Repubblica anticipa l’introduzione al libro del nigeriano in uscita in Italia. Le parole sono state le sue armi: contro le multinazionali per i diritti delle popolazioni. Ha preso decisioni difficili come lasciare la famiglia in Gran Bretagna.
di ROBERTO SAVIANO
IL 10 NOVEMBRE 1995 la nazionale di calcio nigeriana si esibisce per la prima volta in patria dopo i mondiali americani, di cui era stata la rivelazione. In quello stesso giorno, mentre un intero Paese festeggia, Ken Saro-Wiwa viene impiccato per l’unica colpa di essere uno scrittore, l’autore di Sozaboy.
Quando il fratello di Ken riceve la notizia dell’esecuzione, chiama un giornalista in Inghilterra. “Hanno ucciso Ken”, gli dice e l’altro risponde che è impossibile: “È intervenuto Bill Clinton; Nelson Mandela ha chiamato il presidente nigeriano; si è mosso il Commonwealth. Non può essere. È una fesseria, ti hanno mentito”.
Ma il fratello di Ken sa che non è così, perché ad avvertirlo è stato un carceriere della sua stessa etnia, il popolo Ogoni, che vive sul delta del Niger (…). Il fratello di Ken racconta che si è messo a guardare i caroselli dei tifosi nigeriani, ha provato a fermare qualcuno e così, d’istinto, a dire: “Hanno ucciso Ken Saro-Wiwa”. L’ha fatto perché Ken era molto conosciuto. Ma si era appena disputata una grande partita e la Nigeria aveva vinto. Il presidente nigeriano aveva assistito al trionfo in tribuna, insieme al massimo dirigente della Fifa. Infondo, era solo morto uno scrittore.
Con la sua opera, Ken Saro-Wiwa voleva svelare al mondo quanto stava succedendo in Nigeria. Sozaboy è il libro che ci ha permesso di avere un’idea precisa della guerra in Biafra. Le immagini ormai famose dei bambini con il volto scheletrico, il ventre gonfio e le gambe come stecchini, la vita dei bambini soldato (…), è lui che ce le ha fatte scoprire. È lui che è riuscito, attraverso la potenza della letteratura, a diffondere queste storie, a renderle materia. Il petrolio è il centro della battaglia letteraria, intellettuale e politica di Ken. La parola era la sua arma. Oggi i guerriglieri del delta del Niger, che si identificano con la sigla del MEND (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger), riferendosi senza citarlo a Ken dicono: “Qualcuno ha usato la parola ed è stato impiccato”. E quindi loro imbracciano i fucili. La morte di Ken ha significato per la Nigeria la fine della lotta pacifica. Ken voleva una cosa molto semplice, voleva che le grandi compagnie petrolifere, la Shell su tutte, dividessero i guadagni, al 50%, con chi vive sulle terre che davano i giacimenti petroliferi da loro sfruttati (…). Non pretendeva che non arrivassero più trivelle, o che ad avere gli appalti dovessero essere delle inesistenti società africane. Era un grande intellettuale, sapeva benissimo che la storia aveva preso la sua direzione. Sapeva benissimo che l’Europa aveva i mezzi e l’Africa le risorse. Non era un delirante “difendi balene” come chiamava
gli ecologisti radicali occidentali. Combatteva perché quel petrolio diventasse scuola, teatro, stadio, musica, palazzi, progetti, università. Voleva che quel petrolio fosse vita.
Ken era molto noto anche perché era stato autore e produttore della prima e più seguita sit-com africana, Basi and Company, che nelle sue intenzioni doveva far conoscere la realtà del Paese a un grande pubblico, magari divertendolo. Veniva mandata in onda più o meno negli anni in cui in Italia si programmavano Casa Vianello, I Robinson, A-Team, MiamiVice. Ken spaventava il potere perché le sue storie circolavano, perché se ne parlava a Londra, a Parigi e soprattutto in Nigeria. E perché la sua sit-com raccontava il quotidiano africano (…).
