dato appuntamento quasi sempre di domenica fuori ad una chiesa, lì si incontrano tutti i ragazzini che vogliono entrare nel clan l’uomo che li presenta ed ovviamente un capozona. Dopo aver assistito alla messa ed aver fatto la comunione una stretta di mano tra il ragazzino e tutti i membri decreta l’affiliazione. Se qualcuno non gli da la mano il ragazzino non entra nel clan. Solo un’ingenua lettura può considerare questi connubi tra religione e camorra come manifestazioni di un tribalismo metropolitano, o tracce d’una arretratezza feudale incastonata nell’anello di brillanti della modernità. Il senso religioso dei cartelli criminali che sempre più dismettono il rapporto con le periferie e quindi la cultura del margine si accresce con il potere economico, poiché come scrive Max Weber è proprio nella gabbia d’acciaio dell’economia che l’uomo ritrova come unico senso quello della religione. Il sistema-camorra è un potere quindi che non coinvolge soltanto i corpi né dispone soltanto della vita di tutti, ma pretende di artigliare anche le anime.
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Pubblicato sul Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno il 13 Marzo 2005
di Sergio Nazzaro e Roberto Saviano
[Abbiamo intervistato Hamid Mir, capo redattore della GEO Television aIslamabad, biografo ufficiale di Osama bin Laden e ultimo giornalista ad averlo intervistato. Mir svela i retroscena del rapimento Sgrena e la rottura interna che sta avvenendo nella guerriglia irachena.]
Secondo il tuo parere perché è stata rapita Giuliana Sgrena?
“Giuliana Sgrena è stata rapita a causa della presenza di truppe italiane in Iraq. Sta pagando il prezzo della politica del governo italiano. Io penso che i rapitori siano ribelli Sunniti, e sono certi che lei non sia una spia e che è contro la guerra in Iraq. Il governo italiano non ha fatto niente di serio fino ad ora per il rilascio di Giuliana. E’ stata rapita perchè stava lavorando in maniera molto diversa dagli altri giornalisti occidentali. I grandi corrispondenti dei giornali americani e inglesi fanno “giornalismo da hotel” mentre la coraggiosa corrispondente italiana stava seguendo le sue storie con le sue gambe sulla strada, e questa sua attitudine è stata la causa del rapimento. Non ci sono dubbi che molti agenti dei servizi americani e inglesi usino tesserini da giornalisti a Baghdad. Questo comportamento è una minaccia per tutti i giornalisti”.
I rapitori di Giuliana Sgrena sono gli stessi di Flaurence Aubenas di “Liberation”?
“Non posso dire che il gruppo sia lo stesso, non ho elementi, ma posso dire attraverso la mia esperienza che la maggioranza degli iracheni odia tutte le nazioni coinvolte in questa guerra. Ho notato questo atteggiamento da parte degli iracheni dopo l’invasione del 2003. Sono musulmano ma non ho avuto rapporti facili con la popolazione, perché provengo dal Pakistan, una nazione alleata degli Stati Uniti nella guerra al terrore. Quando sono ritornato di nuovo in Iraq nel 2004, l’atteggiamento degli iracheni era cambiato, perché il Pakistan aveva rifiutato l’invio di truppe in Iraq. Ci sono diversi gruppi nelle aree sunnite ma i loro obiettivi sono gli stessi: vogliono che gli americani se ne vadano via. Se gli americani invadono l’Italia oggi, che cosa fareste? Sono sicuro che gli italiani reagirebbero alla stessa maniera in cui gli iracheni stanno reagendo contro gli Stati Uniti e i suoi alleati”.
Dietro la strategia dei rapimenti c’è la mano di Al Qaeda?
”Questa è una domanda molto importante. La prima cosa che devi comprendere è che Al Qaeda non è più un’organizzazione ormai, ma è diventata un’ideologia. Molti gruppi in Iraq stanno usando il nome di Al Qaeda come se fosse un franchising. Posso dirti, assumendomene la piena responsabilità, che Osama bin Laden è contro il rapimento dei giornalisti. L’ho incontrato molte volte e molte volte l’ho intervistato e so per certo che i suoi combattenti non possono rapire una donna di 56 anni.Tutti quelli coinvolti nel rapimento possono essere stati influenzati da Osama bin Laden, ma non stanno prendendo ordini direttamente da lui. Posso farti degli esempi recenti. Tre impiegati dell’ONU per le elezioni, sono stati rapiti in Afghanistan l’anno scorso, da un gruppo pro Al Qaeda. Due degli ostaggi erano donne. Immediatamente i leader Talebani hanno condannato il rapimento. So anche che i leader di Al Qaeda hanno mandato un messaggio ai rapitori chiedendo perché avessero rapite delle donne. Gli ostaggi sono stati rilasciati pochi giorni dopo vicino a Kabul. Durante la guerra in Afghanistan, la giornalista inglese Radley era stata arrestata (ottobre 2001) perché era entrata in Afghanistan senza il visto, ma fu rilasciata su richiesta di Al Qaeda. Hanno molto rispetto per le donne gli uomini di Al Qaeda. Anche io sono stato arrestato dai Talebani a Kabul, nel novembre del 2001. Ho affrontato interrogatori per un giorno intero. Alla fine sono stato rilasciato e ho avuto le scuse da parte del ministro degli interni talebano che mi disse chiaramente che Radley era stata arrestata perché gli americani stavano usando molte donne giornaliste e mendicanti come spie. Mi indicò una giornalista della Associated Press Kathey Gannan come spia al servizio degli americani. Era la corrispondente della AP per l’Afghanistan. Ti ho detto tutto questo per spiegarti che Al Qaeda non è direttamente coinvolta nel rapimento di Giuliana Sgrena. Se alcuni simpatizzanti di Al Qaeda sono coinvolti, devono capire che hanno fatto un errore e rilasciarla immediatamente”.
