articolo del 12/03/2010

La nuova mafia ma INvincibile

Di Roberto Saviano

Le mafie sono pre­senti dove c’è da gestire denaro e potere’. Con queste poche e sem­plici parole Nicola Grat­teri ricorda che nes­suno, in nes­sun angolo del mondo, può sen­tirsi al riparo dal prob­lema mafia.

La mala­pi­anta’ è una con­ver­sazione fra due cal­abresi in prima linea con­tro le ‘ndrine. Nicola Grat­teri, procu­ra­tore aggiunto della Dda di Reg­gio Cal­abria, e Anto­nio Nicaso che vive in Canada — dove l’ho conosci­uto — a oltre 12 ore di volo da chi non gli ha per­do­nato le sue parole di denun­cia. Grat­teri e Nicaso, sep­a­rati da un oceano, uniti dalla conoscenza del fenom­eno che li ha divisi, rispon­dono alle domande più fre­quenti poste a chi si occupa di crim­i­nal­ità orga­niz­zata. Come mai della ‘ndrangheta si sa così poco? Com’è pos­si­bile che un’organizzazione che ha le sue radici nel cuore di pietra dell’Aspromonte abbia un fat­turato annuo così alto? Com’è pos­si­bile che la polit­ica abbia fatto e con­tinui a fare così poco per porre argine alla piaga della crim­i­nal­ità in Cal­abria? E come mai quando si parla di infil­trazioni mafiose nelle regioni del Nord, invece di affrontare il prob­lema, la polit­ica si indigna per negare o minimizzare?

La mala­pi­anta ha una forma strana, para­dos­sale. I suoi rami arrivano ovunque, ma sono più invis­i­bili delle radici. È un’organizzazione rad­i­cata nella parte più povera d’Italia e al tempo stesso una hold­ing che tratta diret­ta­mente con i cartelli colom­biani: gestisce l’importazione di cocaina prati­ca­mente in tutta Europa, con aper­ture anche nei mer­cati asi­atici e africani. Eppure in Cal­abria la ‘ndrangheta, pur muovendo ingenti cap­i­tali, non ha quasi mai fatto inves­ti­menti o li ha fatti dove non vanno a ben­efi­cio dei suoi compaesani.

La mala­pi­anta è un organ­ismo anom­alo che non arric­chisce e non porta ossigeno. Deser­ti­fica, anzi, la terra in cui è con­fic­cata. Per­ché ogni euro regalato al ter­ri­to­rio è avver­tito come denaro perso, come obolo dato in benef­i­cenza. Denaro che non frutta. Così la pensa chi dom­ina la pro­pria terra, sia in Cal­abria che in Campania.

E il dolo è evi­dente, ma tanto antico da sem­brare legge di natura. Già dalla fine dell’Ottocento — pre­cisa­mente dal 1869, quando le ammin­is­tra­tive a Reg­gio Cal­abria furono com­ple­ta­mente fal­sate dall’uso della vio­lenza da parte di un’organizzazione crim­i­nale che muoveva i suoi primi passi spavaldi — era chiaro che in Cal­abria ci fosse un potere enorme, ille­gale e incon­trol­la­bile. Ma nell’ultimo sec­olo e mezzo, la ‘ndrangheta è cresci­uta a liv­elli espo­nen­ziali, pas­sando dai cap­i­tali accu­mu­lati con i sequestri di per­sona alla pre­senza dei pro­pri bro­ker in Colom­bia. È divenuta inter­me­di­aria priv­i­le­giata fra i mag­giori pro­dut­tori di coca e le mafie più longeve, part­ner di mas­sima fidu­cia dei narcos.

