Saviano: ‘La libertà è una vescica’

Due anni fa, su Van­ity Fair, il grido: «Rivoglio la mia vita». Dopo il «troppo» suc­cesso, la fuga. A New York. E non solo a causa delle minacce della camorra.

ph. © Anto­nio Bolfo

Den­tro l’idea di New York ci puoi met­tere di tutto. Quello che cer­chi, che hai già trovato, che vuoi conoscere. Eppure, non sarà mai real­mente lei, non sarà mai la New York che ti aspet­tavi di trovare. Ed è pro­prio questo ciò che avverti quando decidi di trascor­rerci dei mesi, quando diventa casa per qualche tempo: perdita d’equilibrio, come una vertigine.

La mia prima volta a New York è stato qualche anno fa. Appena atter­rato, due sig­nori mi si avvic­i­nano, mi mostrano un tesserino, mi por­tano in una stanza e mi chiedono come mai le autorità ital­iane non abbiano avvisato del mio arrivo. Cerco di spie­garmi ma non mi accol­gono – come dire – con garbo. Intu­isco che da qualche parte nei loro ter­mi­nali deve essere asso­ci­ato al mio nome qual­cosa come “per­son­al­ità sotto pro­tezione”. E intu­isco anche che dalle autorità ital­iane la comu­ni­cazione sul mio arrivo non deve essere arrivata.

Non so cosa fare, cosa dire, provo a sor­rid­ere come fac­cio quando non ho risposta e dico che non sono un col­lab­o­ra­tore di gius­tizia, che non sono un pen­tito. Dico sem­plice­mente che sono uno scrit­tore: che ho scritto un libro, ho rice­vuto delle minacce e sono finito sotto scorta. L’agente mi guarda diver­tito per i miei ten­ta­tivi di evitare l’inevitabile, il rim­pa­trio.
«Uno scrit­tore? – risponde – Con quella fac­cia?». Provo a con­vin­cerlo, ma il mio affanno aumenta i suoi sospetti. Poi mi viene un’idea: «Cer­cate su google…» sug­gerisco, sperando ci sia qual­cosa in inglese in grado di con­vin­cerli. Mi salva il pro­filo che il New York Times mi ha ded­i­cato qualche mese prima. Gra­zie a quell’articolo non sono stato risped­ito in Italia come un pacco postale, nonos­tante la mia fac­cia. Da allora rifletto su come dovrebbe apparire uno scrit­tore e anzi l’incredulità del poliziotto è come se avesse regalato cred­ito al mio viso.

In arrivo a New York, al sec­ondo ten­ta­tivo, mi sento esperto. Già sull’aereo preparo qualche risposta e una copia amer­i­cana del libro con la mia foto in quarta di cop­er­tina: può servire. Ma imme­di­ata­mente mi accorgo che tutto è cam­bi­ato. Due poliziotti sulla porta dell’aereo mi salu­tano con un cenno: “Wel­come Mr. Saviano”. E invece di rispon­dere al saluto, sor­rido. Sor­rido come un bam­bino, sono un ani­male che per tanto tempo dalla sua gab­bia, attra­verso le sbarre, ha visto il cielo, gli alberi e se n’è stato lì pen­sando che era inutile voler volare. Che in fondo volare non ser­viva a nulla. Che in fondo il volo non esisteva nem­meno. Ecco, mi ero abit­u­ato a pen­sare che la lib­ertà non esisteva e che quindi era inutile cer­carla, agog­narla, lavo­rare per ottenerla.

Mai avrei pen­sato che un giorno qual­cuno avrebbe aperto la mia gab­bia. Per cinque anni ho fatto in tutto forse un migli­aio di passi. E ho approssi­mato per eccesso. Mi sono total­mente dis­a­bit­u­ato alle file negli uffici, al caos dei super­me­r­cati, al caos in strada. Non entravo in una met­ro­pol­i­tana, in un treno, da cinque anni e mezzo, non in un treno. Per me quelli statu­nitensi, sono stati sei mesi di ver­tig­ini con­tinue provo­cate dalle situ­azioni più banali.


