L’Antitaliano

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A guardare il dibattito di questi giorni, sembra che su tanti temi (dalle coppie di fatto al biotestamento, fino alle adozioni gay) i partiti siano molto più indietro dei cittadini. Di Roberto Saviano.

Ariadna Arantes

Mircea Eliade, autore indispensabile che leggo come bussola per orientarmi nella modernità, scrive: «Sono o diventano tabù – parola polinesiana adottata dagli etnografi – tutti gli oggetti, azioni o persone che recano una forza di natura più o meno incerta».

La funzione del tabù è quella di difendere la comunità da azioni che potrebbero arrecare danno ai suoi membri o da ciò che non si conosce e che quindi genera ansia. Oggi, una società basata su un numero elevato di tabù può dirci diverse cose: che è una società arretrata o che i tabù vengono mantenuti a vantaggio di un esiguo gruppo di persone, che deve la sua sopravvivenza alla sopravvivenza di quei divieti. Alcune comunità vietano ancora le unioni tra etnie diverse, altre l’assunzione di determinati cibi, altre hanno regole rigide sull’abbigliamento e altre ancora sulle “libertà” concesse alle donne. Pur nel rispetto delle diversità, a volte tendiamo a considerare determinati tabù anacronistici e, le società che ancora li osservano, arretrate rispetto alla nostra.

Ciò che mi domando, quindi, è cosa legittimamente deve pensare di noi chi ci osserva a distanza e vede un Paese nel quale non è possibile avviare dibattiti politici su temi vitali come le coppie di fatto, le unioni e le adozioni gay, il fine vita. Per non parlare delle condizioni delle carceri e della legalizzazione delle droghe. Ecco i nostri tabù, che a superarli ci sarebbe forse davvero quel baratro di cui parlava il Cardinal Bagnasco. Ma non per noi, non per la società civile bensì per quella parte di chiesa che ormai si è convinta di poter mantenere un ruolo nel dibattito politico italiano solo grazie a questi divieti. Confrontare ciò che accade qui da noi con quanto accade altrove credo sia cosa naturale. Dopo la Francia, anche in Inghilterra il Parlamento ha detto il primo sì alle nozze gay. A votare la proposta sono stati anche esponenti tory di primo piano. Viene naturale domandarsi quando i conservatori italiani saranno tanto liberali… Qui, nel dibattito elettorale, non si è parlato di matrimoni o adozioni per coppie gay, di adozioni per single. Non si è parlato di fine vita, delle condizioni delle carceri, di legalizzazione delle droghe. Come se l’acquisizione di diritti “nuovi” e fondamentali sia meno importante delle scelte economiche. Falso. Si riparte dai diritti. In una società sana, incline al cambiamento, non ci sono limiti ai diritti che è possibile ottenere senza sottrarre attenzione alle scelte economiche. Può addirittura capitare che il cambiamento avvenga in maniera tutt’altro che traumatica, che avvenga anzi attraverso il gioco, la rappresentazione. A Rio de Janeiro quest’anno il Carnevale ha infranto un altro tabù: per la prima volta nella storia del Sambodromo, una transessuale ha sfilato come “regina di batteria” per il gruppo Unidos da Vila Santa Tereza. La sambista più importante è stata la modella

, protagonista di una campagna pubblicitaria contro i pregiudizi e convinta che la sua partecipazione aiuterà a combattere l’omofobia.

Il carnevale di Rio ha sempre rappresentato l’esibizione del corpo della donna scevro da morbosità, nell’infinito rimando al gioco della vita. La sensualità non è data da parametri di magrezza o dall’essere nata donna, ma dalla voglia di vivere. Ecco perché la donna lì, attraverso l’esibizione del suo corpo, ogni anno sdogana un tabù. L’anno scorso, spopolò Vania Flor, la sambista di 104 chili. Oggi Ariadna, dimostrazione che ogni tabù, ogni stupido pregiudizio, se la mente è libera non ha motivo di esistere. Ciò dimostra che in un paese in crescita come il Brasile sdoganare nuovi diritti è parte del processo.

Inclemente il paragone con l’Italia che sconta ancora un rapporto morboso e non sereno con la sessualità. Dove su questioni che vedono spesso un consenso pressoché generale nella società civile, la politica ancora si nasconde dietro il velo di presunti temi etici. Altro non sono che tabù che fa comodo mantenere, per non perdere consenso, per non perdere voti. «Il Brasile è la somma meravigliosa di ogni possibile contraddizione (…) ed è proprio questo che lo rende così magicamente colmo di luci ed ombre, così fragile, allegro, violento, e tuttavia così impossibile da dimenticare». Mi piacerebbe poter utilizzare queste parole di Jorge Amado per l’Italia. Sarebbe bello se le contraddizioni divenissero la nostra forza e smettessero di essere invece eterna debolezza.

La condizione degli extracomunitari che lavorano nei campi di pomodori in Puglia non è poi così lontana da quella dei neri al tempo dello schiavismo. Di Roberto Saviano.

Django Unchained


E se le cose fossero andate diversamente? Se qualcuno avesse fatto la cosa giusta al momento giusto? O la cosa più folle all’improvviso? Quentin Tarantino aveva già appagato il nostro senso di giustizia con “Inglorious bastards”. Una frase riscritta, una sola frase per cambiare la storia del mondo. Un epilogo tanto assurdo quanto mille volte rimpianto. Rincorso nei sogni. Da bambino, il mio primo pensiero quando alle scuole elementari studiai la Seconda guerra mondiale fu chiedermi come mai nessuno avesse capito che quelli erano proprio i peggiori e che andavano fermati subito. Non dopo aver invaso mezza Europa. Ora, questo sogno bambino di correggere la storia con “Django unchained” ritorna. La sete di riscatto viene appagata di nuovo. Di riscatto e di vendetta. E l’eroe è un uomo di colore, mortificato nella carne e nello spirito in un’America lontana nel tempo, ma ancora troppo vicina a noi che diamo continua dimostrazione di non aver imparato la lezione.

