articolo del 14/12/2009

Spartacus, la madre di tutti i processi per i Casalesi arriva la paura della fine.

Di Roberto Saviano.

Nei prossimi tre giorni si chi­ud­erà dopo undici anni il terzo e ultimo grado del Processo Spar­ta­cus. È un evento epocale che rischia di pas­sare inosser­vato, sotto silen­zio. Come un nor­male ingranag­gio giudiziario che volge al ter­mine. Il processo Spar­ta­cus è il più grande processo di mafia della sto­ria della crim­i­nal­ità orga­niz­zata in Europa, parag­o­nabile solo al Maxi Processo con­tro Cosa Nos­tra istru­ito da Gio­vanni Fal­cone e Paolo Borsellino.
Un processo che ha visto com­p­lessi­va­mente 1.300 inda­gati, sei­cen­toven­ti­sei udienze com­p­lessive, 508 tes­ti­moni sen­titi, più 24 col­lab­o­ra­tori di gius­tizia, 90 fal­doni di atti acquisiti. Una inchiesta-madre che ha gen­er­ato decine di pro­cessi par­al­leli: omi­cidi, appalti, droga, truffe allo Stato. Questa sen­tenza che avverrà a Roma, alla Corte di Cas­sazione, potrebbe san­cire un pezzo di sto­ria non solo giudiziaria del sud ma dell’intero paese. Se la Corte dovesse con­fer­mare le con­danne del sec­ondo grado, sarebbe l’ultima parola: in terra caser­tana esiste un clan ege­mone, al tempo stesso feroce e imprenditoriale.

Un punto di non ritorno. Non si potrà più dire — come molti col­legi difen­sivi dei clan hanno fatto negli ultimi anni — che non esiste la camorra. Che ci sono solo sot­to­cul­ture della vio­lenza, che i pen­titi inven­tano sto­rie per attac­care con­cor­renti politici o impren­di­to­ri­ali. Il clan spera che possa essere annul­lata in Cas­sazione la sen­tenza di sec­ondo grado. Se dovesse accadere, bisogn­erà rifare tutto da capo. Per un processo iniziato il primo luglio del 1998 e che arriva al terzo grado alla fine del 2009, sig­nifica rifare un lavoro enorme. I Casalesi sper­ano soprat­tutto nello scadere dei tempi di cus­to­dia caute­lare. Qualora invece la Cas­sazione dovesse con­fer­mare, la lead­er­ship stor­ica dei Casalesi avrebbe la sua con­danna defin­i­tiva. Non ci sareb­bero più istanze di remis­sione, cav­illi, vizi di forma. È tutto lì. È storia.

Tre gradi di giudizio a san­cire defin­i­ti­va­mente con gli ergas­toli qual è stato il modo in cui i Casalesi hanno assunto il potere e hanno inter­pre­tato il loro modo di dom­inare il ter­ri­to­rio e il loro modo di fare impresa. Chiuso questo processo sig­ni­ficherà pot­ersi occu­pare del pre­sente, e non più dei vent’anni scorsi di dominio camor­rista. È solo l’inizio del con­trasto, non la fine.
A par­tire da Francesco Schi­avone. Il capo riconosci­uto. Colui che in questi anni dal carcere ha atteso, gestito, con­trol­lato tutte le dia­tribe interne, aval­lato ogni deci­sione. Colui che ha cer­cato di non innescare guerre tra le diverse anime del clan, arrivando — nonos­tante il regime di carcere duro lo vieterebbe — persino a scri­vere sulle prime pagine dei gior­nali locali dando indi­cazioni su come com­por­tarsi. È lui che vedrebbe per sem­pre dietro le sbarre il suo des­tino. Francesco Schi­avone detto San­dokan non avrebbe altra strada che col­lab­o­rare con la gius­tizia. Ha cinquant’anni e non gli rimar­reb­bero che due alter­na­tive. Pen­tirsi o morire in galera. Il figlio Nicola si vede poco in paese, è sem­pre fuori, come si stesse preparando alla lati­tanza. Su di lui ancora non pen­dono man­dati di cat­tura. Le infor­ma­tive lo indi­cano chiara­mente come il reggente del clan, ma può ancora andare a par­lare col padre, può ancora gestire gli affari. É lì, libero di farlo, nonos­tante le inter­cettazioni lo seg­nalino come colui che deve decidere al posto del padre.

