articolo del 5/01/2010

La ‘ndrangheta e la svolta del tritolo: così l’altra mafia ha scelto la guerra.

Chi parla di mafia diffama il Paese? Chi parla di mafia difende il Paese. Le orga­niz­zazioni crim­i­nali con­tano molto: solo con la coca i clan fat­turano ses­santa volte quanto fat­tura la Fiat. Cal­abria e Cam­pa­nia for­niscono i più grandi medi­a­tori mon­di­ali per il traf­fico di cocaina. Si arriva a cal­co­lare che ‘ndrangheta e camorra trat­tano circa 600 ton­nel­late di coca l’anno, ed è una stima per difetto. La ‘ndrangheta — come dimostrano le inchi­este di Nicola Grat­teri — com­pra coca a 2.400 euro al kilo e la rivende a 60 euro al grammo, guadag­nando 60.000 euro. Quindi con meno di 2.400 euro di inves­ti­mento iniziale, per­cepisce una entrata pulita di 57.600 euro. Basta molti­pli­care questa cifra per le ton­nel­late di coca acquis­tate e dis­tribuite da tutte le mafie ital­iane e diventa facile capire la quan­tità di denaro di cui dispon­gono, al netto di cemento ed estorsioni.

E raf­frontarla con il peso indus­tri­ale delle imp­rese leader — che hanno molti meno prof­itti — per com­pren­dere il potere che oggi hanno real­mente nel paese e in Europa le orga­niz­zazioni criminali.

Pro­prio dinanzi a fatti come l’attentato di Reg­gio Cal­abria diventa imper­a­tiva la neces­sità di capire. È la conoscenza che per­me­tte di capire cosa stia acca­dendo. E non rac­con­tare questa azione come un episo­dio avvenuto in un altro mondo, in un altro paese. Un paese di quelli lon­tani dove una bomba o un morto rien­trano nel quo­tid­i­ano. Le orga­niz­zazioni crim­i­nali ital­iane quando agis­cono e quando deci­dono di man­dare un seg­nale, sanno per­fet­ta­mente cosa fanno e dove vogliono arrivare. La bomba non è stata messa davanti a una caserma, né alla sede della Direzione Anti­mafia, ma alla Procura gen­erale. Il mes­sag­gio, dunque, è riv­olto alla Procura Gen­erale. E forse — ma qui si è ancora nel ter­ri­to­rio delle ipotesi — a Sal­va­tore Di Lan­dro, da poco più di un mese divenuto Procu­ra­tore gen­erale. Da quando si è inse­di­ato, il clima non è più quello che le ‘ndrine reg­gine conosce­vano. Le cose stanno cam­biando e le ‘ndrine non apprez­zano questo cam­bi­a­mento. Preferireb­bero mag­ari che le dif­fi­coltà buro­cratiche e certe ges­tioni non pro­prio cor­ag­giose del pas­sato pos­sano con­tin­uare. Le mafie sanno che la gius­tizia ital­iana è com­pli­cata e spesso così lenta che è come se un bam­bino rompesse un vaso a sei anni e la madre gli desse uno schi­affo quando ne ha com­piuti trenta.

Se volessero, le cosche potreb­bero far saltare in aria tutta Reg­gio Cal­abria. La ‘ndrangheta possiede esplo­sivo c3 e c4. Decine di bazooka. Per­ché, allora, far esplodere una bomba arti­gianale davanti alla Procura, quasi fosse una let­tera da imbu­care? Evi­den­te­mente non vol­e­vano colpire dura­mente, ma lan­ciare un primo seg­nale, dare inizio a un “con­fronto mil­itare”. Anche l’operatività potrebbe essere stata di una sola famiglia, con una sorta di silenzio-assenso delle altre che in questo modo hanno reso il gesto collettivo.

Ora bisogna accen­dere una luce su ogni angolo della Procura gen­erale, stare al fianco di chi sta attuando questo cam­bi­a­mento. Capire se le ‘ndrine vogliono che una cor­rente prevalga sull’altra. Capire, par­larne, dare vis­i­bil­ità alla Cal­abria, alle dinamiche che legano impren­di­to­ria, crim­i­nal­ità, mas­sone­ria, polit­ica in un intrec­cio che fat­tura mil­iardi di euro di cui nes­suno viene investito in Cal­abria e tutti fuori. Da Mon­treal a Sid­ney. E alla solita idiozia che verrà ripetuta a chi scrive di questi temi, ossia di essere “pro­fes­sion­isti dell’antimafia”, occorre rispon­dere che il vero prob­lema è che esistono troppi “dilet­tanti” dell’antimafia.

