Qui.

di Roberto Saviano

a M. per­ché sap­pia cosa è real­mente la mia rabbia.

Luciano Fer­rara — “Le Vele di Secondigliano”

La macchina è com­ple­ta­mente bru­ci­ata. L’hanno cosparsa di ben­z­ina. Litri di ben­z­ina. Ovunque. Ben­z­ina sui sedili ante­ri­ori, ben­z­ina su quelli pos­te­ri­ori, ben­z­ina sulle gomme, sul volante. Quando sono arrivati i pom­pieri le fiamme erano già con­su­mate, i vetri esplosi. Mi chiedo per­ché sono venuto davanti a questa car­cassa d’auto, c’è un puzzo ter­ri­bile, poche per­sone si avvic­i­nano, un vig­ile urbano con una tor­cia guarda den­tro le lamiere. C’è un corpo. O qual­cosa che gli somiglia.

I pom­pieri aprono le portiere pren­dono il corpo, hanno una smor­fia di dis­gusto. Un cara­biniere si sente male, si appog­gia al muro e vom­ita la pasta e patate man­giata poche ore prima. Il corpo è solo un tronco irrigid­ito dalle fiamme, tutto nero, il volto è un tes­chio anner­ito, le gambe sot­tili scuoiate dalle fiamme. Lo pren­dono per le brac­cia lo posano a terra aspet­tando la macchina mor­tu­aria. In questi giorni questo fur­gon­cino acchi­ap­pamorti va in giro con­tin­u­a­mente, lo si vede da Scam­pìa a Torre Annun­zi­ata.

Rac­coglie, cumula, prel­eva cadav­eri di gente morta sparata. Sino ad ora i morti ammaz­zati per camorra sono stai oltre cento. Il fur­gon­cino arriva, i tizi escono sanno benis­simo cosa devono fare, hanno già indos­sato i guanti. Met­tono il cada­v­ere in una busta, la chi­udono. Sem­brava uno di quei corpi trovati sotto la cenere del Vesu­vio dopo che l’archeologo aveva ver­sato il gesso nel vuoto del corpo decom­posto.
Le per­sone sono diven­tate decine e decine intorno all’auto ma sono tutte in silen­zio. Sem­bra non ci sia nes­suno. Neanche le nar­ici azzardano a res­pi­rare troppo forte. Da quando è scop­pi­ata la guerra all’interno del clan di Paolo Di Lauro molti hanno smesso di porre lim­ite alla pro­pria sop­por­tazione. E sono lì a vedere cos’altro accadrà. Ogni giorno appren­dono cos’altro è pos­si­bile, che novità devono subire. Appren­dono, por­tano a casa, e con­tin­u­ano a cam­pare. I cara­binieri iniziano a fare le foto, il fur­gon­cino col cada­v­ere va via. Prendo un bus per il cen­tro, è strana­mente vuoto. Trovo posto, mi siedo e vado in Ques­tura. Qual­cosa diranno. In sala con­ferenze è pieno di gior­nal­isti e poliziotti. Dopo un po’ i com­menti si alzano. “Si ammaz­zano tra loro, meglio così!” “Se fai il camor­rista ecco cosa ti accade”,”ti è piaci­uto guadagnare ed ora goditi la morte, munnezza”. E’ come se il cada­v­ere fosse stato lì e tutti ave­vano qual­cosa da dirgli, incavolati per la ser­ata rov­inata, vogliosi di vedere questa guerra finire, questi pre­sidi mil­i­tari smet­tere di gon­fi­are ogni spigolo di Napoli. I medici abbisog­nano di lunghe ore per iden­ti­fi­care il cada­v­ere. Qual­cuno gli trova persino un nome di un capo­zona scom­parso qualche giorno prima. I gior­nali titolano l’ennesimo camor­rista punito. Uno dei tanti, uno dei corpi accat­a­stati nelle celle frigo all’ospedale Car­darelli.