Una volta per com­prare tre arance ci ho messo due ore: par­al­iz­zato dalle luci, dalla folla, dalle voci. Lì avevo una pro­tezione molto diversa da quella a cui ero abit­u­ato, con mar­gini di lib­ertà mag­giori. I tre uomini che mi ges­ti­vano, sapendo della mia urgenza di lib­ertà, spesso las­ci­a­vano che li superassi, che mi dimen­ti­cassi di loro. A volte dove­vano rin­cor­rermi per­ché sparivo dal loro sguardo.

ph. © Anto­nio Bolfo

Il giorno dopo il mio arrivo, sotto l’effetto del jet lag, sono uscito alle sette del mat­tino, in realtà già fre­mevo dalle cinque. In strada non c’era nes­suno, solo io e la mia scorta. Senza par­lare abbi­amo cam­mi­nato per cinque ore. Ho bevuto un cap­puc­cino e ci ho inzup­pato den­tro un muf­fin, ho com­prato una cartina di Man­hat­tan e, in quella sola mat­ti­nata, sono certo di aver cam­mi­nato come non avevo mai fatto.

E non solo ne sono certo, ho le prove. Sono tor­nato a casa con le piaghe ai piedi, mi face­vano male da morire, ma quel dolore che non cre­devo esistesse più mi ren­deva euforico. Avevo la sen­sazione di essere tor­nato a vivere com­ple­ta­mente, di aver riac­quis­tato l’uso di arti sopiti da tempo. E per la prima volta ho iniziato a vedere le scarpe con­sumarsi e ai piedi mi sono venute vesciche.

I motivi della mia fuga, per­ché nonos­tante tutto di fuga si è trat­tato, risal­gono ai tempi di “Vieni via con me”. O forse è più appro­pri­ato dire che con “Vieni via con me” hanno subito un giro di vite. Dopo il suc­cesso della trasmis­sione, l’attenzione su di me di media e polit­ica e dei media proni alla polit­ica è diven­tata altissima. La mia famiglia è diven­tata oggetto di ricerche, di domande, di curiosità. Ogni giorno sen­tivo una pres­sione enorme.

Mezze parole, com­menti idi­oti, sor­risi aperti e dietro le spalle schi­u­manti insulti. Gli addetti ai livori sono così. Non si inter­viene su ciò che dici o su come lo dici: si cerca di dele­git­ti­marti o di creare un clima avverso. Un modo per poter dire a se stessi che chi riesce a par­lare a molti è cor­rotto dai media, è una schifezza, un bluff.

C’è una frase di Adri­ano Olivetti con cui mi iden­ti­fico. Spiega per­ché chi ha ambizioni è visto con sospetto: “Se teorizzo qual­cosa di appar­ente­mente irre­al­iz­z­abile, incon­tro sicu­ra­mente il con­senso di qualche salotto. Se vado oltre, spie­gando come real­iz­zarlo tec­ni­ca­mente, nel det­taglio, ris­chio di ren­dermi ridi­colo. Se poi lo real­izzo, vengo trat­tato con ostil­ità.” Eppure con il tempo ho imparato a essere fiero delle accuse banali e sem­pre iden­tiche che ricevo. Detesto piacere a tutti. I nemici, pronti a stru­men­tal­iz­zare e spesso inventare accuse, sono medaglie che ho con­quis­tato nella battaglia delle mie parole.

Poi arriva una mail: un invito per inseg­nare alla New York Uni­ver­sity. E mi arriva anche l’offerta da Scholar at Risk – una rete di isti­tuzioni che danno pro­tezione e sostegno a intel­let­tuali di tutto il mondo che nei loro paesi non pos­sono lavo­rare affatto, o come nel mio caso, non pos­sono farlo ser­e­na­mente – di una borsa di stu­dio per il mio inseg­na­mento.  Non potevo cred­erci: era una chi­ave per uscire dalla gab­bia che molti cre­dono mi sia costru­ito da solo, e dalla quale non rius­civo a uscire, nem­meno per una boc­cata d’aria. Così scendo dall’aereo, sor­rido alla mia nuova scorta amer­i­cana e penso: ce l’ho fatta. Sono qui.

