La terra padre.

di Roberto Saviano

Foto di Luca Sorbo

ad H., al nodo che ci lega

Ci avevo pas­sato le dita sopra. Avevo anche chiuso gli occhi. Facevo scivolare il pol­pas­trello dell’indice sull’intera super­fi­cie. Dall’alto in basso. Poi quando pas­savo sul buco, mezza unghia si are­nava. Lo facevo su tutte le vetrine. A volte nei fori entrava l’intero pol­pas­trello, a volte mezzo. Poi aumen­tai la veloc­ità, per­cor­revo la super­fi­cie lis­cia in modo dis­or­di­nato come se il mio dito fosse una sorta di verme impazz­ito che entrava ed usciva dai buchi, super­ava gli avval­la­menti, sco­raz­zando sul vetro. Sin quando il pol­pas­trello mi si tagliò di netto. Con­tin­uai a striscia­rlo lungo la vet­rina las­ciando un alone acqu­oso rosso por­pora. Aprii gli occhi. Un dolore sot­tile, imme­di­ato. Il buco si era riem­pito di sangue. Smisi di fare l’idiota ed iniziai a suc­chiare la ferita.

I fori dei kalash­nikov sono per­fetti. Si stam­pano vio­lenti sui vetri blin­dati, sca­v­ano, intac­cano, sem­brano dei tarli che mordic­chi­ano e poi las­ciano la gal­le­ria. I colpi di mitra visti da lon­tano danno un’impressione strana, come decine di bol­licine for­matesi nel cuore del vetro, tra le diverse patine blin­date. Quasi nes­sun com­mer­ci­ate dopo una sven­tagli­ata di kalash­nikov sos­ti­tu­isce le vetrine. Qual­cuno spreme den­tro i fori la pasta di sil­i­cone, qualcun’altro li copre con nas­tri ade­sivi neri, la parte mag­giore las­cia così com’è il tutto. Una vet­rina blin­data di un negozio può costare anche cinquemila euro, meglio ten­ersi quindi, queste dec­o­razioni vio­lente. E poi in fondo, mag­ari diven­gono anche attrat­tiva per gli acquirenti che si fer­mano con curiosità, chieden­dosi che cosa è suc­cesso, intrat­te­nen­dosi con il pro­pri­etario dell’esercizio, insomma mag­ari com­prano anche qual­cosa in più del dovuto. Piut­tosto che sos­ti­tuire i vetri blin­dati si aspetta mag­ari che lo fac­ciano implodere con la prossima raf­fica. A quel punto l’assicurazione paga, per­ché se si arriva la mat­tina presto e si fanno scom­par­ire i vestiti, la raf­fica di mitra viene rubri­cata come rap­ina. Sparare sulle vetrine non è sem­pre un gesto di intim­i­dazione, un mes­sag­gio da veico­lare con le pal­lot­tole, quanto piut­tosto una neces­sità mil­itare. Quando arrivano nuove par­tite di kalash­nikov bisogna tes­tarli. Vedere se fun­zio­nano, notare se la canna è ben messa, pren­derci con­fi­denza, ver­i­fi­care che i car­i­ca­tori non si incep­pino. Potreb­bero esercitare i mitra in cam­pagna, sui vetri di vec­chie auto blin­date, com­prare las­tre da sfas­ciare in tran­quil­lità. Non lo fanno. Sparano invece sulle vetrine, sulle porte blin­date, sulle saraci­nesche, un modo per ricor­dare che non c’è cosa che non possa esser loro e che tutto in fondo è una con­ces­sione momen­tanea, una del­ega di un econo­mia che solo loro dis­tribuis­cono. Una con­ces­sione, null’altro che una con­ces­sione che in ogni momento potrebbe esser revo­cata. E poi c’è anche un van­tag­gio indi­retto poiché in zona, le vetrerie che hanno i migliori prezzi sui vetri blin­dati sono tutte legate ai clan, quindi più vetrine rov­inate, più danaro per vetrerie. La notte prece­dente erano arrivati una trentina di kalash­nikov dall’est. Dalla Mace­do­nia. Skopije – Gri­cig­nano d’Aversa, un viag­gio veloce, tran­quillo che aveva riem­pito i garage della camorra di mitra e fucili a pompa. La camorra appena cadde la cortina social­ista incon­trò i diri­genti dei par­titi comu­nisti allo sbando. Al tavolo della trat­ta­tiva si sedet­tero rap­p­re­sen­tando l’occidente potente, capace e silen­zioso. Sapendo della loro crisi i clan acquis­tarono infor­mal­mente dagli stati dell’est: Roma­nia, Polo­nia, ex Jugoslavia, interi depositi di armi, pagando per anni gli stipendi ai cus­todi, ai piantoni, agli uffi­ciali addetti alla con­ser­vazione delle risorse mil­i­tari. Insomma una parte della difesa divenne man­tenuta dai clan camor­is­tici. Il miglior modo in fondo per nascon­dere le armi è ten­erle nelle caserme. Così negli anni, nonos­tante gli avvi­cen­da­menti dei capi, le faide interne, e le crisi i boss hanno avuto come rifer­i­mento non il mer­cato nero delle armi ma i depositi degli eserciti dell’est a loro com­pleta dis­po­sizione. I mitra quella volta li ave­vano sti­pati in camion mil­i­tari che osten­ta­vano sui fianchi la trac­cia della NATO. Tir rubati dai garage amer­i­cani, e che gra­zie a quella scritta pote­vano girare tran­quil­la­mente per mezza Italia. A Gri­cig­nano d’Aversa la base NATO è un pic­colo colosso inac­ces­si­bile, come una colonna di cemento armato piaz­zata in mezzo ad una pia­nura. Non si vedono quasi mai gli amer­i­cani. I con­trolli sono rari. I camion della NATO hanno mas­sima lib­ertà e così quando le armi sono giunte in paese, gli autisti si sono pure fer­mati in piazza, hanno fatto colazione, hanno spug­nato il cor­netto nel cap­puc­cino men­tre chiede­vano in giro per il bar di poter con­tattare “un paio di neri per scari­care roba, velo­ce­mente”. E il ter­mine “velo­ce­mente” tutti sanno cosa sig­nifica. Le casse di armi sono solo un po’ più pesanti delle casse di pomodori, i ragazzi africani che vogliono fare dello stra­or­di­nario dopo aver lavo­rato nelle cam­pagne, pren­dono due euro a cassa, il quadru­plo di una cas­setta di pomodori o mele. Una volta lessi su riv­ista della NATO – ded­i­cata ai famil­iari dei mil­i­tari all’estero – un arti­co­letto ded­i­cato a chi doveva venire a Gri­cig­nano d’Aversa. Tradussi il brano e me lo scrissi su un’agenda. Per ricor­darlo. Diceva : “per capire dove state andando ad abitare, dovete immag­i­narvi i film di Ser­gio Leone. E’ come il far west, c’è chi comanda, ci sono spara­to­rie, regole non scritte e inat­tac­ca­bili. Ma voi non pre­oc­cu­pat­evi. Verso i cit­ta­dini ed i mil­i­tari amer­i­cani ci sarà il mas­simo rispetto e la mas­sima ospi­tal­ità. In ogni caso uscite solo se nec­es­sario dal com­pren­so­rio mil­itare.” Mi aiutò quell’articolista yan­kee a capire meglio il posto dove abitavo.

