Nell’inferno senza perdere la dignità.

Di Roberto Saviano.

Saviano– Šalamov ph. © Ser­rena Serrani

Leg­gere Var­lam Šalamov mi ha cam­bi­ato la vita. Di per sé questa non è una gran notizia. Non è nulla di impor­tante, anzi, è un det­taglio pri­vato di nes­sun val­ore per un let­tore. Ma da parte mia può esser il miglior invito a entrare nelle sue pagine.
Non saprei cosa dire di più con­vin­cente e di più vero.
È un autore che ho conosci­uto quasi per caso, trovando i suoi libri con una certa difficoltà. Mi fu con­sigliato di leg­gere I rac­conti della Kolyma da Gustaw Her­ling, autore di Un mondo a parte e reduce dai gulag, che il des­tino portò a vivere a Napoli. Un con­siglio che pas­sava di bocca in bocca tra i dis­si­denti dell’Est, tra chi sapeva che il sogno di un’umanità redenta da ingius­tizie e fat­ica, riscat­tata dal salario e dall’oppressione si era mate­ri­al­iz­zata in uno degli incubi peg­giori che l’uomo avesse mai visto: i gulag. Entrare nelle pagine di Var­lam Šalamov è una vera e pro­pria espe­rienza fisica per il let­tore.
Aveva fatto vent’anni di gulag questo scrit­tore sconosci­uto al grande pub­blico e ven­er­ato dai suoi pochi let­tori.
Venti lunghi anni in Siberia. Vent’anni per reati di opin­ione. Questa la con­danna.
E quelli che gli erano rimasti da vivere dopo il lager li passò a rac­con­tare quell’esperienza, con la coscienza di chi sa che sta facendo qual­cosa di asso­lu­ta­mente nec­es­sario. E per farlo perse tutto. Per scri­vere del gulag perse addirit­tura la vic­i­nanza della prima moglie, che al suo ritorno dai campi andò a pren­derlo alla stazione e gli comu­nicò, sulla banchina, che non vol­eva altri guai, e che avrebbe fatto meglio a cer­carsi un’altra des­ti­nazione. Così Šalamov andò a vivere da solo, in una stanza minus­cola, sotto costante osser­vazione dei servizi di sicurezza sovi­etici.
La sua grandezza non è solo nella tes­ti­mo­ni­anza, che pur nec­es­saria, è cosa diversa dalla let­ter­atura. Le sto­rie di Šalamov smet­tono di essere gulag, Siberia, total­i­tarismo, auto­mu­ti­lazione, morte. Diven­gono, come solo la let­ter­atura può divenire, spazi e azioni che met­tono alla prova l’essere umano e ne trac­ciano l’essenza.
È una let­tura che richiede la forza di con­tin­uare, pag­ina dopo pag­ina, l’ascesa verso la spogli­azione dell’anima. Una dimen­sione uni­ver­sale. Una discesa e una risalita nella dimen­sione dell’uomo. Al netto della sof­ferenza, dopo la fec­cia della cor­ruzione. Šalamov dis­egna l’individuo asso­luto. L’essere nudo di fronte all’esistenza. È una let­ter­atura che ti per­me­tte di vedere cos’è l’uomo, la sua capac­ità di resistere. A meno quar­anta gradi sotto zero, cir­condato da esseri che hanno l’unico obi­et­tivo di toglierti il pane e ogni mat­tina sper­ano di trovarti morto per pren­derti i vestiti. Lì l’uomo può ancora tentare di essere uomo. Questo si chiede e cerca in se stesso Var­lam Šalamov.