Le mafie stanno alzando il tiro. O almeno, si sente in diversi ter­ri­tori una forte ten­sione. Dovuta a diversi motivi, non ultima la chiusura di impor­tanti pro­cessi, come il terzo grado del processo Spar­ta­cus di cui fra pochi giorni verrà pro­nun­ci­ata la sen­tenza. I Casalesi potreb­bero agire mil­i­tar­mente dopo una con­danna defin­i­tiva. Ave­vano nei loro ref­er­enti politici una sorta di garanzia che si sareb­bero occu­pati dei loro pro­cessi. In caso di ergas­toli, gli inquirenti temono risposte e l’attenzione medi­at­ica dovrebbe essere mas­sima, ma non lo è.

A Reg­gio Cal­abria l’arresto di Pasquale Con­dello, nel giugno dell’anno scorso, fatto dai Cara­binieri coman­dati da una leggenda del con­trasto alle ‘ndrine, il colon­nello Vale­rio Gia­r­dina, ha rotto gli equi­libri di pace. Pasquale Con­dello detto “il supremo” era rius­cito a met­tere pace tra le ‘ndrine di Reg­gio dopo una faida tra 1985 e il 1991 tra i De Stefano-Tegano e Condello-Imerti che aveva por­tato ad una mat­tanza di più di mille per­sone. Con­dello faceva affari ovunque: senza un suo si o un suo no nulla sarebbe potuto accadere a Reg­gio. Quindi è anche alla sua famiglia che bisogna guardare per capire da dove è par­tito l’ordine della bomba. La sua capac­ità di aprire ver­ti­cal­mente e oriz­zon­tal­mente i pro­pri affari era la garanzia di pace. All’inizio di otto­bre, la famiglia Con­dello è persino rius­cita ad ottenere la let­tura delle parole di felic­i­tazione di Benedetto XVI trasmesse nella cat­te­drale di Reg­gio Cal­abria da don Roberto Lodetti, par­roco di Archi, agli sposi Cate­rina Con­dello e Daniele Ionetti: la prima, figlia di Pasquale; il sec­ondo, il figlio di Alfredo Ionetti, ritenuto il tesoriere della cosca. “Increscioso e deplorev­ole” ha definito l’episodio il set­ti­manale dioce­sano l’Avvenire di Cal­abria. La prassi vuole che quando gli sposi desider­ano rice­vere un telegramma o una perga­mena del papa, ne fac­ciano richi­esta al par­roco o ad un prete di loro conoscenza, il quale trasmette la richi­esta all’ufficio mat­ri­moni della Curia. Non è il telegramma a destare scan­dalo quanto piut­tosto il via lib­era dato dalla Curia reg­gina per le nozze in cat­te­drale di due ram­polli di una poten­tis­sima ‘ndrina cal­abrese. Dif­fi­cile credere che non si sia prestata atten­zione ai cog­nomi dei due sposi. Anche per­ché Cate­rina Con­dello e Daniele Ionetti sono cug­ini di primo grado e il diritto canon­ico (art. 1091) con­sente un mat­ri­mo­nio tra con­san­guinei solo con moti­vata dis­pensa richi­esta dal par­roco e sot­to­scritta dal vescovo.

Il clan Con­dello da oltre 25 anni ha comandato a Reg­gio. I mat­ri­moni dovreb­bero essere molto con­trol­lati e i preti dovreb­bero davvero inter­es­sarsi alla moti­vazione delle unioni. Nel 2003 fu seques­trata una let­tera a Cesena a casa di Alfredo Ionetti, let­tera scritta dalla moglie del Supremo, Maria Mora­bito. In questa let­tera spedita a un’amica si parlava dell’altra figlia fem­mina, Angela: “Cara Anna (…) mia figlia ha dovuto las­ciare un bel ragazzo sola­mente per­ché, nel pas­sato, alcuni suoi par­enti erano nemici di mio mar­ito (…) Non c’è stato niente da fare, hanno dovuto smet­tere (…) Avevo sper­ato in un futuro migliore per mia figlia, che sareb­bero stati bene insieme. (…) Ma dob­bi­amo portare la nos­tra croce…”.

Le famiglie di Reg­gio vivono di questi vin­coli, e spesso le prime vit­time sono i famil­iari. In questo con­testo, rompere il ruolo del sacra­mento reli­gioso come patto di sangue tra mafiosi è qual­cosa che solo i sac­er­doti cor­ag­giosi — e per for­tuna ce ne sono — pos­sono fare.

