articolo del 16/01/2010

La Cassazione conferma 16 ergastoli. A Gomorra la rivincita della giustizia.

Sull’ultimo foglio riposto in cima ai fal­doni degli inquisiti che subis­cono una con­danna appare la seguente dic­i­tura: Fine pena. E dopo due punti, l’anno in cui ver­ranno scarcerati. Per i boss storici dei Casalesi, Francesco “San­dokan” Schi­avone, Francesco Bidognetti ci sarà scritto: fine pena mai. La camorra non è imbat­tibile. La Corte di Cas­sazione ha con­fer­mato le con­danne. Dopo 11 anni si è chiuso il più grande processo di mafia, parag­o­nabile solo al max­iprocesso di Palermo istru­ito da Fal­cone e Borsellino negli anni ’80. Per lo Stato ital­iano ora è defin­i­tivo: esiste il clan dei Casalesi, esistono i loro affari i boss. È una vit­to­ria. Tre gradi di giudizio, la parola dei pen­titi è con­fer­mata dalle indagini. Fino alla fine i boss e i loro col­legi difen­sivi hanno sper­ato che la Cas­sazione annul­lasse il sec­ondo grado, ma non è andata così.

Quando è arrivata la notizia, è come se vent’anni mi fos­sero d’immediato pas­sati negli occhi. Nel corpo un’emozione strana, come di rab­bia e di amaro sol­lievo al con­tempo. Il pen­siero va a col­oro che quando parlavi di camorra dice­vano che esager­avi. Agli impren­di­tori che hanno fatto affari con il clan. Ai politici che hanno acquisito caratura nazionale gra­zie al potere e ai favori del clan, ai gior­nal­isti che flir­ta­vano con le orga­niz­zazioni dive­nen­done por­tav­oce. Il pen­siero va a quando pro­nun­ciare la parola camorra era impos­si­bile, a quando nes­suno vol­eva saperne della realtà mafiosa del caser­tano. Ma il pen­siero va anche a tutti col­oro che hanno resis­tito. Il pen­siero va ai giu­dici che hanno lavo­rato con­tro i casalesi, dai pm Fed­erico Cafiero De Raho a Franco Roberti, da Lucio Di Pietro, Francesco Greco, Carlo Vis­conti, Francesco Cur­cio e poi Raf­faele Can­tone, Raf­faello Fal­cone, Antonello Ardi­turo e Lello Magi.

Ma soprat­tutto il pen­siero va a tutti i morti inno­centi che sono caduti per mano casalese. Non riesco a non pen­sare a don Peppe Diana ammaz­zato per essersi messo con­tro i clan per aver detto e scritto “per amore del mio popolo non tac­erò”. A Sal­va­tore Nuv­o­letta, cara­biniere ucciso per ven­di­care morte del nipote di San­dokan. A Fed­erico Del Prete, ucciso per aver fondato un sin­da­cato con­tro i clan. Ad Anto­nio Can­giano sparato alla spina dor­sale per­ché si era opposto da vice sin­daco a dare un appalto senza gara rego­lare. A tutti i morti per can­cro, uccisi dai rifiuti tossici sot­ter­rati nelle terre, nelle cave, tra le bufale e le colti­vazioni di mele. Una sto­ria lunga. Che i clan ave­vano man­tenuto al buio, solo pochi cor­ag­giosi cro­nisti locali in grado di rac­con­tare e poi una enorme indif­ferenza. Il primo grado si era chiuso senza nem­meno un cenno sui gior­nali nazionali.

Questo processo riguarda vicende che vanno dalla morte del capo dei capi Anto­nio Bardellino sino al 1996. E ci sono voluti dieci anni quasi per accertare quei fatti, e per chi­ud­ere il primo grado di questo processo. Nel 2005 un processo con circa 1300 inquisiti avvi­ata dalla Direzione dis­tret­tuale anti­mafia nel 1993, par­tendo dalle dichiarazioni di Carmine Schi­avone. Un processo durato sei­cen­toven­ti­sei udienze com­p­lessive, 508 tes­ti­moni sen­titi oltre ai 24 col­lab­o­ra­tori di gius­tizia, di cui 6 impu­tati. Acquisiti 90 fal­doni di atti. Una inchiesta-madre che durante questi anni ha gen­er­ato decine di pro­cessi par­al­leli: omi­cidi, appalti, droga, truffe allo Stato. Dopo quasi un anno dal blitz del 1995, nacque Spar­ta­cus 2, Regi Lagni, ossia il recu­pero dei canali bor­bonici che bonifi­carono nel diciottes­imo sec­olo i ter­ri­tori caser­tani dalle paludi ma che dall’epoca di Carlo III non riceve­vano ristrut­turazione adeguata. Il recu­pero dei Regi Lagni fu per anni pilotato dai clan che gener­arono per loro appalti mil­iar­dari inuti­liz­zati per ristrut­turare le vec­chie strut­ture bor­boniche ma a dis­lo­care mil­iardi di lire negli anni ’90 verso le loro imp­rese edili che sareb­bero divenute vin­centi in tutt’Italia gli anni successivi.