Poi in ser­ata la smen­tita. Qual­cuno si mette le mani sulle lab­bra, i gior­nal­isti deg­lutis­cono tutta la saliva al punto da sec­care tutta la bocca. I cara­binieri scuotono la testa guardan­dosi le punte delle scarpe. I com­menti soliti s’interrompono pudichi e colpevoli. Quel corpo è di Gel­som­ina Verde una ragazz­ina di ven­tidue anni. Seques­trata, tor­tu­rata, ammaz­zata con un colpo alla nuca sparato da vicino e che le è uscito dalla fronte. Poi l’hanno get­tata in una macchina e l’hanno bru­ci­ata. Aveva fre­quen­tato un ragazzo. Vin­cenzo M., un ragazzo che aveva scelto di stare con i clan e poi con un gruppo di uomini che vol­eva tirare su una sol­ida orga­niz­zazione pro­pria in oppo­sizione al boss. Cre­de­vano di poter­cela fare. Era stata con lui qualche mese, molto tempo fa. Ma qual­cuno li aveva visti spesso abbrac­ciati, mag­ari sulla stessa vespa. In auto assieme. Vin­cenzo è stato con­dan­nato a morte, ha sgar­rato con il boss, ma è rius­cito ad imboscarsi, chissà dove, mag­ari in qualche garage vicino alla strada dove hanno ammaz­zato Gel­som­ina. Non ha sen­tito neces­sità di pro­teggere nes­suno per­ché non ha più rap­porti con alcuno. Ma i clan devono colpire. Bisogna punire. Se qual­cosa o soprat­tutto qual­cuno rimane impunito è un ris­chio troppo grande che per­me­tte di legit­ti­mare la pos­si­bil­ità di tradi­mento, nuove ipotesi di scis­sioni. Colpire e nel modo più duro. Questo è l’ordine. Il resto vale zero. Allora i fedelis­simi di Di Lauro vanno da Gel­som­ina, la seques­trano, la por­tano in un garage, la pic­chi­ano a sangue, le chiedono dov’è Vin­cenzo. Lei non risponde, non sa nulla, l’ultima volta che l’ha visto è stato prima dell’estate. E così la tor­tu­rano. I camor­risti man­dati a fare il “servizio” forse erano carichi di coca o forse dove­vano essere sobri per cer­care di intuire il più micro­scop­ico det­taglio. Conosco però quali metodi usano per elim­inare ogni sorta di resistenza, per annullare il più minus­colo afflato di uman­ità. Ma non ho voluto immag­inare come è avvenuta la cosa. Mi fermo. Tiro il muco dal petto con il naso e sputo. Riesco così a fer­mare le immag­ini nella mia mente.

Mina, questo il diminu­tivo con cui veniva chia­mata nel quartiere, e così la chia­mano anche oggi i gior­nali che la coc­colano col senso di colpa in questi giorni. La casta diva dell’opinione comune l’avrebbe in vita definita con schifo solo la donna di un camor­rista. Nulla più che l’ennesima “sig­nora” che gode delle ric­chezza del mar­ito camor­rista. Ma cosa sig­nifica camor­rista? Un ragazzo appena si affilia se mag­giorenne e capace di fati­care dod­ici ore al giorno prende 500/600 euro al mese. Poi se fa car­ri­era diven­tando capo­zona e con­trol­lando sotto di se gli spac­cia­tori arriva a mille, duemila euro. Ma è una car­ri­era lunga. 2500 euro il prezzo per un omi­cidio. E poi se hai bisogno di togliere le tende per­ché ai i cara­binieri che ti stanno bec­cano il clan ti paga un mese al nord Italia o all’estero. Vin­cenzo è agli inizi della car­ri­era. Anche lui sog­nava di diventare boss, di intas­carsi circa 500 mila euro al mese, di dom­inare su mezza Napoli. Ma per ora conta gli euro a fine mese, quelli da pagare per com­prarsi l’auto, quelli per pagare l’affitto alla sorella e quelli per vestirsi bene, da vero uomo.