IL 31 GENNAIO , davanti alla Corte d’assise di Lecce è iniziato il processo a sette imprenditori salentini e nove complici africani, accusati di avere sfruttato decine di braccianti extracomunitari e di aver organizzato il loro arrivo illegale dall’Africa. Tratta di esseri umani in piena regola, procacciamento di mano d’opera, come è avvenuto per secoli: pratica che abbiamo imparato a stigmatizzare pubblicamente, ma a sfruttare nel silenzio dell’opinione pubblica. A un anno e mezzo dall’introduzione della legge contro il caporalato, è questa la prima volta che verrà applicata durante un processo. Dall’estate del 2011 – l’estate dello sciopero dei lavoratori immigrati capeggiato dallo studente camerunense Yvan Sagnet – è la prima volta che i caporali finiscono alla sbarra con imputazioni gravissime. Secondo la Procura Antimafia, le campagne di Nardò per anni sono state teatro di sfruttamento organizzato e sistematico di extracomunitari giunti dall’Africa per lavorare nei campi nella raccolta di pomodori e angurie. Grazie ai Ros e alle denunce delle vittime è emerso uno scenario infernale. Decine di uomini costretti nei campi per più di dodici ore al giorno, in cambio paghe misere, taglieggiati per un giaciglio in casolari fatiscenti o nei campi di ulivi. Costretti a pagarsi acqua, cibo e cure in caso di malori, dopo essersi già indebitati fino al collo con i caporali per il viaggio dalle loro terre d’origine all’Italia. Di tutti i lavoratori vessati solo quattro hanno avuto il coraggio di costituirsi in giudizio. Ma la notizia che più lascia interdetti è che il Comune di Nardò ha deciso di non costituirsi parte civile con questa motivazione: «Nel processo si rilevano reati che astrattamente coinvolgono interessi della comunità di Nardò». E poi c’è l’imputazione fondamentale, la riduzione in schiavitù, sulla quale Procura e Tribunale del Riesame sono in disaccordo. Ma all’esito delle indagini preliminari, il Pubblico ministero ha ribadito le ragioni che portano a ritenere che si tratta proprio di riduzione in schiavitù, desunto dallo «stato di necessità e di inferiorità fisica e psicologica degli extracomunitari, vulnerabili perché immigrati clandestinamente, spinti dall’indigenza, ingannati dalla promessa di lavoro sicuro e regolare, oberati dai debiti contratti con l’organizzazione che ne avrebbe favorito l’ingresso, impossibilitati una volta preso coscienza del loro stato a fare rientro in patria per mancanza di mezzi finanziari, ancora più soggiogabili per la mancata conoscenza della lingua italiana e dei luoghi in cui si trovavano». Il Gup gli ha dato ragione e ha disposto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati. La prossima udienza è prevista per il 7 marzo.

PER UNA VOLTA , forse, potremmo dire: e se le cose andassero diversamente? Ci sarà un processo e dobbiamo aspettarne gli esiti per poter valutare torti e ragioni, ma un invito voglio farlo, e non solo ai soggetti coinvolti in questa ennesima raccapricciante vicenda: dobbiamo essere tutti dalla stessa parte che è una. Quella di chi è stato prelevato dalla sua terra con la promessa di una vita migliore, di chi è stato ingannato, derubato, sfruttato, umiliato. Così facendo non denigreremo la nostra terra, non la umilieremo. Non la mortificheremo come vuole farci credere chi preferisce il silenzio alla denuncia. Ma contribuiremo a costruire un’Italia per la prima volta davvero multietnica perché multietnico è stato il contributo di riscatto e di diritto. E magari, quel senso di liberazione che ora solo al cinema riusciamo a provare, per una volta potrà darcelo anche la realtà.

«Berlusconi l’ha sacrificato non perché più impresentabile degli altri, ma solo perché più noto. Ora potrebbe parlare: e io qui gli lancio un appello perché ritrovi la dignità e lo faccia» . Di Roberto Saviano.

Nicola Cosentino


Nicola Cosentino viene sacrificato da Berlusconi a vantaggio di altri impresentabili perché è il più noto. Ma non solo per questo. Nicola Cosentino è forse il più potente. E’ la persona che sa di più e che economicamente mantiene un rapporto di indipendenza rispetto a Berlusconi e ai suoi uomini. E’ lui a mettere a disposizione del Pdl le sue risorse e non viceversa. Cioè non è il Pdl, come avviene per la maggior parte dei candidati, a mettere a disposizione della campagna elettorale di Cosentino le risorse del partito. Di Cosentino si ha paura. Ecco perché lo si allontana, non certo perché è in atto un repulisti. Lo si allontana, lo si delegittima al fine di renderlo più fragile nei rapporti di potere politici. Come dire, se domani Cosentino ci attacca, o peggio, se ci ricatta, mediaticamente è facile fornire una giustificazione: il Pdl l’ha allontanato e lui trova vendetta. Ebbene, questo è il momento in cui bisognerebbe chiedere a Cosentino di prendere una decisione importante. Questo è il momento in cui bisognerebbe chiedergli di parlare. E dire tutto ciò che sa – moltissimo – su come è stato amministrato il potere politico in Campania e non solo. Sulle vicende berlusconiane legate al ciclo dei rifiuti. Perché il potere di Cosentino è legato anche alla capacità che ha avuto di influire su sindaci e consiglieri comunali, per aprire discariche e tamponare le emergenze rifiuti che hanno angosciato il governo Berlusconi.