Il clan ha gli occhi pun­tati sulla famiglia Schi­avone. L’annuncio di San­dokan — pub­bli­cato qualche mese fa e poi smen­tito — di voler allon­tanare i figli da Casal di Principe, era stato letto con ansia. Se il capo­famiglia si pen­tisse, sareb­bero i figli i primi a sparire. Quindi i fedelis­simi di San­dokan guardano ogni loro allon­tana­mento come pos­si­bile segno di tradi­mento del capo in carcere. Eppure se quello che in paese ormai tutti non chia­mano più come l’eroe sal­gar­i­ano ma sem­plice­mente “Cic­cio o’ bar­bonè ” decidesse di col­lab­o­rare, allora potrebbe non morire in galera. Allora potrebbe sve­lare decenni di sto­ria impren­di­to­ri­ale e polit­ica ital­iana. I rap­porti con le banche, i politici costru­iti con i suoi voti, il ciclo del cemento in Emilia-Romagna e nel Lazio, gli appalti dell’alta veloc­ità, la coca che ali­menta le betoniere, i rifiuti tossici di mezzo paese dis­lo­cati dove sa solo lui. San­dokan pen­tito per­me­t­terebbe alla sua famiglia di poter vivere pro­tetta e non sotto asse­dio come ora. Persino di andare incon­tro a un des­tino diverso, visto che i figli sem­brano essere ormai sulla strada del padre: potere, galera e morte. Non solo Nicola Schi­avone ma anche Emanuele, arrestato a Ric­cione per un panetto di hashish, usato per adescare le ragazz­ine. Lui, ram­pollo diciot­tenne di uno dei gruppi impren­di­to­ri­ali più potenti d’Europa, capace addirit­tura di rag­giun­gere, sec­ondo le stime della Dda, un fat­turato di trenta mil­iardi di euro, viene pizzi­cato come l’ultimo dei pusher in giro per le dis­coteche romag­nole. Ai poliziotti che lo arrestano, dichiara: “Sono il figlio di San­dokan”. Cerca di impau­rirli e non ci riesce.

Questo episo­dio, sec­ondo quanto si ascolta a Casal di Principe, ha innescato nelle famiglie di camorra del Caser­tano il com­mento che Giusep­pina Nappa, la moglie di San­dokan, doven­dosi occu­pare troppo degli affari giudiziari del mar­ito, non ha edu­cato bene i figli. Così le sono usciti “i figli dro­gati”. L’immagine degli Schi­avone con­tinua a perdere cred­i­bil­ità presso le altre famiglie. Se venis­sero con­fer­mate le con­danne, Nicola Schi­avone, l’erede al trono, sarà sicu­ra­mente più debole. Sino ad ora ha avuto rispetto auto­matico, per­ché San­dokan era con­sid­er­ato re e poteva ancora uscire di galera. Ma dopo una con­danna all’ergastolo defin­i­tiva, Francesco Schi­avone finirà prima o poi per diventare un detenuto che porta lo stesso nome di tanti altri. Men­tre chi è rimasto fuori e sino alla sen­tenza defin­i­tiva era viceré, ora vorrà essere re. E per divenire re, dovrà schi­ac­ciare i figli di San­dokan.
In attesa di questo verdetto solo una cosa è certa. Non calerà mai più il silen­zio su quegli affari. O meglio: non lo faremo mai più calare. I boss di Casal di Principe hanno sper­ato che prima o poi l’attenzione tor­nasse con­fi­nata alla cronaca locale, alle pagine dei gior­nali di provin­cia. E quel che per loro è una sper­anza, per noi è un ris­chio sem­pre vivo.

