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	<title>Roberto Saviano &#187; Articoli</title>
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		<title>Canzone criminale, la musica di Gomorra.</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 09:17:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[12 febbraio 2012. Raccontano di amori e tradimenti. Ma soprattutto di latitanza, violenza, odio per i pentiti, galera e varie infamità. Dopo che un cantante è stato indagato nei giorni scorsi per istigazione a delinquere, viaggio nel mondo dei neomelodici napoletani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Raccontano di amori e tradimenti. Ma soprattutto di latitanza, violenza, odio per i pentiti, galera e varie infamità. Dopo che un cantante è stato indagato nei giorni scorsi  per istigazione a delinquere, viaggio nel mondo dei neomelodici napoletani<br />
di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<p><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/02/neomelodici.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8446" title="neomelodici" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/02/neomelodici.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>QUANDO vivevo ai Quartieri Spagnoli le conoscevo tutte a memoria. In verità, le conosco ancora le canzoni neomelodiche che dalle radio al massimo volume esplodono per i vicoli, escono dai finestrini delle auto, suonano come suonerie dei cellulari. La mattina si fanno le pulizie e dalle finestre escono Tony Colombo, Rosario Miraggio, Stefania Lay… e mille altre voci. “Chiù me fa male, chiù voglio pruvà chell’che o sal’int’ e ferite fa” (“Più mi fa male, più voglio provare quello che il sale nelle ferite fa” — Rosario Miraggio). I cantanti neomelodici napoletani sono cantanti considerati, con un piglio un po’ snob, di periferia, minori. Ma a vedere i contatti dei loro video su YouTube sono in assoluto paragonabili ai cantanti pop italiani di maggior successo, spesso con un mercato comparabile al loro o anche superiore. Male, la canzone di Rosario Miraggio, ha un numero di visualizzazioni di gran lunga maggiore di quello delle star nazionali. È stata ascoltata più di tre milioni di volte. Sott’ e stelle di Tony Colombo più di un milione e mezzo di volte. Alessio, con Ma si vene stasera, ha più di quattro milioni di visualizzazioni. Spesso nei video appare il numero di telefono dei cantanti o quello dei loro agenti, in modo che possano essere contattati e invitati a comunioni, matrimoni, feste di compleanno o di paese. Sono richiestissimi, si possono invitare a un evento con una telefonata (e un cachet che può andare dai trecento ai mille euro a canzone), non sono lontani come le pop star.</p>
<p>Non solo i contatti su YouTube, ma anche i fatturati delle vendite sono alti. Chi produce e distribuisce la musica dei neomelodici sa come sfruttare il mercato. Il cd originale a volte non esiste neppure. Lo fanno direttamente falso. Così guadagnano una percentuale direttamente alla vendita. Meccanismo semplice e vincente. Se il falso è il tuo, guadagni sul falso e, avendo inondato il mercato, altri falsari dovranno aspettare che si esauriscano le prime tirature false per poter piazzare le proprie. L’unico modo per combattere il falso è gestirsi il falso. Nessuna mediazione. È un mercato che non conosce crisi, questo. Ed è un mercato che non interessa solo Napoli o la Campania, ma l’intero Sud. Un bacino d’ascolto vastissimo. Perché il siciliano e il pugliese, il calabrese e il lucano, pur avendo le proprie canzoni tradizionali in dialetto, cantano le canzoni moderne in napoletano.</p>
<p>Sentimenti, amore e tradimenti, sono questi i temi dei neomelodici, temi universali, come quelli cantati dalla musica pop. Le loro canzoni raccontano il quotidiano. Ma in queste terre il quotidiano è anche affiliazione, morte, carcere, potere. E gestione del potere con le sue declinazioni: consenso e violenza. Il racconto è incentrato sulla scelta inevitabile della camorra (parola quasi mai pronunciata nelle canzoni), una scelta dettata dal destino, dalla vita misera, dalle condizioni sociali di un intero territorio. E sulle sue conseguenze: l’onore e il silenzio. Non è una celebrazione totale. È una sorta di racconto eroico con al centro persone che facendo la scelta della camorra entrano in una società chiusa: non importa quello che il mondo pensa di te, non importa se il mondo ti è ostile, la famiglia è con te, la famiglia ti ama.</p>
<p>Il talento e la dannazione dei neomelodici sta proprio nel saper raccontare i momenti più difficili della vita quotidiana, facendo capire immediatamente com’è o come sarà la vita di chi è destinato ad ascoltare le loro canzoni: persone costrette alla latitanza, donne che hanno fidanzati o mariti latitanti, killer che non sopportano più il loro duro lavoro. Gianni Vezzosi, in O’ killer del 2007, canta: “Accomencio a juornat facenn male a chesta a città. Ncopp a motociclett co casch mise e pronto a sparà, u sang fridd e senza pietà m’semt stanc bastard e perdut già” (“Comincio la giornata facendo male a questa città. Sulla motocicletta con il casco e pronto a sparare, sangue freddo e senza pietà mi sento già stanco bastardo e perduto”). E poi continua con un rammarico: “Uccido questo e quello. Di questi soldi che me ne devo fare se non posso stare con i miei figli e con mia madre”.</p>
<p>I testi sono in napoletano ma con grafìa spesso sbagliata. Scrivo qui i versi così come circolano sul web nei siti dei loro fan. Queste canzoni sono la prova che esiste una quotidianità di guerra, che i neomelodici riescono a interpretare. La interpretano rendendola epica, dandole un senso eroico. Tutte queste canzoni rientrerebbero nell’apologia di reato. Ma c’è in loro qualcosa di più complesso. Questa quotidianità non è soltanto un arruolamento militare, è anche un’educazione sentimentale: ti punto in faccia una pistola, ti permetto di arruolarti, ti do uno stipendio, ma ti educo anche a essere in un certo modo. Ne Il mio amico camorrista Lisa Castaldi canta le virtù di un boss suo amico, “n’omm chin e qualità” (“un uomo pieno di qualità”) che “cà paura e cù coraggio a braccetto se ne và” (“che cammina a braccetto con la paura e con il coraggio”, il coraggio suo e la paura che incute, ovviamente); mentre in Femmina d’onore, la Castaldi parla del ruolo delle donne nella camorra. Una donna che prende il posto del marito, e che promette vendetta contro il pentito che ha passato le informazioni: “Pentito che maritem’ hai tradito ra legge e miez a via si cundannat’” (“Pentito, che mio marito hai tradito, dalla legge della camorra sei condannato”). I pentiti. Negli ultimi anni ne sono nate molte di canzoni contro i pentiti, descritti come il male assoluto, come degli sfascia famiglie. Una delle più feroci è di Mirko Primo, Pe colpa è nu pentito, dove nel ritornello si dice: “Prima mi era amico, ora è un pentito e mi ha condannato per tutta la vita. Ma come possono credere a questa gente che fa solo infamità?”. Contro i pentiti ha scritto e cantato anche Michele Magliocco. Il ritornello di A colpa è dei pentiti dice: “La colpa è dei pentiti, gente senza onore che quando stanno fuori si sentono re ma quando entrano dentro sono peggio dei cantanti che cantano a squarciagola”.</p>
<p>La canzone di Nello Liberti, O’ capoclan — “O’ capoclan è n’omm serio, che è cattivo nun è o ver’” (“Il capoclan è un uomo serio, non è vero che è cattivo”) — nei giorni scorsi ha fatto scandalo, mentre lui è indagato per concorso in istigazione a delinquere. Ma è da più di quindici anni che a Napoli si incidono e si cantano canzoni di camorra. Gino Ferrante, con A società, racconta invece di come gli affiliati soffrano una vita di solitudine: giudicati dalle persone e dalla legge “si nascondono dai figli e dalle mogli”; racconta anche della famiglia organizzata dove “so tutt’ quant frate, e nessuno deve tradire”. Sempre ricorre la legge certa dei clan, la punizione per l’infamia e la capacità di farsi forza l’uno con l’altro. La regola e la punizione.</p>
<p>La canzone di malavita è un classico non solo napoletano ma calabrese, romano, siciliano. Guapparia è la canzone di camorra del repertorio antico più famosa, considerata ormai un classico e cantata anche dai grandi maestri come Murolo. Racconta la storia di un boss che fa una serenata alla sua bella e, proprio perché si è innamorato, non può più essere guappo. È diventato un molle e invita l’onorata società a cacciarlo dall’organizzazione. Poi venne Mario Merola con Serenata calibro 9, il racconto di un vecchio guappo di camorra che aveva deciso di farsi da parte e che, quando i criminali entrano in casa della figlia, decide di vendicarsi. Ma il vero padre della canzone neomelodica che racconta gesta di camorra è Tommy Riccio. Il suo Nù latitante del 1993 — considerato il primo video musicale che racconta una vicenda di camorra — è la storia della sofferenza di un latitante, che smette di esistere e scappa da tutto e tutti; non può fidarsi che di un amico per portare un regalo ai figli. E in questa canzone centinaia di persone (non solo i boss noti alle cronache vivono la difficoltà della latitanza, ma centinaia di piccoli affiliati e le loro famiglie) si riconoscono. Ancora oggi è mandata diffusamente nelle radio locali di tutto il mezzogiorno italiano.</p>
<p>I neomelodici riempiono un vuoto. La canzone italiana moderna ha ignorato quasi totalmente, tranne poche eccezioni, questi temi. Loro ci vivono in mezzo e li raccontano. Denunciare quel mondo sarebbe da infami. A volte lo celebrano, altre volte lo subiscono, più spesso ne raccontano il coraggio e il dolore. Sibillinamente qualcuno consiglia di non prendere quella strada. I più ne cantano l’onore. Sandro e Antony in Nu guaglione malamente (il video è stato cliccato due milioni di volte su YouTube) inscenano un dialogo tra due fratelli: il primo chiede all’altro di dirgli la verità, se davvero è diventato “nu guaglion’e miez a via” — un modo per dire “affiliato” — e l’altro si confessa, fornendo i soliti motivi. Il ritornello dice: “Nu guaglione malamente accussì me chiamm’ a gente. Parlan’e nun sann nient” (“Un cattivo ragazzo mi definisce la gente. Parlano senza sapere”). Ma la canzone si chiude con un atto d’amore tra i due. Il fratello minore, nonostante abbia saputo che il maggiore è un camorrista, non lo giudica e gli conferma il suo amore.</p>
<p>Si possono ascoltare queste canzoni e questi cantanti dai capelli assurdi, con le sopracciglia disegnate, il petto depilato e sempre abbronzati, con disprezzo — e osservare il tutto pensando a quanto sia ridicolo. Personalmente, ho imparato più da queste canzoni a comprendere il mio paese che da decine di editoriali. Del paese rappresentano una parte importante. Hanno spesso voci incantevoli, altre volte invece mediocri, timbri rochi o lamentosi. Il loro celebrare crimine e faide, onore e affiliazione non è altro che un piano, l’ennesimo. Nelle loro parole non esiste il concetto di giustizia, non esiste il problema morale. Esiste un’etica nuova, non universale ma particolare, modellata sul gruppo. È sbagliato ammazzare, ma è necessario. È sbagliato darsi al crimine, ma lo si può fare con onore. La ricchezza è necessaria, e per averla devi rischiare. Questo è ciò che raccontano queste canzoni. Esiste un percorso necessario, dovuto, tragico.</p>
<p>Ora i neomelodici vengono ascoltati anche da ragazzi romani e milanesi che non hanno origini meridionali, e che chiamano il genere “Napoli”. Sembrano lontani e marginali, ma lontano e marginale è chi considera feccia tutto questo. Guardarli e ascoltarli significa guardare e ascoltare il proprio paese. E per quanto possa sconvolgerci non possiamo più ignorarlo.</p>
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		<title>Il silenzio su Scampia prigioniera del coprifuoco.</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 08:46:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Repubblica, 3 febbraio 2012. Si è ripreso a sparare nei territori di Gomorra. E i clan, per evitare morti innocenti, "consigliano vivamente" di stare in casa la sera, di non uscire. Ma il clan scissionista è spaccato e un movimento dal basso, sul modello degli Occupy americani, vuole riprendersi le piazze. E si dà appuntamento nel centro di Scampia. Per non far calare il silenzio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Si è ripreso a sparare nei territori di Gomorra. E i clan, per evitare morti innocenti, “consigliano vivamente” di stare in casa la sera, di non uscire. Ma il clan scissionista è spaccato e un movimento dal basso, sul modello degli Occupy americani, vuole riprendersi le piazze. E si dà appuntamento nel centro di Scampia. Per non far calare il silenzio<br />
di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<div id="attachment_8419" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/02/scampia.jpg"><img class="size-full wp-image-8419" title="Scampia" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/02/scampia.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a><p class="wp-caption-text">Scampia</p></div>