Se mi fermo e prendo fiato riesco facil­mente ad immag­inare il loro incon­tro, anche se non conosco di loro neanche il tratto del viso. Si saranno conosciuti nel solito bar, i maledetti bar merid­ion­ali di per­ife­ria intorno a cui cir­cola come vor­tice l’esistenza di tutti, ragazz­ini e vec­chi novan­tenni catar­rosi. O forse si saranno incon­trati in qualche dis­coteca. Un giro a piazza Plebisc­ito, un bacio prima di tornare a casa. Poi i sabati trascorsi assieme, qualche man­giata in com­pag­nia, la porta della stanza chiusa a chi­ave a casa di Vin­cenzo la domenica dopo pranzo quando gli altri si addor­men­tano scas­sati dalla man­giata pan­ta­gru­el­ica. E così via. Come si fa sem­pre, come accade per tutti e per fortuna.

E cosa faceva il ragazzo prima di diventare camor­rista? Soliti lavoretti, prima sui cantieri, poi al salone del mec­ca­nico e poi in un super­me­r­cato. Sem­pre sotto i 500 euro al mese per più di nove ore al giorno. La voglia di avere una casa e vivere final­mente da solo, pagarsi le rate di una macchina, venir rispet­tato. Guardato come uno che conta, uno che può affrontarti in ogni momento e non uno che non ha un cen­tes­imo, e che ha paura anche della sua ombra. “Un uomo senza soldi è come un morto che cam­mina” si dice da queste parti. Ed ognuno se la sente rim­balzare nello stom­aco questa frase.

Vin­cenzo chiede di entrare nel clan. Sarà andato da qualche amico camor­rista, si sarà fatto pre­sentare e poi avrà iniziato a fati­care per Di Lauro. Mi immag­ino anche che forse la ragazza avrà saputo, avrà ten­tato di cer­car­gli qualcos’altro da fare, come spesso accade a tutte le ragazze di queste parti, di sbat­tersi per i pro­pri fidan­zati. Ma poi si sarà persino dimen­ti­cata del mestiere di Vin­cenzo. Insomma, è un lavoro come un altro. Guidare un auto, trasportare qualche pacco, si inizia con pic­cole cose. Da niente. Ma che ti fanno vivere, ti fanno lavo­rare ed a volte trovare anche una sol­i­da­ri­età insper­ata tra col­leghi. L’idiozia della morale che vor­rebbe far puntare il dito con­tro chi sceglie di lavo­rare nell’economia potente della crim­i­nal­ità mi pare persino peg­giore di chi decide di sparare. Lavo­rare ones­ta­mente? Eddove. In una fab­brica che ti assume part-time per poterti pagare un orario intero di lavoro ret­ribuen­doti per metà gior­nata? Sgob­bare in qualche uffi­cio di avvo­cato per 300 euro al mese? Stare su di un cantiere a 400 euro al mese senza orario, lavo­rando anche di notte, per costru­ire con veloc­ità e prima che qual­cuno se ne accorga. Nelle fab­briche a nero dove si pro­ducono le borse, le magli­ette, gli sti­vali, rischi­ando di tran­cia­rsi un dito e por­tando a casa 600 euro al mese inclusi gli stra­or­di­nari? O forse bisogna lau­rearsi e fare lo stage di un anno senza rice­vere un qualche stipen­dio e poi pren­dere un con­tratto a prog­etto e avere final­mente 700 euro e poi appena nell’ufficio trovano qual­cuno dis­posto a fati­care a meno ti cac­ciano con un gen­til cal­cio in culo. Lavoro, dig­nità, forza morale. Che idiozie. Andate la domenica notte alla stazione di Napoli. Verso mez­zan­otte e trenta, tro­verete un treno carico di sicil­iani, cal­abresi, lucani, cam­pani, che vanno a Milano. Tro­verete il notaio ed il metalmec­ca­nico, l’artigiano e lo spac­cia­tore. Tutti. Ed il giorno dopo andate negli uffici di arruo­la­mento volon­tario dell’esercito ital­iano. E tro­verete sicil­iani, cam­pani, cal­abresi. Questo cazzo è il lavoro al sud una maledi­zione.