Quel che ha fatto negli ultimi tempi il Min­istro Maroni non si era mai visto negli anni prece­denti e va riconosci­uto. Il suo “Mod­ello Caserta” è stato utile e nec­es­sario per seg­nalare per la prima volta la forte volontà dello Stato ital­iano di essere pre­sente su quel ter­ri­to­rio, di vol­erlo con­trol­lare, di vol­ersene riap­pro­pri­are. Questo è ancora più impor­tante dei vari suc­cessi ottenuti dalle forze dell’ordine, dei sin­goli arresti effet­tuati. Ma la battaglia è lunghissima e ora si è davvero solo all’inizio. Non bisogna, infatti, farsi troppo fuorviare dagli arresti. Si tratta spesso degli scarti degli stessi clan, di frange iso­late, per­sone che ormai hanno fatto quel che dove­vano. É pos­si­bile farne a meno o rimpiaz­zarli con altri. O vec­chi nar­co­traf­fi­canti in pen­sione, o persino killer feroci ma strafatti come quelli del gruppo Setola, serviti in un certo momento per una strate­gia del ter­rore ma non rap­p­re­sen­ta­tivi di ciò che rimane ancora oggi la vera forza e l’anima del clan, che è l’anima eco­nom­ica; utile e più facile fal­ciare ed arrestare il liv­ello mil­itare, molto più com­pli­cato fer­mare il liv­ello eco­nom­ico e soprat­tutto sve­lare i nodi dove si intrec­ciano impren­di­tori legali e camorra.

Per il clan dei Casalesi sono lì ancora fuori a coman­dare Michele Zagaria e Anto­nio Iovine. Sco­raz­zano da dod­ici anni tra l’Emilia Romagna, Roma, la Roma­nia, gestis­cono il busi­ness. É attra­verso il busi­ness che il clan con­trolla il ter­ri­to­rio caser­tano e arriva ovunque, sia in qual­si­asi parte d’Italia e anche oltre, sia nelle sfere dell’economia che dovrebbe essere pulita, della finanza, della polit­ica. È fondato sul busi­ness il suo dominio. Il ciclo del cemento, la ges­tione dei rifiuti, i cen­tri com­mer­ciali, le sale bingo, gli alberghi e le fab­briche nell’est Europa. Tutto questo è ancora intatto.

Il nome di questo processo è Spar­ta­cus. Il nome dello schi­avo che si ribellò a Roma. L’unico uomo che sia mai rius­cito insieme a un manipolo di schi­avi ad arrivare alle porte della cap­i­tale dell’impero, con il solo obi­et­tivo di riac­quistare la lib­ertà. É cosa biz­zarra per un processo, pren­dere il nome da un ribelle. Però a sud la vera ribel­lione è la legal­ità. La legal­ità con­tro l’impero, “la dit­tatura armata della camorra” come la chia­mava don Pep­pino Diana.

Siamo con­vinti che oggi infran­gere la pax casalese sig­ni­fichi preparare le con­dizioni per­ché ci possa essere mag­giore lib­ertà anche a Roma a Milano a Reg­gio Emilia. Addirit­tura a Bucarest o a Berlino. Per questo siamo sicuri di una cosa sem­plice: non ci sarà più quella che loro chia­ma­vano pace, e che noi invece chi­ami­amo silen­zio, non ci sarà più in paese quella che loro chia­ma­vano seren­ità, e che noi invece chi­ami­amo omertà. Non per­me­t­ter­emo, fino a quando il mec­ca­n­ismo camor­ris­tico non sarà debel­lato, scon­fitto, elim­i­nato, che la luce si spenga su queste terre, che torni quell’ombra che copriva affari e dominio. E ascolter­emo con indif­ferenza chi vorrà definire diffamante rac­con­tare e scri­vere libri sul potere crim­i­nale. Per­ché abbi­amo invece la certezza che solo rac­con­tando, anal­iz­zando, scrivendo, con­div­i­dendo, si possa capire e far conoscere. E siamo oggi più che mai con­vinti che solo la conoscenza possa per­me­t­tere un’azione davvero effi­cace. Fino a quando ci sarà sangue nelle vene e aria nei pol­moni, noi andremo avanti. Qualunque sia il verdetto che verrà emesso e qual­si­asi ne siano le con­seguenze politiche e umane che rac­con­tare di mafia oggi in Italia comporta.

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