<p>Accade che un ordine dato da un clan imponga il coprifuoco e che il resto del Paese quasi non se ne accorga. Accade a Secondigliano, Scampia, Melito, Giugliano, in un territorio che raggiunge quasi 300 mila persone. I clan danno l’ordine: entro le sette, sette e mezza di sera bisogna chiudere i negozi. Entro le otto tornare a casa. I bar al massimo entro le 22 devono avere le saracinesche chiuse.</p>
<p>Accade anche che si dica dopo poco che questo coprifuoco non esiste, che è un inutile allarmismo, un’invenzione. Le associazioni si spaccano, i magistrati indagano, i messaggi di diverso segno iniziano a diffondersi.</p>
<p>È un coprifuoco anomalo. Lo consigliano piuttosto che imporlo. Lo consigliano caldamente. E il calore dell’intimidazione prevede un’unica cosa: dichiarazione di guerra. Le ragioni del coprifuoco sembrano infatti le ragioni tipiche di ogni conflitto, e siccome nel 2004 la faida che scoppiò interna al clan Di Lauro di Secondigliano generò molti morti innocenti, questa volta i clan chiedono a chi vive lì di non diventare un bersaglio sbagliato. O forse non lo chiedono affatto. Accade che le persone si comportino così sentendo paura e basta.</p>
<p>Eppure quasi nessuno parla di quel che accade. Il destino della battaglia alle mafie è sempre identico. Diventano grimaldello utile quando le parti politiche si scontrano e quando invece l’attenzione si sposta su altro decadono dall’attenzione pubblica. Eppure il più grande tesoro da poter far tornare nelle risorse dello Stato è proprio quello delle mafie. In questo caso Twitter sta dando il suo contributo. Pina Picierno, deputata del Pd, ha dato avvio con un tweet a un movimento spontaneo che, sulle orme di OccupyWallStreet, invita a riprendere il controllo delle strade di Scampia, a sottrarle a chi sente di possederle e di poterne disporre liberamente.</p>
<p>Venerdì prossimo in piazza Giovanni Paolo II Scampia vorrebbe diventare un piccolo Zuccotti Park, e ci si riapproprierà del quartiere. OccupyScampia avrà il merito di riportare attenzione su luoghi dove o ci si spara addosso o si muore o si scompare dalle carte geografiche. Sperando di trovare unità tra le diverse associazioni antimafia attive sul territorio, che sono molte e spesso serie.</p>
<p>Il coprifuoco, ovviamente, non nasce dalla filantropia dei clan. Morti — e soprattutto morti innocenti — significano attenzione; attenzione significa telecamere e forze dell’ordine e questo significa niente più affari nella più grande piazza di spaccio d’Europa. Gli Scissionisti usciti vincitori dalla faida si sono spaccati.</p>
<p>Il clan vincente governato dalle famiglie Amato e Pagano ha sempre più rapporti con la Catalogna e sempre meno con il territorio. Il loro nome di Spagnoli era infatti determinato dal potere che avevano costruito a Barcellona. Gli Amato-Pagano avendo le spese più importanti in Spagna hanno smesso di tenere a stipendio le famiglie dei detenuti.</p>
<p>Errore grave che commettono sempre i clan in ascesa che perdono di vista il territorio considerandolo ormai a loro disposizione. Tutte le mafie hanno regole disciplinate e infrangibili circa gli stipendi e gli indennizzi in caso di arresto. Con pene inferiori ai dieci anni l’affiliato riceve una parte dei soldi in carcere per sopravvivere meglio in prigione, una fetta va alla sua famiglia e un’altra al suo avvocato (a meno che non sia l’avvocato di uno studio già a disposizione degli affiliati). Con una pena superiore ai dieci anni l’indennizzo alla famiglia aumenta.</p>
<p>Questa volta dinanzi ai ritardi nei pagamenti e alle distrazioni il clan Scissionista si è spaccato. E hanno iniziato a sparare. Le altre famiglie hanno smesso di lavorare per loro e gli hanno imposto di non oltrepassare il ponte di Melito. Se lo fanno sono morti.</p>
<p>Gli Amato-Pagano con le piazze di spaccio ferme e con questi divieti si sono armati e sono pronti alla risposta. I morti già ci sono stati ma anche questi sono stati relegati alla cronaca nera locale. Il primo morto è stato Rosario Tripicchio, 31 anni, poi Raffaele Stanchi, 39, poi Patrizio Serrao, 52 anni, poi Fortunato Scognamiglio, 28 anni.</p>
<p>Tutto questo nel solo mese di gennaio. Eppure è calato il silenzio. “Fa più notizia se il panettiere ti fa lo scontrino che fiumi di danaro della cocaina qui a Melito” scrive un ragazzo commentando la notizia su Facebook. Quello che mette paura ai cittadini di questo territorio è che gli Amato sono quasi tutti in galera e quindi hanno delegato la guerra ai ragazzini.</p>
<p>La promessa è: se riuscite a riprendervi i territori sarete i nuovi reggenti. Spesso non pagare le mesate in carcere serve proprio a mettere le giovani generazioni di camorristi contro le vecchie. I ragazzini sono comandati da Mariano Riccio che ha sposato la figlia del capo scissionista Cesare Pagano e vuole rinnovare il clan, scegliendo lui chi pagare e chi no affiliando persone nuove, facendo pace con vecchi nemici responsabili spesso di aver ucciso familiari degli alleati del suo clan.</p>
<p>Le altre famiglie, da Abbinante a Petriccione, dai Marino ai Pariante, si sono messe contro. Ma la figura centrale è Arcangelo Abate, nuovo capo dell’asse Scissionista: senza la sua autorizzazione Riccio non potrebbe agire, senza la sua autorizzazione la guerra non potrebbe partire. Abate è stato nei mesi scorsi scarcerato ed è oggi il nuovo re dei narcos.</p>
<p>E ora il territorio, già vittima in passato delle più cruente faide mai viste in Italia (decine di morti, uso di esplosivi, interi stabilimenti bruciati con persone dentro, esecuzioni di persone scelte a caso), diventa l’ambito in cui fronteggiarsi. E allora le ragazze smettono di uscire in tacchi e indossano scarpe da ginnastica con cui è più facile scappare, non si va in macchina in due, ma solo uno per auto, perché potresti essere scambiato per una paranza (gruppo di fuoco). Si guida possibilmente tenendo le due mani sullo sterzo. Non si indossa casco, si evitano luoghi pubblici. Persino i negozi di pesce abituati a vendere di più la domenica ordinano meno pesce perché si vende sempre meno.</p>
<p>Dettagli di un territorio in guerra. Negarlo sarebbe omertà. Perché la disattenzione di questi giorni sta portando i gruppi a poter decidere un coprifuoco. E i clan si nutrono di buio, di ordinarietà, di abitudine. Tutto normale. Tutto solito. L’attenzione costante si oppone a questo. Il contrasto alla crisi economica si fa anche fermando l’economia criminale e il furto di territorio che le mafie compiono.</p>
<p>A Scampia lo sanno: ogni anno a carnevale c’è un appuntamento per riprendersi (simbolicamente, e non solo) il territorio. Anche quest’anno il 19 febbraio ci sarà la festa di carnevale, una delle poche in questi territori che non si ferma dinanzi alle case dei boss, che non mostra nessun rispetto per i poteri criminali ma che ricorda il diritto fondamentale alla felicità. Sarebbe bello se questo governo trovasse il modo di esserci, se le luci non si spegnessero per riaccendersi solo quando è troppo tardi. Solo quando si spara e si uccide molto. Solo quando torna la guerra, la solita guerra a sud.</p>
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		<title>Saviano: ‘La libertà è una vescica’</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:53:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vanity Fair, 20 gennaio 2012. Due anni fa, su Vanity Fair, il grido: «Rivoglio la mia vita». Dopo il «troppo» successo, la fuga. A New York. E non solo a causa delle minacce della camorra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Due anni fa, su Vanity Fair, il grido: «Rivoglio la mia vita». Dopo il «troppo» successo, la fuga. A New York. E non solo a causa delle minacce della camorra.</em></p>
<div id="attachment_8349" class="wp-caption aligncenter" style="width: 385px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-19-2643415_650x02.jpg"><img class="size-medium wp-image-8349" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-19-2643415_650x02-375x288.jpg" alt="" width="375" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Dentro l’idea di New York ci puoi mettere di tutto. Quello che cerchi, che hai già trovato, che vuoi conoscere. Eppure, non sarà mai realmente lei, non sarà mai la New York che ti aspettavi di trovare. Ed è proprio questo ciò che avverti quando decidi di trascorrerci dei mesi, quando diventa casa per qualche tempo: perdita d’equilibrio, come una vertigine.</p>
<p>La mia prima volta a New York è stato qualche anno fa. Appena atterrato, due signori mi si avvicinano, mi mostrano un tesserino, mi portano in una stanza e mi chiedono come mai le autorità italiane non abbiano avvisato del mio arrivo. Cerco di spiegarmi ma non mi accolgono – come dire – con garbo. Intuisco che da qualche parte nei loro terminali deve essere associato al mio nome qualcosa come “personalità sotto protezione”. E intuisco anche che dalle autorità italiane la comunicazione sul mio arrivo non deve essere arrivata.</p>
<p>Non so cosa fare, cosa dire, provo a sorridere come faccio quando non ho risposta e dico che non sono un collaboratore di giustizia, che non sono un pentito. Dico semplicemente che sono uno scrittore: che ho scritto un libro, ho ricevuto delle minacce e sono finito sotto scorta. L’agente mi guarda divertito per i miei tentativi di evitare l’inevitabile, il rimpatrio.<br />
«Uno scrittore? – risponde – Con quella faccia?». Provo a convincerlo, ma il mio affanno aumenta i suoi sospetti. Poi mi viene un’idea: «Cercate su google…» suggerisco, sperando ci sia qualcosa in inglese in grado di convincerli. Mi salva il profilo che il New York Times mi ha dedicato qualche mese prima. Grazie a quell’articolo non sono stato rispedito in Italia come un pacco postale, nonostante la mia faccia. Da allora rifletto su come dovrebbe apparire uno scrittore e anzi l’incredulità del poliziotto è come se avesse regalato credito al mio viso.</p>
<p>In arrivo a New York, al secondo tentativo, mi sento esperto. Già sull’aereo preparo qualche risposta e una copia americana del libro con la mia foto in quarta di copertina: può servire. Ma immediatamente mi accorgo che tutto è cambiato. Due poliziotti sulla porta dell’aereo mi salutano con un cenno: “Welcome Mr. Saviano”. E invece di rispondere al saluto, sorrido. Sorrido come un bambino, sono un animale che per tanto tempo dalla sua gabbia, attraverso le sbarre, ha visto il cielo, gli alberi e se n’è stato lì pensando che era inutile voler volare. Che in fondo volare non serviva a nulla. Che in fondo il volo non esisteva nemmeno. Ecco, mi ero abituato a pensare che la libertà non esisteva e che quindi era inutile cercarla, agognarla, lavorare per ottenerla.</p>
<p>Mai avrei pensato che un giorno qualcuno avrebbe aperto la mia gabbia. Per cinque anni ho fatto in tutto forse un migliaio di passi. E ho approssimato per eccesso. Mi sono totalmente disabituato alle file negli uffici, al caos dei supermercati, al caos in strada. Non entravo in una metropolitana, in un treno, da cinque anni e mezzo, non in un treno. Per me quelli statunitensi, sono stati sei mesi di vertigini continue provocate dalle situazioni più banali.   Una volta per comprare tre arance ci ho messo due ore: paralizzato dalle luci, dalla folla, dalle voci. Lì avevo una protezione molto diversa da quella a cui ero abituato, con margini di libertà maggiori. I tre uomini che mi gestivano, sapendo della mia urgenza di libertà, spesso lasciavano che li superassi, che mi dimenticassi di loro. A volte dovevano rincorrermi perché sparivo dal loro sguardo.</p>
<div id="attachment_8350" class="wp-caption alignleft" style="width: 201px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-13-69522_0x4352.jpg"><img class="size-medium wp-image-8350" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-13-69522_0x4352-191x288.jpg" alt="" width="191" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Il giorno dopo il mio arrivo, sotto l’effetto del jet lag, sono uscito alle sette del mattino, in realtà già fremevo dalle cinque. In strada non c’era nessuno, solo io e la mia scorta. Senza parlare abbiamo camminato per cinque ore. Ho bevuto un cappuccino e ci ho inzuppato dentro un muffin, ho comprato una cartina di Manhattan e, in quella sola mattinata, sono certo di aver camminato come non avevo mai fatto.</p>
<p>E non solo ne sono certo, ho le prove. Sono tornato a casa con le piaghe ai piedi, mi facevano male da morire, ma quel dolore che non credevo esistesse più mi rendeva euforico. Avevo la sensazione di essere tornato a vivere completamente, di aver riacquistato l’uso di arti sopiti da tempo. E per la prima volta ho iniziato a vedere le scarpe consumarsi e ai piedi mi sono venute vesciche.</p>
<p>I motivi della mia fuga, perché nonostante tutto di fuga si è trattato, risalgono ai tempi di “Vieni via con me”. O forse è più appropriato dire che con “Vieni via con me” hanno subito un giro di vite. Dopo il successo della trasmissione, l’attenzione su di me di media e politica e dei media proni alla politica è diventata altissima. La mia famiglia è diventata oggetto di ricerche, di domande, di curiosità. Ogni giorno sentivo una pressione enorme.</p>