E’ possibile che le forze di occupazione in Iraq siano dietro il rapimento dei giornalisti scomodi?
“Non posso negare questa possibilità a priori, che le forze di occupazione siano dietro il rapimento di Giuliana. Lei stava indagando proprio sulle atrocità commesse dalle forze di occupazione, può darsi che lei abbia scoperto delle prove molto importanti delle atrocità perpetrate. Un altro scandalo come quello di Abu Ghraib sta per uscire fuori e forse questo è il perché è stata rapita. Ci sono molti falsi siti pro Al Qaeda che operano per creare confusione”.
Ma possono anche essere semplici criminali rapitori che hanno fatto tutto questo solo per un riscatto?
“Ti racconto questa storia: ho incontrato alcuni criminali comuni nell’area Al Mansoor di Baghdad che mi hanno offerto molti soldi per far cadere in trappola un giornalista occidentale. Avrebbero richiesto un riscatto ed io avrei avuto la mia parte. Sono scomparso il giorno dopo dall’ hotel Palestine per questa offerta.”
Dietro a questo rapimento ci può essere il suo interesse per quanto è accaduto nei combattimenti a Falluja?
“Sono sicuro e so anche con sicurezza che lei stava dietro a una storia molto importante. E riguardava le forze di occupazione non i ribelli. Il suo rapimento è una sfida lanciata contro Al Zarqawi, se lui è veramente un seguace di Osama bin Laden, allora deve fare qualcosa per il rilascio di Giuliana, perché Osama non ha mai avuto come suoi bersagli nella sua vita le donne, e questo rapimento può dare una cattiva impressione su Al Qaeda anche tra gli stessi musulmani”.
Credi che Giuliana Sgrena sia stata rapita per il suo interesse nella resistenza laica anti Saddam che combatte sia contro le forze di occupazione che contro i terroristi, c’è questo tipo di resistenza realmente?
“Sono sicuro che ci sia questa resistenza. Molti musulmani da diverse parti del mondo stanno giungendo nelle aree sunnite dell’Iraq per combattere contro gli americani. Io spero che la vostra giornalista sia rilasciata quanto prima e che possa scrivere anche un libro su questa brutta avventura, così come ha fatto la giornalista inglese Radley, cosi che si possano spiegare i molti misteri intorno a questa vicenda”.
Hai notizie o informazioni dall’Iraq su quale sia una possibilità per arrivare alla sua liberazione?
”Si, sono in contatto con molti giornalisti amici in Iraq, e loro credono che i leader Musulmani e i giornalisti devono insistere sempre di più per il rilascio di Giuliana, fare continue dichiarazioni”.
Rimanendo sul concreto che cosa credi si possa fare per poter liberare le due giornaliste, sia Giuliana che Flaurence Aubenas?
“Cercate di pubblicare appelli dei giornalisti musulmani sulla stampa irachena. Inoltre bisogna contattare i capi religiosi come l’Immam Abu Hanifa della Moschea di Baghdad e lo sceicco Abdul Qadir Gillani sempre della moschea di Baghdad. I loro appelli avranno sicuramente effetto se Giuliana è nella mani dei ribelli sunniti”.
Credi che Osama Bin Laden possa dare ordini di rapire o rilasciare giornalisti?
“Ho già risposto a questa domanda. Osama bin Ladin non può ordinare di uccidere o rapire dei giornalisti. Anche il giornalista americano Daniel Pearl non è stato ucciso per ordine di Osama in Pakistan. E’ stato ucciso da estremisti anti americani del luogo, e quella uccisione ha gettato terribili ombre sui musulmani. Mi auguro che gli iracheni non commettano lo stesso errore”.
di Roberto Saviano
Aveva vinto diversi premi, era andato a riceverli di persona, applausi, targhe, pubblicazioni. Raffaele Lubrano aveva da sempre coltivato la poesia, dalla sua bella villa costruita nelle campagne di Pignataro Maggiore paesino dell’agro-caleno circondato da rassicuranti distese di campi. La sua ditta di costruzioni edili gli portava via sempre più tempo ma Lubrano sembrava una fedele sentinella della scrittura poetica.
