di Roberto Saviano
William Langewiesche è uno scrittore capace di mettere le mani nel budello della realtà. Polpastrelli nel sangue dei fatti, dita nella vescica del vero. Il primo libro pubblicato in Italia uscì per Arcana Lo schianto dell’EgyptAir 990 nel 2002 tradotto da Stefania Cherchi. Non ebbe grande successo, eppure è un lavoro fondamentale. Il racconto dell’inabissamento nell’ottobre del 1999 di un aereo decollato dall’aeroporto Kennedy di New York e diretto al Cairo in Egitto con 217 persone a bordo. Langewiesche, ex pilota professionista, indaga, raccoglie, ascolta le voci, le indagini, le carte meccaniche dei periti, per comprendere come quell’EgiptAir sia potuto inabissarsi d’improvviso. Il libro centra l’attenzione sul pilota in seconda Gameel al Batouti che approfittando dell’assenza momentanea del pilota in prima disattiva il pilota automatico e mentre recita sure coraniche inabissa l’aereo. Letto oggi dopo la caduta delle torri gemelle sembra di assistere ad una ouverture di quello che sarebbe accaduto l’11 settembre. Una sorta di prove generali. Pare quasi che l’autore abbia redatto il suo libro intuendo sarebbe accaduto qualcosa per cui quel suo lavoro sarebbe diventato necessario, come un cacciavite o una lente, per decrittare il fenomeno futuro. Lo schianto dell’EgyptAir 990 non ha una scrittura da thriller realistico. Non interessa a Langewiesche creare momenti di curiosità o celare soluzioni nel finale. Un incidente del genere diventa nella sua scrittura un laboratorio raro per tracciare le conflittualità tra mondo islamico ed occidente americano. Emerge infatti un conflitto culturale tra la National Transportation Safety Board (NTSB) incaricata dagli USA di far luce sul fatto ed i detective egiziani. L’NTSB trova le prove che Batouti si era suicidato mentre i detective egiziani ricevono ordine dal presidente Mubarak di non pronunciare mai la parola suicidio e di trovare assolutamente cause tecniche all’inabissamento dell’aereo. I primi sanno che dal vero possono trarre vantaggio, i secondi credono che dal vero v’è solo da subire danno. L’indagine quindi non è più solo intorno ad un aereo ed un misterioso comportamento di un pilota, ma su come USA ed Egitto, come due mondi, osservano e cercano di scovare, provare la verità di un fatto o come tentano di mutarla, nasconderla, trasformarla. Langewiesche potrebbe ricordare Capote. Il Truman Capote di “A sangue freddo”. Ma la scrittura di quest’ultimo è chirurgica, Langewiesche invece non ha necessità di raggelare la sua prosa. Non vuole essere uno specchio in cui viene riflesso il mondo che decide di osservare senza la telecamera a spalla. I suoi scritti non sono reportage narrativi quanto piuttosto tendono ad una narrazione reportage. Non v’è un plusvalore di qualità ad un impianto giornalistico ma un rimodellamento della verità spurgata da tutti quei dati che affollano i video, passano dalle bocche dei cronisti, annebbiano lo sguardo di chi è costretto alla conoscenza attraverso la mediazione nel nostro tempo. Per Langewiesche l’unica forma di oggettività possibile è il racconto della realtà, non la sua cronaca. L’oggettività non è più universalismo, ma racconto d’un punto di vista, racconto tanto più oggettivo quanto passa attraverso gli occhi di un uomo che dichiara la sua parzialità; parzialità assai più preziosa della menzognera imparzialità delle notizie giornalistiche che orientano, condizionano, celano, mostrando un’impossibile asetticità ed un falso rigore. In American Ground (Adelphi 2003, traduzione di Roberto Serrai, pag. 255, 19 Euro.) il talento di William Langewiesche si articola in tutta la sua forza. Qui non si tratta di un reportage narrativo. Né di una costruzione realistica argomentata con il grimaldello della fiction, assumendone i ritmi e le scorrevolezze. La narrazione si fa reportage. Le storie divengono corteccia e fusto del racconto: una connessione di elementi che altrimenti verrebbero dispersi e che attraverso la sua voce, la sua sensazione, la sua analisi, vengono invece accorpati e posti in relazioni. Questa è la scrittura che intellige il vero in Langewiesche. Unico giornalista ammesso a Ground Zero, ha ottenuto l’autorizzazione a condizione che non scrivesse niente durante i lavori. Ha osservato e poi descritto con una chiarezza stilistica unica. Le prime parole di American Ground, l’attacco, l’esordio del libro, già mostrano le sue intenzioni. Le Torri Gemelle del World Trade Center sono crollate l’11 settembre 2001. Quel mattino il cielo era sereno e la temperatura mite. Gli abitanti dei diversi quartieri di New York hanno avvertito il fragore del crollo, a seconda dei casi, come un ruggito, un brontolio, o un tuono in lontananza. Langewische in American Ground è consapevole che le immagini dell’implosione sono marchiate sulle iridi di tutti i suoi lettori, non vuole descrivere il visibile. Ma vuole condividere le macerie o meglio il cumulo, come lo scrittore definisce la montagna di detriti che si è creata a Manhattan a causa del crollo delle Torri. Langewiesche ha partecipato allo sgombero del cemento armato, dei corpi, delle polveri. E qui vi ha trovato le storie e le vicende consustanziali alla tragedia dell’11 settembre, eppure dimenticate, sconosciute. L’evento più ripreso, raccontato, osservato, del millennio aveva lasciato l’essenza di sé sotto le macerie della propria implosione. Langewiesche si è messo sulle tracce di due sconosciuti funzionari comunali, Ken Holden e Mike Burton, i sovrintendenti alla manutenzione delle strade e dei marciapiedi di New York che nel caos successivo al crollo delle Torri si sono trovati, assolutamente per caso, alla guida delle operazioni. Non avevano i titoli, né erano stati nominati da nessuno. Ma fin dal primo momento, quando ci fu da prendere decisioni delicate e tutti avevano una soluzione ma nessuno era in grado di dare ordini né ordine, loro due sono stati i più freddi, dotati di carisma e competenti. “In un altro Paese — scrive Langewiesche -prima di prendere qualsiasi iniziativa, si sarebbero cercate risposte precise. Si sarebbero nominate commissioni di esperti e consultate le maggiori autorità in materia. Le rovine sarebbero state studiate con cura, e chi avesse dovuto avrebbe seguito un piano d’azione rigidamente preordinato. Per non parlare del fatto che l’esercito avrebbe assunto il controllo dell’area“. A New York non è successo niente di tutto questo, la perfetta organizzazione americana, l’efficienza dei mezzi che in tutti sembrava assoluta, era frutto di persone che hanno cercato di contenere il delirio, il caos, l’ansia, la più totale disorganizzazione.