<p>Mezze parole, commenti idioti, sorrisi aperti e dietro le spalle schiumanti insulti. Gli addetti ai livori sono così. Non si interviene su ciò che dici o su come lo dici: si cerca di delegittimarti o di creare un clima avverso. Un modo per poter dire a se stessi che chi riesce a parlare a molti è corrotto dai media, è una schifezza, un bluff.</p>
<p>C’è una frase di Adriano Olivetti con cui mi identifico. Spiega perché chi ha ambizioni è visto con sospetto: “Se teorizzo qualcosa di apparentemente irrealizzabile, incontro sicuramente il consenso di qualche salotto. Se vado oltre, spiegando come realizzarlo tecnicamente, nel dettaglio, rischio di rendermi ridicolo. Se poi lo realizzo, vengo trattato con ostilità.” Eppure con il tempo ho imparato a essere fiero delle accuse banali e sempre identiche che ricevo. Detesto piacere a tutti. I nemici, pronti a strumentalizzare e spesso inventare accuse, sono medaglie che ho conquistato nella battaglia delle mie parole.</p>
<p>Poi arriva una mail: un invito per insegnare alla New York University. E mi arriva anche l’offerta da Scholar at Risk – una rete di istituzioni che danno protezione e sostegno a intellettuali di tutto il mondo che nei loro paesi non possono lavorare affatto, o come nel mio caso, non possono farlo serenamente – di una borsa di studio per il mio insegnamento.  Non potevo crederci: era una chiave per uscire dalla gabbia che molti credono mi sia costruito da solo, e dalla quale non riuscivo a uscire, nemmeno per una boccata d’aria. Così scendo dall’aereo, sorrido alla mia nuova scorta americana e penso: ce l’ho fatta. Sono qui.</p>
<p>Le contraddizioni di New York sono infinite, quando sei a Washignton Square avresti voglia di credere che sia davvero la città perfetta: non trovi un solo viso che ti somigli. Quelle parole complesse e affascinanti come multiculturalismo e multietnicità a New York diventano concretezza, le percepisci come reali. Nella mia testa, per antica ossessione, la mappa delle città di tutto il mondo è disegnata con confini criminali. Quando sono in Svezia cerco di sapere esattamente, attraverso tutte le informazioni che posso raccogliere, quali sono i ristoranti che riciclano denaro per conto dei cartelli criminali, quali sono i palazzi comprati dalla mafia serba, le zone dove spacciano metanfetamina. Lo stesso a Parigi o a Berlino.</p>
<p>Quando le scorte locali mi chiedono cosa voglio andare a vedere, mi faccio portare nelle periferie o nei posti più impensati tralasciando spesso musei o parchi. Così, quando arrivo a Washington Square so esattamente – anche senza esserci mai stato, ma solo per averlo letto – dove sono i pusher, dove i pali, i punti dello spaccio, i locali delle alleanze saldate e quelli degli arresti eccellenti.<br />
Eppure, una volta lì, i miei percorsi cognitivi deviano dalle solite manie. Non esistono pusher, non il ristorante di Sonny Black a Little Italy. Mi scrollo di dosso tutto questo, almeno per un po’. Almeno per un po’ ho voglia di respirare. New York mi ridà un ossigeno che avevo perso.</p>
<p>Innamorarsi di questa città è facile. Così come è facile sentirsi smarriti in una sorta di infinito lego per topi, e voler fuggire. Fuggire lontano, in un luogo più rassicurante. Ma restare è una sfida, abituarsi a quell’architettura è una sfida. Sentirla familiare, muoversi in quel labirinto mettendo in conto di potersi perdere. E quel labirinto per me ha significato recuperare i percorsi, guardare finalmente i volti delle persone, ascoltare le loro voci. Non pensavo che smarrirsi potesse essere tanto rassicurante e ho finito per innamorarmi di quella sensazione.</p>
<div id="attachment_8351" class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-17-906301_650x02.jpg"><img class="size-medium wp-image-8351" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-17-906301_650x02-432x288.jpg" alt="" width="432" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Italo Calvino ha scritto: “Io amo New York, e l’amore è cieco. E muto: non so controbattere le ragioni degli odiatori con le mie. […] In fondo non si è mai capito bene perché Stendhal amasse tanto Milano. Farò scrivere sulla mia tomba, sotto il mio nome, “newyorkese”. Ma se da turista innamorarsi della città è facile, quasi un obbligo, se decidi di viverci per qualche tempo le cose si complicano. In America tutto è procedura, tutto è regola.<br />
Quando si arriva con l’intenzione di restare, sembra quasi di trovarsi davanti a una parete alta e liscia da scalare.</p>
<p>Mi rassicuravano, mi dicevano che poi tutto si sarebbe normalizzato, ma quei continui colloqui, fogli su fogli da compilare e formule che ti venivano lette ovunque e che dovevi mostrare di accettare annuendo, a me sembravano un’assurdità.    Mi sembravano un modo niente affatto costruttivo per occupare il tempo e il mio lì era contato. L’incubo dei primi giorni fu ottenere il Social security number, una sorta di codice fiscale senza il quale non puoi fare quasi nulla, dall’aprire un conto in banca per ricevere lo stipendio – e senza lavoro un visto è difficile ottenerlo – a comprare una scheda telefonica, ad affittare casa.</p>
<p>Ovunque andassi mi chiedevano quel numero e quando dicevo che ancora non ne avevo fatto richiesta in risposta ricevevo uno sguardo sadico, come a dire: “Buona fortuna, speriamo tu ne esca vivo”. Ed eccomi in fila allo sportello, gli uomini della scorta mi aspettano fuori dall’ufficio concedendomi scampoli di libertà, anche se io temevo lo facessero per tenersi lontani da quel luogo descritto come l’infero degli immigrati.</p>
<p>Avevo il numero 14. Ero l’unico essere umano presente, oltre ai dipendenti, in un ufficio che per la quantità di comunicazioni in cinese, mi faceva dubitare del luogo in cui mi trovassi.    I dipendenti parlavano americano e cinese e questo mi ha fatto capire ciò che già sapevo: in Usa l’immigrazione del futuro è dall’Estremo oriente, noi europei siamo solo una zavorra. Leggo sul display e vedo che il numero indicato era il 12. Ma c’ero solo io, quindi mi avvino allo sportello sicuro che fosse il mio turno. L’addetto mi guarda e mi chiede che numero avessi. “14”, rispondo. “Non è il suo turno, siamo al 12 e poi verrà il 13”. “Ma ci sono solo io!”, rispondo divertito. “Lo vedo, ma non è il suo turno, devo chiamare gli altri numeri, è la regola”. Mi allontano rispettoso e aspetto la chiamata.Capisco ora quello che mi avevano detto, ma che non riuscivo a sovrapporre alla vulgata sugli Stati Uniti e sul loro dinamismo: qui non si interpreta la legge, spesso sul posto di lavoro non c’è una reale riflessione su ciò che si fa, si fa e basta.</p>
<p>Questa è la rigidità americana. Una rigidità che per quanto ottusa spesso garantisce la certezza della funzionalità dell’apparato istituzionale e di molta parte di quello privato. Almeno a New York. Tutto ha un percorso preciso, tutto ha una procedura. Anche la vita, addirittura nei sentimenti si seguono regole precise, codificate: quelle del date. Eppure le regole sentimentali di New York hanno un sapore quasi arcaico. Di base è possibile frequentare – senza che questo lo si debba nascondere – più partner contemporaneamente, cosa impensabile nei luoghi in cui sono nato e cresciuto. Fino a che non decidi che sei exclusive. Sei occupato solo se hai quella che in America chiamano the talk.<br />
E la tempistica sulla “chiacchierata” dipende da quanto presto vai a letto con la persona che stai frequentando. Il primo bacio dovrebbe avvenire più o meno al secondo date, sesso al quarto o quinto, non prima. Tutta questa organizzazione quasi militare mi divertiva moltissimo perché per quelle comunità sterminate, regola significa tranquillità.</p>
<div id="attachment_8352" class="wp-caption alignright" style="width: 201px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-21-144573_0x4352.jpg"><img class="size-medium wp-image-8352" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-21-144573_0x4352-191x288.jpg" alt="" width="191" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Qualcuno mi ha detto che “è importante analizzare le relazioni in ogni loro fase per evitare confusione e stress”. Altri si decidevano a fare the talk quando “avessero raggiunto l’obiettivo che si erano prefissati”. Parlavano di sentimenti come si parla di un conto in banca, di investimenti, a un italiano del Sud che non credeva alle proprie orecchie, ma che in fondo è cresciuto con quelle stesse regole senza che però fossero apertamente codificate. Regole non codificate, arcaiche e suscettibili di interpretazione: un labirinto intricato, quanto di peggio ci possa essere, soprattutto per le donne, in una società ancora profondamente maschilista.<br />
L’America è quel luogo che conosci dai racconti di chi la odia a morte, e declina il suo odio ritenendola la patria delle ingiustizie sociali, dell’imperialismo, del cinismo. E di chi la ama di tutto l’amore possibile, innamorato della bandiera sinonimo di unione e libertà e della portata simbolica della sua lotta ai totalitarismi. Io per formazione diffido degli odi profondi e ciechi e degli amori ideologici, quindi nessuna delle due strade mi ha mai attratto. Quello che invece mi interessava comprendere era cosa fosse realmente il sogno americano. E soprattutto se il sogno americano non fosse piuttosto – a dispetto di tanta letteratura – la speranza tutta italiana che andare oltreoceano servisse a cambiare il proprio destino.</p>
<p>E anche questo topos della società e della cultura americana lo percepisci, ma assai diversamente da come avevi pensato. È una sorta di attitudine che la società americana ti trasmette, è assolutamente impalpabile ma sai che c’è, come una architettura invisibile aggiunta alla tua vita. In America senti che puoi farcela. Se hai un desiderio e un talento, puoi farcela. Questo è il vero sogno americano che non è immune alle difficoltà economiche e alla spietatezza della società. O fai di tutto per valere o sei cancellato. Non dimenticherò mai una delle prime passeggiate fatte a Central Park.    C’era una persona che chiedeva soldi e un bimbetto che voleva dargliene. Il bimbetto era con suo nonno che gli spiega perché è finito così quel signore: “Perché non si è impegnato, perché non ha dato il meglio di sé”. Insomma, darà i soldi all’uomo, ma prima una lezioncina di vita. Come sono diverse le nostre culture, ho pensato.<br />
Quanto è diversa l’impronta protestante che scorgi nel peccato originale di non avere denaro, dall’impronta cattolica che fa del denaro un peccato mortale. A me in Italia avrebbero detto che quell’uomo chiedeva soldi in strada perché era stato sfortunato, perché non ce l’aveva fatta. Il discorso di quel nonno americano ha una morale agli antipodi rispetto a quella con cui sono cresciuto. Quando qualcuno non riesce, da noi la responsabilità non è mai individuale, si attribuiscono sempre le responsabilità maggiori al sistema.<br />
A New York il meccanismo è completamente diverso: devi dare il massimo e vedrai che otterrai qualcosa. Ma anche questa in realtà è una mistificazione: il sogno americano è diventato col tempo sempre più esclusivo. L’assioma non è più “impegnati e ce la farai”, ma “se hai talento ce la farai”.<br />
Questa tendenza radicalmente meritocratica spesso tiene fuori tutti coloro che non hanno eccellenze ma solo normali attitudini e bravure. La chiave per fare qualsiasi cosa a New York – lavorare nella cosmetica, nel giornalismo, nell’industria, o semplicemente fittare casa – è incontrare, conoscere persone, presentarsi. Ed è cosa impegnativa e complicata perché finisce con l’essere una selezione sociale basata sul vedere come ti vesti, come ti comporti, come la pensi, non esattamente come sei, ma come sei in determinati contesti. È una società basata sul giudizio (e assolutamente non sul pregiudizio), ma ti offre talmente tante possibilità, opportunità e combinazioni che ti concede di trovare gli spazi che vuoi e in cui puoi sentirti accettato. Questo rappresenta una sua peculiarità come il meccanismo della segnalazione che non è raccomandazione perché il potere di un capo carpentiere o di un vicepresidente si svilirebbe se segnalassero persone incompetenti. Insomma piazzare il figlio dell’amante o l’amico dell’amico in posti che non meritano ti farebbe perdere credibilità. E questo in una realtà dove la credibilità è tutto sarebbe controproducente. Negli Stati Uniti, soprattutto a New York, accade che l’apertura su quello che sei o quello che dici di essere esiste fino a prova contraria. Una volta che c’è un intoppo grave, però, una menzogna letale, tutto repentinamente cambia.</p>
<div id="attachment_8353" class="wp-caption aligncenter" style="width: 442px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-23-1001209_650x0-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-8353" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/abolfo-saviano-hires-23-1001209_650x0-1-432x288.jpg" alt="" width="432" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Il caso di Raffaele Follieri, imprenditore di San Giovanni Rotondo, è un esempio incredibile di questa debolezza tutta americana. Sale agli onori della cronaca perché si fidanza con l’attrice Anne Hathaway e presto riesce ad accreditarsi come uomo del Vaticano legato a Karol Wojtyla e lo fa semplicemente acquistando un vecchio edificio di proprietà della chiesa in America e mettendolo sul mercato immobiliare. Intuisce che la chiesa americana e quella canadese sono in difficoltà per gli scandali e i processi sulla pedofilia, che devono pagare risarcimenti milionari e che il settore immobiliare deve essere dismesso per far fronte a quelle spese.<br />