Quella mat­tina Mar­i­ano aveva una strana eufo­ria. Stava dinanzi al ban­cone del bar ecc­i­tatis­simo. Si car­i­cava di Mar­tini a prima mattina.

- Cos’hai?

Glielo chiede­vano tutti. Persino il barista si rifi­utò di riem­pir­gli il quarto bic­chiere. Ma lui non rispon­deva, come quando non si risponde per­ché chi pone la domanda ha in qualche modo già la capac­ità di capire da se e non lo fa solo per pigrizia.

- Io lo voglio andare a conoscere, mi hanno detto che è ancora vivo. Ma è vero?
– Cosa è vero?
– Ma come ha fatto. Io mò mi prendo le ferie e lo vado a conoscere..
– Ma chi? Cosa?
Era com­ple­ta­mente in estasi.
– Ti rendi conto, è leg­gero, pre­ciso, poi spari venti, trenta colpi, e non sono pas­sati neanche cinque minuti…è un’invenzione geniale!

Il barista lo guardò come chi guarda un ragazz­ino che ha pen­e­trato per la prima volta una donna, e porta sul volto un’espressione decifra­bile, la medes­ima di Adamo. Un gesto che ogni essere al mondo ha fatto e farà ma che ognuno vivrà come pio­niere. Il barista capì da cosa proveniva l’euforia, riv­ide nel ragazzo la sua fac­cia e forse la medes­ima ecc­i­tazione di quando era gio­vane. Subito versò il quinto Mar­tini, questo però lo offrì alla salute del ragazzo. Mar­i­ano aveva provato per la prima volta un kalash­nikov ed era rimasto così favorevol­mente impres­sion­ato dall’aggeggio che vol­eva incon­trare il suo inven­tore, il tenete Mihail Kalash­nikov. Non aveva mai sparato a nes­suno, nel clan era entrato per seguire la dis­tribuzione di alcune marche di caffè in diversi bar del ter­ri­to­rio. Ogni bar si riv­ol­geva ad agenti com­mer­ciali affil­iati alle famiglie che pro­teggevano alcune marche pre­cise di caffè e Mar­i­ano, che si era lau­re­ato in Econo­mia e Com­mer­cio, aveva il com­pito di trattare con gli agenti delle aziende che vol­e­vano met­tersi in affari con il clan ed aumentare il loro guadagno. Aveva una rete di com­mer­cio dal basso Lazio alla Luca­nia. Gio­vanis­simo aveva respon­s­abil­ità di decine di mil­ioni di euro poiché erano centi­naia i bar e le aziende di caffè che vol­e­vano entrare nella rete com­mer­ciale del clan. Il capo­zona però non vol­eva che i suoi uomini lau­re­ati o no, sol­dati o diri­genti com­mer­ciali, non fos­sero capaci di sparare e così gli aveva dato il mitra in mano. Di notte Mar­i­ano aveva scar­i­cato un po’ di pal­lot­tole su diverse vetrine, scegliendo i bar a caso. Non era un avver­ti­mento, ma insomma anche se lui non sapeva il reale motivo per cui spar­ava su quelle vetrine, i pro­pri­etari sicu­ra­mente un motivo valido l’avrebbero trovato. Una causa per sen­tirsi in errore c’è sem­pre. Mar­i­ano chia­mava il mitra con tono truce e pro­fes­sion­ale: AK 47. Il nome uffi­ciale della mitragli­atrice più cele­bre al mondo. Un nome piut­tosto sem­plice, dove AK sta per “avtomatni kalash­nikova”, ovvero “l’automatica di Kalash­nikov”, e dove 47 si riferisce all’anno della sua selezione come arma per l’esercito sovi­etico. Le armi spesso hanno nomi cifrati, let­tere e numeri che dovreb­bero celare la loro potenza letale, sim­boli di spi­etatezza. In realtà sono ridi­coli, banali nomi dati da qualche sot­touf­fi­ciale incar­i­cato di rubri­care in depos­ito nuove armi come nuovi bulloni.