NICOLA COSENTINO ORA PUÒ parlare e il mio invito è che lo faccia. Cosa ha da perdere? Sa benissimo che sarà progressivamente abbandonato dal Pdl. Sa benissimo che nessuno lo sosterrà più. Sa benissimo ormai che le dichiarazioni di amicizia di Berlusconi valgono zero. Cosentino può e deve parlare. Non si tratta di delazione, né di vendetta, come fa comodo che sembri. Si tratta dell’analisi di un percorso. E sulla vicenda camorra lui collabori con la giustizia, indipendentemente da quale sia la sua posizione. Decida di raccontare cosa ha significato essere un politico in terra di camorra. Racconti come mai, nonostante tante parole, non ha mai contrastato i poteri criminali attraverso azioni politiche importanti. Lui che ha occupato ruoli di primo piano; lui che ha avuto un peso politico enorme. E che racconti cosa abbia significato, per l’uomo politico Cosentino, essere legato da vincoli di parentela alla famiglia di Francesco Schiavone “Sandokan”. Cosa abbia significato essere legato da vincoli di parentela alla famiglia di Giuseppe Russo detto “Peppe il Padrino”.

COSA HA DA PERDERE? Il mondo berlusconiano è fatto così, oserei dire il mondo intero è fatto così. Sorrisi, abbracci e strette di mano quando servi, calci quando non servi più. Vecchio adagio, forse un po’ cinico, ma da quando frequento il mondo giornalistico-editoriale-televisivo, non ho mai pensato che i rapporti che si stringono possano andare oltre il meccanismo di potere e convenienza. Cosentino è un uomo scaltro, è un uomo che non vive di infingimenti e mistificazioni. Cosentino sa che i sentimenti valgono zero, che l’amicizia è sinonimo di contratto, che le cene e i sorrisi servono a raggiungere degli obiettivi e che nemmeno in casa propria, se si cade, si viene rispettati. Nemmeno in casa propria, se si cade, ti viene tesa una mano. Cosentino sa tutto questo perché ce lo insegna la nostra terra sin da bambini: ci insegna a saper stare al mondo. E’ ora che, per riacquistare una dignità che ha chiaramente perduto, parli. E’ ora che racconti, saremo in molti disposti a raccogliere le sue testimonianze e le sue analisi. E’ ora che dica tutto ciò che sa e rompa con “scandalo” le regole del gioco. Se non lo farà, a tutti rimarrà il sospetto – certo, solo il sospetto – che il suo silenzio e il carcere che molto probabilmente vivrà, Berlusconi avrà saputo ripagarli. Magari aprendogli il mercato del cemento nel nord Italia; magari aprendogli la distribuzione di carburanti, che lui già ha nel Sud, anche al Nord. Certo, allo stato, restano illazioni e sospetti. Ma solo Nicola Cosentino ha il potere di fugare il pensiero che per una mancia abbia scambiato la sua libertà.

Un uomo anziano, di montagna, malato di reni. E che quando arriva il suo turno per il trapianto, rinuncia. Per salvare una persona più giovane. Un gesto d’amore vero per la vita. Di Roberto Saviano.

Walter Bevilacqua

Trovo questa notizia sui giornali data come una delle notizie dell’Italia minore: dopo la politica, dopo gli esteri, dopo gli editoriali e i dibattiti. In realtà mi rendo conto che è la notizia più importante del giorno. Eppure non è stata data come tale. E’ la storia di Walter Bevilacqua, un pastore. So poco di lui se non quel che raccontano le sue sorelle e che qualche cronista ha riportato. C’è la sua foto: un po’ apostolico, barba lunga, stempiato, sguardo malinconico. Sembra un soggetto di de Ribera, lo Spagnoletto.

Walter Bevilacqua era un pastore in Val d’Ossola che ha vissuto tutta la sua vita allevando animali con i suoi cicli: l’alba, la notte, la primavera, l’inverno a decretare le logiche con cui vivere. Si ammala ai reni e inizia un calvario di dialisi, ma continua a lavorare. La sua unica salvezza è un trapianto perché le cose vanno sempre peggio. E un giorno arriva questa possibilità: arrivano i reni per lui. Ma quello che fa quest’uomo è rinunciarvi. Rinuncia ai reni perché non ha famiglia. Ha 68 anni e non ha figli. Vuole lasciarli a persone che hanno bambini, che hanno una famiglia, che sono più giovani.

BEVILACQUA SCEGLIE LA VITA e la morte per sé. E lo fa con la scelta di chi conosce le regole della natura, di chi ha visto queste regole: gli agnelli che nascono, il vecchio montone che si fa da parte quando non può dare più vita. Regole spietate e chiare della natura, che però lui affronta con coraggio poetico: quello della rinuncia, che forse la natura non conosce come scelta ma solo come istinto, dovere. Lui invece quella rinuncia la sceglie. In queste ore di dibattito elettorale sulla famiglia, Walter Bevilacqua è un uomo che con il suo gesto ha dato la definizione che più mi piace di famiglia. In realtà non ha pronunciato nessuna parola in tal senso. Ha solo agito e la sua azione non avrebbe fatto notizia se non l’avesse data il parroco del suo paese.

Walter ha dato la migliore definizione di famiglia perché si è fatto da parte perché la vita continuasse: per la vita, per far vivere meglio chi costruisce vita. Questa è la definizione di famiglia che forse più mi piace. Uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo, single con figli, risposati, famiglie allargate: gruppo di persone che allevano la vita. Senza una codificazione precisa.