Per la prima volta furono seques­trate come beni della camorra anche due soci­età di cal­cio: l’Albanova e il Casal di Principe. 21 gli ergas­toli, oltre 750 anni di galera inflitti. Persino le carte proces­su­ali da trasmet­tere ai giu­dici d’appello, i 550 fal­doni con­te­nenti gli atti del pro­ced­i­mento nel novem­bre 2006, hanno avuto bisogno di un camion blindato e scor­tato dai cara­binieri che portò i doc­u­menti da Santa Maria Capua Vet­ere a Napoli. Tutto questo era accaduto con una sostanziale indif­ferenza dei media nazion­ali ed inter­nazion­ali. Questo sec­ondo grado non sarà così. I nomi dei boss, delle loro aziende, i nomi dei loro delitti non passer­anno solo sulla stampa locale, non avranno solo vita d’inchiostro nei doc­u­menti proces­su­ali. Ver­ranno conosciuti, saranno resi noti.

Per chi viene dal caser­tano e ha sen­tito par­lare di onore riv­olti a questi per­son­aggi leggendo le carte del processo capirà che non hanno nulla di onorev­ole, che sono in grado di non rispettare nes­sun patto. Anto­nio Bardellino aveva cresci­uto San­dokan e tutti gli altri capi dell’organizzazione e i suoi delfini gli fin­gevano rispetto. San­dokan usò le spigolosità della diplo­mazia camor­ris­tica per rag­giun­gere il suo scopo che avrebbe potuto real­iz­zasi solo facendo scop­pi­are una guerra interna al sodal­izio. Come rac­conta il pen­tito Carmine Schi­avone, i due boss pres­sarono Anto­nio Bardellino per farlo ritornare in Italia e cer­care di elim­inare Mimì Iovine, fratello del boss Mario Iovine, che aveva un mobil­i­fi­cio ed era for­mal­mente estra­neo alle dinamiche di camorra, ma che sec­ondo i due boss aveva per troppe volte svolto il ruolo di con­fi­dente dei cara­binieri. Per con­vin­cere il boss gli ave­vano rac­con­tato che persino Mario Iovine era dis­posto a sac­ri­fi­care suo fratello pur di man­tenere ben salto il potere del clan. Bardellino si las­ciò con­vin­cere e fece ammaz­zare Mimì men­tre stava andando a lavoro nel suo mobil­i­fi­cio. Imme­di­ata­mente dopo l’agguato, San­dokan e i suoi fecero pres­sione su Mario Iovine per elim­inare Bardellino dicen­dogli che aveva osato uccidere suo fratello per un pretesto, soltanto per una voce. Un doppio gioco che sarebbe rius­cito a met­tere con­tro Mario Iovine il più maturo tra i delfini del boss e il boss stesso, Anto­nio Bardellino.

I casalesi iniziarono ad orga­niz­zarsi. Schi­avone avrebbe dato l’appoggio totale per l’eliminazione di ogni residuo bardellini­ano. Erano tutti d’accordo i suoi delfini per elim­inare il capo dei capi, l’uomo che più di tutti in Cam­pa­nia aveva cre­ato un sis­tema di potere criminal-imprenditoriale. Il boss fu con­vinto a spostarsi da Santo Domingo nella villa brasil­iana, gli rac­con­tarono la balla che aveva l’Interpol alle cos­tole. In Brasile lo andò a trovare Mario Iovine con il pretesto di met­tere a punto i loro affari circa l’impresa di import-export di farina di pesce-coca. Un pomerig­gio, Iovine non trovan­dosi più nei cal­zoni la pis­tola, prese una maz­zuola, sfondò il cranio di don Anto­nio e sep­pellì il corpo in una buca sca­v­ata sulla spi­ag­gia brasil­iana. Il corpo però non fu mai ritrovato. Ese­guita l’operazione, il boss tele­fonò imme­di­ata­mente a Vin­cenzo De Falco per comu­ni­care la notizia e dare inizio alla mat­tanza di tutti i bardellini­ani. Paride Salzillo nipote di don Anto­nio Bardellino, venne invi­tato ad un sum­mit tra tutti i diri­genti del cartello casalese.