Aveva scritto appena ventitreenne Profumo di rose nel 1982 e poi nel 1984 Immagini velate entrambi i libri pubblicati da un editore romano Lo Faro che come assicura nella quarta di copertina del secondo libro: “i libri di Lubrano hanno raggiunto un successo di critica e di pubblico”.
Nel Giugno 2002 una nuova raccolta poetica, Verso l’infinito (Edizioni Helicon, pag 124, 15 euro), oltre cento poesie con entusiastica prefazione di un critico dal nome rinascimentale, Neuro Bonifazi. Tutto però si concluse nel novembre del 2002 proprio pochi mesi dopo la pubblicazione del libro. Raffaele Lubrano nel centro di Pignataro Maggiore venne inseguito, raggiunto nel suo fuoristrada e freddato con due colpi alla nuca. Eggià perché Lubrano oltre che poeta e imprenditore edile di successo era anche uno degli esponenti più potenti della cosca di Pignataro Maggiore egemonizzata da suo padre, don Vincenzo Lubrano. Un cartello criminale direttamente legato a Cosa Nostra, vero e proprio pied a terre della mafia sul continente. I Lubrano risulteranno essenziali nell’organizzazione dell’uccisione a Maddaloni nel 1983 di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinano Imposimato, per conto della mafia. Al fastoso funerale di Lello, come tutti chiamavano in paese Raffaele Lubrano, parteciparono centinaia di persone, la sua villa rimase aperta per giorni e giorni per accogliere le condoglianze mentre troneggiavano in bella mostra sui tavoli del salotto le targhe dei suoi premi poetici: nel 1988 il Premio Papa Giovanni XXIII , nel 1991 il Premio “Giacomo Leopardi” Città di Recanati e decine di altre coppe testimoni di vittorie poetiche e successi letterari. Raffaele Lubrano aveva sposato giovanissimo Rosa Nuvoletta la figlia diLorenzo Nuvoletta boss di Marano e unico dirigente di una famiglia non siciliana a sedere nella Cupola di Cosa Nostra.
Come racconta il pentito Antonio Abbate, Raffaele Lubrano era il pupillo diTotò Riina, lo zio di Sicilia, come a casa Lubrano-Nuvoletta lo chiamavano. Riina “combinò” mafioso Raffaele Lubrano che all’epoca del totale dominio corleonese significava entrare in Cosa Nostra nel modo più altisonante possibile e con grandi speranze di divenirne uno dei massimi dirigenti. Ma Lubrano sbagliò, iniziò ad invadere i territori “commerciali” dei casalesi, voleva gestire i centri AIMA, i famosi “centro dello scamazzo”, dove in cambio di indennizzi economici si portava la frutta da distruggere per contenere i prezzi del mercato ma la camorra piuttosto che di frutta, riempiva le buche dell’AIMA di pietre e cartoni. Fu fatale a Lubrano voler egemonizzare anche le truffe alla comunità europea che erano appannaggio esclusivo di Casal di Principe. Le librerie del casertano hanno esposto per mesi il libro di Raffaele Lubrano, ma le poche copie vendute sono state richieste a Pignataro, Sparanise e Capua. Il successo del poeta in fondo non era poi così eclatante come le quarte di copertina dei suoi libri urlavano. Anche Rosetta Lubrano, la figlia di Raffaele Lubrano e Rosa Nuvoletta, è una precoce amante della letteratura, ha infatti nel 2003 pubblicato un libro L’astronave che va nella fantasia (Edizioni Helicon, pag. 98 euro 10,00). La piccola si rifugia nelle fiabe che scrive di suo pungo, pesante del resto il suo portato familiare. Oltre al padre poeta e mafioso ammazzato qualche anno fa, suo nonno paterno è il boss Vincenzo Lubrano, suo nonno materno era il boss mafioso Lorenzo Nuvoletta, principe del narcotraffico di eroina in Europa, il fratello del nonno era Gaetano Pugaciov Lubrano, ostinato sostenitore dell’assassinio di Giancarlo Siani, suo zio per parte di madre, Angelo Nuvoletta fu infatti il mandante dell’omicidio del giovane giornalista.