IL SUO GESTO l’ho voluto leggere così: mentre tutti cercano di codificare il bene per il bambino, il bene per la famiglia, c’è stato un pastore che si è fatto da parte senza neanche sapere a chi andassero i reni che erano per lui. Si è fatto da parte e basta in nome della vita. Non la sua quella di bambini che non conosce e non vedrà e che non sapranno mai chi ha permesso al loro padre o alla loro madre di vivere.

Quando la scelta individuale diventa coraggio per chi osserva questo coraggio; diventa motivo di comprensione. Io ho compreso attraverso la morte di quest’uomo, che rinuncia al trapianto pur sapendo di morire, quanto si possa amare l’esistenza del vivere al punto tale di riconoscere la propria vita già abbastanza, già con un cammino importante fatto. Un ragionamento coraggioso e profondo come solo un pastore poteva fare. Walter Bevilacqua mi ha insegnato qualcosa che ancora non avevo conosciuto e che forse ancora non ho compreso sino in fondo.

Il no della Chiesa sulle adozioni da parte delle coppie omo dovrebbe riguardare solo i cattolici. E invece condiziona le leggi e le istituzioni dei paesi laici. Questo è profondamente ingiusto. Perché i partiti lo accettano?

La Francia, pur avendo una destra profondamente reazionaria, ci ha abituati a veder raccontate le sue manifestazioni come momenti di crescita e libertà. Aver invece assistito a migliaia di persone manifestare contro i matrimoni e le adozioni delle coppie gay, colpisce, e molto. Il concetto di famiglia è un concetto storico, niente affatto biologico. A osservare la famiglia africana, quella asiatica, mediterranea, cattolica, musulmana ci si accorge che sono tutte declinazioni diverse – spesso diversissime – di uno stesso concetto che presuppone la condivisione da parte di due o più persone di spazi, risorse, affetti. Ma qualunque sia la nostra idea di famiglia, dovremmo interrogarci su questo: preferiamo davvero che ci siano bambini che vivano in situazioni di abbandono o in strutture di accoglienza piuttosto che dare possibilità a nuove forme di famiglia? Il progetto non è far adottare bambini indiscriminatamente a persone che non posseggano i requisiti per farlo. Non è abbassare il livello di guardia sugli affidamenti.

SI TRATTA DI POTER PENSARE a nuclei diversi. L’uomo e la donna sono oggi percepiti come basi fondamentali su cui costruire un nucleo familiare, ma quante famiglie vivono situazioni di conflittualità tali da non consentire una vita serena all’interno delle mura domestiche? E’ raro trovare coppie stabili. Spesso ci si separa e si cresce in famiglie allargate. Non esiste un percorso di sanità e un percorso tossico. Esiste l’essere cresciuti bene o male. La famiglia, qualunque sia la sua composizione, è un laboratorio. Oggi le famiglie allargate sono un dato di fatto, ma solo qualche anno fa sembravano un’aberrazione. Sono convinto che le coppie gay e i single che chiedono di poter adottare, dovrebbero avere il diritto di farlo perché la loro è una richiesta in nome dell’amore. E il dibattito non dovrebbe essere se permetterlo o meno, ma stabilire i criteri che consentano di capire, agli addetti ai lavori, se il nucleo familiare in fieri è in grado di poter accogliere bambini oppure no. Ci sono in Italia decine di migliaia di bambini in attesa di essere affidati a nuclei familiari e le adozioni, anche per le coppie etero, spesso seguono iter lunghi e complicati. L’obiettivo dovrebbe essere snellire le pratiche e permettere che nuove famiglie possano nascere.

Le posizioni della Chiesa cattolica sono legittime, ma legittime riguardo ai cattolici. La Chiesa ha il diritto di ricordare a chi segue i suoi principi che lei è contraria a qualsiasi forma di famiglia diversa da quella formata da un uomo e una donna e al di fuori del matrimonio. Ma non ha alcun diritto di condizionare le leggi e le istituzioni dei paesi laici. I cattolici possono dire la loro, ma non influenzare o boicottare nuove leggi. Questo è profondamente ingiusto. Che dimostrazione di libertà e autonomia da parte dei partiti sarebbe se il dibattito elettorale potesse aprirsi e discutere di questi temi. Ma si ha troppa paura che il mondo cattolico, così determinante nelle elezioni, possa boicottare la parte che ha messo in tavola discussioni poco digeribili. Eppure, se la politica si tiene lontana da determinati temi, se getta la spugna e non affronta la possibilità di creare felicità, realizzazione, trasformazione culturale, che cosa si riduce a essere? Tasse? Appalti controllati?

COME PER LA BATTAGLIA sull’aborto. Si preferiva ignorare che impedendo una legge, morivano migliaia di donne in clandestinità. Ancor prima di discutere se manifestare o meno contro l’adozione per le famiglie omosessuali, ciò che lascia sgomenti è che molte persone credono che un bambino possa essere più felice senza una famiglia, a vivere in istituti di accoglienza, piuttosto che avere due mamme o due papà che possano volergli bene e dedicare le loro vite a lui. Preferiscono che un bambino viva in strutture e condivida l’affetto dei tanti professionisti che vi lavorano con altri bambini senza famiglia, piuttosto che a quel bambino sia dato tutto l’amore di una famiglia sua, un amore che loro considerano “diverso”. Messa così, questa, è davvero la peggiore delle cattiverie.

Lo scrittore russo rinchiuso per anni nei gulag ha sempre avversato la politica come fede e quindi gli uomini convinti di poter salvare l’umanità. Che relegano la pratica quotidiana del raziocinio a un dopo, a un domani che non verrà mai. Di Roberto Saviano.