Le con­trad­dizioni di New York sono infi­nite, quando sei a Washign­ton Square avresti voglia di credere che sia davvero la città per­fetta: non trovi un solo viso che ti somigli. Quelle parole com­p­lesse e affasci­nanti come mul­ti­cul­tur­al­ismo e mul­tiet­nic­ità a New York diven­tano con­cretezza, le per­cepisci come reali. Nella mia testa, per antica osses­sione, la mappa delle città di tutto il mondo è dis­eg­nata con con­fini crim­i­nali. Quando sono in Svezia cerco di sapere esat­ta­mente, attra­verso tutte le infor­mazioni che posso rac­cogliere, quali sono i ris­toranti che rici­clano denaro per conto dei cartelli crim­i­nali, quali sono i palazzi com­prati dalla mafia serba, le zone dove spac­ciano metan­fe­t­a­m­ina. Lo stesso a Parigi o a Berlino.

Quando le scorte locali mi chiedono cosa voglio andare a vedere, mi fac­cio portare nelle per­iferie o nei posti più impen­sati tralas­ciando spesso musei o parchi. Così, quando arrivo a Wash­ing­ton Square so esat­ta­mente – anche senza esserci mai stato, ma solo per averlo letto – dove sono i pusher, dove i pali, i punti dello spac­cio, i locali delle alleanze sal­date e quelli degli arresti eccel­lenti.
Eppure, una volta lì, i miei per­corsi cog­ni­tivi deviano dalle solite manie. Non esistono pusher, non il ris­torante di Sonny Black a Lit­tle Italy. Mi scrollo di dosso tutto questo, almeno per un po’. Almeno per un po’ ho voglia di respirare. New York mi ridà un ossigeno che avevo perso.

Innamorarsi di questa città è facile. Così come è facile sen­tirsi smar­riti in una sorta di infinito lego per topi, e voler fug­gire. Fug­gire lon­tano, in un luogo più ras­si­cu­rante. Ma restare è una sfida, abit­u­arsi a quell’architettura è una sfida. Sen­tirla famil­iare, muoversi in quel labir­into met­tendo in conto di pot­ersi perdere. E quel labir­into per me ha sig­ni­fi­cato recu­per­are i per­corsi, guardare final­mente i volti delle per­sone, ascoltare le loro voci. Non pen­savo che smar­rirsi potesse essere tanto ras­si­cu­rante e ho finito per innamorarmi di quella sensazione.

ph. © Anto­nio Bolfo

Italo Calvino ha scritto: “Io amo New York, e l’amore è cieco. E muto: non so con­tro­bat­tere le ragioni degli odi­a­tori con le mie. […] In fondo non si è mai capito bene per­ché Stend­hal amasse tanto Milano. Farò scri­vere sulla mia tomba, sotto il mio nome, “newyorkese”. Ma se da tur­ista innamorarsi della città è facile, quasi un obbligo, se decidi di viverci per qualche tempo le cose si com­pli­cano. In Amer­ica tutto è pro­ce­dura, tutto è regola.
Quando si arriva con l’intenzione di restare, sem­bra quasi di trovarsi davanti a una parete alta e lis­cia da scalare.

Mi ras­si­cu­ra­vano, mi dice­vano che poi tutto si sarebbe nor­mal­iz­zato, ma quei con­tinui col­lo­qui, fogli su fogli da com­pi­lare e for­mule che ti veni­vano lette ovunque e che dovevi mostrare di accettare annu­endo, a me sem­bra­vano un’assurdità. 


Mi sem­bra­vano un modo niente affatto costrut­tivo per occu­pare il tempo e il mio lì era con­tato. L’incubo dei primi giorni fu ottenere il Social secu­rity num­ber, una sorta di codice fis­cale senza il quale non puoi fare quasi nulla, dall’aprire un conto in banca per rice­vere lo stipen­dio – e senza lavoro un visto è dif­fi­cile otten­erlo – a com­prare una scheda tele­fon­ica, ad affittare casa.