Ma le terre di camorra sono prolifiche di appassionati d’arte e letteratura.Francesco Sandokan Schiavone boss del cartello camorristico dei casalesi capace di gestire un’economia legale ed illegale quantificata dalla DIA di Napoli nel 2003 in 30mila milioni di Euro annui, aveva nella villa bunker un’enorme libreria con decine di testi incentrati su due esclusivi argomenti, la storia del regno delle due Sicilie e Napoleone Bonaparte. Schiavone si sente attratto dal valore dello Stato borbonico dove millanta avi tra i funzionari in Terra di lavoro, ed è affascinato dal genio di Bonaparte capace di conquistare mezza Europa partendo da un misero grado militare. Quasi come Schiavone stesso, generalissimo di un clan tra i più potenti d’Europa in cui era entrato come gregario. Sandokan con un passato da studente di medicina, prediligeva trascorrere il tempo di latitanza dipingendo, le icone religiose erano il suo forte. Ci sono in vendita ancora oggi in botteghe insospettabili della città di Caserta, rarissimi volti santi ritratti da Schiavone, dove al posto del volto del Cristo, Sandokan ha innestato il suo viso. Ma per gli Schiavone la passione letteraria ed artistica era cosa di famiglia. Walter Schiavone fratello di Sandokan è un frequentatore della letteratura epica, Omero, il ciclo di Re Artù, Walter Scott, questi i suoi autori preferiti. Proprio l’amore per Scott l’ha spinto a battezzare il figlio con il nome altisonante e fiero di Ivanoh. Ma i nomi dei discendenti divengono sempre traccia della passione dei padri. Giuseppe Misso boss napoletano della cosca del Quartiere Sanità ed attualmente uno dei camorristi più potenti di Napoli ha chiamato il suo figlioccio, Emiliano Zapata Misso. Giuseppe Misso che sempre durante i processi ha assunto posture da leader politico, da pensatore conservatore e ribelle ha recentemente scritto un romanzo, che seppur con sicuro successo (almeno in Campania) gli editori locali hanno tutti rifiutato. Il boss non ha abbandonato però l’intento letterario ed ha prescelto per una sua autonoma pubblicazione: I leoni di Marmo (Arte tipografica, pag. 344, Euro 19,50). Centinaia e centinaia di copie vendute a Napoli in pochissime settimane, il racconto in un libro dalla sintassi smozzicata ma dallo stile rabbioso, della Napoli degli anni ’80 e ’90 dove il boss si è formato e dove emerge la sua figura descritta come quella di un solitario combattente contro la camorra del racket e della droga a favore di un non ben identificato codice cavalleresco della rapina e del furto. Durante i vari arresti nella sua lunghissima carriera criminale Misso è sempre stato trovato in compagnia dei suoi amati libri di Julius Evola e Ezra Pound. Anche un fedelissimo del sanguinario Paolo Di Lauro, il boss della camorra secondiglianese che sta epurando in questi mesi il suo clan dagli “scissionisti”, è tra i camorristi amanti d’arte e cultura: Tommaso Prestieri. Produttore della parte maggiore dei cantanti neomelodici campani nonché fine conoscitore di arte contemporanea, in casa sua – secondo indiscrezioni – fioccavano tele di De Chirico ed un’intera parete era dedicata alle opere di Mario Schifano. La polizia arrestò il camorrista sfruttando il suo amore per l’arte, venne beccato infatti al Teatro Bellini di Napoli mentre commosso assisteva da latitante ad un concerto. Prestieri dopo una condanna in un processo dichiarò alla stampa: “sono libero nell’arte, non ho necessità d’esser scarcerato”, un equilibrio fatto di dipinti e canzoni che gli concede un’impossibile serenità per un boss in disgrazia come lui, che ha perso nella battaglia con il clan rivale dei Licciardi ben due fratelli, ammazzati a sangue freddo. Ma non solo letteratura ed arte attirano le menti e le sensibilità dei boss. Augusto La Torre boss di Mondragone ex pentito, è studioso di psicologia e vorace lettore di Carl Gustav Jung e conoscitore dell’opera di Sigmund Freud. Dando una sbirciata ai titoli che il boss di Mondragone ha chiesto di ricevere in carcere emergono lunghe bibliografie psicoanalitiche mentre sempre più nel suo parlare si intrecciano citazioni di Lacan a riflessioni sulla scuola della Gestalt. Tra i boss della camorra non emergono quindi solo i versi di don Raffaele Cutolo cheFabrizio De Andrè trovò “non privi di abilità ed una certa bellezza”, che da oltre vent’anni riempiono fogli e rifiuti da editori intimoriti. Non più soltanto il professore di vesuviano ai cui reading ante litteram organizzati dai suoi uomini negli anni ’80 nei vicoli di Napoli partecipavano centinaia di persone. I boss della camorra, spesso spietati militari capaci di infliggere pene terribili come il taglio delle mani per chi ha osato fare furti e rapine in zone “protette” come accaduto a Mondragone, sono personaggi dal profilo complesso simile a quello di statisti capaci, attenti, rigorosi. Severi dirigenti di economie esponenziali ed eserciti numerosi. Ridurli a marionette criminali, a folklore da periferia, a bizzarri caporioni dall’antico sapore di guappi fuoriusciti dalle pagine di Ferdinando Russo significherebbe sottovalutarne il loro reale potere e non comprendere quanta parte dell’economia legale sia gestita ed innescata dalle loro operazioni e dai loro investimenti. Il sapere, l’arte, la poesia, divengono quindi passioni da professionisti, da solidi borghesi, da commercianti di successo, da generali con il pallino della storia. I versi di Raffaele Lubrano non sono diversi dalle poesie scritte e pubblicate da qualsiasi notaio e la biblioteca di Giuseppe Misso non è diversa dalle stanze foderate di libri degli avvocati e dei costruttori più affermati. Non sono i loro percorsi differenti ma medesimi, una carriera economica e politica che smarrisce nel procedere la propria origine criminale e che anzi da essa ne trae un maggior plusvalore di potere e sicurezza di trionfo . La camorra – del resto, come Schiavone Sandokan sovente afferma durante i processi – non esiste. – Ci sono solo immigrati che rubano motorini e rapinano – aggiunge don Vincenzo Lubrano. – Noi siamo imprenditori – è la ferma definizione con cui si definiscono i boss dei più potenti cartelli camorristici campani.