Varlam Salamov


Se mi si chiedesse d’improvviso chi ritengo sia il più importante scrittore per la mia formazione, risponderei senza dubbio Varlam Salamov. Leggerlo è un percorso, si torna di continuo con il pensiero ai suoi racconti. Ho iniziato molti anni fa. Troppo giovane, forse. Ma ho ripreso a riflettere su di lui di recente perché è uscito un saggio di Luigi Fenizi, “Varlam Salamov, storia di una colpevole d’innocenza” (scienze e Lettere). Fenizi scrive: «L’ideologia dice che qualcuno ha ragione e qualcun altro ha torto. La convinzione di possedere la verità assoluta è il suo punto di contatto con la religione. [...] Ciò che distingue la ragione dalla fede è il fatto che la ragione non ha bisogno di prove, la fede sì. Ma qual è per la fede la prova suprema? La morte. Il comunismo, soprattutto nella fase staliniana, è una sorta di fondamentalismo. Per quanto ateistico, della religione imita la parte più rischiosa, il fideismo». Salamov è lì a ricordarti il pericolo di credere di poter stravolgere l’umanità, di poter mutare per sempre l’uomo.

DI SEGUIRE IDEE solo apparentemente meravigliose ma che nascondono il totalitarismo, la tortura, l’ingiustizia. E’ lì a ricordare quanto sia necessario procedere a piccoli passi, perché non esiste alcun mezzo che non contenga il fine: non esiste ingiustizia che possa esser ricompensata da un fine di giustizia. Salamov con le sue pagine è lì a mostrare quanto sia nell’individuo la possibilità di resistere. Mi torna alla mente questo suo verso: «Il ricordo non serve a nulla, perché le esperienze non educano gli altri». Parole che non lasciano speranza, parole profondamente vere. Per quanto si possa raccontare, la consapevolezza che la propria esperienza è e resta, per quanto condivisa, personale, diventa con il tempo un dato di fatto che toglie ogni volontà d’azione. Ecco allora che Salamov capisce quale sia l’unica chiave possibile per poter raccontare: «Non sono uno storico dei lager. Io sono il cronista della mia anima. Niente di più». se si accetta questa condizione quasi metafisica, di poter essere solo cronisti della propria anima, allora il racconto riacquista senso, solo perché smette di voler essere un messaggio universale, ma un codice che in pochi saranno in grado di decrittare. Del resto «scrivere non deve significare per l’artista allontanarsi dal dolore, né alleviarlo». E continua: «A uno scrittore non serve annotare, tenere a mente, osservare; gli basta trovarsi lì, poco distante, e vedere, sentire, capire».

SARA’ POI QUELLA COMPRENSIONE che potrà trasmettere. Non le proprie esperienze. Non le proprie ragioni. Salamov è maestro di libertà. La dura vita del gulag gli ha insegnato che «non è possibile giudicare un uomo che viva in condizioni disumane». Esse inibiscono la solidarietà e l’amicizia che invece nascono in condizioni di media difficoltà. E nei campi di concentramento i più deboli sono proprio gli intellettuali. Con loro nessuno si comporta da compagno, ma tutti da malavitosi, pur di scamparla. E poi c’è il tradimento della famiglia, che pur di salvare i figli dal marchio d’infamia del genitore detenuto, ripudia quest’ultimo condannandolo doppiamente. Salamov è lì, quindi, maestro di libertà contro chi è convinto di poter cambiare l’umanità. Salamov insegna che nulla è più coraggioso della regola, della capacità di agire giorno per giorno e non in nome di un futuro che verrà, di un futuro di libera umanità per conto del quale tutto può essere fatto oggi. Salamov ci mette in guardia sul sentirsi tranquilli a risolvere il disastro con l’usurata formula “l’idea era bellissima, la sua applicazione è stata l’inferno” o peggio “quella non era la vera realizzazione dell’idea”.

Non esistono idee giuste se non alla prova del quotidiano. Chiedere a chi ha fiducia in te, nelle tue parole e nelle tue azioni, di averne a prescindere, non è politica ma fede, mistero. Da cittadini, da elettori, non sarà facile, ma tentiamo, per quanto ci è possibile, di rifuggire queste proposte di politica. Questa politica fideistica. Che relega la pratica quotidiana del raziocinio a un dopo, a un domani che non verrà mai.

L’espressione ‘scendere in politica’ evoca la deresponsabilizzazione del berlusconismo. Ora che il suo contrario è usato da Monti c’è da sperare che non sia solo un calco letterario. Di Roberto Saviano.

Mario Monti


Le ultime performance televisive di Silvio Berlusconi sono degne dei tempi andati. Eppure la nostra memoria fa scherzi e a volte cancella i momenti più bui. Negli anni del governo Berlusconi fare informazione in tv, parlare di ‘ndrangheta al Nord, del terremoto dell’Aquila, di rifiuti in Campania, per una certa parte politica significava voler entrare sotto mentite spoglie in campagna elettorale. Chiunque facesse informazione, era visto come un candidato in cerca di consenso e voti. Tutti: direttori di giornali, reporter, scrittori. I soliti giornali di area berlusconiana annunciavano la mia candidatura. Poco importa che siano stati smentiti: questo tipo di stampa non cerca conferme, non chiede scusa. Ricordo che mi veniva sempre domandato se sarei “sceso in campo”. Iniziai così a interrogarmi su quanto Silvio Berlusconi avesse condizionato anche nel linguaggio quotidiano l’approccio che noi italiani avevamo alla politica. Iniziai a pensare a quello “scendere in campo” che solo il presidente di una delle squadre di calcio più forti d’Italia poteva aver deciso di utilizzare come metafora politica. Quindi con “Forza Italia” – privandoci anche di una formula elementare che ciascun italiano utilizzava per la nazionale di calcio – il presidente del Milan aveva deciso di “scendere in campo” e di vincere in politica tutte le coppe esistenti, come facevano i suoi campioni rossoneri. Berlusconi ci avrebbe fatto sognare come Van Basten, Gullit, Maldini, Baresi.

