articolo del 07/03/10

Vi racconto l’ultimo sogno di Paz: Storia di Astarte il cuore di cane.

Incom­in­ci­ata dal mae­stro del fumetto poco prima di morire e rimasta incom­pi­uta
torna la guerra di Anni­bale vista attra­verso gli occhi di un mastino.

di Roberto Saviano

Sto­ria di Astarte è un sogno bel­lis­simo, l’ultimo di Andrea Pazienza. Un’opera incom­pi­uta. È un sogno clas­sico, di quelli che quando ti svegli ti senti al cen­tro dell’universo, come se avessi fatto parte della sto­ria e il tuo fosse stato un ruolo attivo. Quando mi sono arrivate le tav­ole, quando per la prima volta le ho avute tra le mani, con­fesso di esserne rimasto fol­go­rato. I dis­egni sono mer­av­igliosi, pre­cisi anche quando appena trat­teggiati. E il testo è epica. Andrea Pazienza riesce, attra­verso un cane, a costru­ire una atmos­fera di com­bat­ti­mento e scon­tro, dove ogni parte del con­flitto diviene chiara­mente una scelta tra bene e male. Tutto attra­verso un cane.

© Marina Coman­dini Pazienza

Le sper­i­men­tazioni che aveva fatto negli anni prece­denti, spin­gen­dosi da un estremo all’altro delle pos­si­bil­ità espres­sive del lin­guag­gio a fumetti, hanno trovato in Sto­ria di Astar­te­una ricom­po­sizione nat­u­rale e per­fetta. Non ci sono sba­va­ture, non c’è nulla di manieris­tico, non c’è l’errore in cui cadrà chi dopo di lui si cimenterà nel rac­conto clas­sico, ossia la retor­ica da cen­tu­ri­one che tutto deve dire con flemma e ier­atic­ità. No, le sue tav­ole sono nat­u­rali, anche quando sono grumi d’inchiostro soltanto. E mus­coli da cane combattente.

Io vengo dalla terra che pregiu­dicò ad Anni­bale la vit­to­ria su Roma. Vengo dalla terra dove si fermò per i suoi dan­nati ozi. Dove, prima di intrapren­dere l’ultima fatale fat­ica, decise di riposarsi e far riposare il suo esercito. Anni­bale trascorse l’inverno a Capua e i suoi uomini, abit­uati alla fame da manipolo e alle con­dizioni più dif­fi­cili,
furono facile preda del tor­pore della Cam­pa­nia felix. Vino, liba­gioni, bagordi, donne e bagni ter­mali li fiac­carono nell’anima e nei corpi. Pec­cato davvero non aver potuto vedere come Pazienza avrebbe descritto la mia terra, come ne avrebbe dis­eg­nate le bellezze. Avrei voluto “sog­narlo” quell’angolo di par­adiso per­duto, nell’inchiostro di Paz.

Sto­ria di Astarte è un sogno dal quale ti svegli di sopras­salto. Un sogno solenne dal risveg­lio brusco. Eppure, prima che l’eroina gli fer­masse il cuore, Pazienza ha saputo darci un’opera avvin­cente e colma dell’epica pro­pria delle sto­rie che sem­brano sec­on­darie ma che la let­ter­atura riesce a ren­dere fon­da­men­tali. Si per­cepisce quasi, in Paz, il piacere di las­cia­rsi andare a un finale diverso, di pen­sare a come sarebbe andata la sto­ria se il gen­erale nero Anni­bale avesse vinto. L’Africa era stata a un passo dallo schi­ac­ciare per sem­pre Roma e in Astarte, forse pro­prio nella sua incom­pi­utezza, c’è la pos­si­bil­ità di una sto­ria non realizzata.

Il fumetto viene come can­tato a Pazienza dal cane di Anni­bale, che gli appare in sogno: “Li senti i cam­pan­elli, le risate, le urla, il bramito dei cam­melli?”, dice Astarte a Pazienza, “Spalanca gli occhi adesso, apri le nari… è Cartagine” e inizia a rac­con­tar­gli le sue gesta. I primi anni di vita da cuc­ci­olo, l’addestramento alla guerra, poi gli scon­tri in battaglia e il legame unico e uman­is­simo tra lui e Anni­bale. Astarte è lì, al seguito dell’esercito cartagi­nese, dalla nascita in Spagna fino alla mar­cia in Italia, attra­verso i Pirenei e sul Rodano. Ai piedi delle Alpi ci sarà il primo scon­tro coi Romani, e qui la sto­ria si inter­rompe, per­ché a inter­rompersi è la vita di Pazienza.
Sto­ria di Astarte ha come sfondo, dunque, la Sec­onda guerra punica, ma si apre con una citazione da Pas­coli, “La grande pro­le­taria si è mossa verso la quarta sponda”, che cel­e­bra l’invasione ital­iana della Libia: “La grande pro­le­taria ha trovato luogo per loro. […] Là i lavo­ra­tori non saranno rifi­u­tati, come merce avari­ata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come mas­nadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d’un di loro, brac­cheg­giati inse­guiti accop­pati tutti, come bestie feroci. […] Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una con­tin­u­azione della terra nativa. Anche là è Roma”.

Sto­ria di Astarte, insieme a tutto il resto, sarà forse anche una crit­ica appena accen­nata alla perenne ricerca di una “quarta sponda”, che dalle guerre puniche attra­verso la cam­pagna di Libia, arriva a quella che ci è più famil­iare, che dà man­od­opera a basso costo, lager in cui sti­pare chi tenta di costru­irsi una vita in Italia, dis­cariche improvvisate in cui smaltire i rifiuti tossici di cui il Sud è ormai stracolmo.

Ma nonos­tante il ten­ta­tivo di voler attribuire uno “scopo” al lavoro di Pazienza, Sto­ria di Astarte rimane un’opera d’arte. Un con­nu­bio per­fetto ed equi­li­brato tra parole e immag­ini a san­cire la grandezza di un intel­let­tuale del nos­tro tempo. E vale la pena ricor­dare quello che lui stesso ci ha con­fidato sul suo lavoro, con una frase densa di sig­ni­fi­cati: “Il fumetto è eva­sione, è sem­pre eva­sione, deve essere eva­sione, del resto la parola eva­sione è una bel­lis­sima parola, evadere è sem­pre bello, la cosa più sag­gia da fare… Poi se c’è qualcos’altro ben venga”.

© 2010 by Roberto Saviano / Agen­zia Santachiara