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Pubblicato sul Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno gennaio ‘05
di Roberto Saviano
Sembra ancora di vederlo rinchiuso nel suo sgabuzzino letterario a vidimare pagine di racconti e demoni, di geometrie razionali stravolte dal dettaglio imprevedibile della più innocua forma di vita. Isaac Bashevis Singer avrebbe compiuto cent’anni nel luglio 2004 assomigliando così ad un vetusto personaggio dell’Antico Testamento, uno dei suoi adorati, incapaci nonostante secoli di vita di comprendere il senso del vivere e di appagarsi di una pur parziale o minima verità ultima. Singer però piuttosto che ad un profeta sempre più sembrò negli ultimi anni di vita trasformarsi fisicamente in uno dei suoi piccoli demoni benevoli e terribili. Orecchie a punta, sorriso mefistofelico, testa glabra, occhietti vispi e tondi.
Una sua collaboratrice arrivò in un’intervista persino a dichiarare che non aveva mai visto l’ombra dello scrittore e che era certa si trattasse di un demone letterario. Nonostante la delirante affermazione per Singer non vi fu mai complimento migliore che quello dato dalla sua collaboratrice. Isaac B. Singer nella sua vita ha costruito un’opera narrativa oceanica scritta con una lingua scomparsa, o meglio sterminata, l’yiddish. Una sintassi impastata di ebraico, polacco, tedesco, capace di accedere a sonorità complesse a significati ibridi, la lingua dell’esilio composta dai fonemi della diaspora. Theodor Herzl fondatore del pensiero sionista immaginava una terra d’Israele dove tutte le lingue potessero esser parlate poiché tutte appartenevano al patrimonio ebraico fuorché l’yiddish che Herzl riteneva essere la lingua del ghetto, dell’emarginazione, la lingua creata per far comunicare gli esclusi in breve una grammatica della vergogna. Per Singer e per migliaia di ebrei in esilio invece non fu così. Dopo la fuga negli Stati Uniti nel 1935 per sfuggire alla persecuzione antisemita nazista, Singer non assunse nella sua penna la lingua inglese, decise di scrivere in yiddish prescegliendo la lingua degli shtetl, i villaggi di ebrei nell’est Europa.
Il suo non è un amore verso il passato, non sceglie l’yiddish perché l’ha succhiato insieme al latte materno né mantiene un legame con la terra polacca che anzi non vorrà rivedere più per tutta la vita. A Singer interessa usare questo codice sedimentato di una civiltà in perenne esilio, una lingua in grado di tradurre nella forma del quotidiano l’intero bagaglio del Talmud e dei testi sacri. La lingua dei plebei coltissimi che interpellavano Dio ovvero i rabbini dei paesini polacchi, romeni, ungheresi. Attraverso la lingua yiddish Singer accede alla ironica mitologia delle comunità chassidim e ne fonda lui stesso una nuova. Le pagine di Singer così divengono un florilegio di immagini e storie mutuate dalla tradizione ebraica, ma la Torà e il Zohar non sono semplicemente i testi sacri, i riferimenti religiosi ma divengono i labirinti simbolici in cui tradurre la difficoltà della prassi del vivere quotidiano. Singer crea una teologia anarchica dove il rapporto con Dio e con la Legge è definito dall’infrazione, dall’errore, dall’eresia, da una continua riflessione che possa portare a trovare un impossibile bandolo, una inesistente chiave di svolta, un seppur minima verità impossibile.
L’ebraismo piuttosto che una fede è come l’autore stesso ha dichiarato “un compromesso tra Dio e i demoni”, e di questo compromesso ne è un esempio unico il capolavoro Satana a Goray (TEA, 2004, Euro 8.00).