Var­lam Šalamov

Non las­ci­at­evi scor­ag­giare dai rac­conti che leg­gerete, non par­tite pre­venuti sapendo che sen­tirete nelle carni sen­sazioni atroci, non spaven­tat­evi sapendo che appren­derete di tor­ture orri­bili e tremende ingius­tizie. Gli scritti di Šalamov sono la con­ferma del bene. Può sem­brare para­dos­sale, ma è così. Lo diceva lui stesso. «I miei scritti sono la con­ferma del bene sul male». Tutta quella sof­ferenza, quel male, quelle pri­vazioni, alla fine dimostrano quanto l’animo umano sia capace di sal­varsi. C’è bellezza e forza sul fondo di tutto quell’orrore.
In Šalamov c’è sem­pre la con­sapev­olezza di non aver mai e poi mai tra­dito il prossimo per miglio­rare la pro­pria con­dizione. È la cosa di cui più andava fiero.
Šalamov riesce a dimostrare la bontà del sin­golo gesto nell’inferno quo­tid­i­ano del gulag. Come la frase di un per­son­ag­gio di Vasilij Gross­man: «Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà». Il bene è una con­sid­er­azione metafisica, lon­tana, gen­erale, pos­tuma. La bontà è uno spazio del pre­sente. Del guardarsi negli occhi. Di un momento. La bontà è umana, il bene è storico. E quando si parla di prog­etto storico, di gius­tizia, di felic­ità come di qual­cosa che trascende l’umano Šalamov ha un briv­ido di paura. Sa che si parla di qual­cosa che l’uomo subirà, che passerà sull’uomo.
Šalamov rri­esce a dimostrare attra­verso l’osservazione della natura che resistere si può. In ogni sin­gola vicenda c’è una stilla di pos­si­bil­ità: la pos­si­bil­ità della vita. Questo dis­corso nelle pagine di Šalamov non è retorico. Non è nem­meno reli­gioso. Non c’è un voler credere in un con­testo dove tutto è dis­per­ante e dis­umano. La sua è una ricerca. Stando in silen­zio, lot­tando per man­giare. L’orgoglio dell’esistenza. La capac­ità di non las­cia­rsi cor­rompere dal bisogno. Si può con­tin­uare a essere uomini anche in quelle con­dizioni, ci si può rius­cire. Questa è la grandezza di Šalamov.
In Italia non è stato pub­bli­cato per molti anni. Era uscito per la prima volta nel 1976, fra le polemiche tipiche e des­olanti di quegli anni. Poi era scom­parso. Men­tre i Rac­conti della Kolyma usci­vano in Fran­cia, nel 1980, e negli Stati Uniti nel 1982, da noi si dis­cuteva sull’opportunità o meno di dar­gli voce. Molti intel­let­tuali vicini al Par­tito comu­nista, molti edi­tori vicini al Par­tito comu­nista lo rifiutarono con­sideran­dolo reazionario, favolis­tico, esager­ato. Šalamov sapeva dell’enorme diffidenza attorno al suo libro, ne era cosciente. Veniva spesso accusato di essere anti­co­mu­nista, dis­fat­tista, al servizio delle potenze cap­i­tal­iste. Per sua dis­grazia, era sem­plice­mente uno scrit­tore. E questo bas­tava per farlo odi­are.
Šalamov rac­conta un inferno che i let­tori non conoscono bene quanto quello di Auschwitz. E che neanche sospet­tano. Attorno alle atroc­ità del comu­nismo sovi­etico dei gulag è calato il silen­zio per troppo tempo. La loro esistenza nell’immaginario di quasi tutti non esiste. Lo conoscono gli spe­cial­isti, la parte colta della soci­età. Un silen­zio enorme e colpev­ole. «Mi si prospet­tava una discesa agli inferi, come Orfeo, insieme alla dub­bia sper­anza di riemergerne».

Šalamov e Saviano

L’ha fatta due volte quella discesa Šalamov: nel viverla e nel rac­con­tarla una volta uscito. Eppure leggendo queste pagine non si ha mai un senso di mal­in­co­nia, di depres­sione. Di sco­ra­mento.
Incred­i­bil­mente le pagine di Šalamov tra­su­dano sper­anza nella resistenza. Non con­ce­dono nulla alla dis­per­azione. La dis­per­azione gli sem­bra qual­cosa che attesta la vit­to­ria del potere. Non bisog­nava ced­erle. La morte poteva essere un tra­guardo sper­ato. Ma las­cia­rsi andare, diventare come ti vol­e­vano, era per lui la sconfitta peg­giore. Non mi è mai cap­i­tato di chi­ud­ere un suo libro senza la sen­sazione di aver capito come cer­care di vivere, senza la netta sen­sazione di aver rice­vuto in dono dalle sue sto­rie una mappa per pro­cedere nel quo­tid­i­ano. Qui, lon­tano dalla Siberia, lon­tano dai gulag, lon­tano anni e chilometri da Stalin. Eppure queste parole dicono di qui, di ora, e ti guidano verso un vivere più cosciente. Più vero. Asso­luto. Višera diviene anche una sorta di man­uale di soprav­vivenza. Non solo nell’universo con­cen­trazionario. È un man­uale sulla pos­si­bil­ità di essere uomini, nonos­tante tutto. «Non avrei temuto niente e nes­suno. La paura è un sen­ti­mento ver­gog­noso e depra­vante, che umilia l’uomo. A nes­suno avrei chiesto di fidarsi di me, né io mi sarei fidato di alcuno. Per il resto, avrei fatto conto sulla mia intu­izione e sulla mia coscienza».