BENIGNI RACCONTÒ a Enzo Biagi che nel linguaggio contadino “scendere in campo” era un modo per dire “vado al bagno”… in politica, pensai, non si scende, piuttosto si sale. La politica non è un gioco, non è uno sport. Ma a pensarci ora, magari lo fosse. Magari ci fosse in politica la lealtà richiesta a tutto lo sport, magari ci fosse l’affiatamento necessario per gli sport di squadra. La politica è il più alto degli impegni civili. O almeno dovrebbe esserlo. Che in politica non si scende, ma si entra, si sale, per la prima volta ricordo che lo dissi a Berlino, al Volksbühne, il teatro dove fu girato il film “Le vite degli altri” e dove, prima di raccontare quel che avevo preparato, fui costretto a fare una lunga premessa alla platea tedesca sulla situazione politica italiana. Salire in politica significa elevarsi a qualcosa di più alto. Scendere in politica, non è solo una metafora calcistica, ma anche un modo per deresponsabilizzarsi.

ORA CHE QUESTA ESPRESSIONE è stata usata dal professor Monti, mi aspetto che non sia solo un calco letterario. Molti mi chiamano illuso, ma se davvero in politica si sale, allora che non sia solo a parole, non sia solo una bella espressione letteraria sulla quale quotidiani e telegiornali hanno potuto sprecare fiumi di parole. E magari oltre a mutuare questa espressione, in campagna elettorale, sarebbe importante che Mario Monti si occupasse di giustizia ragionando su una riforma del sistema giudiziario allo sfascio, si occupasse di criminalità organizzata, di diritti civili. Soluzioni che già da un governo tecnico ci saremmo aspettati. La priorità delle riforme sociali è stata subordinata alla priorità delle scelte fiscali ed economiche. Che questo equilibrio possa capovolgersi. Leggendo l’Agenda Monti, l’argomento mafie è affrontato nelle righe finali. Si fa cenno alla possibilità di salvare le aziende sottratte alle mafie favorendo il loro reinserimento nell’economia legale. A velocizzare i tempi tra sequestro e confisca.
Ma manca la possibilità di monitorare e costruire nuove leggi per contrastare il riciclaggio nel sistema finanziario italiano. Le banche americane ed europee stanno attraversando una fase di analisi e approfondimento delle proprie attività perché è ormai chiaro che hanno avuto un ruolo attivo nel riciclaggio di danaro sporco. Ma davvero possiamo credere che le banche italiane facciano eccezione? Sarebbe cosa singolare se le organizzazioni criminali avessero scelto di non interfacciarsi con gli istituti italiani mentre lo facevano con le banche del resto del mondo… o manca piuttosto la volontà di scoprire i rapporti tra le banche italiane e le organizzazioni? Un’ultimissima cosa: scendere o salire in politica non dipende dal rango, come Berlusconi ora dice. Non si sale perché si è di rango inferiore e si scende perché si è di rango superiore. In politica “si serve” chi ti elegge, la politica non serve a salvare aziende, a evitare processi, ad accumulare beni.

Dopo l’omicidio nella scuola materna, due bombe a mano hanno ferito due ragazzi che giocavano in strada. Gli spazi vitali si restringono e sorgono cancellate, inferriate, muri. Anche di indifferenza.
Di Roberto Saviano.

1989 dieci storie per attraversare i muri- ed Orecchio Acerbo

Pablo Neruda in “Certa stanchezza” ha scritto versi che mi sono rimasti nella carne. “Lasciate tranquilli quelli che nascono! / Fate posto perché vivano! / Non gli fate trovare tutto pensato, / non gli leggete lo stesso libro, / lasciate che scoprano l’aurora / e che diano un nome ai loro baci.”

A Scampia sono esplose due bombe. Dopo l’omicidio di Lino Romano a Marianella, dopo l’omicidio nella scuola materna mentre i bambini erano impegnati nelle prove dei canti di Natale, ora due bombe a mano, lanciate in strada, hanno ferito due bambini di 9 e 13 anni mentre stavano giocando. Mentre stavano giocando!

«LASCIATE TRANQUILLI quelli che nascono», scriveva Neruda. E «fate posto perché vivano». Parole semplici, quasi ingenue, ma quanta forza assumono ora che a certi bambini non è concesso nulla. Non uno spazio dove apprendere, non uno spazio dove giocare. Le organizzazioni criminali hanno toccato tutto, sono arrivate a tutti. Hanno condizionato le vite di intere famiglie che nei palazzi che sorgono sulle piazze di spaccio non hanno più neppure le chiavi dei portoni che devono sempre essere a disposizione dei clan per la vendita al dettaglio di hashish e marijuana. Per poter sparire in caso di retate. Hanno alzato recinzioni, inferriate, cancellate più invalicabili di quelle delle carceri. Le hanno costruite, sono state demolite e ne hanno costruite di nuove. Hanno reso un territorio landa contesa dove nessuno circola e vive tranquillo.

“Il mondo degli adulti” – come lo chiamerebbe Schulz – tanta barbarie pur detestandola riesce a spiegarsela, persino a sopportarla. I bambini no, non hanno gli strumenti, non hanno la forza e spero possano non averla mai. Che si entri nelle scuole, che gli si lancino bombe addosso, questo non possiamo permetterlo, oppure è giunto il momento di smettere di chiamare il nostro paese democrazia. Non lo è. Non lo è più. Ci indigniamo e a ragione per le bombe che altrove ammazzano bambini e qui da noi non ho sentito una voce. Nella patria dell’indignazione massima, dove tutto è bianco o nero, dove si stigmatizza chi parla di Israele cercando di creare complessità, dove la Siria rimane sempre un paese antiamericano e quindi circondato da un aura di rispetto, vengono lanciate bombe sui bambini e non un grido d’allarme. Nulla. Tutto normale. Si ammazzano tra di loro, a Scampia. Si ammazzano nelle loro scuole, a Scampia. Lanciano bombe addosso ai loro bambini, a Scampia.