Questo è il reale, enorme potere della crim­i­nal­ità cal­abrese che del suo mostrarsi povera e arretrata ha fatto un punto di forza. La ‘ndrangheta ha goduto per decenni di un silen­zio quasi totale per­ché per­cepita come la sorella strac­ciona di mafia e camorra, priva di alcun fas­cino per cin­ema e let­ter­atura. In questo modo le vicende che l’hanno riguar­data sono sem­pre state ripor­tate a mar­gine della cronaca locale, persino più di quanto sia accaduto con la camorra. E se non fosse stato per la strage di Duis­burg, nell’estate del 2007, quelle sto­rie sareb­bero rimaste appan­nag­gio dei pochi in grado di recepirle e inter­pre­tarle. La mala­pi­anta sarebbe rimasta invis­i­bile al resto d’Italia e del mondo. Del resto, il suo mas­simo inter­esse non è mai stato quello di con­dizionare palese­mente la polit­ica e l’economia nazionale, ma oper­are in maniera sot­ter­ranea, senza far rumore, e così gestire appalti e sub­ap­palti. Con gli ingenti cap­i­tali di cui dispone, infil­trarsi e cor­rompere è diven­tato facilis­simo. Al punto che per la ‘ndrangheta il prob­lema prin­ci­pale, adesso, non è accu­mu­lare denaro, quanto piut­tosto trovare nuovi modi per gius­ti­fi­care e rein­ve­stire la pro­pria ric­chezza. E se un tempo gli affil­iati erano con­siderati uomini rozzi, abi­tanti di paesi dimen­ti­cati, oggi sono lau­re­ati, occu­pano posizioni di potere e gestis­cono la cosa pub­blica. Gli anni ’70 hanno cos­ti­tu­ito un punto di svolta in questa evoluzione. Allora venne cre­ata ‘la Santa’ i cui com­po­nenti sono ‘ndranghetisti e mas­soni deviati, col risul­tato che allo stesso tavolo ora siedono crim­i­nali, pro­fes­sion­isti, impren­di­tori e diri­genti. Ma la con­ver­sazione tra Grat­teri e Nicaso non si limita a com­pi­lare una sto­ria pun­tuale della ‘ndrangheta, pro­pone piut­tosto soluzioni e strate­gie che i gov­erni dovreb­bero adottare per con­trastare o cer­care di arginare i danni prodotti dall’espansione dei gruppi calabresi.

Quel che emerge con chiarezza da questo libro è soprat­tutto ciò che manca: la volontà pro­gram­mat­ica, coor­di­nata a liv­ello cen­trale, di debel­lare le ‘ndrine. Del resto, con i suoi 44 mil­iardi di euro di fat­turato annuo, la ‘ndrangheta — come le altre orga­niz­zazioni crim­i­nali — è una delle aziende più floride d’Italia. Tagliarle le gambe, almeno in una prima fase, equi­var­rebbe a inter­ferire cap­il­lar­mente sul già debole assetto eco­nom­ico dell’intero paese.

E ai provved­i­menti che rap­p­re­sen­tano passi in avanti per con­trastare la crim­i­nal­ità, — come l’abolizione del pat­teggia­mento in appello, il seque­stro e la con­fisca dei beni apparte­nenti agli affil­iati — se ne affi­an­cano altri che sono altret­tanti passi indi­etro. Le pro­poste di legge sulle inter­cettazioni e sul processo breve ren­dereb­bero più oneroso e quasi impos­si­bile pro­cedere con­tro le mafie in maniera sis­tem­at­ica. Di un dis­egno che vada oltre, che miri a sradi­care la mala­pi­anta pro­lif­er­ante sul ter­reno dell’economia e innes­tata nella polit­ica, ancora non c’è trac­cia. Nem­meno l’ombra di mod­i­fiche nor­ma­tive che fac­ciano diventare scon­ve­niente aderire alle orga­niz­zazioni crim­i­nali. E nel caso delle ‘ndrine, questa è un’impresa par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile, per­ché essere ‘ndranghetista, ancor più che camor­rista o mafioso, sig­nifica abbrac­ciare una sorta di credo reli­gioso. Alla con­ve­nienza eco­nom­ica si aggiunge, quindi, il plus­val­ore mist­ico. Su chi decide di intrapren­dere la car­ri­era crim­i­nale in Cal­abria, sec­ondo Nicola Grat­teri, non pos­sono aver presa dis­corsi etici e morali. Solo la prova tan­gi­bile del detto sem­pre smen­tito che ‘il crim­ine non paga’, potrebbe con­tribuire a smontare il mito: certezza della pena, con­fisca dei beni e con­ge­la­mento dei cap­i­tali. Quando la linfa è sangue e il rac­colto è denaro, non basta tagli­uz­zare qualche ramoscello per avere la meglio sulla mala­pi­anta. Si rischia, anzi, che quell’azione somigli a una potatura che la fa crescere con ancora più vigore.

© 2010 Roberto Saviano Agen­zia Santachiara