Ovunque andassi mi chiede­vano quel numero e quando dicevo che ancora non ne avevo fatto richi­esta in risposta ricevevo uno sguardo sadico, come a dire: “Buona for­tuna, spe­ri­amo tu ne esca vivo”. Ed eccomi in fila allo sportello, gli uomini della scorta mi aspet­tano fuori dall’ufficio conce­den­domi scam­poli di lib­ertà, anche se io temevo lo facessero per ten­ersi lon­tani da quel luogo descritto come l’infero degli immigrati.

Avevo il numero 14. Ero l’unico essere umano pre­sente, oltre ai dipen­denti, in un uffi­cio che per la quan­tità di comu­ni­cazioni in cinese, mi faceva dubitare del luogo in cui mi trovassi. 


I dipen­denti parla­vano amer­i­cano e cinese e questo mi ha fatto capire ciò che già sapevo: in Usa l’immigrazione del futuro è dall’Estremo ori­ente, noi europei siamo solo una zavorra. Leggo sul dis­play e vedo che il numero indi­cato era il 12. Ma c’ero solo io, quindi mi avvino allo sportello sicuro che fosse il mio turno. L’addetto mi guarda e mi chiede che numero avessi. “14”, rispondo. “Non è il suo turno, siamo al 12 e poi verrà il 13”. “Ma ci sono solo io!”, rispondo diver­tito. “Lo vedo, ma non è il suo turno, devo chia­mare gli altri numeri, è la regola”. Mi allon­tano rispet­toso e aspetto la chiamata.Capisco ora quello che mi ave­vano detto, ma che non rius­civo a sovrap­porre alla vul­gata sugli Stati Uniti e sul loro dinamismo: qui non si inter­preta la legge, spesso sul posto di lavoro non c’è una reale rif­les­sione su ciò che si fa, si fa e basta.

Questa è la rigid­ità amer­i­cana. Una rigid­ità che per quanto ottusa spesso garan­tisce la certezza della fun­zion­al­ità dell’apparato isti­tuzionale e di molta parte di quello pri­vato. Almeno a New York. Tutto ha un per­corso pre­ciso, tutto ha una pro­ce­dura. Anche la vita, addirit­tura nei sen­ti­menti si seguono regole pre­cise, cod­ifi­cate: quelle del date. Eppure le regole sen­ti­men­tali di New York hanno un sapore quasi arcaico. Di base è pos­si­bile fre­quentare – senza che questo lo si debba nascon­dere – più part­ner con­tem­po­ranea­mente, cosa impens­abile nei luoghi in cui sono nato e cresci­uto. Fino a che non decidi che sei exclu­sive. Sei occu­pato solo se hai quella che in Amer­ica chia­mano the talk.
E la tem­p­is­tica sulla “chi­ac­chier­ata” dipende da quanto presto vai a letto con la per­sona che stai fre­quen­tando. Il primo bacio dovrebbe avvenire più o meno al sec­ondo date, sesso al quarto o quinto, non prima. Tutta questa orga­niz­zazione quasi mil­itare mi divertiva moltissimo per­ché per quelle comu­nità ster­mi­nate, regola sig­nifica tranquillità.

ph. © Anto­nio Bolfo

Qual­cuno mi ha detto che “è impor­tante anal­iz­zare le relazioni in ogni loro fase per evitare con­fu­sione e stress”. Altri si decide­vano a fare the talk quando “avessero rag­giunto l’obiettivo che si erano pre­fis­sati”. Parla­vano di sen­ti­menti come si parla di un conto in banca, di inves­ti­menti, a un ital­iano del Sud che non cre­deva alle pro­prie orec­chie, ma che in fondo è cresci­uto con quelle stesse regole senza che però fos­sero aper­ta­mente cod­ifi­cate. Regole non cod­ifi­cate, arcaiche e suscettibili di inter­pre­tazione: un labir­into intri­cato, quanto di peg­gio ci possa essere, soprat­tutto per le donne, in una soci­età ancora pro­fon­da­mente maschilista.
L’America è quel luogo che conosci dai rac­conti di chi la odia a morte, e dec­lina il suo odio rite­nen­dola la patria delle ingius­tizie sociali, dell’imperialismo, del cin­ismo. E di chi la ama di tutto l’amore pos­si­bile, innamorato della bandiera sinon­imo di unione e lib­ertà e della por­tata sim­bol­ica della sua lotta ai total­i­tarismi. Io per for­mazione dif­fido degli odi pro­fondi e ciechi e degli amori ide­o­logici, quindi nes­suna delle due strade mi ha mai attratto. Quello che invece mi inter­es­sava com­pren­dere era cosa fosse real­mente il sogno amer­i­cano. E soprat­tutto se il sogno amer­i­cano non fosse piut­tosto – a dis­petto di tanta let­ter­atura – la sper­anza tutta ital­iana che andare oltre­o­ceano servisse a cam­biare il pro­prio destino.