Ebbene Follieri – a New York ho provato a seguire le sue tracce – finge di poter vendere a diverse società immobiliari, facendo da mediatore, le proprietà del Vaticano. Inizia a ricevere tonnellate di denaro, frequenta i Clinton: entra nella società americana, quella “che conta”.<br />
Naturalmente quando la truffa è scoperta per lui non c’è che l’ignominia, il marchio fuoco, il carcere. E domandarsi come abbia fatto ad acquisire tanto credito è fuori contesto: ha passato la selezione, perché la curiosità e l’apertura sono la caratteristica e la quotidianità di certi ambienti newyorchesi cui può capitare, però, di imbattersi nella furbizia.<br />
Ma, a parte il caso di Mr. Truffa Follieri, colpisce vedere quanto siano riusciti a fare di importante gli italiani a New York. Forse questo rischia di essere un discorso che sa di provincialismo, di attaccamento alla terra. Del resto ammetto di non aver mai così tanto pensato all’Italia come durante la mia vita a New York, dove di Italia se ne incontra davvero tanta, ovunque. Italia a New York vuol dire tre cose: moda (eleganza e design), cultura culinaria e mafia. E non sempre queste tre declinazioni vengono affrontate con serenità perché la nostra caratteristica fondamentale deve essere la leggerezza. Lo stesso Berlusconi (profondamente detestato dal mondo colto newyorchese) è visto spesso come un signore furbo, spregiudicato, un po’ maneggione. A cui piacciono le donne e che ha saputo far soldi. Non è sicuramente un modello, ma è considerato un uomo leggero e la leggerezza, soprattutto nella società bianca newyorchese, è un bene raro.<br />
E poi ci sono gli italoamericani che non ne possono più di sentir parlare di mafia, sempre associata ai loro cognomi, alle loro facce, alla loro cultura. È insopportabile il pregiudizio. Molti di loro, e stiamo parlando di migliaia di persone, hanno sentito l’esigenza di cambiare il proprio cognome nel corso degli anni, per renderlo come si dice american-friendly. Ma è un errore pensare che i Soprano diffamino la comunità italoamericana. La nostra forza sta proprio nel raccontare un fenomeno che in Italia è forse più antico e potente che nel resto del mondo e poterlo denunciare. E poterlo insegnare. Non si risponde alla diffamazione che c’è, che è reale, con l’omertà, ma raccontando.<br />
Downtown è piena di ristornati italiani, di storie italiane. È pieno di un’Italia che è scappata dall’Italia nel corso di due secoli, credendo di trovare in America strade lastricate d’oro. li italo-americani a New York hanno avuto una vita complicatissima, non dimenticherò mai la frase di Nicola Colella, figlio di immigrati campani: “La maggior parte degli immigrati era molto giovane quando venne in questo paese. Scoprirono che non solo le strade non erano lastricate d’oro, ma che erano proprio loro quelli che dovevano lastricare quelle strade”.</p>
<div id="attachment_8354" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/386401_191727140919167_100002456464283_381036_1547566550_n-copia.jpg"><img class="size-full wp-image-8354" title="Saviano a Zuccotti Park" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/386401_191727140919167_100002456464283_381036_1547566550_n-copia.jpg" alt="" width="400" height="266" /></a><p class="wp-caption-text">Saviano a Zuccotti Park</p></div>
<p>New York è stata costruita dagli italiani, dai pellirossa, dagli irlandesi, questo lo senti “dalla puzza di sudore che esce dal cemento”, direbbero gli operai edili del mio paese. Senti quanta Italia c’è a Zuccotti Park, che deve il suo nome a John Zuccotti, uomo d’affari italo-americano, presidente della società che possiede la piazza e che ne ha curato l’opera di ristrutturazione nel 2006 dopo i danneggiamenti dell’11 settembre.    Lo scopri nel toro di Wall Street, il Charging Bull, opera abusiva di un artista siciliano, Arturo Di Modica. Abusiva perché quel toro non è mai stato né commissionato dalla città di NY, né c’è mai stata autorizzazione perché venisse installato. Di Modica l’ha foggiato e poi l’ha posato dinanzi a Wall Strett perché quella possente scultura ricordasse la forza del popolo americano e la speranza per il futuro.<br />
Ormai quel toro è il simbolo del capitalismo americano. Lo senti dagli imprenditori, dagli studiosi, dagli artigiani che arrivano a New York. E poi c’è Arthur Avenue, la vera Little Italy. Quella storica ormai non esiste quasi più: è un quartiere di China Town, una sorta di museo della vecchia New York.    Quello che è rimasto veramente Italia è Arthur Avenue. Un’intera strada tutta italiana. In verità la condividono italiani e albanesi, due comunità molto unite in America, come un’unica famiglia. Ci sono stato, e passeggiando qualcuno mi ha riconosciuto. Qualcun altro scorgendo nel mio sguardo l’eccitazione del “forestiero” mi chiedeva da dove venissi “cumpa’” o “paisa’”. “Napoli” dicevo e loro mi rispondevano: “Anch’io da Barletta”, da Marcianise, da Dentecane, perché per loro tutto ciò che non è Sicilia è comunque Napoli. Il sud Italia nei loro ricordi, nelle loro sensazioni, resta il Regno delle due Sicilie.<br />
E sapevo che Roberto De Simone per rintracciare sonorità e parole che il napoletano moderno aveva perso, era andato proprio in America dove i dialetti sono ancora quelli dell’Ottocento, cristallizzati dall’esodo. Se sei italiano, i primi ad accoglierti a New York sono italiani.   Ti racconteranno quanto gli italiani e gli italoamericano abbiano lavorato, quanto successo abbiano avuto partendo da quel niente che avevano portato con sé dalle desolate campagne italiane.    E tutto questo assume in quel contesto il sapore della rivalsa, del riscatto. Ma in questi discorsi c’è qualcosa che mi pesa, qualcosa su cui mi sono soffermato a ragionare e di cui mi sfugge in qualche modo il senso.</p>
<div id="attachment_8355" class="wp-caption aligncenter" style="width: 440px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/roberto-saviano-vanity-fair-03-2012_650x435-12.jpg"><img class="size-medium wp-image-8355" title="ph. © Antonio Bolfo" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/roberto-saviano-vanity-fair-03-2012_650x435-12-430x288.jpg" alt="" width="430" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">ph. © Antonio Bolfo</p></div>
<p>Come è possibile che la comunità italiana in America, fatta da milioni di persone, che spesso sono riuscite a ottenere risultati inimmaginabili – Fiorello La Guardia, figlio di immigrati foggiani, soprannominato affettuosamente the Little Flower è stato eletto sindaco di New York già nel 1933 –, che sono una sorta di paese nel paese, che sono incredibilmente fieri delle loro origini, in fondo abbiano avuto verso l’Italia solo un atteggiamento paternalistico, di soldi mandati alla famiglia di piccole chiese ristrutturate, ma di totale assenza di investimenti e di collaborazione.<br />
La verità è che se produci un buon vino in California e sei lucano non cerchi di farlo in Italia, perché fare impresa in Italia e soprattutto al Sud è cosa complicatissima. Mancano le infrastrutture, regole certe, la mentalità assistenzialista alimentata da certa politica preclude, di fatto quei mercati a chiunque voglia e possa fare investimenti. Dall’altro lato, l’atteggiamento paternalistico degli italoamericani è dovuto a una sorta di presa di distanza morale da una terra che ha costretto i loro genitori i loro nonni ad andare via e che ora torna nella loro vita solo sottoforma di diffamazione.<br />
A New York l’emigrazione italiana è stata la più odiata, la più vessata, eppure qui da noi, non è rimasta memoria di questo grande dolore. Nel mio guardare New York c’era un pensiero costante ai molti arrivati e trattenuti a Ellis Island, l’isola dove persino il mio bisnonno arrivò, per essere subito cacciato perché anarchico e per nulla ligio ai controlli cui lo costringevano. Andare in America oggi, emigrare in America, è cosa assai diversa per un italiano della mia generazione.<br />
Ma il tempo del grande esodo non è lontano e per un uomo del sud Italia credo sia un obbligo rintracciare storie e sofferenze e ricordare tutto quello che è stato. La sofferenza delle migrazioni italiane può essere senza dubbio considerata modello universale per comprendere le dinamiche di ogni emigrazione.<br />
Le parole di Nicola Colella che raccontano cosa abbia significato per gli italiani emigrare sono valide per qualsiasi migrante in queste ore cerchi uno spazio per sopravvivere, che sia africano, latino, asiatico o, come ben presto riaccadrà, europeo: “Riuscite ad immaginare che cosa significhi dire addio alla propria famiglia, alla propria casa e agli amici?<br />
Partire per un paese straniero, senza conoscerne la lingua, e con pochissimi soldi, in pratica nessuno? Chi sarebbe disposto a fare una cosa del genere? Perché mai qualcuno dovrebbe fare qualcosa di così drastico? […] E così… giungemmo in America, a centinaia su centinaia di migliaia, fino a quando non fummo più di quattro milioni. Affrontammo la povertà, la discriminazione e l’isolamento dovuti al fatto di essere in una terra straniera. […]<br />
Venimmo in un luogo che ci trattava da persone inferiori. Venivamo considerati sporchi e stupidi, perfino “di colore”. Imparammo ad adattarci, ad andare d’accordo col resto della popolazione, e a nascondere la nostra nazionalità straniera; ma, non smettemmo mai di essere orgogliosi di ciò che eravamo e del luogo da dove venivamo.”</p>
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		<title>Il patto scellerato</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 07:26:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La Repubblica, 13 gennaio 2012. NON TIRI un sospiro di sollievo, Onorevole Cosentino, trattenga ancora il fiato. Non creda che questa congiura dell'omertà che si è frapposta tra lei e le richieste della magistratura, possa sottrarla dal dovere di rispondere di anni di potere politico esercitato in uno dei territori più corrotti del mondo occidentale. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_8269" class="wp-caption aligncenter" style="width: 398px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/cosentino-large.jpg"><img class="size-medium wp-image-8269" title="Nicola Cosentino" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2012/01/cosentino-large-388x288.jpg" alt="" width="388" height="288" /></a><p class="wp-caption-text">Nicola Cosentino</p></div>
<p>NON TIRI un sospiro di sollievo, Onorevole Cosentino, trattenga ancora il fiato. Non creda che questa congiura dell’omertà che si è frapposta tra lei e le richieste della magistratura, possa sottrarla dal dovere di rispondere di anni di potere politico esercitato in uno dei territori più corrotti del mondo occidentale. Non tiri un sospiro di sollievo, Onorevole Cosentino, perché quel fiato non dovrà usarlo solo per rispondere ai giudici. Il fiato che risparmierà lo deve usare per rispondere a chi ha visto come lei ha amministrato  —  e lo ha fatto nel peggiore dei modi possibile  —  la provincia di Caserta, plasmando una forma di contiguità, i tribunali diranno se giudiziaria ma sicuramente culturale, con la camorra.</p>
<p>Onorevole Cosentino, per quanto ancora con sicumera risponderà che le accuse contro di lei sono vacue accuse di collaboratori di giustizia tossicodipendenti. I pentiti non accusano nessuno, dovrebbe saperlo. I pentiti fanno dichiarazioni e confessioni; i pm ne riscontrano l’attendibilità ed è l’Antimafia a formulare l’accusa, non certo criminali o assassini. Lei, ribadisco, non è accusato da pentiti, lei è accusato dall’Antimafia di Napoli. Ma anche qualora i tribunali dovessero assolverla, lei per me non sarebbe innocente. E la sua colpevolezza ha poco a che fare con la fedina penale. La sua colpa è quella di avere, per anni, partecipato alla costruzione di un potere che si è alimentato di voti di scambio, della selezione dei politici e degli imprenditori peggiori, il cui unico talento era l’attitudine al servilismo, all’obbedienza, alla fame di ricchezza facile. Alla distruzione del territorio. La ritengo personalmente responsabile di aver preso decisioni che hanno devastato risorse pubbliche, impedito che nelle nostre terre la questione rifiuti fosse gestita in maniera adeguata. Io so chi è lei: ho visto il sistema che lei ha contribuito a produrre e a consolidare che consente lavoro solo agli amici e alle sue condizioni. Ho visto come pretendevate voti da chi non aveva altro da barattare che una “x” sulla scheda elettorale.</p>