Mihail Kalash­nikov

L’ultima volta che avevo sen­tito dei colpi di mitra era stato qualche anno fa. Vicino all’Università di Santa Maria Capua Vet­ere, non ricordo bene, era un quadrivio però, ne sono certo. Quat­tro mac­chine bloc­carono l’auto di Sebas­tiano Caterino, un camor­rista da sem­pre vicino ad Anto­nio Bardellino il capo dei capi della camorra caser­tana negli anni ’80 e ‘90, e l’hanno mas­sacrato con un’orchestra di kalash­nikov. Quando Bardellino scom­parve e la diri­genza cam­biò, Caterino riuscì a scap­pare, a sot­trarsi alla mat­tanza. Per tredici anni non era uscito di casa, aveva vis­suto nascosto, met­teva il naso fuori di notte, camuf­fan­dosi, uscendo dal por­tone della sua masse­ria in auto blin­date, trascor­rendo la vita fuori dal suo paese. Pen­sava di aver trovato una nuova autorev­olezza dopo tanti anni di silen­zio. Cre­deva che il clan rivale ormai dimen­tico del pas­sato, non avrebbe attac­cato un vec­chio leader come lui. E così si era messo a tirar su un nuovo clan a Santa Maria Capua Vet­ere, la vec­chia città romana era diven­tata il suo feudo. Il mares­ciallo di San Cipri­ano d’Aversa, il paese di Caterino, quando è arrivato sul luogo dell’agguato, ha avuto un’unica frase: l’hanno fatto male pro­prio! Qui infatti dipende da quanti colpi ricevi per val­utare come sei stato trat­tato. Essere ucciso non è con­dizione ogget­tiva di per se di con­danna spi­etata. In fondo la sola morte non con­cede la misura del dolore. Se ti ammaz­zano con del­i­catezza, un colpo alla testa o alla pan­cia, viene letta come un oper­azione nec­es­saria, chirur­gica, senza ran­core. Fic­care oltre due­cento colpi nell’auto e oltre quar­anta nel corpo è invece un modo asso­luto di can­cel­larti dal fegato della terra. La camorra ha una memo­ria lunghissima e capace di pazienza infinita. Tredici anni, cen­tocinquan­ta­sei mesi, quat­tro kalash­nikov, due­cento colpi, una pal­lot­tola per ogni mese d’attesa. Le armi in certi ter­ri­tori hanno anche la trac­cia della memo­ria, con­ser­vano in loro stesse con livore, una con­danna che poi sputano al momento giusto.

Quella mat­tina pas­savo le dita sulle dec­o­razioni da mitragli­atrice con lo zaino indosso. Stavo per par­tire, dovevo andare da mio cug­ino a Milano. E’ strano come con chi­unque parli, qualunque sia l’argomento, appena dici che stai per andartene via ricevi auguri, com­pli­menti e giudizi entu­si­asti: è così che si fa. Fai benis­simo, lo farei anch’io. Non devi aggiun­gere det­tagli, speci­fi­care cosa andrai a fare. Devi soltanto dire che par­ti­rai. Già di per se, indipen­den­te­mente da cosa andrai a fare, par­tire sarà cosa buona e pos­i­tiva. Migliore che vivere qui. Qualunque sia il motivo sarà più impor­tante di quelli che tro­verai per con­tin­uare a vivere in queste zone. Quando mi si chiede di dove sono, non rispondo mai. Vor­rei rispon­dere del sud, ma mi pare troppo retorico. Quando poi me lo si chiede su un treno, mi fisso i piedi e fingo di non aver sen­tito, poiché mi viene in mente Con­ver­sazioni in Sicilia di Vit­torini, e ris­chio, se solo apro la bocca, di can­tilenare la voce di Sil­ve­stro Fer­rato. E non è il caso. I tempi mutano, le voci sono medes­ime. In viag­gio però mi capitò di incon­trare una sig­nora gras­sona fic­cata a malo modo nel sedi­olino dell’Eurostar. Era salita a Bologna con una voglia incred­i­bile di par­lare per ingol­fare anche il tempo oltre che il suo corpo. Insis­teva per sapere da dove venivo, cosa facevo, dove andavo. Avevo voglia di rispon­dere mostran­dole la ferita al pol­pas­trello, e basta. Ma las­ciai perdere. Risposi: sono di Napoli. Una città che las­cia par­lare tal­mente tanto che basta pro­nun­cia­rla per eman­ci­parsi da ogni tipo di risposta. Un luogo dove il male diviene tutto il male, ed il bene tutto il bene. Mi addormentai.

