articolo del 12/07/2010

La scelta giusta di Ken, lo scrittore coraggio.

Repub­blica antic­ipa l’introduzione al libro del nige­ri­ano in uscita in Italia. Le parole sono state le sue armi: con­tro le multi­nazion­ali per i diritti delle popo­lazioni. Ha preso deci­sioni dif­fi­cili come las­ciare la famiglia in Gran Bre­tagna.

di ROBERTO SAVIANO

Ken Saro Wiwa

IL 10 NOVEMBRE 1995 la nazionale di cal­cio nige­ri­ana si esi­bisce per la prima volta in patria dopo i mon­di­ali amer­i­cani, di cui era stata la riv­e­lazione. In quello stesso giorno, men­tre un intero Paese fes­teggia, Ken Saro-Wiwa viene impic­cato per l’unica colpa di essere uno scrit­tore, l’autore di Soz­aboy.
Quando il fratello di Ken riceve la notizia dell’esecuzione, chiama un gior­nal­ista in Inghilterra. “Hanno ucciso Ken”, gli dice e l’altro risponde che è impos­si­bile: “È inter­venuto Bill Clin­ton; Nel­son Man­dela ha chiam­ato il pres­i­dente nige­ri­ano; si è mosso il Com­mon­wealth. Non può essere. È una fes­se­ria, ti hanno men­tito”.
Ma il fratello di Ken sa che non è così, per­ché ad avver­tirlo è stato un carceriere della sua stessa etnia, il popolo Ogoni, che vive sul delta del Niger (…). Il fratello di Ken rac­conta che si è messo a guardare i caroselli dei tifosi nige­ri­ani, ha provato a fer­mare qual­cuno e così, d’istinto, a dire: “Hanno ucciso Ken Saro-Wiwa”. L’ha fatto per­ché Ken era molto conosci­uto. Ma si era appena dis­pu­tata una grande par­tita e la Nige­ria aveva vinto. Il pres­i­dente nige­ri­ano aveva assis­tito al tri­onfo in tri­buna, insieme al mas­simo diri­gente della Fifa. Infondo, era solo morto uno scrittore.

Con la sua opera, Ken Saro-Wiwa vol­eva sve­lare al mondo quanto stava succe­dendo in Nige­ria. Soz­aboy è il libro che ci ha per­me­sso di avere un’idea pre­cisa della guerra in Biafra. Le immag­ini ormai famose dei bam­bini con il volto schelet­rico, il ven­tre gon­fio e le gambe come stec­chini, la vita dei bam­bini soldato (…), è lui che ce le ha fatte sco­prire. È lui che è rius­cito, attra­verso la potenza della let­ter­atura, a dif­fondere queste sto­rie, a ren­derle mate­ria. Il petro­lio è il cen­tro della battaglia let­ter­aria, intel­let­tuale e polit­ica di Ken. La parola era la sua arma. Oggi i guer­riglieri del delta del Niger, che si iden­ti­f­i­cano con la sigla del MEND (Movi­mento per l’emancipazione del Delta del Niger), rifer­en­dosi senza citarlo a Ken dicono: “Qual­cuno ha usato la parola ed è stato impic­cato”. E quindi loro imbrac­ciano i fucili. La morte di Ken ha sig­ni­fi­cato per la Nige­ria la fine della lotta paci­fica. Ken vol­eva una cosa molto sem­plice, vol­eva che le grandi com­pag­nie petro­lif­ere, la Shell su tutte, dividessero i guadagni, al 50%, con chi vive sulle terre che davano i giaci­menti petro­lif­eri da loro sfrut­tati (…). Non pre­tendeva che non arrivassero più triv­elle, o che ad avere gli appalti dovessero essere delle inesistenti soci­età africane. Era un grande intel­let­tuale, sapeva benis­simo che la sto­ria aveva preso la sua direzione. Sapeva benis­simo che l’Europa aveva i mezzi e l’Africa le risorse. Non era un deli­rante “difendi balene” come chia­mava
gli ecol­o­gisti rad­i­cali occi­den­tali. Com­bat­teva per­ché quel petro­lio diven­tasse scuola, teatro, sta­dio, musica, palazzi, prog­etti, uni­ver­sità. Vol­eva che quel petro­lio fosse vita.