<p>Sono nato e cresciuto nelle sue terre, Onorevole Cosentino, e so come si vincono le elezioni. So dei suoi interessi e con questo termine non intendo direttamente interessi economici, ma anche politici, quegli interessi che sono più remunerativi del danaro perché portano consenso e obbedienza. Interessi nella centrale di Sparanise, interessi nei centri commerciali, nell’edilizia, nei trasporti di carburante, so dei suoi interessi nel centro commerciale che si doveva edificare nell’Agro aversano e per cui lei, da quanto emerge dalle indagini, ha fatto da garante presso Unicredit per un imprenditore legato ad ambienti criminali.</p>
<p>Onorevole Cosentino, per anni ha taciuto sul clan dei casalesi e qualche comparsata ai convegni anticamorra o qualche fondo stanziato per impegni antimafia non possono giustificare le sue dichiarazioni su un presunto impegno antimafia nato quando le luci nazionali e internazionali erano accese sul suo territorio. Racconta che don Peppe Diana sia suo parente e continua a dire essere stato suo sostenitore politico. La prego di fermarsi e di non pronunciare più quel nome con tanta disinvoltura. È un uomo già infangato per anni, i cui assassini sono stati difesi dal suo collega di partito Gaetano Pecorella, peraltro presidente della commissione bicamerale sulle ecomafie e membro della Commissione Giustizia. Perché non è intervenuto a difendere la sua memoria quando l’Onorevole Pecorella dichiarava che il movente dell’omicidio di Don Diana  “non era chiaro” gettando, a distanza di anni, ancora ombre su quella terribile morte? Come mai questo suo lungo silenzio, Onorevole Cosentino? Sono persuaso che lei sappia benissimo quanto conti questo silenzio. È il valore che ha trattato in queste ultime ore con i suoi alleati politici. È questo suo talento per il silenzio a proteggerla ora. E’ scandaloso che in Parlamento si sia riformata una maggioranza che l’ha sottratta ai pubblici ministeri. Ma in questo caso nessuno, nemmeno Bossi — anche al prezzo di spaccare la Lega– poteva disubbidire agli ordini di un affannato Berlusconi.</p>
<p>Perché lei, Onorevole Cosentino, rappresenta la storia di Forza Italia in Campania e la storia del Pdl. E lei può raccontare, qualora si sentisse tradito dai suoi sodali, molto sulla gestione dei rifiuti, e sulle assegnazioni degli appalti in Campania. Può raccontare di come il centro sinistra con Bassolino, abbia vinto le elezioni con i voti di Caserta e come magicamente proprio a Caserta il governo di centro sinistra sia caduto due anni dopo. Lei sa tutto, Onorevole Cosentino, e proprio ciò che lei sa ha fatto tremare colleghi parlamentari non solo della sua parte politica. Sì perché lei in Campania è stato un uomo di “dialogo”. Col centro sinistra ha spartito cariche e voti. Onorevole Cosentino, so che il fiato che la invito a risparmiare in questo momento lo vorrebbe usare come fece con Stefano Caldoro, suo rivale interno alla presidenza della Regione. Ha cercato di far pubblicare dati sulla sua vita privata. Ha cercato di trovare vecchi pentiti che potessero accusarlo di avere rapporti con le organizzazioni criminali. Pubblicamente lo abbracciava, e poi lanciava batterie di cronisti nel tentativo di produrre fango. Onorevole Cosentino, so che in queste ore sta pensando a quanti affari potrebbe perdere, all’affare che più degli altri in questo momento le sta a cuore. Più del centro commerciale mai costruito, più dei rifiuti, più del potere che ha avuto sul governo Berlusconi. Mi riferisco alla riconversione dell’ex aeroporto militare di Grazzanise in aeroporto civile. Si ricorda la morte tragica di Michele Orsi, ammazzato in pieno centro a Casal di Principe? Si ricorda la moglie di Orsi cosa disse? Disse che lei e Nicola Ferraro eravate interessati alla morte di suo marito. Anche in quel caso ci fu silenzio. Michele Orsi aveva deciso di collaborare con i magistrati e stava raccontando di come i rifiuti diventano soldi e poi voti e poi aziende e poi finanziamenti e poi potere.</p>
<p>Lei si è fatto forte per anni di un potere basato sull’intimidazione politica e mi riferisco al sistema delle discariche del Casertano che a un solo suo cenno avrebbero potuto essere chiuse perché la maggior parte dei sindaci di quel territorio erano stati eletti grazie al suo potere: il destino della monnezza a Napoli — cui tanto si era legato Berlusconi — era nelle sue mani. Onorevole Cosentino, non tiri un sospiro di sollievo, conservi il fiato perché le assicuro che c’è un’Italia che non dimenticherà ciò che ha fatto e che potrebbe fare. Non si senta privilegiato, non la sto accusando di essere il male assoluto, è solo uno dei tanti, ahimè l’ennesimo.<br />
Lei per me non è innocente e non lo sarà mai perché la camorra che domina con potere monopolistico ha trovato in lei un interlocutore. Non aver mai portato avanti vere politiche di contrasto, vero sviluppo economico in condizioni di leale concorrenza e aver difeso la peggiore imprenditoria locale, è questo a non renderle l’innocenza che la Camera dei Deputati oggi le ha tributato con voto non palese. Onorevole Cosentino prenderà questo atto  d’accusa come lo sfogo di una persona che la disprezza, può darsi sia così, ma veniamo dalla stessa terra, siamo cresciuti nello stesso territorio, abbiamo visto lo stesso sangue e abbiamo visto comandare le stesse persone, ma mai, come dice lei, siamo stati dalla stessa parte.</p>
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		<title>Io e il Presidente.</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 08:47:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[24/12/2011, L'Espresso. Un uomo curioso, di qualsiasi cosa. Che ha una grande voglia di conoscere e di capire. E non solo di politica. L'autore di 'Gomorra' racconta i suoi incontri con Napolitano, dal Quirinale a Capri. Parlando di mafie e altro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un uomo curioso, di qualsiasi cosa. Che ha una grande voglia di conoscere e di capire. E non solo di politica. L’autore di ‘Gomorra’ racconta i suoi incontri con Napolitano, dal Quirinale a Capri. Parlando di mafie e altro.</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_8227" class="wp-caption aligncenter" style="width: 227px"><em><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/12/jpg_2162850.jpg"><img class="size-medium wp-image-8227" title="Giorgio Napolitano" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/12/jpg_2162850-217x288.jpg" alt="" width="217" height="288" /></a></em><p class="wp-caption-text">Giorgio Napolitano</p></div>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Di un Presidente della Repubblica in genere si ricordano biografie discorsi pensieri, ma quando capita di poter avere un rapporto diretto, è come se tutta la sua attività pubblica si scindesse dall’immagine che ricevi dagli incontri privati. Il primo incontro con il Presidente Napolitano credo sia avvenuto il 2 giugno (o forse si trattava del primo giugno, perché poi il giorno successivo sarebbe stato impegnato nei festeggiamenti ufficiali) quando fui invitato al Quirinale in occasione della Festa della Repubblica.</p>
<p>Ero molto impacciato e credo fosse addirittura una delle primissime volte che indossavo la cravatta. Eravamo nei giardini del Quirinale, un luogo incantato. C’era un buffet, dove si poteva incontrare gente d’ogni tipo, da allenatori a noti artigiani, procuratori, attori: l’umanità più varia. Qualcuno all’epoca mi riconosceva nonostante fossi stato pochissime volte ospite in tv. Una persona mi disse: “Ti ho visto, ma non riesco a ricordare dove”. Ci pensò un attimo e aggiunse: “Ah sì, sei un attore di un Posto al Sole!”. Ovviamente risposi che sì, ero proprio io. A un certo punto, mi prende alla sprovvista una ragazza che dice di volermi presentare suo padre. Era la figlia di Francesco Rosi. Il grande maestro, il regista delle “Mani sulla città”. Lo riconosco subito e accenno un sorriso. Quando sono imbarazzato non faccio altro che sorridere e abbassare gli occhi. Mi guardo i piedi, come a concentrarmi su altro. Rosi mi investì subito con energia.</p>
<p>Mentre il Presidente Napolitano passava in rassegna gli invitati, stringendo mani e scambiando parole con ciascuno di loro — erano tutti in fila ai lati di un vialetto — Francesco Rosi si catapulta rompendo questo strano ordine costituitosi spontaneamente, con una compostezza che pareva militare e inizia a urlare: “Giorgiooooo, Giorgioooo, Giorgioooo” col suo accento napoletano, “non salutare tutti questi vecchiacci, salutiamo i giovani. Vieni qua, te ne devo presentare uno!”. E così il Presidente fu costretto a interrompere i saluti e a raggiungere il suo amico Francesco e me, che nel frattempo sentivo il viso rovente e la lingua impastata dalla vergogna. Napolitano mi guardò e mi disse: “In famiglia tutti abbiamo letto il libro, e ci è piaciuto eh! Siamo sostenitori!”. Non riuscii a dire nulla, ringraziai soltanto.</p>
<p>Ma quel modo di conoscere il Presidente della Repubblica mi parve il più simpatico che potesse capitarmi. La seconda volta che lo incontrai fu di nuovo al Quirinale, per una proiezione privata di “Gomorra” e in quell’occasione oltre all’amico Francesco Rosi, c’era anche lo scrittore Raffaele La Capria. Mi colpì moltissimo sentire a un certo punto Napolitano chiedere a La Capria: “Dudù, ma tu li capisci?”, intendendo il napoletano degli attori di “Gomorra”, il secondiglianese. “Io a volte devo leggere i sottotitoli. Eppure è il dialetto mio”. La Capria rispose: “Questa è un’altra lingua, Giorgio, non è più il nostro dialetto”.</p>
<p>Pur non essendo una Repubblica presidenziale o forse proprio per questo, l’Italia ha avuto sempre un legame fortissimo con la figura del Presidente della Repubblica. Ma è vero che alcuni Presidenti sono entrati in armonia con il popolo italiano più di altri. Credo che la passione per Napolitano si debba ad alcune sue caratteristiche che lo rendono una persona umana e in grado di esprimere, persino nella fisicità, autorevolezza. Non autorità ma autorevolezza. E’ un uomo che riesce a entrate in empatia con l’altro.</p>
<p>Un’empatia che non si risolve in un po’ di intimità godereccia, all’italiana. E’ un’empatia legata principalmente alla sua curiosità, alla sua voglia di capire. Il Presidente Napolitano mi è parso un uomo in grado di incuriosirsi davvero per qualsiasi cosa. Dal principio universale al dettaglio all’apparenza più insignificante del costume, tutto in lui sembra suscitare interesse e curiosità, e questa è una rarità in chi ha vissuto di politica. E poi conta la sua eleganza, il suo modo di essere alla sua età, sua moglie e la sua famiglia, tutto genera una sorta di immedesimazione del Presidente con la nazione stessa.</p>
<p>E in questi anni di difficoltà, di fronte allo sfascio della maggioranza berlusconiana, alle crisi, alle compravendite, le istituzioni si erano vestite di un’immagine sporca, compromessa oserei dire quasi per sempre. Napolitano è stato lì a ricordarne l’autorevolezza. Non a ricordare semplicemente la regola — non è un Presidente del “sorvegliare e punire” — ma a ridare importanza all’azione politica. Sottrarla al mercanteggiare perenne. In Napolitano avviene una sorta di sintesi in grado di mostrare che le istituzioni non sono autorevoli per legge, per decreto, per decisione, ma per comportamento, dedizione e senso. Ecco, credo che il talento di Napolitano come Presidente stia nell’averci restituito il senso delle istituzioni. Dove per le istituzioni avere senso significa essere in coerenza con la storia, con il percorso e l’obiettivo di un ruolo istituzionale indipendentemente dalle debolezze e persino dalle opinioni o dal pensiero di chi quel ruolo sta ricoprendo. Avere senso delle istituzioni non è obbedire al contesto o alla maggioranza, ma cercare di agire nel migliore dei modi come se la massima delle tue azioni possa divenire universale (per citare il vecchio Immanuel).</p>
<p>Ricordo una volta, ci incontrammo a Capri. Io sono napoletano eppure non c’ero mai stato. Fui invitato per un incontro letterario e come sempre spostarsi fu complicato. La visita sull’isola azzurra, che speravo potesse essere una breve vacanza di qualche ora, si risolse in un pomeriggio blindato. Col Presidente ci incontrammo nel suo albergo. Fu bellissimo perché mi raccontò di Curzio Malaparte. Napolitano credo abbia sempre avuto grande simpatia per lui, che è tra miei scrittori preferiti. Mi raccontò di quando ebbero i primi contatti, se non ricordo male, perché voleva invitarlo a scrivere su una rivista. Giorgio Napolitano era molto affascinato da Malaparte e lo andò a trovare nella sua villa di Capri.</p>
<p>L’autore de “La Pelle”, forse il più bel libro mai scritto sull’inferno della guerra a Napoli, accettò di collaborare alla rivista ma alla condizione che sulla copertina non ci fossero i nomi dei collaboratori. Solo il colore rosso. Era in una fase di assoluto rigetto della vita dell’intellettuale borghese (di cui lo sfoggio in copertina gli sembrava la rivendicazione massima) e da dandy viveva tutto come posa estetica non rinunciando mai a credere sino in fondo e difendere le sue posizioni politiche con la più totale acribia. Malaparte dopo aver abbandonato il fascismo, dopo aver subìto una condanna al confino come antifascista, era diventato progressivamente un convinto maoista al punto che la famosa e incantevole villa di Capri l’ha lasciata in eredità proprio alla Repubblica popolare cinese. Ebbene, il Presidente mi raccontò un episodio avvenuto molto dopo quei loro primi incontri, di cui era stato testimone.</p>
