Scrivere sul fronte meridionale.

Let­tera agli amici indi­ani

di Roberto Saviano

La con­vo­cazione dei Carabinieri

Casal di Principe Napoli

E chisto munno
ca s’ ‘e ven­nuto l’anema e ’ o core
e nun se importa ’ e chi nasce
e se ne fotte ‘e chi more.

N. D’Angelo

Agli amici di Nazione Indi­ana.

Quanto siete dis­posti a perdere per un rac­conto, per uno scritto? Se rispon­dete tutto allora sapete già nel vostro petto che non perderete nulla. Neanche una scaglia di pelle dalle vostre dita. Quanto siete dis­posti a pagare per un vostro scritto, una vos­tra frase, un pen­siero? Anche qui se rispon­dete tutto, con grande prob­a­bil­ità scri­vere vi è cosa leg­gera e non avete idea di cosa si perde trac­ciando inchiostro. Io per la scrit­tura non son dis­posto a perdere nulla, a sac­ri­fi­care niente, a pagare ancor meno. Per­ché vor­rei che la scrit­tura stessa fosse, per quanto mi è dato decidere, in se sac­ri­fi­cio, perdita, fosse total­iz­zante ma nei suoi perimetri, nella sua alcova. Eppure accade il con­trario. Io non so cosa sig­ni­fichi scri­vere in gran parte dell’Italia e dell’Europa. Ma so cosa sig­nifica scri­vere nel sud Italia, nell’Europa mediterranea.

E non riesco a com­pren­dere come mai nella dis­cus­sione sulla let­ter­atura popo­lare e le sue capac­ità di innes­tarsi nel per­corso del reale non siano emersi i casi riguardanti gli scrit­tori che con il solo scri­vere hanno innes­tato odio, denunce, minacce, con­danne. Hanno fatto tra­bal­lare tavoli e impeg­nato uffici d’avvocati per lungo tempo.

Rac­conto l’episodio che mi riguarda, non per avval­o­rare tesi alcune, poiché il mio caso è di mar­gine come il luogo da cui scrivo e come me medes­imo, ma per map­pare se lecito ancora gli inneschi peri­colosi della parola. Lo rac­conto per­ché riguarda Nazione Indi­ana. Vengo con­vo­cato il 5 Marzo alle 9:00 di sabato presso la caserma dei cara­binieri di Casal di Principe su mandato della Procura Anti­mafia di Napoli. Sono stato con­vo­cato per un inter­roga­to­rio su tutto ciò che è apparso su Nazione Indi­ana a mia firma. Ovvi­a­mente mi chiedono se ciò che scrivo (la let­tera a Del Prete ed altri rac­conti) sono veri, mi chiedono di parte­ci­pare ai pro­cessi, di dar­gli infor­mazioni, mi chiedono che se pro­prio devo denun­ciare allora devo farlo for­mal­mente. Pre­sen­tan­domi come tes­ti­mone. Rischi­ando insomma, smet­tendo di scri­vere, dive­nendo ele­mento del processo non più osser­va­tore. In breve ren­den­domi parte di una ques­tione, quando con la scrit­tura mi ostino a man­ten­ermi su posizioni altre, descrivendo l’intero mec­ca­n­ismo e non la sin­gola ques­tione. Affrontando dinamiche dipotere non sin­goli cri­m­ini, di cui sovente non mi importa nulla.