Poi la sto­riella tra loro è finita. La ragazza la sua vita, il ragazzo la sua vita. Quei pochi mesi però son bas­tati. Sono bas­tati per ascri­vere Gel­som­ina alla per­sona di Vin­cenzo. Ren­derla “trac­ciata” dalla sua per­sona, apparte­nente ai suoi affetti. Anche se la loro relazione era ter­mi­nata, finita, forse mai real­mente nata. Non importa. Ed il mondo occi­den­tale, l’Europa civile che orgogliosa si riconosce diversa da quelli che si ostina a definire “bar­bari medior­i­en­tali”, dai gruppi islam­ici che sgoz­zano, dimen­tica ciò che è accaduto nel sud Italia dove è stata seques­trata, tor­tu­rata, stuprata, sparata e bru­ci­ata una ragazz­ina per­ché ha dato una carezza ed un bacio a qual­cuno, qualche mese fa, in qualche parte di Napoli. Mi sem­bra impos­si­bile cred­erci. E con­tin­uino pure i leghisti a par­lare di chador e di diritto delle donne nelle democra­zie. Non conoscendo nulla di ciò che accade, nulla di ciò che è.

Gel­som­ina sgob­bava di lavoro, come tutti da queste parti. Il padre è caduto in depres­sione da anni. Eggià anche chi vive a Sec­ondigliano in una zona detta dalla gente di qua “terzo mondo” riesce ad avere una psiche. Non lavo­rare per anni ti trasforma, essere trat­tati come una mezza merda dai pro­pri supe­ri­ori, niente con­tratto, niente rispetto, niente danaro, ti uccide. O divieni un ani­male o sei sull’orlo della fine. Gel­som­ina quindi fat­i­cava come tutti quelli che devono fare almeno tre lavori per rius­cire ad appa­rare uno stipen­dio che pas­sava per metà alla famiglia e faceva anche del volon­tari­ato con gli anziani di queste parti, su tale cosa si son spre­cate le lodi dei gior­nali. “Il Mat­tino” desideroso di riva­l­utare la figura della ragazza, come dire, si era innamorata di un camor­rista ma era un essere umano anche lei, una brava donna. E poi di seguito inter­vis­tano la moglie di Raf­faele Cutolo, oggi, si pro­prio oggi su “Il Mat­tino”. E giù che rac­conta che la camorra, quella vera, di suo mar­ito, non uccideva le donne, ha una forte etica, è fatta da uomini d’onore. Assurdo, devo forse io ricor­darle che negli anni ’80 Cutolo fece sparare in fac­cia ad una bam­bina di pochi anni, figlia del mag­is­trato Lam­berti, davanti al padre? E l’amante di Casillo, messa viva in un pilone del parcheg­gio appena fuori Napoli. E “Il Mat­tino” che l’ascolta, le con­cede fidu­cia, le chiede di pon­tif­i­care le sue idee, spera che la camorra ritorni come un tempo. Ma certo, la camorra scon­fitta è sem­pre morale, quella del pas­sato è sem­pre migliore a quella che sarà. Onore, rispetto, codice morale, le gram­matiche inesistenti su cui si fon­dano le alleanze camor­ris­tiche e quelle impren­di­to­ri­ali, e quelle politiche, e quelle umane. E ogni tipo di patto fasullo e for­male che avviene in queste terre d’inferno.

Vengo invi­tato da Bas­solino. Lunedì. Un con­vegno dal titolo elo­quente “La camorra oggi”. S parla, si parla, si dicono cose inter­es­santi, altre idiote. Nes­suno farà nulla. Questo è certo. Qual­cuno mi cita, mi parag­ona a Siani, sa forse che sono minac­ciato, qualcun’altro mi sfotte, crede che esageri nel descri­vere il potere eco­nom­ico dei clan. Qual­cun altro ancora mi chiama “Cas­san­dra” per­ché avevo dato l’allarme mesi fa, ma ovvi­a­mente chi se ne è fottuto?