<p>Curzio Malaparte, ormai malato, era in ospedale. Di lì a qualche giorno sarebbe morto. Era un viavai di amici che lo andavano a salutare per l’ultima volta. Tra loro Palmiro Togliatti, che considerava Malaparte il figliol prodigo, l’uomo che aveva amato il fascismo e poi lo aveva capito e rinnegato. L’uomo che aveva guardato con sospetto il terrore rosso ma poi aveva chiesto (e per molto gli era stata negata) la tessera del Pci. Insomma per i comunisti, come accade per cattolici e islamici, aver conquistato la pecorella smarrita valeva più di mille pecorelle già nate sulla giusta strada e quindi Togliatti andò a omaggiare pubblicamente Malaparte sul punto di morire. Appena uscì il segretario del Pci dalla stanza con gli occhiali appannati dalle lacrime, Malaparte disse: “Mamma mia com’è invecchiato Togliatti!”.</p>
<p>Napolitano mi ha donato questo racconto che prezioso conservo e che spero mi ricorderà sempre quale deve essere l’attitudine di chi vuole raccontare il mondo. Persino sul letto di morte, guardare, guardare, guardare fuori. Che spero mi farà tornare sempre alla mente quella leggerezza necessaria — quasi illusoria — che ti fa pensare che le tue parole ti renderanno eterno. Anche questo credo sia un ruolo fondamentale, sedimentato in Giorgio Napolitano, ossia coniugare i valori del passato con la contemporaneità.<br />
Una volta mi chiese del Casertano. Mi disse che era stato responsabile del Partito comunista in quelle terre di bufale e contadini, di violenza e guappi. E non riusciva a spiegarsi come fosse accaduto che il Sud, che quei contadini avessero lasciato avvelenare le loro terre dai rifiuti tossici. Io iniziai a raccontare le mie esperienze, quello che avevo visto e vissuto e la cosa che mi colpì fu che quella nostra discussione trovava nel Presidente spazio, spazio vero. Cercai di raccontare come i grandi centri commerciali, le grandi catene soprattutto del Nord, avessero contribuito al progressivo abbassamento dei prezzi comprando frutta all’estero, dalla Spagna al Medioriente. A quel punto i contadini iniziarono a dividere la loro terra, metà continuarono a coltivarla e metà la destinarono ai rifiuti per guadagnare e poter abbassare i prezzi della loro frutta. E così lentamente si è andati alla morte. Percepì in un attimo il dolore di quei luoghi che conosceva bene. E di cui conosceva gli anticorpi, le regole, la sacralità della terra.</p>
<p>La vera religione quasi pagana di tutto il Mezzogiorno: i limoni, le arance, le mandorle, le pesche, i fichi considerati da sempre divinità intoccabili. Eppure, quelle divinità, erano state profanate. In quei luoghi si sa, la terra è tua ma sarà poi dei tuoi nipoti, si sa che la ricchezza è la ricchezza del tuo sangue e se tu ci fai una discarica, sarà solo la tua rovina. Napolitano tutto questo lo comprende a fondo e il suo spirito unitario, la battaglia contro le derive secessioniste, non nasce solo dall’obbligo istituzionale, non è una questione di ruolo. Ma dal desiderio di dire, senza girarci troppo attorno, che questo Paese o è unito o non è. E che i dolori e le contraddizioni del sud Italia non sono solo colpa del sud Italia, e nemmeno sono solo colpa di qualcun altro. Insomma, in fin dei conti i miei sono solo ricordi di un cittadino italiano che deve qualcosa al suo Presidente. Che deve soprattutto vicinanza perché — e queste mie righe mi piacerebbe fossero anche un pubblico ringraziamento — nelle ore in cui fu svelato un piano della camorra contro di me, alla stampa nazionale e internazionale disse: “Ci prenderemo cura di lui”.</p>
<p>Ecco, credo che così si sentano molti italiani. Grazie Presidente.</p>
<p><em>© 2011 Roberto Saviano / Agenzia Santachiara</em></p>
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		<title>Dal latte Parmalat ai centri commerciali i mille affari dell’imprenditore boss</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 09:05:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[8/12/2011. Complicità nelle banche e business miliardari: quella di Michele Zagaria, il leader dei casalesi arrestato ieri, è una storia simbolo per il governo. Lo scrittore: "È arrivata l'ora di cominciare a colpire i tesori delle organizzazioni criminali. Nei confronti delle mafie finora è stata attuata unicamente una strategia di repressione".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Complicità nelle banche e business miliardari: quella di Michele Zagaria, il leader dei casalesi arrestato ieri, è una storia simbolo per il governo. Lo scrittore: “È arrivata l’ora di cominciare a colpire i tesori delle organizzazioni criminali. Nei confronti delle mafie finora è stata attuata unicamente una strategia di repressione“<br />
di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_8166" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><em><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/12/050833688-95a4f929-c49a-4a1e-9fb2-095c3497954d.jpg"><img class="size-full wp-image-8166" title="La cattura di Zagaria" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/12/050833688-95a4f929-c49a-4a1e-9fb2-095c3497954d.jpg" alt="" width="300" height="330" /></a></em><p class="wp-caption-text">La cattura di Zagaria</p></div>
<p><em><br />
</em></p>
<p>VORREI che questa storia fosse letta dal premier Mario Monti, dal ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera e dal ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. So che la loro sensibilità non rimarrebbe muta se approfondissero questi temi.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2011/12/07/news/casalesi_catturato_boss_zagaria-26242273/" target="_blank">L’ARRESTO DEL BOSS ZAGARIA 1</a></span></strong> / <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://video.repubblica.it/edizione/napoli/chi-e-michele-zagaria-da-re-del-cemento-a-capo-di-gomorra-l-identikit/83132?video" target="_blank">TUTTI I VIDEO 2</a></span></strong><br />
<strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://video.repubblica.it/cronaca/saviano-cosentino-e-in-crisi-per-questo-e-stato-preso-zagaria/83147?video" target="_blank"> L’AUDIOCOMMENTO 3 di ROBERTO SAVIANO</a></span></strong></p>
<p>La storia che racconto è stata scritta dalla procura antimafia. Dai pubblici ministeri Federico Cafiero De Raho, Antonello Ardituro, Catello Maresca, Raffaello Falcone, Franco Roberti e Raffaele Cantone. Dalla polizia, dai carabinieri, dalla Guardia di finanza. E soprattutto è una storia che riguarda non la mia sfortunata terra, non semplicemente Casal di Principe, il comune più sciolto nella storia d’Italia, ma riguarda l’intero paese e l’economia di questo paese.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://video.repubblica.it/edizione/napoli/bolzoni-con-zagaria-in-prigione-gomorra-ha-perso-la-testa/83125?video" target="_blank"> Ora Gomorra non ha più la testa 4 di ATTILIO BOLZONI</a></span></strong></p>
<p>Michele Zagaria era un imprenditore, è un imprenditore. È un imprenditore camorrista, non un camorrista imprenditore. Sembra uno scioglilingua, ma non lo è. Non è un camorrista che ha fatto soldi e quindi si è messo a fare impresa con denaro sporco. Al contrario è un casalese e precisamente di Casapesenna  —  un piccolo paese vicino a Casal di Principe e San Cipriano d’Aversa, i tre paesi dell’Agro Aversano con i maggiori problemi  —  partito come costruttore, come imprenditore, e ha sempre continuato a comportarsi da imprenditore.</p>
<p>Michele Zagaria è stato una pedina fondamentale, ad esempio, nella storia della Parmalat. Quando la Parmalat decide di fornire dati sulle vendite in grado di poter giustificare quotazioni elevate in borsa, ha bisogno di vendite sicure, e queste vendite gliele garantisce Michele Zagaria. Come? Semplice: decidono di pagare un estorsione settimanale al boss che in cambio impone a tutti i supermercati, a tutti i dettaglianti, a tutto il mondo distributivo e commerciale di acquistare latte Parmalat.</p>
<p>E lo fa attraverso una strategia semplice, da imprenditore, non solo con le pistole puntate. Va dai grandi distributori di latte e gli propone di distribuire i prodotti Parmalat a una percentuale di sconto elevata. Accade, naturalmente, che tutti siano soddisfatti perché il garante di questo sconto si fa Michele Zagaria con Pamalat stesso. Cioè lui decide di imporre ovunque Parmalat a un dato prezzo che deve necessariamente andare bene anche alla Parmalat. A questo punto tutti i concorrenti di Parmalat non riescono a reggere quelle percentuali di sconto, e quando uno solo ci riesce, Foreste Molisane, gli uomini di Zafaria gli bruciano i camion per il trasporto.</p>
<p>Michele Zagaria è stato imperatore del cemento in Emilia Romagna; sono note le società riconducibili a suo fratello Pasquale Zagaria, detto Bin Laden. E quelle imprese avevano nomi altisonanti (Ducato, Stendhal Costruzioni) e costruirono addirittura un edificio nell’ex area Mondadori, nel cuore di Milano, in via Santa Lucia 3.<br />
Michele Zagaria è un uomo che mette le mani nei più importanti centri commerciali d’Italia. Al centro commerciale Campania, un colosso dello shopping alle porte di Napoli, lui applica una doppia strategia.</p>
<p>Da un lato chiede la singola estorsione alle imprese che non fanno parte del suo cartello; dall’altro partecipa con le sue aziende alla vittoria dell’appalto e chiede quindi dei negozi da poter gestire. Quindi estorsione e costruzione.</p>
<p>Ho raccontato questa breve storia perché desidero chiedere a questo governo di avere uno sguardo diverso sui tesori delle mafie. Il precedente ha attuato unicamente una strategia di repressione, ma ora la logica deve necessariamente cambiare. Il nuovo esecutivo può fare molto.</p>
<p>L’inchiesta svelata due giorni fa e che coinvolge anche l’onorevole Cosentino, spiega nel dettaglio come funziona il sistema finanziario che il clan dei casalesi utilizza per garantirsi i crediti. Accade che un’impresa, in questo caso la “Vian srl” del boss Nicola Di Caterino, impegnata nella costruzione del centro commerciale fantasma “Il Principe” a Casal di Principe, non abbia i requisiti per ottenere un finanziamento dall’Unicredit, eppure il responsabile della gestione crediti per il Sud Italia, Alfredo Protino, e il direttore della filiale Unicredit di Roma Tiburtina, Cristofaro Zara, decidono di accordarlo ugualmente.</p>
<p>Questo è un modo per riciclare denaro, perché Di Caterino, che avrebbe dovuto costruire un importante centro commerciale con soldi sporchi, avrebbe giustificato quel denaro come proveniente da Unicredit. Sono decenni che le banche collaborano al riciclaggio del denaro sporco delle mafie. Le banche, non tutte per fortuna, e spesso attraverso dirigenti infedeli, finanziano le imprese legate alle mafie.</p>
<p>Chiedo a questo governo di mostrarsi risoluto nell’aggredire i patrimoni criminali che costituiscono miliardi di euro accumulati illegalmente. Chiedo a questo governo di esortare le banche che hanno avuto dirigenti infedeli di poter riparare non soltanto collaborando con l’antimafia, ma investendo al Sud e dando credito all’imprenditoria sana, la stessa che è stata spesso accantonata preferendo sostenere le imprese protette dai capitali mafiosi. C’è molto da fare, moltissimo, e non bisogna credere che siano altre le priorità, perché l’enorme tesoro saccheggiato dai clan può tornare alla società civile. Deve.</p>
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		<title>La maschera caduta</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 10:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[1/12/2011. La Repubblica. È una rivoluzione per chi si occupa di mafie. La sentenza del Tribunale di Milano del 19 novembre, con le 110 condanne al processo sulla 'ndrangheta al Nord, e l'inchiesta che ha portato all'arresto di un giudice cambiano la storia del potere - non solo criminale - del nostro Paese.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<div id="attachment_8149" class="wp-caption aligncenter" style="width: 342px"><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/12/roberto-saviano_falcone1.jpg"><img class="size-large wp-image-8149" title="Saviano e Falcone" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/12/roberto-saviano_falcone1-332x500.jpg" alt="" width="332" height="500" /></a><p class="wp-caption-text">Saviano e Falcone</p></div>
<p>È una rivoluzione per chi si occupa di mafie. La sentenza del Tribunale di Milano del 19 novembre, con le 110 condanne al processo sulla ‘ndrangheta al Nord, e l’inchiesta che ha portato all’arresto di un giudice cambiano la storia del potere — non solo criminale — del nostro Paese.</p>
<p>La sentenza e questa inchiesta sono di carattere epocale perché mostrano una volta per tutte che le mafie comandano anche e soprattutto nell’economia del Nord Italia. Al Sud agiscono nelle modalità più violente, sia militari sia di accaparramento degli appalti. Considerano il Mezzogiorno come un territorio a loro completa disposizione. Il Nord, invece, è il luogo del silenzio facile, degli affari redditizi, dell’inesistente cultura dell’antimafia nelle istituzioni e di una robusta omertà da parte di tutti. Un luogo perfetto.<br />