Rac­conta sem­pre il pen­tito Carmine Schi­avone che lo fecero sedere al tavolo e poi d’improvviso San­dokan gi disse: “Guarda tuo zio è morto in Brasile e mo’ farai la stessa fine pure tu”. Ammaz­zano per­sone solo per­ché hanno relazioni con per­son­aggi col­le­ga­bili ai clan: come Lil­iano Diana che si era fidan­zato con una figlia di un boss, oppure Gen­ovese Pagli­uca che era fidan­zato con una ragazza di cui si era innamorata in modo saf­fico una amante di Bidognetti. E hanno fatto vivere nel ter­rore questo ter­ri­to­rio come in una guerra civile. In una tele­fonata pre­sente nelle carte proces­su­ali è scritto: “Poi dicono che a Casale stanno facendo tutti le porte di ferro, pure le bot­teghelle, le ban­car­elle, stanno tutti a fare le porte di ferro, dicono che Pucci il fab­bro ha fatto sei­cento mil­ioni di ferro”. In questi ter­ri­tori, gran parte di col­oro che sono vicini agli affari dei clan non lo dichiara pub­bli­ca­mente ma porta avanti la tesi che la camorra sono solo col­oro che sparano, solo il seg­mento militare.

Restano fuori dal carcere Michele Zagaria e Anto­nio Iovine. I due capi. Anche loro con­dan­nati in via defin­i­tiva, ma ancora lati­tanti da oltre tredici anni. E’ Michele Zagaria il capo che con San­dokan, ora con­dan­nato defin­i­ti­va­mente, smet­terà di essere vicerè e diven­terà re, almeno fin quando resterà libero. L’uomo del cemento. Il clan Zagaria infatti — sec­ondo le accuse — è rius­cito persino a lavo­rare per il Patto Atlantico edi­f­i­cando la cen­trale radar posta nei pressi del Lago Patria, punto fon­da­men­tale per le attiv­ità mil­i­tari Nato nel Mediter­ra­neo. Michele Zagaria che non vuole sia sparso sangue nel suo paese natale di Cas­ape­senna, che ha pagato le feste patronali rius­cendo a far venire artisti di caratura nazionale, che gestisce il ciclo del cemento in molte zone d’Italia– dall’Emilia Romagna all’Umbria sino alla Toscana– ha fatto con­seg­nare in galera in fratelli Pasquale, Carmine e Anto­nio. Hanno pic­cole pene da scon­tare, tutte sotto i dieci anni e una sol­ida strate­gia: una volta scon­tata la pena coman­der­anno loro i Casalesi, facendo soprat­tutto affari legali e inter­nazion­ali. E se nel frat­tempo qual­cuno ucciderà o penserà di osta­co­lare Michele, i suoi fratelli in galera saranno la sua assi­cu­razione sulla vita. Appena gli accadrà qual­cosa, hanno l’ordine di pen­tirsi rius­cendo a far imme­di­ata­mente incar­cer­are i loro rivali.