Io ovvi­a­mente dico che è let­ter­atura, che mi ispiro a fatti reali e che li stu­dio con pas­sione e metodo. Loro non ci cre­dono. Dicono che è troppo per uno scrit­tore sapere così tanto, che gli scrit­tori non si occu­pano di questi poteri, che loro che hanno espe­rienza non hanno mai visto un intel­let­tuale conoscere tante “schifezze”. Parole per me non nuove. Ho visto dinanzi ai miei occhi i rac­conti pub­bli­cati su Nazione Indi­ana stu­diati ed anal­iz­zati come fos­sero riven­di­cazioni di ter­ror­isti. Lo stesso fanno gli avvo­cati dei clan. Avevo descritto un cimitero toscano, il tenete ha appun­tato: “ma è d’origine toscana l’autore?” Ho trac­ciato dei nomi, alcuni mod­i­fi­cati, erano tutti sot­to­lin­eati con penna rossa ed a fianco a carat­teri enormi: “iden­ti­fi­care i cog­nomi”. Dopo la descrizione di un pae­sag­gio il mares­ciallo ha trac­ciato una frase inqui­etante: “inda­gare se questo pae­sag­gio è con­trol­lato dai clan”. Un pae­sag­gio che diviene ter­ri­to­rio, zona con­trol­lata, solo per­ché da me descritto.

Lo sapete cosa mi è stato chiesto dopo la let­tura dei miei rac­conti? Se sapevo dove si trovasse Proven­zano. E Zagaria. I due lati­tanti più ricer­cati d’Europa. Domande che non ven­gono fatte a nes­sun camor­rista arrestato a meno che non sia uno me mas­simi boss. Domande che sono state poste ai peg­giori. Ai migliori dei peg­giori. “Lei sa più dei miei uffi­ciali” mi viene detto con fare rab­bioso. E questo è sospetto. Per­ché gli scrit­tori s’occupano d’amore, di fan­tasie, e queste non sem­brano affatto fan­tasie. Sono ver­ità e per­ciò bisogna inda­gare. Decine e decine di pagine di Nazione Indi­ana erano rac­colte sulla scriva­nia dell’Anti­mafia, tutto quello che esce sul blog viene con­sid­er­ato come fonte attendibile di peri­colose di ver­ità. Incredibile.

Come vor­rei rac­con­tare tutto questo agli scrit­tori che cre­dono che la scrit­tura sia ormai l’orpello per sig­nore che Machado definisce come spillo per incu­lare le mosche. Una parola let­ter­aria, una nar­razione, può davvero scar­dinare equi­libri, con­cedere nuovi squarci, risultare temi­bile per il solo fatto di dire nuove ipotesi di ver­ità, di trovare prove a ciò che non potrebbe mai essere provato pur essendo vero. La parola let­ter­aria trova una soluzione matem­at­ica a prob­lemi senza teo­rema. E qui quando scrivi, la soli­tu­dine di tal gesto non ter­mina mai, trova solo nuovi inizi, per­ché non vi solo pos­si­bil­ità di con­di­vi­sione. O sono mis­er­rimi. Chiusi in pre­mi­un­coli let­ter­ari, in salette alto­borgh­esi, se ancora qualche scrit­tore di qua non se n’è andato al nord. Oltre a qualche pre­sen­tazione in Fel­trinelli, oltre qualche bic­chiere di birra assieme a qualche amico, ten­ersi stretti, in un comune prog­etto è impos­si­bile. Non che altrove sia nec­es­sari­a­mente meglio, ma qui è il deserto e forse più che altrove questa des­o­lazione è letale.

Esco dalla caserma. Ho un senso di colpa infinito. Mi calmo come un ladro di motorini che è rius­cito a non farsi arrestare. Ma cosa ho fatto? Ho scritto una let­tera immag­i­naria, ho fatto un rac­conto su di un sin­da­cal­ista e ho con­get­turato, almanac­cato, descritto, let­ter­ari­a­mente la cosa, non è un inchi­esta. Ho scritto e rac­con­tato di Annal­isa, non è un reato, non è di per se com­plic­ità. Scrivo. E questo basta per farmi inter­rog­are per tre ore e mezza? Rice­vere il sospetto di tutti, essere messo in sala d’attesa con i peg­gio sol­dati camor­risti della zona. Se fossi stato il figlio di un boss o di un capo­zona, o di un politico m’avrebbero rice­vuto subito o forse persino m’avrebbero invi­tato a pranzo par­lan­domi infor­mal­mente, inter­ro­gan­domi con riguardo. Ma chi scrive, e lo dico senza retor­ica o piag­nis­teo, è messo in equiv­alenza con quelli più immondi. Con quelli che sparano.