Mio cug­ino m’aspettava alla stazione. Lavo­rava in una grossa impresa di costruzioni la CostruGe fon­data con cap­i­tali delle nos­tre parti. Aveva chiesto un per­me­sso di un’ora per venirmi a pren­dere e subito ritornò in uffi­cio. Il palazzo della CostruGe svet­tava impo­nente. Si affac­ciava con la sua scritta al neon sulla sfera della fontana di San Babila. Quello che a sud rapina­vano, quin­tali di sab­bia rac­colta dalla costa domi­tia, mate­ri­ale inerte estratto dalle cave abu­sive, finiva nelle vil­lette costru­ite in Lom­bar­dia e Veneto. CostruGe era l’impresa edile più veloce di Milano. Man­od­opera qual­i­fi­cata a basso costo, operai a lavoro ulti­mato si infog­na­vano di nuovo a sud, scom­parendo velo­ce­mente. Assi­cu­razioni finte, prezzi bassis­simi, qual­ità espo­nen­zial­mente bril­lante. Mio cug­ino lavo­rava nei loro uffici. Avrebbe voluto pre­sen­tarmi il suo capouf­fi­cio. Era di Varese ma sapeva di dover trattare bene le per­sone com­pae­sane di col­oro che gli davano il suo stipen­dio e con­ter­ra­nee delle migliori maes­tranze della sua azienda. Non entrai. Rimasi fuori. Un passo prima di essere iden­ti­fi­cato dalla foto­cel­lula che avrebbe fatto aprire le porte, capii che non avrei neanche voluto guardare quel diri­gente di Varese. Las­ciai mio cug­ino entrare a lavoro. La prima cosa che mi venne in mente fu di chi­ud­ere gli occhi e pas­sare il pol­pas­trello sui vetri blin­dati dell’entrata dell’azienda. Lo feci. Nes­sun foro. Avrei avuto voglia la notte stessa di ripar­tire. Il neon di piazza San Babila mi rim­balzava sulle palpe­bre. Tutto medes­imo. Avevo cam­bi­ato luogo, non era mutato nulla. Il mio deside­rio di andarmene fu accon­tentato presto. La mat­tina dopo, prestis­simo Mar­i­ano mi chi­amò ansioso. Ser­vivano un po’ di con­tabili ed orga­niz­za­tori per un’operazione molto del­i­cata che alcuni impren­di­tori delle nos­tre zone sta­vano facendo a Roma. Gio­vanni Paolo II stava male, forse era persino morto ma ancora non ave­vano uffi­cial­iz­zato la notizia. Negozi, alberghi, ris­toranti, super­me­r­cati, ave­vano bisogno in pochissimi giorni di enormi e stra­or­di­nari riforn­i­menti di ogni tipo di prodotto. C’era da guadagnare un mare di danaro, mil­ioni di indi­vidui in bre­vis­simo tempo si sareb­bero river­sati sulla cap­i­tale, vivendo per strada, trascor­rendo ore lungo i mar­ci­apiedi, dovendo bere, man­giare, in una parola com­prare. Si pote­vano trip­li­care i prezzi, vendere ad ogni ora, anche di notte, spre­mere prof­itto da ogni min­uto. Mar­i­ano fu chiam­ato in causa, mi pro­pose di far­gli com­pag­nia e per questa gen­tilezza mi avrebbe pas­sato qualche danaro. Nulla, è gra­tu­ito. Anche l’amicizia, quando sen­tita, viene rip­a­gata con una mazzetta riconoscente. A Mar­i­ano era stato promesso un mese di ferie così da poter real­iz­zare il sogno di andare in Rus­sia ad incon­trare Mihail Kalash­nikov; aveva avuto persino garanzie da un uomo delle famiglie russe amico di Don Mez­zan­otte, che aveva giu­rato di conoscere Kalash­nikov. Mar­i­ano avrebbe potuto così incon­trarlo, fis­sarlo negli occhi, toc­care le mani che ave­vano inven­tato il potente mitra. Don Mez­zan­otte invece vol­eva una sua foto auto­grafata. Con ded­ica ovvi­a­mente. In meno di due set­ti­mana la camorra era rius­cita ad orga­niz­zare a Roma un piano eco­nom­ico che qual­si­asi impresa avrebbe rag­giunto soltanto ded­i­cando un piano bien­nale di piani­fi­cazione. Centi­naia di camion usati in tutt’Italia per dis­tribuire prodotti tec­no­logici, cemento, cas­sette di frutta, diven­nero in una notte tir da trasporto ali­mentare. In poche ore i clan ave­vano dirot­tato sulla cap­i­tale tutti i camion che dove­vano arrivare ai super­mar­ket della loro rete in mezza Italia. Chi in altre parti del paese atten­deva riforn­i­menti si vide costretto ad atten­dere. Ma i tir non bas­ta­vano, una decina bisog­nava seques­trarli, insomma rap­inarli. Troppo pochi uomini erano dis­lo­cati sulle strade del nord pronti per rap­ine e così scattò il solito gioco. I camor­risti man­darono loro uomini a casa di alcuni camion­isti di Formia, Latina che tele­fonarono ai cel­lu­lari degli autisti in viag­gio dal tele­fono fisso delle loro famiglie. Gli autisti anda­vano a rispon­dere al cel­lu­lare vedendo la scritta “casa” sullo screen saver ma quando rispon­de­vano ascolta­vano la voce degli “amici” piut­tosto che quella delle mogli. A quel punto per gli uomini del clan non ser­viva fare altro che dare indi­cazione di un ind­i­rizzo dove scari­care la roba, non più quello per cui erano stati ingag­giati, ma quello a cui la camorra aveva deciso di dover dis­lo­care i prodotti. Una rap­ina senza pis­tole, senza minacce, una rap­ina senza neanche pale­sare l’intenzione di rap­inare. Mar­i­ano a Roma aveva il com­pito assieme ad altri fun­zionari eco­nomici del clan di incon­trare agenti e pro­pri­etari di negozi per pro­por­gli i prodotti stra­or­di­nari. I prezzi che la camorra pro­poneva erano con­ve­ni­enti e pote­vano con­tare sul val­ore aggiunto dell’immediatezza della dis­tribuzione. Uno però era il prodotto mag­gior­mente richiesto, l’acqua. La domanda di bot­tiglie d’ acqua sarebbe stata enorme ed ancor più i con­trolli dei nuclei anti­sofisti­cazione sareb­bero stati nulli. Il guadagno, con un po’ di spir­ito impren­di­to­ri­ale poteva essere ster­mi­nato. Così migli­aia di bot­tiglie vuote accat­a­state per il rici­clo della plas­tica, da Aversa a Torre del Greco, furono fatte gon­fi­are, se accar­toc­ciate, ster­il­iz­zate e riem­pite d’acqua non delle fonti ma dei rubi­netti. Migli­aia di bot­tiglie sig­illate negli sta­bil­i­menti di impren­di­tori vicini ai clan, con­tenevano acqua di rubi­netto pagata dai comuni cam­pani e ven­duta come acqua lis­cia in bot­tiglie usate. Un guadagno del 500%. Ma non bas­tava la ven­dita legale, anche quella abu­siva bisog­nava con­trol­lare. Così raci­mo­lati i ven­di­tori ambu­lanti sui treni, furono spediti a Roma ma non erano abbas­tanza. I clan dove­vano far con­cor­renza ai negozi a cui loro stessi ave­vano ven­duto all’ingrosso la merce. Così ven­nero coin­volti i pusher che smis­ero di spac­ciare e tas­for­man­dosi in ambu­lanti abu­sivi, ven­di­tori di panini, ciambelle, acqua e birre. Una trasfor­mazione che tutti i servizi sociali e di recu­pero della nazione non sareb­bero rius­citi a fare in anni i clan l’avevano fatto in pochi attimi. La camorra in quar­an­totto ore aveva messo su la sua macchina impren­di­to­ri­ale pronta ad accogliere i fedeli come por­ta­tori di con­tante e di bisogni. Adam Smith sarebbe stato fiero del clan delle mie parti.