Il romanzo racconta un episodio storico accaduto nella Polonia del diciassettesimo secolo quando la comunità ebraica tutta fu sconvolta dalle parole di fuoco di Sabbetai Zevi profeta che inaugurava l’avvento dell’era messianica. Dopo le persecuzioni, dopo l’esilio, la miseria, la tortura, i pogrom, Sabbetai Zevi finalmente proclamava al popolo ebraico l’arrivo del bene assoluto, del Messia risolutore: “tutti si preparano senza riserve a seguire il loro Messia, abbandonando le dimore dell’esilio per l’utopia della Terra d’Israele.” Singer racconta dal piccolo e rigoroso paesino di Goray della più grande e fascinosa delle eresie possibili che coinvolse milioni di ebrei dell’Europa dell’Est e del vicino oriente. Bisognava secondo Sabbetai Zevi dare fondo al peggio dell’essere uomo, trasgredire, sputare sui testi sacri, rigettare i precetti talmudici, rifiutare ogni autorità, sciogliere le famiglie, ripudiare i figli, giungere sino al grave ripudio della fede ebraica, spingersi nel fondo più lercio dell’abiezione per poter lasciare emergere dall’abisso un mondo nuovo, riconciliato, puro. Dall’abominio del mondo sarebbe nato la perfezione assoluta. Sabbetai Zevi genera il tempo dell’errore per accelerare il tempo della giustizia e della felicità totale. Ben presto però si scoprirà che Sabbetai Zevi è un falso messia, non porterà con se l’era messianica né gli ebrei alla liberazione. Tradirà se stesso e il suo delirante sogno di redenzione. Singer è affascinato da questo falso messia, pur essendo un dissuaso intellettuale allergico ai sovvertimenti è ben cosciente che la forza maggiormente utile e positiva che la Legge può generare è proprio l’infrazione. Esiste codice affinché possa esserci un a negazione ad esso e attraverso questa dialettica generare una perenne possibilità di sviscerare mondi. Satana a Goray venne scritto quando Singer viveva ancora in Polonia e sembra essere un capitolo emendato della Bibbia nascosto dall’ultimo custode di una verità inconfessabile. Nonostante Sabbetai Zevi non sia stato un vero messia coloro che l’anno seguito continueranno a inseguire il sogno di redenzione poiché più forte del creatore v’è la creazione.
Come Singer scrive nel libro Ombre sull’Hudson (TEA 2002, Euro 8,50) “Dio ha bisogno che l’essere umano lo aiuti a portare il dramma cosmico ad un finale benefico.” La letteratura così diviene una strumentazione divina capace di almanaccare mondi all’interno dell’unico mondo possibile, che senza dover passare per Leibniz facilmente riconosciamo come quello che siamo costretti a vivere. Gimpel, leggendario personaggio (Gimpel l’idiota, TEA 1997, Euro 8.00) riconosce che “questo mondo è del tutto immaginario d’accordo, ma è parente stretto di quello vero” e proprio per questa parentela non rimane da fare altro che considerare la forza della fantasia come un elemento fondante del reale. La vicenda di Gimpel è assai semplice. Fin da bambino viene ingannato da tutti, compagni di scuola, compaesani, grandi e piccoli per la sua credulità e per questo gli resta attaccato, tra i vari soprannomi, quello di idiota. Gimpel si fa infinocchiare non perché sia stupido, ma perché è convinto che “tutto è possibile, come sta scritto nella Saggezza dei Padri”. L’inganno cui è sottoposto continua anche nella sua vita adulta: viene convinto a sposare la donna più disonesta del paese, la quale gli farà credere di amarlo, poi gli si rifiuterà e nel frattempo metterà al mondo ben sei figli da altri uomini invece che dal marito. Ma Gimpel non cova nel suo cuore la vendetta, ama la moglie, i figli non suoi, i vicini, aiuta persino chi lo tradisce. Il rabbino, infatti, una volta gli aveva dato un consiglio: “È scritto, meglio essere stupidi per tutta la vita che malvagi per un’ora soltanto”.