Sente Var­lam Šalamov, vuole sen­tirlo, deve sen­tirlo di star lì non da solo: «ero dov’ero in nome di col­oro che con­tin­u­a­mente finis­cono in carcere, al confino, nei lager… Essere un riv­o­luzionario significa prima di tutto essere una per­sona onesta. Di per sé una cosa sem­plice, eppure così difficile». Riv­o­luzione come onestà. La cosa più com­p­lessa che esista. Un’onestà che non deve essere leale verso nes­sun codice penale, ma verso la parte più pro­fonda di se stessi.

Un giorno Šalamov venne a sapere dell’invenzione di due pri­gion­ieri, Miller e Novikov: un vagone che si scar­i­cava da solo. Una sem­plice, pic­cola riv­o­luzione che avrebbe in parte alleg­ger­ito il tremendo giogo a cui erano sot­to­posti nei gulag i pri­gion­ieri. Šalamov riuscì a far pas­sare la notizia sulla riv­ista spe­cial­iz­zata «Bor’ba za tech­niku». Nel 1937 il diret­tore venne fucilato comunque. Invece al capore­dat­tore che aveva pub­bli­cato la notizia, amico di Šalamov, andò un po’ meglio: gli «spez­zarono la schiena a furia di botte, a Lefor­tovo, durante un inter­roga­to­rio» dice lui. Però poi aggiunge con una strana forza con­so­la­to­ria: «Ma è ancora vivo e scrive…». Questa con­so­lazione mi sem­bra la ver­ità ultima dietro la sua vita. Ecco. È ancora vivo. Ma quel «vivo» non basta. Deve aggiun­gere: «e scrive». La sper­anza, l’unica, passa esclu­si­va­mente attra­verso la scrit­tura. E la resistenza.
Scri­vere è resistere. Non serve altro a Šalamov. Non serve altro ancora a molti altri per con­tin­uare a rac­con­tare la pro­pria ver­ità. Scri­vere diviene forse una ricom­pensa a sop­portare tutto, una neces­sità per darsi forza e con­tin­uare a vivere.
Vivere per scri­vere, per­ché se non lo rac­conti, non suc­cede. E se non lo fai, nes­suno saprà mai che è successo.

©2010 Roberto Saviano/ Agen­zia Santachiara

Esce in libre­ria “Višera”, ter­ri­bile pre­lu­dio ai “rac­conti della Kolyma” in cui l’autore Var­lam Šalamov (1907– 1982) rac­conta la nascita dei lager sovi­etici. Il cosid­detto antiro­manzo è tradotto per la prima volta in ital­iano da Clau­dia Zonghetti per Adel­phi (pagg. 238, €18). La pre­fazione, in gran parte pub­bli­cata dal Sole 24 Ore per gen­tile con­ces­sione dell’autore, è di Roberto Saviano. Nel libro Šalamov rac­conta il suo primo arresto e le prime espe­rienze nel gulag, negli anni venti. Dal 1927 svolse attiv­ità d’opposizione al regime stal­ini­ano, fu arrestato e depor­tato a nord dell’Ural. Lib­er­ato nel 1932, tornò a Mosca, dove intrap­rese l’attività gior­nal­is­tica, scrisse poe­sie e rac­conti, ma nel 1937 fu nuo­va­mente depor­tato nella Kolyma, in Siberia. Lib­er­ato 17 anni più tardi, fece ritorno a Mosca. Le sue opere sono state pub­bli­cate solo dopo la sua morte. Nelle edi­zioni Adel­phi si pos­sono leg­gere “I rac­conti della Kolyma” e “La quarta Vologda.”