MI E’ CAPITATO tra le mani il libro di un editore per ragazzi, Orecchio acerbo. Il libro si intitola “1989 dieci storie per attraversare i muri” ed è una raccolta illustrata di racconti di autori di tutto il mondo che si interrogano sull’esistenza di barriere – partendo dalla costruzione e dalla caduta del Muro di Berlino – sul perché gli uomini ne costruiscono e sul perché poi le demoliscono. Non avevo mai pensato a quanto fosse interessante parlare di muri. Non avevo mai pensato a come proprio il muro possa essere la chiave per capire quanto sia più facile allontanare da sé le proprie paure piuttosto che provare a risolverle. Quanto sia più facile marginalizzare una parte del paese e della società, piuttosto che comprendere che è lì, nella ferita, che il cuore pulsa. E che se il cuore è malato e non si pone rimedio, il paese va a fondo. E così certi uomini per difendere i propri traffici costruiscono inferriate, ovvero muri. E certi altri per difendersi da costoro schierano eserciti, ovvero sempre muri, ma questa volta umani. Certe notizie vengono date dai tg nazionali velocemente come una cantilena ormai solita, non aprono le prime pagine dei quotidiani, creando di fatto un muro di incomprensione e indifferenza. Mi chiedo come si faccia ancora a ignorare. E’ ora di prestare ascolto, come “Il signore maturo con un orecchio acerbo” della filastrocca di Gianni Rodari: “Dica pure che sono vecchio / di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio. E’ un orecchio bambino, mi serve per capire / le voci che i grandi non stanno mai a sentire. Ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli, / le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli. Capisco anche i bambini quando dicono cose / che a un orecchio maturo sembrano misteriose”.

Pochi se ne rendono conto, ma il Mali ha legami strettissimi con l’Europa. Da lì passano tonnellate di cocaina prodotta in Sudamerica e destinata ai nostri mercati. E i trafficanti trovano complicità addirittura nell’esercito. Di Roberto Saviano.

Dire che in Italia non ci si occupa di Africa e di Mali sarebbe un’affermazione impropria. Ottimi giornalisti informano i lettori italiani su cosa accade in luoghi che molti fanno addirittura fatica a localizzare. Le informazioni sono dettagliate, utilissime. Ma fino a che non se ne occupano le televisioni e il pubblico non si allarga, tutto rimarrà relegato a poche migliaia di utenti. E poi c’è la mia deformazione professionale, che mi sono abituato a chiamare così solo per essere meno fastidioso, per sentirmi meno solo e forse anche per non generare quella normale diffidenza che si prova verso chi sembra abbia solo cattive notizie da dare.

QUANDO HO L’OCCASIONE, in tv cerco di raccontare anche altro, non solo traffici di droga e organizzazioni criminali. Ma la realtà è un mosaico complesso, fatto di informazioni che ci arrivano da ogni parte e che dovremmo cercare di mettere al posto giusto per provare – almeno provare – a comprendere ciò che ci circonda. Spesso, quando affronto un tema che non riguarda l’Italia, le risposte di molti miei lettori sono: «Perché non ti occupi di quello che accade qui?». Ecco, il qui e l’altrove sono le dimensioni che mi piacerebbe trasformare. Ciò che accade ad esempio in Mali, nell’Africa sahariana, può avere connessioni non del tutto evidenti, ma profondissime, con la crisi in Europa.

Il Mali è un paese pieno di colori e tradizioni che negli ultimi anni ha subito una grave deriva. L’ennesima crisi alimentare che ha colpito il Nord ha apparentemente favorito un fenomeno che era già in atto: la ricostituzione del movimento indipendentista tuareg e la presenza sempre più forte di gruppi islamisti e terroristi come Aqmi (Al-Qaida au Maghreb islamique) e Mujao (Movimento per l’Unicità dell’Islam in Africa Occidentale). A questo si è aggiunta la pratica dei rapimenti che ha chiuso le porte al turismo, fonte primaria di guadagno per migliaia di famiglie. Ecco perché non ci si spiega come mai il Mali resti luogo di transito per compagnie aeree. Naturalmente non riusciamo a spiegarcelo utilizzando categorie legali, ma se si pensa al ruolo strategico che il Mali ha assunto nei traffici di cocaina provenienti dal Sudamerica, capiamo come mai sia necessario farvi scalo. L’occupazione delle regioni settentrionali che ha di fatto creato uno Stato nello Stato, non ha niente a che vedere con le solite sbandierate e temute pulsioni religiose. L’unica reale spinta a creare un luogo franco, dove non ci sia controllo, è avere carta bianca per l’intensificazione dei traffici di droga, armi e migranti. In pochi anni il nord del Mali è diventato il nuovo punto nodale per il traffico di cocaina verso l’Europa. Su 250 tonnellate prodotte in Colombia, Perù e Bolivia, destinate al mercato europeo, si stima che tra le 50 e le 70 passino attraverso l’Africa occidentale. Da gennaio 2006 a maggio 2008, quantità ingenti di cocaina sono state sequestrate in Europa, trasportate con voli provenienti dal Mali. E spesso, in patria, è addirittura l’esercito a presidiare gli aeroporti per ricevere tonnellate di cocaina. E con il caso “Air Cocaine” del 2009 non è più possibile fingere di non sapere. La carcassa di un jumbo jet bruciata fu ritrovata nel nord-est del Mali. L’aereo, proveniente dal Venezuela, trasportava quasi dieci tonnellate di cocaina; non riuscendo a farlo ripartire dalla pista improvvisata nel deserto, i trafficanti dovettero darlo alle fiamme. Le complicità del sistema le capiamo dal numero di sequestri e arresti: dire che sono esigui è usare un eufemismo.