Tanto più vera tale cosa per­chè c’è il sospetto che basti scri­vere di certi poteri per con­t­a­m­i­narsi, anche in chi ti è vicino. Quando i cara­binieri all’alba si sono pre­sen­tati a casa di mia madre, dove ho res­i­denza, al cito­fono i miei hanno risposto: “cosa ha fatto?” Cosa ho fatto, come se fossi arrestato o invi­tato a pre­sen­tarmi in caserma tutti i giorni, come se avessi la quo­tid­i­an­ità di un pusher o di un pic­colo camor­rista costretto all’obbligo di firma. La sola scrit­tura, la sola scelta di scri­vere diviene una dan­nazione e introi­et­tata come qual­cosa di peri­coloso, sbagliato, un errore, un crim­ine, una col­lu­sione. Anche per chi ti conosce da sempre.

E vi chiedo, quanto è giusto pagare per un pro­prio scritto? Quali sono i cal­abri che lo definis­cono? V’è una misura? E’ giusto subire questo tipo di pres­sioni? Con­cede il senso del suc­cesso? Io spesso per alcune frasi non smetto mai di pagare. E questo denota la mia inca­pac­ità nar­ra­tiva. Non ho la giusta misura, l’attenzione per l’equilibrio. Mi bru­cio. E l’ustione non dona van­tag­gio a nes­suno. Io sento però una certezza che al di la di quanto si possa dire su ciò che ho fatto, ho la certezza di aver sbagliato tutto. Per­ché persino quando si rap­ina v’è un van­tag­gio. E v’è la pos­si­bil­ità di sal­varsi, pen­tirsi o guadagnare. Quando scrivi certe cose invece, giochi ad esser scon­fitto, punti su un numero che non esiste nella ruota del roulette. Ma lo fai lo stesso.

Sem­pre meno si riflette su quanto costa scri­vere di certe cose ed in certi ter­ri­tori. Anche guardando i giganti non ricevo con­forto. Rushdie ha sub­ìto molteplici atten­tati, più di trenta per­sone sono morte in oper­azioni ter­ror­iste che ave­vano lui come obi­et­tivo. Ma Salman Rushdie ora può scri­vere su qual­si­asi gior­nale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo. Ciò che ha pagato e paga è ampia­mente rip­a­gato. O quan­tomeno con­for­t­ato. Lui stesso dichiarò al TimesLa fatwa mi ha con­cesso il mag­giore eco pos­si­bile alle mie parole, mi ha reso uno scrit­tore libero, per­ché tutto posso dire e chi­unque vuole può ascoltarmi”.

Ora io non so in altre parti d’Italia ma qui le cose sono davvero in una fase del­i­cata e crit­ica. Quando uno scrit­tore napo­le­tano si vede costretto a cam­biare casa editrice per­ché il suo libro cita per­son­aggi politici , mutati nel nome, ma troppo riconosci­bili. Quando un vec­chio scrit­tore sicil­iano ha attual­mente cam­bi­ato per­corso romanzesco per­ché il testo, sulla mafia e sull’amicizia di un giu­dice con un mafioso (com­pagni d’università poi uno divenuto boss l’altro pm) avrebbe rice­vuto denunce, querele e l’isolamento dello scrit­tore, ennes­imo, dalla Sicilia. E questo non è facile da subire più d’una volta.