Roma il giorno dei funer­ali del Papa era un car­naio. Impos­si­bile riconoscere i volti delle strade, i per­corsi dei mar­ci­apiedi. Un unica pelle di carne aveva rivestito il catrame, le entrate dei palazzi, le finestre, una colata che si incanalava in ogni pos­si­bil­ità di spazio. Una colata che sem­brava aumentare il pro­prio vol­ume sino a far esplodere i canali in cui con­fluiva. Ovunque essere umani. Ovunque. Un cane ter­ror­iz­zato si era nascosto sotto un auto­bus tre­mante, aveva visto ogni suo spazio vitale vio­lato da piedi e gambe. Io e Mar­i­ano ci fer­mammo su un gradino di un palazzo. L’unico a riparo da un gruppo che aveva deciso di cantare come voto per sei ore di seguito una can­zoncina ispi­rata a San Francesco. Ci sedemmo a man­giare un panino. Ero esausto. Mar­i­ano invece non si stan­cava mai, ogni ener­gia gli veniva pagata e questo lo faceva sen­tire peren­nemente carico. Notai una ragazza in un gruppo di fedeli, credo libanesi. Ho la mania di fotogra­fare visi, di pren­der ritratti. Ma solo per caso. Odio impostare le scene. La ragazza aveva dei tratti com­pli­cati. Un viso carnoso, dove gli occhi ed i fori del naso sem­bra­vano risul­tati di qual­cuno che aveva tolto dei pezzi di mate­ri­ale, dalla pasta della fac­cia. Capelli ner­is­simi e lab­bra spesse. Dovevo fotogra­farla. Ten­tati di farlo, cac­ciai la macchinetta, ma non feci in tempo. Il traf­fico umano era troppo com­p­lesso. Si ficcò in qualche fila di fedeli ed io mi trovai a pro­cedere con­tro­mano. La persi. Ma men­tre cer­cavo di tornare da Mar­i­ano mi sen­tii chia­mare. Avevo ancor prima di voltarmi di chi si trat­tava. Era mio padre. Da due anni non ci vede­vamo, ave­vamo vis­suto nella stessa città senza mai incon­trarci. Incred­i­bile trovarsi nel labir­into di carne romano. Mio padre era imbaraz­za­tis­simo. Non sapeva come salu­tarmi e forse neanche se poteva farlo come avrebbe voluto. Ma era euforico come in quelle gite dove sai che in poche ore ti capi­ranno cose belle, le stesse che non potranno ripetersi per i suc­ces­sivi tre mesi almeno, e quindi vuoi berle tutte, sen­tirle sino in fondo, velo­ce­mente però, per paura di perdere le altre felic­ità nel poco tempo che ti rimane. Aveva approf­ittato che una com­pag­nia rumena di volo aveva abbas­sato i costi dei voli verso l’Italia per via della morte del Papa, e così aveva pagato il bigli­etto a tutta la famiglia della sua com­pagna. Tutte le donne del gruppo ave­vano un velo sui capelli ed una corona di rosario arro­to­lato intorno al polso. Impos­si­bile capire in quale strada ci trovavamo, ricordo solo un enorme lenzuolo che campeg­giava tra due palazzi. Undices­imo coman­da­mento: Non spin­gere e non sarai spinto. Scritto in 12 lingue.
Erano con­tenti i nuovi par­enti di mio padre. Con­tentis­simi di parte­ci­pare ad un evento così impor­tante come la morte del Papa. Tutti sog­na­vano sana­to­rie per gli immi­grati. Sof­frire per lo stesso motivo, parte­ci­pare ad una man­i­fes­tazione così immensa e uni­ver­sale era per questi rumeni, il miglior modo di pren­dere cit­tad­i­nanza sen­ti­men­tale e ogget­tiva con l’Italia, ancor prima che quella for­male. Mio padre ado­rava Gio­vanni Paolo II, il fas­cino di quest’uomo che faceva baciare a tutti la sua mano lo esaltava. Come era rius­cito senza palesi ric­cati e chiare strate­gie a rag­giun­gere quel potere immenso d’ascolto, lo intri­gava. Tutti i potenti si inginoc­chi­a­vano dinanzi a lui. Per mio padre questo bas­tava per ammi­rare un uomo. Lui stesso lo vidi inginoc­chiarsi assieme alla madre della sua com­pagna per recitare un rosario improvvisato per strada. Dal muc­chio di par­enti rumeni, vidi spuntare un bimbo. Capii subito che era il figlio di mio padre e di Micaela. Sapevo che era nato in Italia per poter avere cit­tad­i­nanza, ma che per esi­genze della madre aveva sem­pre vis­suto in Roma­nia. Cer­cava di ten­ersi anco­rato alla gonna della madre. Non l’avevo mai visto ma conoscevo il suo nome. Ste­fano Nico­lae. Ste­fano come il padre di mio padre, Nico­lae come il padre di Micaela. Mio padre lo chia­mava Ste­fano, sua madre ed i suoi zii rumeni Nico. In breve sarebbe stato chiam­ato Nico, ma mio padre non aveva ancora avuto il tempo d’essere scon­fitto. Ovvi­a­mente il primo dono che aveva rice­vuto dal padre appena sceso dalle scalette dell’aereo, era un pal­lone. Mio padre vedeva per la sec­onda volta il figli­o­letto ma lo trat­tava come se fosse sem­pre stato dinanzi ai suoi occhi. Lo prese in brac­cio e mi si avvicinò.
– Nico adesso viene a vivere qui. In questa terra. Nella terra del padre.
Non so per­ché ma il bimbo si intristì nell’espressione, las­ciò cadere il pal­lone per terra, riuscii a fer­marlo con un piede prima che si perdesse irri­me­di­a­bil­mente tra la folla. Mi venne d’improvviso in mente l’odore mis­chi­ato di salse­dine e pol­vere, di cemento e spaz­zatura. Un odore umido. Mi ricor­dai di quando avevo dod­ici anni sulla spi­ag­gia di Pine­ta­mare. Mio padre venne nella mia stanza, ero appena sveg­lio. Forse di domenica:
– Tuo cug­ino ti rendi conto già sa sparare e tu? Sei meno di lui?
Mi portò al Vil­lag­gio Cop­pola sul litorale dom­izio. La spi­ag­gia era una miniera abban­do­nata di uten­sili divo­rati dalla salse­dine e avvolti in croste di calce. Sarei stato a scav­are per giorni interi, trovando caz­zuole, guanti, scar­poni sfon­dati, zappe spac­cate, pic­coni sbec­cati ma non venivo por­tato lì per gio­care nella spaz­zatura. Mio padre passeg­giava cer­cando i bersagli, quelli che preferiva erano le bot­tiglie. Quelle Per­oni, le predilette. Non so per­ché. Mise le bot­tiglie sul tetto di una 127 bru­ci­ata, ce n’erano molti di scheletri d’auto. Le spi­agge di Pine­ta­mare erano usate anche per rac­cogliere tutte le mac­chine bru­ci­ate usate per rap­ine o agguati. La Beretta 92Fs di mio padre me la ricordo ancora. Era tutta graf­fi­ata sul corpo, sem­brava briz­zo­lata, una vec­chia sig­nora pis­tola. Tutti la conoscono come M9 non so per­ché. Ma la sento sem­pre citare con questo nome: ti metto un M9 tra gli occhi, devo cac­ciare l’M9? Cavolo mi devo pren­dere un M9. Mio padre mi mise in mano la Beretta. La sen­tii pesan­tis­sima. La cosa più pesante che avessi tenuto in mano assieme ad una giara di olio bel­lis­sima che ten­tai di soll­e­vare qualche anno prima. Il cal­cio della pis­tola è ruvido, sem­bra di carta vetrata, ti si appic­cica nel palmo e quando ti sfili la pis­tola di mano sem­bra quasi che ti graffi con i suoi micro­denti. Mio padre mi indi­cava come togliere la sicura, armare la pis­tola, sten­dere il brac­cio, chi­ud­ere l’occhio destro se il bersaglio era a sin­is­tra e puntare.
– Robbè il brac­cio mor­bido ma tosto. Insomma tran­quillo ma non flaccido…usa le due mani..