E anche questo topos della soci­età e della cul­tura amer­i­cana lo per­cepisci, ma assai diver­sa­mente da come avevi pen­sato. È una sorta di atti­tu­dine che la soci­età amer­i­cana ti trasmette, è asso­lu­ta­mente impal­pa­bile ma sai che c’è, come una architet­tura invis­i­bile aggiunta alla tua vita. In Amer­ica senti che puoi farcela. Se hai un deside­rio e un tal­ento, puoi farcela. Questo è il vero sogno amer­i­cano che non è immune alle dif­fi­coltà eco­nomiche e alla spi­etatezza della soci­età. O fai di tutto per valere o sei can­cel­lato. Non dimen­ticherò mai una delle prime passeg­giate fatte a Cen­tral Park. 


C’era una per­sona che chiedeva soldi e un bim­betto che vol­eva dar­gliene. Il bim­betto era con suo nonno che gli spiega per­ché è finito così quel sig­nore: “Per­ché non si è impeg­nato, per­ché non ha dato il meglio di sé”. Insomma, darà i soldi all’uomo, ma prima una lezioncina di vita. Come sono diverse le nos­tre cul­ture, ho pen­sato.
Quanto è diversa l’impronta protes­tante che scorgi nel pec­cato orig­i­nale di non avere denaro, dall’impronta cat­tolica che fa del denaro un pec­cato mor­tale. A me in Italia avreb­bero detto che quell’uomo chiedeva soldi in strada per­ché era stato sfor­tu­nato, per­ché non ce l’aveva fatta. Il dis­corso di quel nonno amer­i­cano ha una morale agli antipodi rispetto a quella con cui sono cresci­uto. Quando qual­cuno non riesce, da noi la respon­s­abil­ità non è mai indi­vid­uale, si attribuis­cono sem­pre le respon­s­abil­ità mag­giori al sis­tema.
A New York il mec­ca­n­ismo è com­ple­ta­mente diverso: devi dare il mas­simo e vedrai che otter­rai qual­cosa. Ma anche questa in realtà è una mist­i­fi­cazione: il sogno amer­i­cano è diven­tato col tempo sem­pre più esclu­sivo. L’assioma non è più “impeg­nati e ce la farai”, ma “se hai tal­ento ce la farai”.
Questa ten­denza rad­i­cal­mente mer­i­to­crat­ica spesso tiene fuori tutti col­oro che non hanno eccel­lenze ma solo nor­mali atti­tu­dini e bravure. La chi­ave per fare qual­si­asi cosa a New York – lavo­rare nella cos­met­ica, nel gior­nal­ismo, nell’industria, o sem­plice­mente fittare casa – è incon­trare, conoscere per­sone, pre­sen­tarsi. Ed è cosa impeg­na­tiva e com­pli­cata per­ché finisce con l’essere una selezione sociale basata sul vedere come ti vesti, come ti com­porti, come la pensi, non esat­ta­mente come sei, ma come sei in deter­mi­nati con­testi. È una soci­età basata sul giudizio (e asso­lu­ta­mente non sul pregiudizio), ma ti offre tal­mente tante pos­si­bil­ità, oppor­tu­nità e com­bi­nazioni che ti con­cede di trovare gli spazi che vuoi e in cui puoi sen­tirti accettato. Questo rap­p­re­senta una sua pecu­liar­ità come il mec­ca­n­ismo della seg­nalazione che non è rac­co­man­dazione per­ché il potere di un capo car­pen­tiere o di un vicepres­i­dente si svilirebbe se seg­nalassero per­sone incom­pe­tenti. Insomma piaz­zare il figlio dell’amante o l’amico dell’amico in posti che non mer­i­tano ti farebbe perdere cred­i­bil­ità. E questo in una realtà dove la cred­i­bil­ità è tutto sarebbe controproducente.
Negli Stati Uniti, soprat­tutto a New York, accade che l’apertura su quello che sei o quello che dici di essere esiste fino a prova con­traria. Una volta che c’è un intoppo grave, però, una men­zogna letale, tutto repenti­na­mente cambia.