A volte capita però che c’è chi scrive, mag­ari uno dall’anima smilza, e va avanti, e trac­cia i per­corsi del vero e riceve solo danni, questo come lo si definisce? Viene letto poco, pochissimo. Ed allora? Val la pena? Il peso speci­fico della scrit­tura forse si riesce a com­pren­dere in certi ambiti piut­tosto che in altri. Forse guardare quello che accade qui può risveg­liarci, o quan­tomeno mostrare che ciò che Nazione Indi­ana sta per­cor­rendo sia la più giusta delle strade. L’Anti­mafia mi con­voca per un rac­conto, uno scrit­tore per due rifer­i­menti in un libro deve cam­biare edi­tore un altro per una sto­ria troppo pesante rischia l’oblio. Questo denota che siamo ancora vivi, che quando la let­ter­atura fa tremare, i colpi di coda di certi mec­ca­n­ismi di dominio sono dolorosi.

Qui al sud capisci che scri­vere è la cosa più peri­colosa che si possa fare. Quando finisci un rac­conto hai due certezze. Che non verrà letto da molti. Ma che verrà letto dai pochi che ti rovin­er­anno la vita, che faranno di tutto per fartela pagare. E allora speri, speri che il mes­sag­gio del tuo rac­conto possa dar­gli il più fas­tidio pos­si­bile, come se le let­tere potessero liq­ue­farsi men­tre le stanno leggendo e volatiliz­zarsi in antrace, finendo nelle loro nar­ici. Così diventi immune persino alla stric­n­ina e con­tinui a scri­vere, a sapere a cosa vai incon­tro. Per­ché se ti devono fare qual­cosa, almeno sia per la cosa più grave, per il motivo più forte. Io quando vengo con­vo­cato, subisco molti dileggi. Uno scrit­tore, un intel­let­tuale che si occupa di certi mec­ca­n­ismi del reale, è qual­cosa di peri­coloso, sospetto, fas­tidioso. Non è una metafora ridi­cola, ma davvero gen­era sospetto. Il medes­imo sospetto che si pone nella mente di mia madre, delle per­sone che mi sono vicine. Ma che c’entra Gior­dano Bruno con i clan, cosa Baruch Spin­oza con gli omi­cidi, cosa Tom­maso Lan­dolfi con il boss Schi­avone? Conosci l’Orlando Furioso cosa c’entra con le aziende, i traf­fici, i morti ammaz­zati? Occu­parsi con lo stru­mento let­ter­ario di queste cose, senza una gab­bia noir, senza un motivo di fic­tion davvero crea nau­sea, come una sorta di sado­masochismo che vuoi amman­nire a chi ti legge. Cosa ci guadagna, è il primo pen­siero. Anche del mag­is­trato che mi indaga. Una volta uno scrit­tore cam­pano che amo molto, mi disse “non pre­oc­cu­parti, se io vivessi a sud mi occu­perei allo stesso modo delle cose su cui tu poni lo sguardo”. E’ cer­ta­mente vero quello che dice. Ma lui se n’è andato.

Un gior­nal­ista delle cronache locali è con­trol­la­bile, un mag­is­trato per­corre strade dai cod­ici cifrati conosciuti, un politico è rag­giun­gi­bile, passeg­gia per le strade note, i suoi seg­re­tari sono com­pari, ma uno scrit­tore no. Una pag­ina nar­ra­tiva, che fonda tutti i dati, le sen­sazioni, le geografie, non può essere con­trol­lata, costretta. Map­pata. La let­ter­atura veicola, fa fug­gire in avanti, coin­volge ogni pas­sag­gio del reale e dove non riesce ad osser­varlo lo rag­giunge con la con­get­tura. La scrit­tura di rac­conti e romanzi mette angos­cia sia agli inquirenti che si sentono scop­erti, superati, bru­ciati esposti nella loro inca­pac­ità sia ai camor­risti. Sapete che Giuseppe Mar­razzo, scrisse un libro “Il camor­rista” negli anni ’80. Un romanzo cap­ola­voro su Raf­faele Cutolo che più d’ogni altro svelò mec­ca­n­ismi e dialet­tiche dell’Italia democris­tiana e dell’ascesa di un per­son­ag­gio, Cutolo, da assas­sino per caso in sta­tista di primo ordine. Marazzo vent’anni fa scrisse su ver­ità che i giu­dici stanno ancora inda­gando por­tando i pro­cessi in giu­di­cato con ver­ità che Mar­razzo aveva esat­ta­mente descritto. Quel libro mai più ripub­bli­cato – per evitare che la vec­chia sem­pre­verde guardia democris­tiana non abbia la damna­tio memo­riae – è un chiaro esem­pio di let­ter­atura che antic­ipa, svis­cera, fog­gia, con­get­tura. Sco­pre il vero e lo rende mate­ri­ale per trasfor­mare il per­corso del reale.