Prima di tirare il gril­letto con tutta la forza dei due indici che si spingevano a vicenda, chi­udevo gli occhi, alzavo le spalle come se volessi tap­parmi le orec­chie con le scapole. Il rumore degli spari ancora oggi mi da un fas­tidio ter­ri­bile. Devo avere qualche prob­lema ai tim­pani. Resto stordito per mezz’ora dopo uno sparo. A Pine­ta­mare i Cop­pola, famiglia di impren­di­tori molto potenti e ben alleati, costruì il più grande agglom­er­ato urbano abu­sivo d’occidente, il Vil­lag­gio Cop­pola, appunto. Non fu chi­esta autor­iz­zazione, non ser­viva, in questi ter­ri­tori le gare d’appalto ed i per­me­ssi sono modi per aumentare ver­tig­i­nosa­mente i costi di pro­duzione poiché bisogna oleare troppi pas­saggi buro­cratici. Così si va diret­ta­mente con le betonerie. Quin­tali di cemento armato pre­sero il posto di una delle pinete marit­time più belle del mediter­ra­neo. Furono edifi­cate torri di palazzi dai cui cito­foni si sen­tiva il mare. Ora sono state abbat­tute, il rinasci­mento merid­ionale si è fatto con la dina­mite. Pine­ta­mare ora è una costa di mac­erie, prima ver­ti­cali ora oriz­zon­tali. Il cam­bi­a­mento di direzione è l’obiettivo rag­giunto. Quando cen­trai final­mente il primo bersaglio della mia vita provai una sen­sazione mista di orgoglio e senso di colpa. Ero stato capace di sparare, final­mente ero capace. Nes­suno poteva più farmi del male. Ma ormai avevo imparato ad usare un arnese orrendo. Uno di quelli che una volta che lo sai usare non puoi più smet­tere di usarlo. Come imparare ad andare in bici­cletta. Una volta che hai preso l’equilibrio non rius­ci­rai mai più a perderlo. La bot­tiglia non era esplosa com­ple­ta­mente. Anzi era persino rimasta in piedi. Sven­trata a metà. La metà destra. Mio padre si allon­tanò verso la macchina. Io rimasi lì con la pis­tola, ma è strano non mi sen­tii solo, nonos­tante fossi cir­condato da spet­tri di spaz­zatura e met­allo. Tesi il brac­cio verso il mare e tirai altri due colpi nell’acqua. Non li vidi schiz­zare, né forse rag­giun­sero l’acqua. Ma colpire il mare, mi pareva una cosa cor­ag­giosa. Mio padre arrivò con un pal­lone di cuoio, sopra l’effige di Maradona. Il pre­mio per la mira. Poi si avvicinò come sem­pre alla mia fac­cia. Sen­tivo il suo alito di caffè. Era sod­dis­fatto, ora quan­tomeno suo figlio non era da meno del figlio di suo fratello. Facemmo la solita can­tilena, il suo catechismo:

- Robbè, cos’è un uomo senza lau­rea e con la pis­tola?
– Uno stronzo con la pis­tola.
– Bravo. Cos’è un uomo con la lau­rea senza pis­tola?
– Uno stronzo con la lau­rea…
– Bravo. Cos’è uno con la lau­rea e con la pis­tola?
– Un uomo, papà!
– Bravo Robertino!