Oggi, all’improvviso, la vicenda di Ken è tornata di attualità, anche se è scivolata via così sui giornali, senza che le venisse dato troppo peso. È successo che la Shell, la compagnia petrolifera anglo-olandese, una delle più grandi multinazionali del mondo, è stata rinviata a giudizio per la morte di Ken Saro-Wiwa e di altri sei intellettuali nigeriani. Una multinazionale, uno scrittore. Macro e micro. Enorme e minuscolo. Per anni, per decenni, organizzazioni ambientaliste, associazioni politiche hanno cercato di portare in tribunale le multinazionali per i disastri ambientali da loro provocati (…). Non ci sono mai riuscite. C’è voluta la morte di uno scrittore (…). Negli Stati Uniti una avvocatessa si è appellata a una legge semplice e meravigliosa che permette di processare un’azienda anche se quell’azienda non è americana; è sufficiente che faccia affari in America. Così la Shell è stata chiamata a rispondere della morte di Ken Saro-Wiwa. L’accusa: avere fatto pressioni al governo nigeriano perché eliminasse il disturbo mediatico principale. Non un politico, non un guerrigliero, ma uno scrittore (…).
Alla fine la Shell ha evitato il giudizio e ha pagato (…). Quindici milioni di dollari: è questo il prezzo della vita di uno scrittore. L’esecuzione di Ken Saro-Wiwa è stata terribile. In Nigeria prima di lui non erano abituati a fare esecuzioni ufficiali, i boia non uccidevano da tempo e come per tragico destino non erano esperti (…). Fecero male il nodo scorsoio del cappio e per ben quattro volte hanno dovuto lanciare il corpo di Ken oltre la botola. Il cappio non gli spezzava il collo ma lo strozzava semplicemente, allora lo ritiravano su. E lui — è scritto, lo ha testimoniato un poliziotto — ripeteva: “Ma perché mi fate questo? Com’è possibile?” Quattro volte. Alla quinta il nodo ha funzionato. E Ken è morto.
Le parole di Ken Saro-Wiwa mettevano paura. Le parole di Ken Saro-Wiwa mettono paura, sono pericolose. Una multinazionale e uno Stato tra i più ricchi d’Africa — insieme al Sud Africa la Nigeria è l’avanguardia economica del continente — hanno avuto paura di uno scrittore, di una persona che pubblicava articoli, racconti, romanzi, che produceva sit-com (…).
Una delle cose che mi ha sempre colpito di questa vicenda è l’assoluta difficoltà di fare la scelta giusta. Sarebbe un errore enorme definire Ken un eroe, un arcangelo mandato dal destino, una persona capace di sacrifici immani, infallibile. Sarebbe sbagliato nei suoi confronti e anche stupida ingenuità. Equivarrebbe a fare scempio delle sue idee. Una scelta difficile come quella di Ken ti mette in crisi. Compiere una scelta giusta non significa essere sempre un uomo giusto. Esser disposti a perdere molto di sé, al punto da sentirsi persone peggiori ma continuare, cercare di continuare lungo la strada che si crede giusta.
Il figlio di Ken, che oggi ne sostiene la memoria, quando suo padre era in vita era arrivato a detestarlo. Ricordo un aneddoto tragico. Per motivi di sicurezza, Ken aveva trasferito la famiglia in Gran Bretagna (…). Un giorno, suo figlio più piccolo muore d’infarto, ad appena dodici anni, mentre gioca a rugby. Aveva una malformazione cardiaca non diagnosticata. Ken vola in Inghilterra, rimane lì due giorni, partecipa alle esequie e se ne va. Il figlio maggiore gli dirà: “Ma come hai potuto? Qui noi siamo disperati. Te ne sei andato nel momento in cui a noi servivano la tua presenza e le tue parole. Che uomo sei?”.
Ken soffre moltissimo per questo. Tempo dopo, dal carcere, scrive al figlio che gli risponde: “Io non mi muoverò per te. Io voglio una famiglia. Io voglio bene alla mia famiglia”. Era un modo per dirgli: “Io non intendo far pagare ad altri le mie scelte” (…).
Ci sono alcuni suoi versi, composti in carcere, che recitano: “Quello che più mi fa soffrire non è la fame che sento qui, non sono i pugni che mi danno, non è il freddo, non è l’isolamento, non è neanche il fatto di non poter sapere se avrò un processo. Quello che mi fa male è sapere che tutto questo non si conoscerà, è sapere che tutto questo sarà vano”.
Ecco perché oggi toccare questo libro, odorarne le pagine, guardarlo, leggerlo significa far sì che continui a essere un’arma pacifica e potentissima in grado di essere antidoto contro ogni meccanismo di potere.
©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara
articolo del 12/07/2010