Pen­sate alla nascita di decine di libri che sve­lano, almanac­cano, trac­ciano la realtà ma con il rig­ore della ver­ità, con la forza della scrit­tura che pre­scinde dall’oggettività per­ché non se ne cura. Pen­sate a libri del genere, come già ne stanno uscendo. Cosa gener­ereb­bero? Ma questo non sig­nifica che si tratta di par­lare solo di Cosa nos­traCamorra, e N’drangheta. Rac­con­tare, sve­lare, scar­dinare, trac­ciare con le parole, rac­con­tare di una gior­nata trascorsa a Varese come a Marano, può real­mente mutare qual­cosa. Dopo quanto m’è accaduto ho voglia di cred­erci quasi dog­mati­ca­mente. Ma bisogna scri­vere stu­diando a fondo, mor­dendo il midollo, non ridendo senza mostrare i denti. Maledi­zione. Scri­vere sul fronte merid­ionale è più letale che sparare nelle trincee mediorientali.

Conosco la sto­ria di un intel­let­tuale cal­abrese. Era un gio­vane gior­nal­ista dalla bella penna impeg­nato con­tro la ndragn­heta, quando una notte i clan cal­abresi decis­ero di instal­largli un ordigno sotto la sua macchina. Il nipotino però bussò all’utero della sorella e così lui scese di corsa per accom­pa­g­narla in ospedale. Si trovò dinanzi allo ndranghetista che sotto l’auto stava piaz­zando l’ordigno. Dal nipotino che aveva fretta di nascere, ebbe salva la vita. Ora vive in Canada, non ha mai più scritto una riga in Italia. Una sto­ria sconosci­uta che vuol rimanere sconosci­uta, per­ché davvero quando vivi certe dinamiche ne hai una ver­gogna tale che preferisci dimen­ti­carle. Ricor­darle sig­ni­ficherebbe appe­san­tire l’anima e rischiare di slabbrarla.

Ci sono delle loro parole che mi ven­gon dette che mi inqui­etano. “Ormai sei abit­u­ato”, oppure “è una vita che ci scrivi con­tro”. Scrivendo è come se rius­cissi ad almanac­care il tempo e a ripro­durlo, ad attribuir­gli una somma di minuti in più. E’ tal­mente raro che qual­cuno possa occu­parsi di certe dinamiche in un certo modo e senza stipendi che si pensa che una vita abbia il cor­ag­gio di occu­parsi di un unica cosa, di denun­ciare un fatto. E non di stare dietro ad una com­p­lessità d’eventi. Osser­vando l’intero arco del per­corso. Così dieci rac­conti diven­gono dieci esistenze che riescono a met­tere assieme tutto, dalla denun­cia a Car­avag­gio, dalla guerra di ScampiaIsaac Singer. Ma questo è ter­ri­bile, è peg­gio che spac­ciare, è più schi­foso che rubare ad una put­tana. Come attesta l’ultima frase che mi è stata detta: “eccolo il vet­er­ano, tutta la vita a scri­vere e dare fas­tidio”. Tutta la vita, io ho 25 anni, maledizione.

Un abbrac­cio a tutti. Stretto
r.