Nico cam­mi­nava ancora incerto. Mio padre gli parlava a raf­fica. Non capiva il pic­colo. Per la prima volta sen­tiva par­lare in ital­iano anche se la mamma era stata abbas­tanza furba da farlo nascere qui.
– Ti somiglia Roberto?
Lo guardai a fondo. E fui felice, per lui. Non mi somigli­ava per nulla.
– Per for­tuna non mi somiglia!
Mio padre mi guardò con la solita delusa espres­sione, come dire che ormai neanche scherzando mi avrebbe sen­tito dire ciò che avrebbe voluto ascoltare. Avevo sem­pre l’impressione che mio padre fosse in guerra con qual­cuno. Come se dovesse svol­gere una battaglia con alleanze, pre­cauzioni, macchi­noni. Andare in un albergo di due selle per mio padre era come perdere pres­ti­gio verso qual­cuno. Come se dovesse ren­dere conto ad un entità che l’avrebbe punito vio­len­te­mente se non avesse vis­suto nella ric­chezza e con un atteggia­mento autori­tario e buf­fonesco.
– Il migliore Robbè, non deve avere bisogno di nes­suno, deve sapere certo, ma deve anche fare paura. Se non fai paura a nes­suno, se nes­suno guardan­doti non si mette soggezione, allora in fondo non sei rius­cito ad essere vera­mente capace.

Quando andavamo a man­giare fuori, nei ris­toranti si sen­tiva infas­tid­ito dal fatto che spesso i camerieri ser­vivano, anche se entra­vano un’ora dopo di noi, alcuni per­son­aggi della zona. I boss si sede­vano e dopo pochi minuti riceve­vano tutto il pranzo. Mio padre li salu­tava. Ma tra i denti strideva la voglia di avere il loro medes­imo rispetto. Rispetto che con­sis­teva nel gener­are eguale invidia di potenza, eguale tim­ore, medes­ima ric­chezza.
– Li vedi quelli. Sono loro che coman­dano vera­mente. Sono loro che deci­dono tutto! C’è chi comanda le parole e chi comanda le cose. Tu devi capire chi comanda le cose, e fin­gere di credere a chi comanda le parole. Ma devi sem­pre sapere la ver­ità in copro a te. Comanda vera­mente solo chi comanda le cose.

I coman­danti delle cose, come li chia­mava mio padre erano seduti al tavolo. Anto­nio Bardellino, Mario Iovine, Francesco Schi­avone, Francesco Bidognetti. Ave­vano deciso della sorte di queste terre da sem­pre. Fat­tura­vano con le loro aziende cap­i­tali enormi che poi si pianta­vano in Veneto, in Baviera, in Provenza, a Lon­dra, in Brasile, las­ciando nei loro paesi solo cemento, abu­sivismo, e sol­dataglia. Man­gia­vano assieme, sor­ride­vano. Negli anni poi si sono scan­nati tra loro, las­ciando scie di migli­aia di morti, come ideogrammi dei loro inves­ti­menti finanziari. Don Anto­nio però sapeva come rime­di­are allo sgarbo d’esser servito per primo. Offriva il pranzo a tutti pre­senti nel locale. Ma solo dopo essersene andato, temendo di rice­vere ringrazi­a­menti e piag­gerie. Tutti ebbero il pranzo pagato tranne due per­sone. Il pro­fes­sore Ian­notto e sua moglie. Non ave­vano salu­tato don Anto­nio, e lui non aveva osato offrir­gli il pranzo. Ma gli aveva fatto dono, attra­verso un cameriere di una bot­tiglia di limon­cello. Un camor­rista sa che deve curarsi anche dei nemici leali poiché son sem­pre più preziosi di quelli nascosti. Quando dovevo rice­vere un esem­pio neg­a­tivo mio padre por­tava quello del pro­fes­sor Ian­notto. Erano stati a scuola insieme. Ian­notto viveva in fitto, cac­ciato dal suo par­tito, senza figli, sem­pre incavolato e mal vestito. Inseg­nava al bien­nio di un liceo, lo ricordo sem­pre a lit­i­gare con i gen­i­tori che gli chiede­vano a quale suo amico man­dare i figli a ripe­tizione pri­vata per farli pro­muo­vere. Mio padre lo con­sid­er­ava un uomo con­dan­nato. Un morto che camminava.

- E’ come chi decide di fare il filosofo e chi il medico, sec­ondo te chi dei due decide della vita di una per­sona?
– Il medico!
– Bravo. Il medico. Per­ché puoi decidere della vita delle per­sone. Decidere. Sal­varli o non sal­varli. E’ così che si fa il bene, solo quando puoi fare il male. Se invece sei un fal­lito, un buf­fone, uno che non fa nulla. Allora puoi fare solo il bene, ma quello è volon­tari­ato, uno scarto di bene. Il bene vero è quando scegli di farlo per­ché puoi fare il male.