ph. © Anto­nio Bolfo

Il caso di Raf­faele Fol­lieri, impren­di­tore di San Gio­vanni Rotondo, è un esem­pio incred­i­bile di questa debolezza tutta amer­i­cana. Sale agli onori della cronaca per­ché si fidanza con l’attrice Anne Hath­away e presto riesce ad accred­i­tarsi come uomo del Vat­i­cano legato a Karol Wojtyla e lo fa sem­plice­mente acqui­s­tando un vec­chio edi­fi­cio di pro­pri­età della chiesa in Amer­ica e met­ten­dolo sul mer­cato immo­bil­iare. Intu­isce che la chiesa amer­i­cana e quella canadese sono in dif­fi­coltà per gli scan­dali e i pro­cessi sulla ped­ofilia, che devono pagare ris­arci­menti mil­ionari e che il set­tore immo­bil­iare deve essere dismesso per far fronte a quelle spese.
Ebbene Fol­lieri – a New York ho provato a seguire le sue tracce – finge di poter vendere a diverse soci­età immo­bil­iari, facendo da medi­a­tore, le pro­pri­età del Vat­i­cano. Inizia a rice­vere ton­nel­late di denaro, fre­quenta i Clin­ton: entra nella soci­età amer­i­cana, quella “che conta”.
Nat­u­ral­mente quando la truffa è scop­erta per lui non c’è che l’ignominia, il mar­chio fuoco, il carcere. E doman­darsi come abbia fatto ad acquisire tanto cred­ito è fuori con­testo: ha pas­sato la selezione, per­ché la curiosità e l’apertura sono la carat­ter­is­tica e la quo­tid­i­an­ità di certi ambi­enti newyorch­esi cui può cap­itare, però, di imbat­tersi nella fur­bizia.
Ma, a parte il caso di Mr. Truffa Fol­lieri, colpisce vedere quanto siano rius­citi a fare di impor­tante gli ital­iani a New York. Forse questo rischia di essere un dis­corso che sa di provin­cial­ismo, di attac­ca­mento alla terra. Del resto ammetto di non aver mai così tanto pen­sato all’Italia come durante la mia vita a New York, dove di Italia se ne incon­tra davvero tanta, ovunque. Italia a New York vuol dire tre cose: moda (ele­ganza e design), cul­tura culi­naria e mafia. E non sem­pre queste tre dec­li­nazioni ven­gono affrontate con
serenità per­ché la nos­tra carat­ter­is­tica fon­da­men­tale deve essere la leg­gerezza. Lo stesso Berlus­coni (pro­fon­da­mente detes­tato dal mondo colto newyorch­ese) è visto spesso come un sig­nore furbo, spregiu­di­cato, un po’ maneg­gione. A cui piac­ciono le donne e che ha saputo far soldi. Non è sicu­ra­mente un mod­ello, ma è con­sid­er­ato un uomo leg­gero e la leg­gerezza, soprat­tutto nella soci­età bianca newyorch­ese, è un bene raro.
E poi ci sono gli italoamer­i­cani che non ne pos­sono più di sen­tir par­lare di mafia, sem­pre asso­ci­ata ai loro cog­nomi, alle loro facce, alla loro cul­tura. È insop­porta­bile il pregiudizio. Molti di loro, e sti­amo par­lando di migli­aia di per­sone, hanno sen­tito l’esigenza di cam­biare il pro­prio cog­nome nel corso degli anni, per ren­derlo come si dice american-friendly. Ma è un errore pen­sare che i Soprano dif­famino la comu­nità italoamer­i­cana. La nos­tra forza sta pro­prio nel rac­con­tare un fenom­eno che in Italia è forse più antico e potente che nel resto del mondo e poterlo denun­ciare. E poterlo inseg­nare. Non si risponde alla diffamazione che c’è, che è reale, con l’omertà, ma rac­con­tando.
Down­town è piena di ris­tor­nati ital­iani, di sto­rie ital­iane. È pieno di un’Italia che è scap­pata dall’Italia nel corso di due sec­oli, cre­dendo di trovare in Amer­ica strade las­tri­cate d’oro. li italo-americani a New York hanno avuto una vita com­pli­catis­sima, non dimen­ticherò mai la frase di Nicola Colella, figlio di immi­grati cam­pani: “La mag­gior parte degli immi­grati era molto gio­vane quando venne in questo paese. Sco­prirono che non solo le strade non erano las­tri­cate d’oro, ma che erano pro­prio loro quelli che dove­vano las­tri­care quelle strade”.

