Perché non mi candido.
«E’ dal 2006 che lo sento dire, spesso per pura disinformazione. Invece il mio mestiere è quello di scrivere. Anche per ridare dignità a una parola che oggi è diventata sinonimo di disonestà: la parola ‘politica’».
Di Roberto Saviano.
Mi capita spesso di leggere articoli che danno per certa la mia candidatura in politica. Non è importante in che ruolo e in quale partito, la cosa certa è che, dicono, sto “per candidarmi”. Ovviamente è falso. Prima ancora di prenderla sul piano personale mi interessa fare una serie di considerazioni sui media, sui politici di professione e su chi, in questo Paese, sente di poter davvero intraprendere la carriera politica.
E’ dal 2006 che, mentendo, annunciano la mia candidatura, quindi sono anni che rifletto su cosa significhi fare politica in Italia. In genere quando si sente il mio nome accanto a “politica”, le reazioni sono tre. C’è chi prova disprezzo ritenendo che la politica sporchi. C’è una minoranza, quella più speranzosa che quando vede la possibilità dell’intervento di una persona che considera affidabile, che stima, si entusiasma perché sente che quelle qualità possano essere utili al Paese. E ci sono i politici di professione che temono che un outsider possa, ribaltando le regole del gioco, sottrargli spazio e autorità.
Una prima considerazione. Pare che chi abbia visibilità e consenso sia immediatamente considerato candidabile. E’ un pensiero perverso perché la visibilità che viene dalla capacità di riflessione e di parlare a molti, dovrebbe far parte della costruzione politica di un Paese, senza che questa significhi ritenersi in grado di poter gestire un ruolo in Parlamento, come ministro o come sindaco. Chi fa disinformazione, quando terminò “Vieniviaconme”, dava per certa la mia candidatura. E ora che è finito “Quello che (non) ho”, spuntano notizie dello stesso tenore. Il punto è che per queste persone, chiunque non venga percepito come schierato, fa paura e quindi va delegittimato. Il messaggio implicito è: “Questo qui fa di tutto per ottenere consensi, perché il suo scopo è fare politica”.
E qui c’è una perversione. Per delegittimare una persona dicono: intende candidarsi. Ergo fare politica significa automaticamente fare schifo e l’attacco personale si materializza con la certezza dell’ingresso in politica. Incredibile.
I politici di professione sono tra i pochi a credere davvero che prima o poi mi candiderò e temono (non tutti ovviamente) questa eventualità non per i miei meriti o demeriti, ma perché spaventati da tutto ciò che è estraneo alle loro dinamiche. Tutto ciò che non è politica non è ricattabile e gli uomini di partito spesso si misurano sui ricatti. Non avviene solo in Italia. In Egitto, dopo l’attentato di Capodanno alla chiesa di Alessandria, la polizia prese un ragazzo che non c’entrava nulla e, può sembrare assurdo, lo arrestò proprio perché era incensurato. Essere incensurati in Egitto, ma anche in moltissime altre nazioni, è un elemento di sospetto e fragilità. Il punto è che se sei un pregiudicato hai già un protettore. A seconda del reato commesso, ci sarà la mafia, un partito o una cricca a garantire per te. Invece se sei incensurato non hai tutela, puoi essere aggredito da tutti senza che nessuno ne abbia danno. Allo stesso modo in Italia entrare in politica da outsider è rischiosissimo: si diventa immediatamente bersaglio.
I media, soprattutto la stampa, spesso si trasformano in strumento di pressione sui politici. E non c’è la volontà, fondamentale per una democrazia, di capire che esiste una profonda differenza tra errore e crimine. Il politico che sbaglia, che non realizza il progetto su cui ha fondato la sua campagna elettorale, è cosa diversa dal corrotto. Eppure si vuol far passare l’idea che siano tutti uguali.
Il mio mestiere è quello di scrivere, ma non rinuncio alla possibilità di costruire un nuovo percorso in questo Paese. E sono convinto che non lo si possa costruire lasciando che la politica sia considerata sinonimo di disonestà. Assessore piuttosto che consigliere comunale oggi significano speculazione, denaro sottratto alla comunità, tangenti, raccomandazioni. Tutto questo è l’inizio della fine. Ridare dignità alle parole della politica è invece la premessa alla rinascita. Ripartire dalle parole significa costruire prassi diverse. Perché le parole sono azione.