Il meccanismo di insediamento è capillare. L’imprenditoria del Nord Italia ha un canale di approvvigionamento di capitali attraverso il narcotraffico. L’economia italiana che già da anni subisce una progressiva crisi ha trovato nel territorio dell’illegalità capitali freschi. Soprattutto liquidi. L’insegnamento che emerge dalle carte dell’inchiesta porta a questa certezza: in economia vince chi riesce a usare ogni possibilità per sbaragliare la concorrenza. Chi segue le regole o non esiste o è già uno sconfitto.</p>
<p>Questa indagine che vede coinvolti personaggi delle istituzioni descrive la società civile mafiosa. Non affiliata: non ci sono pungiture, non ci sono battesimi, non ci sono pistole in faccia. I personaggi di questa inchiesta entrano in rapporto con i boss come se fossero normali interlocutori, senza dar troppo peso morale al proprio comportamento. Sembrano non avere neanche piena coscienza di quello che fanno. Forse hanno la sensazione, molto italiana, che così fan tutti, anzi che qualcuno starà facendo sicuramente peggio di loro.<br />
E così scopriamo (se le indagini venissero confermate) un giudice che sarebbe stato corrotto favorendo la carriera della moglie, dirigente della provincia diventata commissario straordinario della Asl di Vibo Valentia e poi a sua volta inquisita per mafia. Scopriamo un altro magistrato, Giancarlo Giusti, di Palmi, che sarebbe stato corrotto con una serie di viaggi e soggiorni a Milano pagati dall’associazione con l’utilizzo di una ventina di escort diverse. La frase di Giusti emersa dalle intercettazioni “io dovevo fare il mafioso, non il giudice” è indice di una connivenza gravissima quanto cialtrona. Neanche il più corrotto dei magistrati si è mai relazionato così direttamente ad un affiliato: anche perché il suo ruolo, la sua professione è la “merce” che vende al mafioso, e non può svilirla. In questo caso invece c’è superficialità, connivenza, complicità assoluta: la corruzione viene percepita come un diritto naturale e acquisito.</p>
<p>Usando un concetto di Guy Debord, definito per comprendere la società dello spettacolo “il vero è un momento del falso” si può affermare che dopo queste inchieste pare evidente che l’illegale sta diventando un momento del legale. In passato l’attività criminale si contraddistingueva per l’efferatezza delle azioni, per i “lavori sporchi”, per le operazioni evidentemente e platealmente fuorilegge. Era un mondo a parte. Oggi, e da molto tempo, non più. Sempre di più il coinvolgimento di settori di società con il mondo criminale avviene seguendo un percorso imprenditoriale e politico almeno all’apparenza lineare, in cui i momenti di illegalità sono appunto “momento”. Fasi che servono per guadagnare di più, per ottenere favori, per emergere nel proprio campo. E in quanto “fasi” le persone che le vivono si perdonano facilmente, non si sentono nè traditrici né corrotti. Sembra delirante ma è ciò che emerge dall’inchiesta condotta dal pool del pm Boccassini. Il metodo Boccassini, erede del metodo Falcone, si contraddistingue per la ricerca capillare delle prove e un prudente rigore nella comunicazione delle indagini ai media: nulla parte da sensazioni o solo dalle intercettazioni o dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Ilda Boccassini è stata spesso attaccata, isolata, stressata dal fango e dalle accuse di politicizzazione. Tutto questo è accaduto anche dentro l’ambiente della magistratura stessa. Queste inchieste e queste sentenze dimostrano, invece, che il suo metodo è rigoroso, ed è grazie al suo lavoro che possiamo gettare luce su una realtà del Nord che tanti non vogliono vedere.</p>
<p>Esattamente un anno fa La Lega e l’ex ministro Maroni rimasero scandalizzati quando denunciai in tv che le mafie al Nord interloquivano con i poteri, con tutti i poteri, nessuno escluso. Domandavo cosa facesse la Lega mentre dilagavano, e dilagano, i capitali criminali. Cosa facesse mentre gli imprenditori lombardi messi a dura prova dalla crisi economica entravano in rete con le ‘ndrine. Il quotidiano della famiglia Berlusconi lanciò addirittura una campagna e una raccolta di firme contro di me, reo di “dare del mafioso al Nord”.</p>
<p>Io non ho mai detto né pensato che “il Nord è mafioso”, naturalmente. Ma bisogna riconoscere che, oltre le fiaccolate contro il soggiorno obbligato e qualche iniziativa simbolica tesa ad aumentare la repressione, gran parte della politica e della cultura del settentrione italiano(con alcune coraggiose eccezioni, per fortuna) è stata silente sul potere delle cosche. E ora vorrei vedere i visi, ascoltare le parole di chi per decenni ha nascosto la testa nella sabbia, ha fatto finta di niente, ha permesso che il Nord diventasse parte fondamentale dell’economia mafiosa. E chiedere: perché?</p>
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		<title>MARTIN SCORSESE Quel bravo ragazzo / 1</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 12:10:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[27/11/2011 La Repubblica. NEW YORK Parlare di Scorsese è come avvicinarsi a un mondo impossibile da ridurrea sintesi. Perché se ha raccontato come nessuno l' America degli immigrati italiani - lui, figlio di figli di immigrati - è forse uno dei più grandi innamorati di New York, affascinato dalla sua frenesia centrifuga in grado come nessun' altra cosa di raccontare gli elementi universali di una vita. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>NEW YORK Parlare di Scorsese è come avvicinarsi a un mondo impossibile da ridurrea sintesi. Perché se ha raccontato come nessuno l’ America degli immigrati italiani — lui, figlio di figli di immigrati — è forse uno dei più grandi innamorati di New York, affascinato dalla sua frenesia centrifuga in grado come nessun’ altra cosa di raccontare gli elementi universali di una vita. I mafiosi di Scorsese sono raccontati nelle loro vite, più che nelle loro gesta. I comportamenti, le amanti, i vestiti e gli sguardi, gli orologi, i club, i ristoranti. Le stanze che spuntano sempre nei retrobottega. Nei film di Scorsese, nei suoi documentari c’ è tutto: musica, guerra, narrazione criminale, costruzione di comportamenti.È un regista che ha battuto talmente tanti sentieri che non può essere toccato dalla solita accusa rivolta a chi racconta la vita, quella di strada: che con quei film si condizionano i comportamenti. (segue nelle pagine successive) (segue dalla copertina) Scorsese ci racconta la vita di quegli immigrati che, dopo generazioni, ancora portano l’ accento italiano nel loro inglese e ancora si definiscono italiani anche se non l’ hanno mai vista l’ Italia. Con la trilogia Mean Streets (1973), Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995) non ha voluto costruire la mitologia del mobster, del mafioso. Un’ epica positiva dell’ antieroe. Ha semplicemente voluto raccontare la vita così com’ è, come lui la percepisce e la vive, senza porsi limiti. Ho sempre creduto che un regista, un narratore, debba raccontare, fare arte, senza avere la presunzione di educare. Del resto, se prescindiamo da quelle critiche sterili che mai hanno fatto del bene all’ arte, non esistono film che educano al bene e film che educano al male, ma solo film di buona qualità e film di cattiva qualità. L’ emulazione e la mistificazione sono sempre esistite e se i film sono prodotti culturali di massa e quindi facilmente individuabili come responsabili di determinati comportamenti, nei secoli non possiamo ignorare che Goethe e Foscolo furono criticati per aver suggerito il suicidio a molti ragazzi delusi da politica e amore. Che Wagner, Nietzsche o Tolkien siano stati — in maniera diversa e in epoche diverse — accusati di aver aderito o ispirato teorie naziste. Ma sono altre le dinamiche che portano a compiere gesti estremi, non guardare un bel film o leggere un buon libro. Del resto, questo grado di empatia tra film e società credo sia ascrivibile alla potenza che Scorsese ha nel mostrare come le vite dei gangster non siano poi così diverse dalle vite di noi comuni mortali. L’ alchimia nei film di Scorsese è proprio questa: raccontare il quotidiano, il percorso di tutti i giorni di queste persone, un percorso che si intreccia con i nostri percorsi. Il fascino nasce dal cortocircuito dell’ inesistenza, in quei percorsi, del limite.I criminali sembra possano tutto. E poi, presto, pagheranno tutto. Il loro essere cafoni, spesso cialtroni e ridicoli è un aspetto umano. Quei bravi ragazzi e Casinò sono entrambi tratti dai romanzi di Nicholas Pileggi, romanzi in cui lo scrittore descrive come l’ atteggiamento paesano che i nipoti di italiani assumono nelle metropoli americane diventino atteggiamenti vincenti che mettono paura e creano soggezione nella comoda comunità Wasp trincerata dietro le sicurezze di un lavoro certo, ma monotono e noioso. Si crea epica perché si raccontano le gesta di persone senza limiti. E quell’ assenza di limiti affascina. Non si può negare, e constatarlo non significa aderire al crimine. Il documentario Italoamericani (1974) è un capolavoro in cui Scorsese racconta di sua madre e suo padre, di come vivevano.È la dimostrazione di come non gli stiaa cuore solo l’ aspetto criminale connesso alla presenza di immigrati italiani in America, ma di come tenda anzia decostruirei preconcetti che li riguardano. Troppe volte in un cognome italiano echeggia per chi l’ ascolta negli Stati Uniti un fascino esotico legato all’ immaginario criminale. La comunità italoamericana ne è infastidita, ma non è con il silenzio che si risponde al pregiudizio. È raccontando che dimostriamo di essere altro dalle mafie. Nel 2010 un rapper siciliano, Izio Sklero, in un testo — Tu Vo’ Fari u Siciliano — racconta di come si sfrutti il mito della mafia per sembrare più cattivo e di come ci si dia l’ aria da meridionale, magari usando lo slang per intimidire chi crede che Al Pacino sia un altro boss siculo. Ma non c’ è imitazione che tenga, a quel mondo o si appartiene o non si appartiene. I boss oggi parlano in italiano, hanno studiato, sono persone curate, dai bei fisici e dall’ aspetto gradevole. Quindi guardiamo all’ arte come a uno specchio della vita senza eccessivi moralismi. Non sono i film di Scorsese o di Coppola, non è Scarface o Al Pacino, Joe Pesci o Robert De Niro a plasmare la realtà che ci circonda. Quando la maggiore economia del mondoè quella criminale, accade che questi film smettano di essere solo racconti di una parte del mondo. Scorsese non sta solo parlando a te, spettatore che guardi i suoi film. Sta parlando di te. Del resto Martin Scorsese è quello che nel 1986 gira il videoclip di Bad e che riguardo a Michael Jackson ha detto: «L’ esibizione che fece al Motown 25: Yesterday, Today, Foreverè stata la cosa più bella che io abbia mai visto. Era così semplice, così pura, ballava da solo in scena». Sì, questo è Scorsese.</p>
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		<title>Nei film di Scorsese la mafia che conosco.</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 08:34:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[27/11/2011 L'autore di "Gomorra" parla del regista in occasione dell'uscita della sua autobiografia. "Né inni ai mafiosi, né condanne moraliste. Solo il nudo racconto della vita così com'è"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’autore di “Gomorra” parla del regista in occasione dell’uscita della sua autobiografia. “Né inni ai mafiosi, né condanne moraliste. Solo il nudo racconto della vita così com’è“<br />
di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_8056" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><em><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/11/scorsese.jpg"><img class="size-full wp-image-8056" title="scorsese" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/11/scorsese.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></em><p class="wp-caption-text">Il regista Scrosese</p></div>
<p><em><br />
</em></p>
<p>Parlare di Scorsese è come avvicinarsi a un mondo impossibile da ridurre a sintesi. Perché se ha raccontato come nessuno l’America degli immigrati italiani (lui, figlio di figli di immigrati) è forse uno dei più grandi innamorati di New York, affascinato dalla sua frenesia centrifuga in grado di raccontare gli elementi universali di una vita.</p>
<p>I mafiosi di Scorsese sono raccontati nelle loro vite, più che nelle loro gesta. I comportamenti, le amanti, i vestiti e gli sguardi, gli orologi, i club, i ristoranti. Le stanze che che spuntano sempre nei retrobottega. Nei film di Scorsese, nei suoi documentari c’è tutto: musica, guerra, narrazione criminale, costruzione di comportamenti. E’ un regista che ha battuto talmente tanti sentieri che non può non essere toccato dalla solita accusa rivolta a chi racconta la vita, quella di strada: che con quei film si condizionano i comportamenti.</p>