Saviano a Zuc­cotti Park

New York è stata costru­ita dagli ital­iani, dai pel­lirossa, dagli irlan­desi, questo lo senti “dalla puzza di sudore che esce dal cemento”, direb­bero gli operai edili del mio paese. Senti quanta Italia c’è a Zuc­cotti Park, che deve il suo nome a John Zuc­cotti, uomo d’affari italo-americano, pres­i­dente della soci­età che possiede la piazza e che ne ha curato l’opera di ristrut­turazione nel 2006 dopo i dan­neg­gia­menti dell’11 set­tem­bre. 


Lo sco­pri nel toro di Wall Street, il Charg­ing Bull, opera abu­siva di un artista sicil­iano, Arturo Di Mod­ica. Abu­siva per­ché quel toro non è mai stato né com­mis­sion­ato dalla città di NY, né c’è mai stata autor­iz­zazione per­ché venisse instal­lato. Di Mod­ica l’ha fog­giato e poi l’ha posato dinanzi a Wall Strett per­ché quella pos­sente scul­tura ricor­dasse la forza del popolo amer­i­cano e la sper­anza per il futuro.
Ormai quel toro è il sim­bolo del cap­i­tal­ismo amer­i­cano. Lo senti dagli impren­di­tori, dagli stu­diosi, dagli arti­giani che arrivano a New York. E poi c’è Arthur Avenue, la vera Lit­tle Italy. Quella stor­ica ormai non esiste quasi più: è un quartiere di China Town, una sorta di museo della vec­chia New York. 


Quello che è rimasto vera­mente Italia è Arthur Avenue. Un’intera strada tutta ital­iana. In ver­ità la con­di­vi­dono ital­iani e albanesi, due comu­nità molto unite in Amer­ica, come un’unica famiglia. Ci sono stato, e passeg­giando qual­cuno mi ha riconosci­uto. Qual­cun altro scor­gendo nel mio sguardo l’eccitazione del “forestiero” mi chiedeva da dove venissi “cumpa’” o “paisa’”. “Napoli” dicevo e loro mi rispon­de­vano: “Anch’io da Bar­letta”, da Mar­cianise, da Den­te­cane, per­ché per loro tutto ciò che non è Sicilia è comunque Napoli. Il sud Italia nei loro ricordi, nelle loro sen­sazioni, resta il Regno delle due Sicilie.
E sapevo che Roberto De Simone per rin­trac­ciare sonorità e parole che il napo­le­tano mod­erno aveva perso, era andato pro­prio in Amer­ica dove i dialetti sono ancora quelli dell’Ottocento, cristal­liz­zati dall’esodo. Se sei ital­iano, i primi ad accoglierti a New York sono italiani.


Ti rac­con­ter­anno quanto gli ital­iani e gli italoamer­i­cano abbiano lavo­rato, quanto suc­cesso abbiano avuto par­tendo da quel niente che ave­vano por­tato con sé dalle des­o­late cam­pagne ital­iane. 