UNA DECINA DI GIORNI fa il primo ministro del Mali, Cheick Modibo Diarra, è stato costretto con un golpe a dare le dimissioni, compulsato dalle forze armate che fanno capo a Amadou Haya Sanogo, presidente del comitato militare del Mali. E’ solo l’ultimo colpo di mano in un paese in cui le elezioni democratiche sono una chimera. Diarra era favorevole all’invio di truppe in Mali per fronteggiare l’emergenza democratica. Sanogo, per tutelare l’autonomia del Nord, ha dovuto porre un argine. Ecco, se non pensiamo che le nostre democrazie dipendano anche da questi luoghi, la commozione per il bello che ci circonda rischia di essere orpello, rischia di essere un bel complemento a una realtà che in fondo non riusciamo a spiegarci.

Non basta manifestare, sfilare, fare fiaccolate. Nelle zone a rischio le aule devono essere disponibili tutto il giorno e tutti i giorni per favorire cultura e socialità. Facciamo capire ai criminali che quello è un terreno per loro inaccessibile. Di Roberto Saviano

Qualche giorno fa Save the children ha presentato l’Atlante dei minori a rischio in Italia. E’ un documento incredibilmente ricco di informazioni che danno la cifra di quanto questa crisi stia colpendo prima di tutto chi non ha gli strumenti per poterla affrontare. Avere gli strumenti non significa solo avere mezzi materiali, ma soprattutto mezzi psicologici. Vuol dire avere un’istruzione, essere un individuo adulto e strutturato che nelle difficoltà sa, per esperienza, che ci si può rialzare. L’Atlante dei minori a rischio ci dice che sono moltissimi gli adolescenti che lasciano la scuola perché totalmente demotivati sulle opportunità che può offrire. Quindi il tasso di dispersione scolastica è in crescita anche in quegli ambiti sociali in cui non ci sono problemi strutturali o in quei contesti familiari dove non ci sono carenze affettive. Molti giovani, profondamente demotivati, finiti gli studi non cercano nemmeno più un lavoro.

E poi ci sono i minori che vivono in comuni sciolti per mafia. Sono circa 700 mila, la maggior parte al Sud. Il dato più sconvolgente è questo: tre quarti della popolazione complessiva del Mezzogiorno vive in comuni con indicatori manifesti di alta densità criminale. Il numero di minori che nasce e cresce in territori a rischio è altissimo.

ALEXANDRE DUMAS arrivò a Napoli per seguire l’utopia garibaldina e si trovò a raccontare la camorra ai francesi. E da scrittore, non da storico o da analista, comprese esattamente cosa stava osservando: un potere presente e vicino che a differenza di governi, reami, democrazie o repubbliche non si può sconfiggere e non si può contrastare. Perché è dentro te, nella tua stessa casa. La criminalità organizzata ha contribuito alla costruzione di una borghesia, di un potere che ha la capacità economica di condizionare la politica e che non permette alcun tipo di cambiamento della società. Ecco cosa Dumas ha raccontato ai francesi pur amando Napoli alla follia, ed ecco cosa abbiamo noi ancora davanti agli occhi. Un Paese che detesta che si raccontino i suoi drammi. Che non percepisce denunce e racconti come atti d’amore, ma come ferite inferte da figli perduti che si rivoltano contro la loro stessa terra. Ma si sa, la denuncia per il denunciato è offesa, sempre.

CRESCERE IN TERRITORI ad alta densità criminale significa dover fare i conti fin da piccoli con un sistema economico, politico e sociale alterato. Con un mercato dalle regole distorte, senza nessuna concorrenza possibile. L’economia parallela fatta di spaccio, usura, estorsioni, pizzo sottrae risorse umane e finanziarie all’economia legale impedendone lo sviluppo. Ma questo è il meno in confronto al danno maggiore: credere che l’illegalità sia l’unica reale fonte possibile di reddito. Ecco perché oltre ai numerosissimi affiliati, c’è un esercito di non affiliati, spesso minorenni, che aspirano a esserlo. Secondo Save the children è in crescita il numero dei minori denunciati per reati associativi: associazione a delinquere, associazione di tipo mafioso e traffico di stupefacenti. Ma la categoria che preoccupa di più è quella costituita dai «ragazzi alone», minori che pur non appartenendo a famiglie mafiose, «sono lambiti dall’alone mafioso». Ragazzi che vivono «una sorta di affinità elettiva con le organizzazioni, che li rende pronti a mettersi al servizio e a compiacere famiglie mafiose».

Da dove cominciare? Necessariamente dalla scuola. Non solo manifestando, sfilando, facendo fiaccolate. Non basta. Le scuole nei territori a rischio devono essere aperte tutto il giorno, tutti i giorni. Devono essere l’alternativa vera alla strada. Nelle scuole aperte si devono fare attività che a molti sembreranno banali, ma che in determinati territori mancano totalmente: teatro, cineforum, lezioni di musica, sport. Nelle scuole aperte il pomeriggio non bisogna studiare, quello si fa di mattina. Ma trovare momenti di aggregazione, educare a stare insieme. Insegnare che il prossimo è fondamentale, è utile, è vitale e quindi va rispettato. Tutte le risorse economiche, ora, nelle zone a rischio criminalità vanno investite nella scuola, per i bambini, per gli adolescenti. In quella scuola diventata scenario di guerra, in quella scuola che le mafie considerano ormai cosa loro. Facciamo capire che lì non si entra, che quel terreno per loro è inaccessibile.