La guerra di camorra di questi giorni ha coin­volto centi­naia di per­sone. Quasi tutti i morti erano incen­surati. Questo sig­nifica molto. Moltissimo. Almeno due cose. La prima è che si colpis­cono molti indi­vidui inno­centi, meri par­enti, amici o vicini di casa, l’altra è che la parte mag­giore degli affil­iati non erano conosciuti dalla polizia. Non si conosce più nulla della camorra, le facce, li affil­iati, i nomi. Nulla di nulla. E così mi chia­mano in molti: “cosa sta succe­dendo?”, “ho letto un suo arti­colo dove lei antic­ipa…”, “ma lei cosa ne pensa dot­tore…” Si inter­es­sano, ascoltano, guardano. La cor­rida inter­essa, le bestie si ammaz­zano, qual­cuno riesce persino ad intuire per cosa. La voglia di sapere incu­rio­sisce le coscienze di molti. Sem­brano avere un grande inter­esse verso l’economia crim­i­nale quasi sem­brano accorg­ersi che non v’è un con­fine tra l’imprenditoria dei clan e quella “legale”. E’ la medes­ima. Pecu­nia non olet. Poi tutto tornerà soli­tario. I capore­dat­tori torner­anno ad igno­rare le ques­tioni di camorra, torner­anno gli amici a dire “Robbè ma las­cia perdere sti’strunzate, le sanno tutti”. E qual­cuno con­tin­uerà a rice­vere le pal­lot­tole di kalash­nikov in busta e le guerre torner­anno a cir­co­scriversi a pic­coli chirur­gici omi­cidi. E svanirà la camorra, per­ché esiste solo quando diventa conc­reta ovvero quando las­cia cadav­eri per terra, taglia teste e mac­chia di sangue l’asfalto.

Passeg­gio tra le strade di Città della Scienza dove il con­vegno è stato orga­niz­zato. Da qui doveva par­tire un piano di riforma infinita, era l’ex area delle acciaierie Ilva che la sin­is­tra napo­le­tana vol­eva lan­ciare come luogo in cui “incubare” le imp­rese ed i prog­etti. Da qui invece non è par­tito nulla. Tra qualche anno inizierà la cemen­tifi­cazione, alberghi, con­do­mini, strut­ture e la camorra già sa come accedere, ed i costrut­tori hanno già l’acquolina. Passeg­gio sulla riva, batto il pon­tile, il lunghissimo brac­cio che incon­trava le navi per cari­carle d’acciaio. Un brac­cio lan­ci­ato sino al cuore del mare. Cam­mino. Qual­cuno mi viene incon­tro mi dice dis­gus­tato che il padre di Gel­som­ina ha rilas­ci­ato una dichiarazione fis­sando negli occhi il tizio che lo inter­vis­tava: “se non lo prende la polizia lo prendo io”. Scan­dalo, i preti che lo biasi­mano, le dame della croce rossa lo abbrac­ciano “ma no, ma no”, non vogliono che i toni siano così dis­umani. Si alza il coro che vuole che si usino logiche diverse e non le logiche medes­ime dei clan. Ma per­ché qual’altra dev’essere la log­ica? Quale altra con­dotta gestisce il tempo della vita in queste terre? Andare lì dinanzi agli autori del fatto e cac­cia­r­gli il ferro, la pis­tola, in fac­cia. Quante volte ho avuto voglia anch’io. Cac­ciare la canna di una Smith&Wesson in gola al boss, all’imprenditore, al politico. Quante volte. Senza paura. Anche se si è letto Gior­dano Bruno, David Hume e Paul Celan, certe cose te le inseg­nano da bam­bino le impari presto. Io a dod­ici anni fui por­tato da mio padre sulle spi­agge di Pineta Mare, pro­prio dove sta­vano le torri del Vil­lag­gio Cop­pola (la più grande costruzione abu­siva del pianeta) e qui mi insegnò a sparare alle bot­tiglie di Per­oni las­ci­ate dagli operai edili. Si è capaci tutti a sparare, non solo loro. Quante volte ho pen­sato di ridar­gli tutto ciò che ave­vano a piene mai dis­tribuito. Poi però il senso del ridi­colo mi ha fer­mato. Fer­merà anche il padre di Gel­som­ina. Ammaz­zarne uno quando se ne gen­er­ano altri cento può solo far sfog­are. Non è cosa da sot­to­va­l­utare lo sfogo di una rab­bia vera, ma è pur sem­pre troppo poco e soprat­tutto vano.

Con­tinuo a passeg­giare lungo la riva di Bag­noli. Inspiro. Espiro. Sem­bra bel­lis­simo. Ma non lo è. Cosa ci fac­cio ancora qui non lo so.

Foto di Luciano Fer­rara. “Le Vele di Secondigliano”.