La tentazione però si insinua anche nel suo cuore buono. Gimpel, che faceva il panettiere, avrebbe potuto ingannare tutti, rifacendosi delle beffe che aveva subito per tutta la vita, impastando la farina, anziché con l’acqua, con il suo piscio raccolto in un secchio durante il giorno. Si lascia convincere dallo Spirito del Male che lo inganna assicurandogli che “nel mondo di là non c’è Dio, c’è solo un profondo pantano”. È un momento solo di debolezza ma subito dopo Gimpel ci ripensa, sotterra il pane già cotto, lascia tutto e volendo riparare a quel cedimento diventa mendicante e gira per i paesi raccontando storie. Si prepara così alla morte. “Senza alcun dubbio, il mondo è completamente immaginario, ma una sola volta viene rimosso dal mondo reale… Quando il momento verrà, me ne andrò con gioia.” Gimpel dice di si alla vita. Attraverso Gimpel l’idiota Isaac B. Singer sembra rispondere al Bartleby di Melville o a Michael K. di Coetzee i signori del no vengono affrontati e sconfitti dall’idiota signore del si. Lo shlemiel (sciocco in yiddish) è colui che rigetta l’astuzia del vivere, il mercanteggiare del pensiero e vive essendo soltanto ciò che è. E di questa pace, pagata con il prezzo dell’insulto, Gimpel ne diviene il paladino. Il no invece sembra essere nella somma delle riflessioni singeriane come un legame troppo silenzioso con il mondo reale. Ed il silenzio è il peggior modo per essere uomo, una prigione incapace di cogliere le versatilità sublimi ed immonde dell’essere al mondo. Singer non segue la massima di Adorno: “dopo Auschwitz non c’è più posto alla poesia” né il tuffo suicida di Paul Celan nella Senna e neanche crede come Primo Levi che: “c’è Auschwitz non può esserci dio”. Pur avendo perso il fratello più piccolo e la madre, inghiottiti dalla deportazione, Singer coltiva ancora la voce come una resistenza contro l’odio che spinozianamente crede non poter generare anche nella giustezza del suo motivo, nulla di buono. Nei romanzi di Singer così continua a vivere il mondo yiddish cancellato nella lunga notte della shoah. Per tutta la vita avrà difficoltà enorme nel far riferimento alla sua tragedia familiare che coverà nel fondo di se come ulcera aperta senza sperare di poterla rimarginare.
Il racconto Manoscritto mostra bene ciò che la letteratura può significare nella disperazione. Alcuni ebrei sopravvissuti in città cancellate da bombardamenti in attesa della deportazione chiedono a Menashe una conferenza su argomenti letterari, così che “la gente un attimo prima della morte ha ancora i desideri di chi vive”. La letteratura in Singer è indubbio somiglia sempre più ad un urlo di vita. La deportazione e lo sterminio non gli mostrano una parte oscura dell’uomo, Singer sa bene cos’è la belva umana ed è toccante come rappresenta la cosa attraverso i due demoni Shiddà e Kuziba che pregano con tutta la loro forza per difendersi da quel mostro che è l’uomo. Proprio i demoni sono le creature letterarie a cui ci si affeziona di più leggendo le pagine di Singer, come scrive Giuseppe Pontiggia: “è innegabile che noi non crediamo ai folletti ma crediamo a quelli di Singer. Non crediamo ai demoni…ma crediamo ai dybbuk di Singer.”
Folletti e demoni sono il plusvalore della fantasia che il reale produce poiché nulla è come sembra. I demoni non sono ribelli razionali né cultori dell’abominio. Sono diversi, tutti provenienti dalla cultura yiddish e sempre consiglieri malevoli interessati a far battere sentieri opposti a quelli della Legge. A volte commettono tragiche burle come nel racconto Nozze nere dove una incolpevole figlia di rabbino partorisce il figlio di un demone. Non v’è stata colpa, non v’è motivo a tale nascita. Non v’è preghiera che può salvare o gesto che può giustificare e quindi tentare un conforto. Ma anche in questo caso la fantasiosa possibilità umana di amare nonostante tutto, permette al caso di trovarsi un senso ed alla tragedia di mutarsi in una dolce forzatura dell’esistere. Attraverso i demoni v’è anche un riferimento costante ai bambini: “è necessario ricordar loro di tanto in tanto, che al mondo ci sno ancora forze misteriose all’opera (Alla corte di mio padre, TEA 1999, Euro 8,26). I demoni sono l’emblema di un mondo che non è possibile orientare, che non ha poli né possiede diritto e rovescio. E’ nel suo caos che bisogna vivere, dove ogni legge è necessaria e giusta poiché allo stesso tempo è arbitraria e superflua. La circolarità caotica è impressa nello specchio che riflette solo apparentemente ciò che si pone innanzi e che rappresenta lo strumento privilegiato dai demoni per rendersi visibili: “tutto ciò che è nascosto va rivelato, tutti i segreti anelano a essere scoperti, tutti gli amori bramano essere traditi, tutto ciò che è sacro dev’essere profanato”.
Nonostante Singer si ritenga un appassionato credente cede spesso dinanzi al fascino della ribellione verso la prescrizione, del resto il compito di un vero rabbino, carriera cui Singer da ragazzino era stato indirizzato, è quello di porre dubbio su ogni Legge affinché essa sia realmente senza dubbio alcuno osservata. Nel racconto Il macellatore (Racconti, Mondatori I Meridiani 1998, Euro 48) Yoine Meir è posto dalla comunità a macellare secondo rito le bestie che poi verranno mangiate. Il povero Meir è ossessionato dalle viscere degli animali, dagli sguardi dei vitelli, dalle piume degli uccelli, ed anche se la massima toraica dice che “non si può essere più misericordiosi di Dio” lui vuole esserlo, anzi pretende di esserlo. Non vuole più essere fedele ad un Dio che fa soffrire gli animali. Se v’è possibilità d’amore v’è anche possibilità d’eresia e di peccato. I personaggi di Singer sono parte essenziale del tutto. Hanno grado identico alla sostanza creatrice e quindi quando non sono preda della paura e della sottomissione religiosa possono elevarsi a interlocutori di Dio in un dialogo che non conosce titubanze.