<p>Scorsese ci racconta la vita di quegli immigrati che, dopo generazioni, ancora portano l’accento italiano nel loro inglese e ancora si definiscono italiani anche se non l’hanno mai vista l’Italia. Con la trilogia Mean Streets (1973), Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995) non ha voluto costruire la mitologia del mobster, del mafioso. Un’epica positiva dell’antieroe. Ha semplicemente voluto raccontare la vita così com’è, come lui la percepisce e la vive, senza porsi limiti.  Ho sempre creduto che un regista, un narratore, debba raccontare, fare arte, senza avere la presunzione di educare. Del resto, se prescindiamo da quelle critiche sterili che mai hanno fatto del bene all’arte, non esistono film che educano al bene e film che educano al male, ma solo film di buona qualità e film di cattiva qualità. L’emulazione e la mistificazione sono sempre esistite e se i film sono prodotti culturali di massa e quindi facilmente individuabili come responsabili di determinati comportamenti, nei secoli non possiamo ignorare che Goethe e Foscolo furono criticati per aver suggerito il suicidio a molti ragazzi delusi da politica e amore. Che Wagner, Nietzsche o Tolkien siano stati — in maniera diversa e in epoche diverse — accusati di aver aderito o ispirato teorie naziste.</p>
<p>Ma sono altre le dinamiche che portano a compiere gesti estremi, non guardare un bel film o leggere un buon libro. Del resto, questo grado di empatia tra film e società credo sia ascrivibile alla potenza che Scorsese ha nel mostrare come le vite dei gangster non siano poi così diverse dalle vite di noi comuni mortali. L’alchimia nei film di Scorsese è proprio questa: raccontare il quotidiano, il percorso di tutti i giorni di queste persone, un percorso che si intreccia con i nostri percorsi. Il fascino nasce dal cortocircuito dell’inesistenza, in quei percorsi, del limite. I criminali sembra possano tutto. E poi, presto, pagheranno tutto. Il loro essere cafoni, spesso cialtroni e ridicoli è un aspetto umano. Quei bravi ragazzi e Casinò sono entrambi tratti dai romanzi di Nicholas Pileggi, romanzi in cui lo scrittore descrive come l’atteggiamento paesano che i nipoti di italiani assumono nelle metropoli americane diventino atteggiamenti vincenti che mettono paura e creano soggezione nella comoda comunità Wasp trincerata dietro le sicurezze di un lavoro certo, ma monotono e noioso. Si crea epica perché si raccontano le gesta di persone senza limiti. E quell’assenza di limiti affascina. Non si può negare, e constatarlo non significa aderire al crimine. Il documentario Italoamericani (1974) è un capolavoro in cui Scorsese racconta di sua madre e suo padre, di come vivevano. È la dimostrazione di come non gli stia a cuore solo l’aspetto criminale connesso alla presenza di immigrati italiani in America, ma di come tenda anzi a decostruire i preconcetti che li riguardano. Troppe volte in un cognome italiano echeggia per chi l’ascolta negli Stati Uniti un fascino esotico legato all’immaginario criminale. La comunità italoamericana ne è infastidita, ma non è con il silenzio che si risponde al pregiudizio. È raccontando che dimostriamo di essere altro dalle mafie. Nel 2010 un rapper siciliano, Izio Sklero, in un testo — Tu Vò Fari u Siciliano — racconta di come si sfrutti il mito della mafia per sembrare più cattivo e di come ci si dia l’aria da meridionale, magari usando lo slang per intimidire chi crede che Al Pacino sia un altro boss siculo. Ma non c’è imitazione che tenga, a quel mondo o si appartiene o non si appartiene. I boss oggi parlano in italiano, hanno studiato, sono persone curate, dai bei fisici e dall’aspetto gradevole.</p>
<p>Quindi guardiamo all’arte come a uno specchio della vita senza eccessivi moralismi. Non sono i film di Scorsese o di Coppola, non è Scarface o Al Pacino, Joe Pesci o Robert De Niro a plasmare la realtà che ci circonda. Quando la maggiore economia del mondo è quella criminale, accade che questi film smettano di essere solo racconti di una parte del mondo. Scorsese non sta solo parlando a te, spettatore che guardi i suoi film. Sta parlando di te. Del resto Martin Scorsese è quello che nel 1986 gira il videoclip di Bad e che riguardo a Michael Jackson ha detto: “L’esibizione che fece al Motown 25: Yesterday, Today, Forever è stata la cosa più bella che io abbia mai visto. Era così semplice, così pura, ballava da solo in scena”. Sì, questo è Scorsese.</p>
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		<title>Zola, perché il suo “j’accuse” è ancora un modello.</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 13:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Repubblica, 18/11/2011 Torna "L'affaire Dreyfus", il celebre pamphlet del romanziere francese, atto di nascita dell'impegno intellettuale. Il simbolo di chi sposa una causa giusta rinunciando alla serenità e alla tranquillità. Per la prima volta la stampa ha un peso dirompente sull'opinione pubblica europea. Ancora attuale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Torna “L’affaire Dreyfus”, il celebre pamphlet del romanziere francese, atto di nascita dell’impegno intellettuale. Il simbolo di chi sposa una causa giusta rinunciando alla serenità e alla tranquillità. Per la prima volta la stampa ha un peso dirompente sull’opinione pubblica europea. Ancora attuale<br />
di ROBERTO SAVIANO</em></p>
<p><em> </em></p>
<div id="attachment_7937" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><em><a href="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/11/LAffaire-Dreyfus.jpg"><img class="size-full wp-image-7937" title="L'Affaire Dreyfus" src="http://www.robertosaviano.it/wp-content/uploads/2011/11/LAffaire-Dreyfus.jpg" alt="" width="300" height="495" /></a></em><p class="wp-caption-text">L’Affaire Dreyfus</p></div>
<p><em><br />
</em></p>
<p>NEI momenti insopportabili del quotidiano, quando le notizie ti raggiungono come prova oggettiva dell’impossibilità di poter vivere in un paese giusto, quando ti accorgi che la soluzione adottata dai più è abbandonarsi al livore o alla rassegnazione, ci sono pensieri che riescono a concedere una possibilità di soluzione. Qualcosa in più di un semplice conforto. Così almeno è per me. Queste pagine di Émile Zola, che dopo molti anni tornano a essere pubblicate in Italia, sono una sorta di preghiera, versi che reciti in silenzio, a mente, che la memoria ti restituisce proprio quando servono a confortarti e non perdono bellezza mai, anche a ripeterli infinite volte.</p>
<p><em><a href="http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/roberto-saviano-la-lezione-di-zola/80825/79215" target="_blank"><strong>Guarda il video di Saviano su “La lezione di Zola”</strong></a></em></p>
<p>“Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alle persone che accuso, non le conosco, non le ho mai viste, e non nutro contro di esse né rancore né odio. Per me sono soltanto entità e spiriti di malvagità sociale. E l’atto che compio oggi non è che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l’esplosione della verità e della giustizia. Non ho che una passione, quella della chiarezza, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto ad essere felice”.</p>
<p>Queste parole di Zola sono una carica esplosiva montata negli interstizi di ogni scritto letterario, di ogni pagina di narrativa, sono oramai nel dna di ogni scrittore. Dopo queste sue parole, si è potuto non condividere, ma non ignorare. Il J’accuse di Zola è protesta infiammata, grido dell’anima che attraverso il dramma di Alfred Dreyfus racconta l’agonizzante democrazia francese, vessata da guerre tra poteri e preda di corruzione diffusa, nel tentativo disperato di sottrarre la giovane Repubblica a una fine precoce. Al principio Zola, come ogni scrittore, è sedotto dalle vicende umane, pronte per divenire palcoscenico di storie nei suoi libri. Ma mentre si trova a Roma a raccogliere informazioni per il secondo romanzo della trilogia Les trois villes, qualcosa entra nel suo corpo, tormentandolo.</p>
<p>Quel qualcosa, come il contagio di una malattia, come una febbre improvvisa, è la vicenda del capitano Dreyfus. Rientrato in patria, scrive il J’accuse perché l’affaire è molto più di un caso giudiziario: è un punto di svolta. Zola intuisce che se la vicenda non arriva alle persone, se non entra nei dibattiti  —  a tavola mentre si mangia, mentre si è in fila per entrare in fabbrica, quando ci si saluta e si commentano le ultime notizie  —  l’intero architrave della Repubblica francese è destinato a crollare nel silenzio omertoso e colpevole di una gigantesca ingiustizia realizzata come il più ovvio degli accadimenti. Come un temporale, un nubifragio, come l’ennesimo evento della nostra vita. Zola, invece, comprende le potenzialità comunicative di ciò che sta accadendo: per la prima volta in Europa la carta stampata ha un peso dirompente nell’orientamento dell’opinione pubblica e per la prima volta gli intellettuali, uniti, si schierano in difesa dei diritti umani. Per la prima volta le parole dei romanzi, i tratti dei dipinti, le note degli spartiti, il marmo delle sculture, le formule dei chimici diventano scudi in difesa dell’uomo, del diritto e della democrazia.</p>
<p>Dopo la condanna di Dreyfus, la sua famiglia con l’aiuto di alcuni  —  pochi  —  intellettuali francesi, si mobilita per cercare di riaprire il processo, ma la svolta arriva, inattesa, solo con la pubblicazione del J’accuse di Zola: un attacco frontale contro esercito e politica. Un testo breve e conciso che ripercorre la vicenda di Dreyfus, individua responsabilità e omissioni, con nomi e cognomi. E la risposta non si fa attendere: il potere politico-militare, a dimostrazione della sua forza, decide di perseguire Zola che viene condannato per vilipendio delle forze armate al massimo della pena, un anno di carcere, e a una multa di 3000 franchi. Zola decide per l’esilio a Londra, ma la breccia è aperta e tutto precipita: il ministro della Guerra Cavaignac è costretto ad arrestare il colonnello Henry, che aveva fabbricato le false prove a carico di Dreyfus. Dopo la confessione, Henry si uccide in carcere e la Corte di Cassazione accoglie la richiesta di revisione del processo a carico di Dreyfus perché risulta evidente che l’affaire non è stato un errore giudiziario, ma una macchinazione ordita per trovare un capro espiatorio.</p>
<p>Nel 1899 inizia il secondo processo a Dreyfus, ma il tribunale di guerra lo dichiara nuovamente colpevole di tradimento e lo condanna a dieci anni di lavori forzati. L’indignazione generale porta alla concessione della grazia: Dreyfus fu costretto a scegliere tra la verità e scontare la condanna da innocente all’inferno o la menzogna, cioè ammettere come propria una colpa non commessa, e chiedere di riavere la libertà per invecchiare in pace. Scelse la seconda strada, deludendo molti suoi sostenitori, ma riebbe la vita e la possibilità di rivedere la sua famiglia. Scrisse una lettera al presidente della Repubblica Loubet in cui ammetteva la propria colpevolezza e chiedeva la grazia. Dopo questo triste epilogo, in Francia si tentò di nascondere, smussare, dimenticare, insabbiare. A dicembre del 1900 viene concessa l’amnistia per tutti i reati commessi in relazione all’affaire. Zola è amnistiato, ma lo sono anche tutti i militari coinvolti benché colpevoli. A luglio del 1906 la Corte di Cassazione annulla la sentenza e Dreyfus viene reintegrato nell’esercito. Morirà nel 1935 e, cosa davvero incredibile per la democrazia francese, solo nel 1995  —  60 anni dopo!  —  l’esercito francese ammetterà definitivamente la sua innocenza.<br />
Esistono storie, come questa, che quando le incontri non puoi più cacciarle da te.</p>
<p>Émile Zola mi ha insegnato che quando una storia ti entra dentro, tutto cambia. E non puoi riferirla, raccontarla, scriverne senza che i tuoi lettori sappiano tu da che parte stai. Ma allo stesso tempo capita che prendere posizione non sia facile. A volte equivale a eccitare la bestia che d’ora in poi guarderà te, per colpirti in maniera esemplare e dissuadere chiunque voglia seguire il tuo esempio. E la linea che separa uno scrittore da un intellettuale sta proprio qua: nella consapevolezza che la scrittura debba essere difesa dell’uomo. Che scrivere sia lo sforzo estremo, spesso vano ma necessario, di sottrarre un’era alla barbarie.</p>
<p>Émile Zola è diventato il simbolo dell’intellettuale che ha rinunciato consapevolmente alla tranquillità, alla serenità della sua famiglia  —  infangata con metodi che in Italia conosciamo bene  —  e alla sua stessa vita, finita in circostanze ancora non chiare. Dopo di lui è stato normale, quasi ovvio, per gli artisti, per gli intellettuali di tutto il mondo unirsi per difendere cause che meritassero attenzione, impegno, luce. Una prassi consueta, solita, ormai diffusissima ma che a inaugurare  —  con una potenza per l’epoca dirompente  —  fu proprio Zola.</p>
<p>Se chi mi legge non conosce ancora il J’accuse, che non aspetti tempo e non lo perda ancora con me leggendomi. Vada a quelle parole che, necessarie per Dreyfus e la Francia, lo divengono universalmente per chiunque sconti l’aggressione del potere. Perché anche le nostre notti non siano “ossessionate dallo spettro dell’innocente che espia laggiù, tra le più atroci torture, un crimine che non ha commesso”.</p>
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