articolo del 18/01/2009

Nella testa dei killer di Gomorra, quando l’orrore diventa routine.

di Roberto Saviano

Se un nar­ra­tore avesse rac­con­tato di un boss lati­tante che riceve nella sua villa impren­di­tori edili dell’alta veloc­ità men­tre carezza una tigre al guin­za­glio; o se avesse scritto che i killer della faida di Scampia dopo le ese­cuzioni cor­re­vano a vedere come le tele­vi­sioni trasmet­te­vano la notizia e poi con­tin­u­a­vano la par­tita alla Playsta­tion, qual­si­asi gior­nale o edi­tore avrebbe respinto il suo arti­colo o il suo romanzo. Con­siderando inverosim­ile o esager­ato lo scritto. E mit­o­mane e infan­til­mente provo­ca­tore l’autore. E invece è la ver­ità. Il primo episo­dio si riferisce al lati­tante Michele Zagaria, il sec­ondo riguarda il gruppo di Ugo De Lucia killer di Scampia.

Ascoltare i dialoghi tra assas­sini — come quelli pub­bli­cati ieri da Repub­blica — è un modo per com­pren­dere come la nor­mal­ità sia intes­suta con la guerra. Sparare in fac­cia, girare con Ak47 e cal­i­bro 38, è parte nat­u­rale della vita d’ogni giorno. Uno scrit­tore dopo aver letto quei dialoghi non può più fidarsi della sua fan­ta­sia. Le parole usate dai killer hanno un sapore irripro­ducibile e super­ano ogni immag­i­nazione. Sono colme di un’aberrazione che spaventa per­ché inserita nei tempi e nei gesti quo­tid­i­ani. Si uccide tra un caffè e una guantiera di dolci, si parla di sparare in fac­cia come si com­menta una par­tita. E si almanacca su come fre­gare un nemico attra­verso i più strani stratagemmi.

Giuseppe Setola che pro­pone di pren­dere un caffè subito dopo un omi­cidio è parso scan­daloso. Ma è una delle clas­siche situ­azioni da guerra di camorra. Dopo un’esecuzione si fa festa. Vin­cenzo Gallo, dopo aver ucciso Mod­es­tino Bosco nel set­tem­bre 2006 a Sec­ondigliano, pur non rius­cendo a trovare com­pagni con cui fes­teggiare, si com­pra una guantiera di prof­iteroles. “Spesi una cifra. Mi feci tre bic­chieri di vino rosso”. Non riesce a pren­dere sonno e non capisce il motivo. In fondo non ha fatto qual­cosa di inusuale. Rac­conta che la moglie gli disse: “Non so come ti vedo”. Com­pra dello cham­pagne e lo beve veden­dosi “Mis­e­ria e nobiltà” e al tele­fono aggiunge: “Mi schi­at­tai dalle risate”. Ma il sonno non gli arriva, così mette un dvd con degli incon­tri di wrestling. Giunta l’alba capisce final­mente qual era la sua pre­oc­cu­pazione: la mat­tina legge il nome dell’uomo che ha ucciso sul gior­nale e pensa di aver sbagliato per­sona. Infatti conosceva la vit­tima solo col sopran­nome di Celeste. “Quando ho letto Mod­es­tino ho detto: mamma mia, vuoi vedere che ho sparato uno per un altro? Non sia mai Gesù Cristo”.

Questa è la quo­tid­i­an­ità in un ter­ri­to­rio di guerra che si finge invece essere un luogo di pace. Gallo dopo l’esecuzione rac­conta “Mi lavai la fac­cia con la pis­ci­azza, presi l’acqua fredda, mi sci­ac­quai, mi pas­sai la leocrema nelle mani e mi lavai un’altra volta con la varechina”. L’urina è l’unico modo per togliersi dalla fac­cia tracce di sangue e pol­vere da sparo. Se ti fer­mano e ti fanno la prova stub (per iden­ti­fi­care la pol­vere da sparo), ti salvi se ti lavi in questo modo. Gallo, pur lavan­dosi la fac­cia, non riuscì a sal­vare le scarpe appena com­prate, ma troppo lerce di sangue: dovette buttarle.

Due sono i topoi clas­sici del lin­guag­gio ges­tuale dei killer. Man­giare dopo un’esecuzione e cam­biarsi le scarpe. Lo stesso Setola e il suo gruppo usano la messa in scena della festa per fre­gare Granata, loro ex amico. Vanno sotto casa sua, cito­fo­nano e gli mostrano di essere arrivati con torta e cham­pagne. Oggetti che ras­si­cur­ereb­bero persino un sospet­toso camor­rista. Quello si sporge dal bal­cone, e loro iniziano a sparare con i mitra.