E tutto questo assume in quel con­testo il sapore della rivalsa, del riscatto. Ma in questi dis­corsi c’è qual­cosa che mi pesa, qual­cosa su cui mi sono sof­fer­mato a ragionare e di cui mi sfugge in qualche modo il senso.

ph. © Anto­nio Bolfo

Come è pos­si­bile che la comu­nità ital­iana in Amer­ica, fatta da mil­ioni di per­sone, che spesso sono rius­cite a ottenere risul­tati inim­mag­in­abili – Fiorello La Guardia, figlio di immi­grati fog­giani, sopran­nom­i­nato affet­tu­osa­mente the Lit­tle Flower è stato eletto sin­daco di New York già nel 1933 –, che sono una sorta di paese nel paese, che sono incred­i­bil­mente fieri delle loro orig­ini, in fondo abbiano avuto verso l’Italia solo un atteggia­mento pater­nal­is­tico, di soldi man­dati alla famiglia di pic­cole chiese ristrut­turate, ma di totale assenza di inves­ti­menti e di col­lab­o­razione.
La ver­ità è che se pro­duci un buon vino in Cal­i­for­nia e sei lucano non cer­chi di farlo in Italia, per­ché fare impresa in Italia e soprat­tutto al Sud è cosa com­pli­catis­sima. Man­cano le infra­strut­ture, regole certe, la men­tal­ità assis­ten­zial­ista ali­men­tata da certa polit­ica pre­clude, di fatto quei mer­cati a chi­unque voglia e possa fare inves­ti­menti. Dall’altro lato, l’atteggiamento pater­nal­is­tico degli italoamer­i­cani è dovuto a una sorta di presa di dis­tanza morale da una terra che ha costretto i loro gen­i­tori i loro nonni ad andare via e che ora torna nella loro vita solo sot­to­forma di diffamazione.
A New York l’emigrazione ital­iana è stata la più odi­ata, la più ves­sata, eppure qui da noi, non è rimasta memo­ria di questo grande dolore. Nel mio guardare New York c’era un pen­siero costante ai molti arrivati e trat­tenuti a Ellis Island, l’isola dove persino il mio bis­nonno arrivò, per essere subito cac­ciato per­ché anar­chico e per nulla ligio ai con­trolli cui lo costringevano. Andare in Amer­ica oggi, emi­grare in Amer­ica, è cosa assai diversa per un ital­iano della mia gen­er­azione.
Ma il tempo del grande esodo non è lon­tano e per un uomo del sud Italia credo sia un obbligo rin­trac­ciare sto­rie e sof­ferenze e ricor­dare tutto quello che è stato. La sof­ferenza delle migrazioni ital­iane può essere senza dub­bio con­sid­er­ata mod­ello uni­ver­sale per com­pren­dere le dinamiche di ogni emi­grazione.
Le parole di Nicola Colella che rac­con­tano cosa abbia sig­ni­fi­cato per gli ital­iani emi­grare sono valide per qual­si­asi migrante in queste ore cer­chi uno spazio per soprav­vi­vere, che sia africano, latino, asi­atico o, come ben presto riac­cadrà, europeo: “Rius­cite ad immag­inare che cosa sig­ni­fichi dire addio alla pro­pria famiglia, alla pro­pria casa e agli amici?
Par­tire per un paese straniero, senza conoscerne la lin­gua, e con pochissimi soldi, in prat­ica nes­suno? Chi sarebbe dis­posto a fare una cosa del genere? Per­ché mai qual­cuno dovrebbe fare qual­cosa di così dras­tico? […] E così… giungemmo in Amer­ica, a centi­naia su centi­naia di migli­aia, fino a quando non fummo più di quat­tro mil­ioni. Affrontammo la povertà, la dis­crim­i­nazione e l’isolamento dovuti al fatto di essere in una terra straniera. […]
Ven­immo in un luogo che ci trat­tava da per­sone infe­ri­ori. Veni­vamo con­siderati sporchi e stu­pidi, perfino “di col­ore”. Impara­mmo ad adattarci, ad andare d’accordo col resto della popo­lazione, e a nascon­dere la nos­tra nazion­al­ità straniera; ma, non smet­temmo mai di essere orgogliosi di ciò che eravamo e del luogo da dove venivamo.”