Singer è un diligente allievo di Baruch Spinoza e della sua Etica, il vecchio scrittore ama particolarmente il filosofo olandese per la capacità di aver concesso alle sue pagine lo zefiro della vita e la possibilità di errore. L’Etica secondo Singer è un continuo invito alla vita come avventura da affrontare con le forze della ragione e del senso. Ne è l’emblema il sublime racconto, Spinoza di via del Mercato (Racconti, Mondatori I Meridiani 1998, Euro 48) dove l’Etica di Spinoza diviene l’assoluta prassi di vita nel percorso del dottor Fischelson che: “trovava conforto nel pensare che lui pur essendo soltanto un piccolo uomo da nulla, un modo mutevole della Sostanza assolutamente infinita era tuttavia parte del cosmo fatta della stessa materia dei corpi celesti e poiché era parte della Divinità sapeva che non poteva perire del tutto.” Fischelson che studia da una vita l’Etica, considerandola una sorta di farmaco per la perfezione sobria e razionale, in una notte calda perde ogni controllo a causa della bella Dobbe la Nera e la passione sostituisce completamente la razionalità austera coltivata per una vita. “Perdonami, divino Spinoza sono diventato uno sciocco” è ciò che tristemente il dottor Fischelson si dice. La sessualità è una costante quasi ossessiva nei racconti di Singer. E’ la forza dirompente capace di rendere nullo ogni proposito e di porre in crisi ogni piano razionale.
Il sesso è la brama che mette in crisi coloro che nel proprio percorso considerano la ragione morale capace di governare ogni sussulto, di ghiandola e di stomaco, ogni azione diurna o notturna. Così lo studente Yentl, studente di yeshivà la scuola superiore di studi talmudici, che d’improvviso tutto ciò che guarda ed ascolta lo rimanda all’ambiguità sessuale ed in lui cresce una voglia incredibile di rivolgersi all’unica cosa che la sua ragione non aveva compreso, la passione dei corpi. Sono sconfitti come Yentl tutti gli uomini e le donne di Singer che tentano di frenare la propria suscettibilità alla magia dell’attrazione amorosa cui nessuna forza è in grado di opporsi. Claudio Magris in tal senso ha scritto: “con l’imparzialità del poeta epico Singer rappresenta tutta la gamma dell’esperienza amorosa, dall’idillio coniugale alla pigrizia nauseata.” Ma il sesso e la passione carnale divengono anche forze ingovernabili che riescono ad eternare la vita contro la boria razionale e compunta della vita offesa. Come nel racconto ne L’uomo che scriveva le lettere, Herman il protagonista dice: “l’idea di tirar su figli gli sembrava un’assurdità: perché prolungare la tragedia umana?” Isaac B. Singer concorda con il suo Herman e con Schopenhauer, l’altro filosofo insieme a Spinoza che guiderà la sua vita di scrittore e forse di uomo.
Lo scrittore però sa che la ragione della non vita non può nulla contro la folle diavoleria della carnalità. Non dare più vita, non permettere più a nessuno di vivere l’inferno della terra, il dolore, l’angoscia e la miseria, certo, ma la passione e l’amore non hanno piani e i racconti di Singer mostrano che la sessualità non vuol’altro che compiersi senza badare a ciò che sarà ed a quanto è stato. Come scrive Charles Baudelaire: “la voluttà unica e suprema dell’amore consiste nella certezza di fare il male. E l’uomo e la donna sanno dalla nascita che nel male si trova ogni voluttà.” L’idea di esistere e di essere, la voglia di bere ancora alla pozza della vita nella ricerca spasmodica di un senso inesistente e di una origine obliata è la caratteristica dell’uomo in esilio. Singer riesce a fare della diaspora l’elemento di grandezza della vicenda letteraria ed umana ebraica. Solo dalla dannazione del margine si può entrare nel cuore della condizione del vivere. E’ l’irrealizzata possibilità di una terra, l’impossibilità ad avere una costituzione ed un patriottismo, è nell’assenza del diritto che nasce la domanda sul proprio esserci. Questa tensione dialogata con Dio rende il percorso preferibile alla meta, poiché la meta rappresenta il termine della propria universalità e la fine del proprio pensiero come un Giobbe senza più pene. Come un sogno che quando si realizza non è null’altro che l’ombra di se stesso. In questo senso i romanzi ed i racconti di Isaac Bashevis Singer tracciano il solco della diaspora umana che vaga in cerca di una riconciliazione ultima, di un utopia di felicità che il solo cercarla ed immaginarla la realizza nello spazio infinito e concreto del pensiero. Tenendosi le ghiande e lasciando le perle ai porci.
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Pubblicato su PULP n° 52 Novembre-Dicembre