È impor­tante che le isti­tuzioni diano una risposta forte dopo la vicenda dell’attentato in Cal­abria. Quindi è bene che Maroni vis­iti Reg­gio, ma dovrebbe farlo anche il Min­istro della Gius­tizia. Ai mes­saggi mafiosi bisogna rispon­dere subito, dura­mente, e soprat­tutto com­pren­den­doli e non las­cian­doli pas­sare come un gener­ico assalto alle isti­tuzioni. Le mafie sanno che la più grande trage­dia e la più grande festa non durano per più di cinque giorni. Quindi l’attenzione si abbassa, il giunco si cala e passa la china. Oggi la situ­azione stor­ica sem­bra peri­colosa­mente somigliare a quella già pas­sata in Sicilia. Non è questo un gov­erno con la pri­or­ità anti­mafia, non è questa un’opposizione con una pri­or­ità anti­mafia. Nonos­tante gli sforzi degli arresti.

Ad esem­pio: la legge sulle inter­cettazioni. Nella lotta alla mafia sono uno stru­mento indis­pens­abile. E ora diviene tal­mente dif­fi­cile poterle fare e ancora più poterle far pros­eguire per un tempo adeguato per ottenere dei risul­tati, che la macchina della gius­tizia viene nuo­va­mente ober­ata di buro­crazia, ral­len­tata. Si rischia di pri­vare gli inquirenti dell’unico stru­mento capace di stare al passo con una crim­i­nal­ità che dispone di ogni mezzo mod­erno per con­tin­uare a fare i pro­pri inter­essi. Se i mag­is­trati si trovano davanti a grossis­sime lim­i­tazioni nell’uso delle inter­cettazioni, è come se dovessero tornare a com­bat­tere con lo schiop­petto con­tro chi possiede nel pro­prio arma­men­tario ogni sofisti­cato dis­pos­i­tivo tec­no­logico.
L’altro prob­lema sta in ogni dis­egno che cerca di accor­ciare i tempi proces­su­ali. Abolito il pat­teggia­mento in appello, resta in vig­ore il rito abbre­vi­ato. Per un mafioso è con­ve­niente: così — fra vari sconti e dis­crezion­al­ità della pena val­u­tata dai giu­dici — va a finire che spesso un boss può cavarsela con cinque anni di galera. Per lui e il suo potere non sono nulla, anzi sono quasi un regalo. E questa situ­azione col dis­egno sul processo breve cam­bia, ma solo in peggio.

Per i reati di mafia bisogna fare il con­trario: creare un sis­tema più certo e più serio delle pene, tale da ren­dere non con­ve­niente essere mafiosi. La pena deve essere com­mi­nata in dibat­ti­mento, senza pos­si­bil­ità di abbre­vi­azione del rito. Lo stato non può rin­un­ciare a cel­e­brare pro­cessi rego­lari con­tro chi si mac­chia di certi reati e, peg­gio ancora, inquina il suo stesso fun­zion­a­mento. Non si tratta di gius­tizial­ismo, ma sem­plice­mente dell’esigenza che una con­danna equa sca­tur­isca da un processo fatto come si deve.

Questo gov­erno agisce soprat­tutto a liv­ello di ordine pub­blico. In primo luogo con gli arresti, che diven­gono l’unica prova dell’efficacia della lotta alla mafia. Ma l’esecutivo non ha approntato stru­menti per colpire il punto nevral­gico delle orga­niz­zazioni crim­i­nali: la loro forza eco­nom­ica. Sì certo, i sequestri di beni ci sono, ma i sequestri dei beni mate­ri­ali sono il risul­tato di imp­rese che invece ancora pro­lif­er­ano e di un sis­tema eco­nom­ico che non è stato affatto aggred­ito. Sul piano leg­isla­tivo sarebbe gravis­simo reim­met­tere all’asta i beni dei mafiosi. Li acquis­tereb­bero di nuovo. Lo scudo fis­cale per le mafie è un favore. E questa è la val­u­tazione di moltissimi inves­ti­ga­tori anti­mafia. Bisogna fare invece altro. Inter­venire sul piano leg­isla­tivo altrove. Com­in­ciare col met­tere uno spar­ti­acque tra i reati comuni e quelli della crim­i­nal­ità orga­niz­zata. Ma bisogna anche smet­tere una volta per tutte di definire “diffam­a­tori” col­oro che accen­dono una luce sui fenomeni di mafia. Anche per­ché non è purtroppo con l’episodio di Reg­gio che si chi­ude una vicenda. Questo è soltanto l’inizio.

© 2010 Roberto Saviano. Published by arrange­ment with Roberto San­tachiara Lit­er­ary Agency