Ken era molto noto anche per­ché era stato autore e pro­dut­tore della prima e più seguita sit-com africana, Basi and Com­pany, che nelle sue inten­zioni doveva far conoscere la realtà del Paese a un grande pub­blico, mag­ari diver­tendolo. Veniva man­data in onda più o meno negli anni in cui in Italia si pro­gram­ma­vano Casa Vianello, I Robin­son, A-Team, MiamiVice. Ken spaven­tava il potere per­ché le sue sto­rie cir­cola­vano, per­ché se ne parlava a Lon­dra, a Parigi e soprat­tutto in Nige­ria. E per­ché la sua sit-com rac­con­tava il quo­tid­i­ano africano (…).
Oggi, all’improvviso, la vicenda di Ken è tor­nata di attual­ità, anche se è scivolata via così sui gior­nali, senza che le venisse dato troppo peso. È suc­cesso che la Shell, la com­pag­nia petro­lif­era anglo-olandese, una delle più grandi multi­nazion­ali del mondo, è stata rin­vi­ata a giudizio per la morte di Ken Saro-Wiwa e di altri sei intel­let­tuali nige­ri­ani. Una multi­nazionale, uno scrit­tore. Macro e micro. Enorme e minus­colo. Per anni, per decenni, orga­niz­zazioni ambi­en­tal­iste, asso­ci­azioni politiche hanno cer­cato di portare in tri­bunale le multi­nazion­ali per i dis­as­tri ambi­en­tali da loro provo­cati (…). Non ci sono mai rius­cite. C’è voluta la morte di uno scrit­tore (…). Negli Stati Uniti una avvo­catessa si è appel­lata a una legge sem­plice e mer­av­igliosa che per­me­tte di proces­sare un’azienda anche se quell’azienda non è amer­i­cana; è suf­fi­ciente che fac­cia affari in Amer­ica. Così la Shell è stata chia­mata a rispon­dere della morte di Ken Saro-Wiwa. L’accusa: avere fatto pres­sioni al gov­erno nige­ri­ano per­ché elim­i­nasse il dis­turbo medi­atico prin­ci­pale. Non un politico, non un guer­rigliero, ma uno scrit­tore (…).
Alla fine la Shell ha evi­tato il giudizio e ha pagato (…). Quindici mil­ioni di dol­lari: è questo il prezzo della vita di uno scrit­tore. L’esecuzione di Ken Saro-Wiwa è stata ter­ri­bile. In Nige­ria prima di lui non erano abit­uati a fare ese­cuzioni uffi­ciali, i boia non uccide­vano da tempo e come per tragico des­tino non erano esperti (…). Fecero male il nodo scor­soio del cap­pio e per ben quat­tro volte hanno dovuto lan­ciare il corpo di Ken oltre la botola. Il cap­pio non gli spez­zava il collo ma lo stroz­zava sem­plice­mente, allora lo riti­ra­vano su. E lui — è scritto, lo ha tes­ti­mo­ni­ato un poliziotto — ripeteva: “Ma per­ché mi fate questo? Com’è pos­si­bile?” Quat­tro volte. Alla quinta il nodo ha fun­zion­ato. E Ken è morto.
Le parole di Ken Saro-Wiwa met­te­vano paura. Le parole di Ken Saro-Wiwa met­tono paura, sono peri­colose. Una multi­nazionale e uno Stato tra i più ric­chi d’Africa — insieme al Sud Africa la Nige­ria è l’avanguardia eco­nom­ica del con­ti­nente — hanno avuto paura di uno scrit­tore, di una per­sona che pub­bli­cava arti­coli, rac­conti, romanzi, che pro­duceva sit-com (…).
Una delle cose che mi ha sem­pre col­pito di questa vicenda è l’assoluta dif­fi­coltà di fare la scelta giusta. Sarebbe un errore enorme definire Ken un eroe, un arcan­gelo mandato dal des­tino, una per­sona capace di sac­ri­fici immani, infal­li­bile. Sarebbe sbagliato nei suoi con­fronti e anche stu­p­ida inge­nu­ità. Equi­var­rebbe a fare scem­pio delle sue idee. Una scelta dif­fi­cile come quella di Ken ti mette in crisi. Com­piere una scelta giusta non sig­nifica essere sem­pre un uomo giusto. Esser dis­posti a perdere molto di sé, al punto da sen­tirsi per­sone peg­giori ma con­tin­uare, cer­care di con­tin­uare lungo la strada che si crede giusta.
Il figlio di Ken, che oggi ne sostiene la memo­ria, quando suo padre era in vita era arrivato a detes­tarlo. Ricordo un aned­doto tragico. Per motivi di sicurezza, Ken aveva trasfer­ito la famiglia in Gran Bre­tagna (…). Un giorno, suo figlio più pic­colo muore d’infarto, ad appena dod­ici anni, men­tre gioca a rugby. Aveva una mal­for­mazione car­diaca non diag­nos­ti­cata. Ken vola in Inghilterra, rimane lì due giorni, parte­cipa alle ese­quie e se ne va. Il figlio mag­giore gli dirà: “Ma come hai potuto? Qui noi siamo dis­perati. Te ne sei andato nel momento in cui a noi ser­vivano la tua pre­senza e le tue parole. Che uomo sei?”.
Ken sof­fre moltissimo per questo. Tempo dopo, dal carcere, scrive al figlio che gli risponde: “Io non mi muoverò per te. Io voglio una famiglia. Io voglio bene alla mia famiglia”. Era un modo per dirgli: “Io non intendo far pagare ad altri le mie scelte” (…).
Ci sono alcuni suoi versi, com­posti in carcere, che recitano: “Quello che più mi fa sof­frire non è la fame che sento qui, non sono i pugni che mi danno, non è il freddo, non è l’isolamento, non è neanche il fatto di non poter sapere se avrò un processo. Quello che mi fa male è sapere che tutto questo non si conoscerà, è sapere che tutto questo sarà vano”.
Ecco per­ché oggi toc­care questo libro, odor­arne le pagine, guardarlo, leg­gerlo sig­nifica far sì che con­tinui a essere un’arma paci­fica e poten­tis­sima in grado di essere anti­doto con­tro ogni mec­ca­n­ismo di potere.

©2010 Roberto Saviano/ Agen­zia Santachiara