Io non rispon­devo. Non rius­civo mai a capire cose volesse real­mente dimostrarmi. E in fondo non riesco nem­meno ora a capirlo. Sarà anche per questo che mi sono lau­re­ato in filosofia, per non decidere al posto di nes­suno. Mio padre aveva fatto servizio nelle ambu­lanze, come gio­vane medico, negli anni ’80. Quat­tro­cento morti l’anno. In zone dove si ammaz­za­vano anche cinque per­sone al giorno. Arrivava con l’autoambulanza, quando però il fer­ito era per terra e la polizia non ancora arrivata non si poteva cari­carlo. Per­ché se la voce arrivava, i killer tor­na­vano indi­etro inseguiv­ano l’autoambulanza la bloc­ca­vano entra­vano nel vei­colo e fini­vano il per­son­ag­gio sul let­tino. Era cap­i­tato decine di volte, e sia i medici che gli infer­mieri sape­vano di dover star fermi dinanzi ad un fer­ito ed atten­dere che i killer tor­nassero per finire l’operazione. Una volta mio padre però arrivò a Giugliano, un paesone tra il napo­le­tano ed il caser­tano, feudo dei Mal­lardo, uno dei clan più potenti e capaci del mez­zo­giorno. Il ragazzo aveva diciotto anni, o forse meno. Era stato sparato al torace ma una cos­tola aveva devi­ato il colpo. L’autoambulanza arrivò subito. Era in zona. Il ragazzo rantolava, urlava, perdeva sangue. Mio padre lo car­icò. Gli infer­mieri erano ter­ror­iz­zati. Ten­tarono di dis­suaderlo, insomma si vede che i killer hanno potuto sparare poco per­ché messi in fuga da qualche pat­tuglia, ma sicu­ra­mente sareb­bero ritor­nati. Gli infer­mieri provarono a ras­si­cu­rare mio padre:

- Aspet­ti­amo. Ven­gono, finis­cono il servizio e ce lo portiamo.

Mio padre non ce la faceva. Insomma, anche la morte ha i suoi tempi. E diciotto anni non gli sem­brava il tempo per morire, neanche per un soldato di camorra. Lo car­icò, lo portò all’ospedale e fu sal­vato. La notte, andarono a casa sua i killer che non ave­vano cen­trato il bersaglio come si doveva. Io non c’ero, abitavo con mia madre. Ma mi fu rac­con­tata tal­mente tante volte questa sto­ria, tron­cata sem­pre nel medes­imo punto, che io la ricordo come se a casa ci fossi stato anche io e avessi assis­tito a tutto. Mio padre credo fu pic­chi­ato a sangue, per almeno due mesi non si fece vedere in giro. Per i suc­ces­sivi quat­tro non riuscì a guardare in fac­cia nes­suno. Non me l’ha mai detto. Ne qual­cuno mi ha mai insin­u­ato alcunché, ma io sono certo che dopo averlo pes­tato per l’azzardata deci­sione di sal­vare quel ragazzo, gli chiesero di ammaz­zarlo lui stesso. Scegliere di sal­vare chi deve morire sig­nifica voler con­di­viderne la sorte, per­ché qui con la volontà non si muta nulla.

Morto ammaz­zato

Non è una deci­sione che riesce a por­tarti via da un prob­lema, non è una presa di coscienza, un pen­siero, una scelta, che davvero riescono a darti la sen­sazione di star agendo nel migliore dei modi. Qualunque sia la cosa da fare, sarà quella sbagli­ata per qualche motivo. Questa è la vera soli­tu­dine. Non ho mai saputo mio padre cosa abbia deciso di fare. Non voglio saperlo. Ma forse so cos’ha fatto. E va bene così.

Il pic­colo Nico era tor­nato a rid­ere. Chissà come crescerà, come verrà adde­strato alla vita, a quale scuola andrà, le estati in Roma­nia, i vil­laggi di mis­e­ria. L’iniziazione ses­suale accom­pa­g­nato dal padre con le migliori mignotte, o forse suo padre non ce la farà più. Neanche con la moglie, che cercherà di con­so­larsi altrove, men­tre il mar­ito la tampin­erà, la farà seguire, la osserverà. Micaela ha più o meno la stessa mia età. Anche lei quando con­fes­sava di andare in Italia, di andarsene via, avranno fatto gli auguri senza chiederle nulla, senza sapere se andava a far la put­tana, la sposa, la colf, o l’impieagata. Non sapendo altro che andava via. Con­dizione suf­fi­ciente di for­tuna. Nico però ovvi­a­mente non pen­sava a nulla. Ser­rava la bocca all’ennesimo frul­lato che Micaela gli dava per ingoz­zarlo ora che poteva farlo. Mio padre per farlo man­giare gli pose il pal­lone vicino ai pie­dini, Nico lo cal­ciò con tutta la forza. La palla rim­balzò su ginoc­chia, tibie, punte di scarpe, di decine di per­sone. Mio padre iniziò a rin­cor­rerla. Sapendo che Nico lo guar­dava, finse gof­fa­mente di drib­blare una suora, ma la palla gli scappò nuo­va­mente dai piedi. Il pic­colo rideva, le centi­naia di cav­iglie che vedeva dis­ten­dersi dinanzi agli occhi lo face­vano sen­tire in una foresta di gambe, gonne, cav­iglie, scarpe e san­dali. Gli piaceva vedere, il padre, nos­tro padre, affati­care la sua pan­cia per pren­dere quel pal­lone. Cer­cai di alzare la mano per salu­tarlo, ormai un muro di carne l’aveva bloc­cato. Sarebbe rimasto ingor­gato per una buona mezz’ora. Inutile aspettare. Era davvero tardi. La sagoma non si intu­iva neanche più, ormai era stata inghiot­tita sin nello stom­aco della folla.
– Addio papà.

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Pub­bli­cato sul numero 30 Aprile/Giugno 2005 di NUOVI ARGOMENTI