Oggi la parte mag­giore dei killer spara alla testa. Negli anni ’80 si spar­ava al petto e al basso ven­tre. Molte sono le ragioni tec­niche per questo cam­bi­a­mento: moto più agili, pis­tole più potenti e quindi meno pre­cise da lon­tano, la coca di cui si riem­pi­ono che non gli per­me­tte di vedere bene l’obiettivo. Ma è anche soprat­tutto una ques­tione di moda. Nei film si spara con la pis­tola messa di piatto, e tenuta con le due mani. E i killer sparano come gli attori di Taran­tino. Gio­vanni Letizia — sec­ondo il pen­tito Oreste Spag­n­uolo — quando uccise l’imprenditore Michele Orsi indos­sava una par­rucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela, scarpe indos­sate anche da Paolo Di Lauro. Uccis­ero in un tempo di azione ed ese­cuzione di sette minuti. Nella fuga dopo si fer­marono per­ché “ave­vano forato”.

Gli venne fame e quindi andarono a man­giare con “Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue”, ma “preferiva pulirle con la spugnetta invece di but­tarle”. Quando il suo capo, chiese per­ché invece di perdere tempo a lavarle rischi­ando di essere bec­cato per quel paio di scarpe, Gio­vanni Letizia gli rispose che “Orsi non val­eva le sue scarpe”.

Giuseppe Setola che viene descritto come un crim­i­nale di grosso cal­i­bro è invece un killer dis­per­ato che i capi casalesi, ancora lati­tanti, o ancora al comando dal 41 bis hanno usato e toller­ato. Un capo­zona incline ad agguati fatti con l’inganno. Un uomo senza molto cor­ag­gio, che preferisce uccidere solo se è sicuro che le vit­time sono dis­ar­mate e preferi­bil­mente di spalle.
Setola è già stato con­dan­nato all’ergastolo per l’omicidio di Gen­ovese Pagli­uca, ucciso a Teverola nel 1995. Il ragazzo si era ribel­lato alle vio­lenze subite dalla fidan­zata per aver rifi­u­tato una relazione les­bica con Angela Barra, amante di Francesco Bidognetti. Fu seques­trata e vio­len­tata per 13 giorni. Pagli­uca, che stava cer­cando di trovare il nascondiglio dove veniva tenuta pri­gion­iera, venne poi ammaz­zato per ordine del clan. Ci pensò pro­prio Setola. Ma le ucci­sioni e le vio­lenze equiv­al­gono a mes­saggi che si vuole dare, a un lin­guag­gio medi­atico chiaro. Uccido quindi sono.


L’immaginario col­let­tivo si figura che un killer vada a com­piere un omi­cidio con aria trag­ica, pieno di angos­cia. In realtà ascolta can­zoni neomelodiche, mag­ari le canta pure. Fero­cia e sen­ti­men­tal­ismo vanno assieme per­ché fanno entrambi parte della vita quo­tid­i­ana. Per Ugo de Lucia, altro killer, ammaz­zare si dice “fare un pezzo”. Il lin­guag­gio è già di per se tec­nico. Come assem­blare un’auto, essere metalmec­ca­nici, arti­giani. “Io l’ammazzavo, mica gli spar­avo in una gamba se ero io gli spap­polavo le mem­brane lo sai!” Così com­menta in una tele­fonata il lavoro fatto da un altro e ese­guito male per­ché aveva solo fer­ito la vittima.

Il dial­ogo della soci­età con­tem­po­ranea ormai è scritto nelle inter­cettazioni. E il mondo crim­i­nale non è un mondo a parte, anzi è parte inte­grante, se non l’avanguardia del nos­tro tempo. Non esiste più con­fine tra fic­tion, immag­i­nazione, rap­p­re­sen­tazione scenica, leggenda met­ro­pol­i­tana. Nelle parole rac­colte dalle inter­cettazioni c’è una sed­i­men­tazione di tutto. A sec­onda degli obi­et­tivi. Emu­lare bat­tute da film, pren­dere l’accento e la fero­cia del pro­prio paese per incutere spavento, cantare una can­zone, fer­marsi a bere un caffè. Non ci resta da capire che, tragi­ca­mente, la quo­tid­i­an­ità del male non avviene affatto in un mondo diverso da quello di ognuno di noi.

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