Langewiesche non è un giornalista d’inchiesta che deve scoprire disciplinatamente i fatti. La forza della sua scrittura risiede nel fatto che non deve dimostrar nulla. L’unico modo per innestarsi nel reale è raccontarlo, non dimostrarlo. E’ uno scrittore che può congetturare, immaginare ciò che non vede. Ma la sua immaginazione e la sua congettura non sono salti logici ma solo cateteri che servono a drenare il sangue del vero che lui solo osserva. La forza di Langewiesche si basa su una scrittura di equilibri e disequilibri. Può contare su un universo foggiato. E quindi non deve creare per il lettore il mondo che narra ma al contempo questa conoscenza già data la deve smontare per poter aggiungere i suoi segmenti di lettura, le nuove ipotesi di senso, le possibili nuove realtà. Operazione inversa ha dovuto operare per il suo ultimo libro pubblicato ora in Italia, Terrore dal mare (Adelphi, 263 p, traduzione Matteo Codignola, € 18) poiché in questo caso ha deciso di narrare di un territorio incontrollato, malconosciuto, quasi del tutto assente dall’immaginario comune: il mare. Il mare come strada, come spazio commerciale. Il libro è apocalittico, la sensazione è la medesima degli arrembaggi di Salgari, un luogo per pionieri dove nessun diritto è realmente regola. Langewiesche racconta che su tutti i mari della terra ci sono oltre quarantamila grandi mercantili (oltre ad un numero impossibile da definire di navi di stazza minore) completamente al di fuori di qualsiasi controllo. Potrebbero portare derrate assolutamente legali ed essere perfettamente in regola ma anche essere utilizzati per commerci illegali e magari a fini terroristici. Questa impossibilità di controllo è il risultato principalmente della necessità del governo americano di aggirare le stesse proprie norme sulla neutralità all’inizio della seconda guerra mondiale con la creazione di “bandiere di comodo”: far battere alle proprie navi la bandiera panamense per commerciare con la Gran Bretagna avrebbe impedito che un loro attacco trascinasse in guerra gli Stati Uniti. Terminato il conflitto sono però diventati evidenti i vantaggi economici del sistema col risultato che esso è stato universalmente adottato con il risultato che oggi è praticamente impossibile controllare la provenienza reale di una nave e che il mare è l’unica reale zona franca da qualunque legge o regolamento. E anche ove non ci sono palesi violazioni di normative, le navi diventano una forma di reclutamento di mano d’opera priva di garanzie e di minimi contrattuali, abbandonata al più spietato caporalato. La dimostrazione sono i casi che Langewiesche riporta nel resto del libro: storie di naufragi e di disastri ambientali, causati da navi vecchie, malamente revisionate anche se in possesso di tutte le certificazioni necessarie a prendere il mare, sottoposte a ritmi massacranti dalla necessità di mantenere tempi di consegna strettissimi.
Piuttosto che il terrorismo però, il caos oceanico favorisce la criminalità. L’aumento esponenziale dei casi di pirateria che avvengono ai danni sia di mercantili che di navi passeggeri ne è l’emblema. E poi i cantieri pericolosi e terribili dove queste navi stanche e arciusate vengono smantellate, nei paesi del terzo mondo che, senza rispettare alcuna normativa ambientale, mettono a rischio tanto l’ambiente quanto le vite di chi vi lavora. Alla fine della lettura dei libri di Langewiesche si è come raggiunti da una consapevolezza. La realtà, l’unica realtà possibile è quella raccontata dagli scrittori. Non i media, non le foto, non i video. Langewiesche, William Vollmann, Ryszard Kapuscinski raccontano la loro verità, parziale, contaminata, minuscola e macroscopica, indisciplinata e rigorosa. Caotica, individuale, passionale. L’unica verità insomma che valga la pena di essere conosciuta.
Pubblicato su “Pulp”, Nr.56, Luglio/Agosto 2005