Per evitare di essere bec­cato, Michele Zagaria non ha messo su famiglia, visto che i capi che lo hanno pre­ce­duto sono stati arrestati usando il punto debole di mogli e figli. Ha fatto la lati­tanza persino in una chiesa, un posto dove i poliziotti non andreb­bero mai a con­trol­lare. Lo Stato cerca Zagaria e Iovine (o li dovrebbe cer­care) da molto tempo. Eppure dif­fi­cil­mente i capi oper­a­tivi pos­sono stare troppo lon­tano dal loro ter­ri­to­rio. Zagaria e Iovine con­tin­u­ano a vivere in una man­ci­ata di chilometri, nei loro paesi di non più di 20mila abi­tanti, con una rete di appog­gio che rende impos­si­bile che vengano arrestati. Anto­nio Iovine, detto o’Ninno per il suo viso da bam­bino e per essere divenuto capo già da ragazz­ino, è l’altro reggente, legato a doppio filo a San­dokan. Quindi il suo ruolo potrebbe essere messo in crisi dall’uscita degli Schi­avone dal ver­tice del clan. Il Ninno è potente sulla piazza di Roma, è stato pro­pri­etario della dis­coteca più pres­ti­giosa della cap­i­tale e inser­ito nel set­tore dell’edilizia e del tur­ismo. Il suo clan aveva escog­i­tato uno stru­mento infal­li­bile per trasportare coca: usa­vano le mac­chine dei vig­ili urbani di San Cipri­ano d’Aversa e i vig­ili stessi come corrieri.

Il ruolo dei reggenti lati­tanti è fon­da­men­tale per il nuovo asse cemento, rifiuti, cen­tri com­mer­ciali, inves­ti­menti all’estero e la loro lib­ertà per­me­tte al clan di dimostrare un’impunità con­tin­u­a­tiva per le nuove gen­er­azioni di affil­iati. La chiusura del processo è anche il suc­cesso aut­en­tico di quei mag­is­trati e quegli uomini della polizia, dei cara­binieri, della guardia di finanza che in uno dei ter­ri­tori più inquinati e infil­trati, sono rius­citi a non farsi cor­rompere. Che hanno cre­duto nel loro dovere e mestiere fosse nec­es­sario in un con­testo dove tutti sono amici di tutti, dove i par­enti diven­gono il vin­colo per fare qual­si­asi cosa, per avere car­riere spi­anate o dis­trutte, dove il sangue viene prima di ogni scelta e di ogni coscienza. Dove dalle far­ma­cie ai cen­tri com­mer­ciali, dalle squadre di pal­lone ai gior­nali, dalle cave ai ris­toranti, la pre­senza dei clan è oppres­siva. In situ­azioni sim­ili, fare bene il pro­prio mestiere è qual­cosa che sa di resistenza, non solo di deontologia.

Qui si va oltre le ore di lavoro, si sente che attra­verso il pro­prio impegno si gioca il des­tino di un paese. Non bisogna mai dimen­ti­care che non si tratta solo di impren­di­tori senza regole, furbi e di tal­ento, ma soprat­tutto di uomini feroci e spi­etati. Spesso pen­sano di ammaz­zare per niente, come rac­conta il pen­tito Dario de Simone: “Wal­ter Schi­avone vol­eva ammaz­zare Zagaria per­ché avrebbe detto che Wal­ter non sa sparare” oppure Di Bona, altro pen­tito: “Michele Zagaria con il kalash­nikov aveva dato tanti di quei colpi alla testa di De Falco che schiz­za­vano in alto e fuori dal finestrino dall’abitacolo della macchina pezzi del cuoio capel­luto di De Falco”.

Spar­ta­cus: un nome che non è stato scelto a caso ma si riferisce pro­prio a Spar­taco, il glad­i­a­tore tra­cio che nel 73 avanti Cristo insorse con un pugno di uomini con­tro Roma, rius­cendo, par­tendo dalla scuola glad­i­a­to­ria di Capua, a rac­cogliere nella sua insur­rezione schi­avi, lib­erti, glad­i­a­tori d’ogni parte del merid­ione. Non era mai suc­cesso nella sto­ria giudiziaria inter­nazionale che un processo avesse il nome di un ribelle glad­i­a­tore, di un uomo che sfidò quella che nel mito del diritto mon­di­ale è l’assoluta cap­i­tale e sim­bolo: Roma. Spar­ta­cus è stato chiam­ato questo processo, con l’idea che il diritto potesse lib­er­are queste terre schi­ave del potere dei clan e dell’imprenditoria crim­i­nale. Con il sogno che un processo potesse divenire la soll­e­vazione legale di un ter­ri­to­rio lad­dove la vera insur­rezione, la vera riv­o­luzione in questo ter­ri­to­rio è la pos­si­bil­ità di agire legal­mente, senza sot­terfugi, alleanze, par­enti, appalti truc­cati e aziende dopate dal mer­cato ille­gale. In questi momenti viene voglia di par­lare, a ris­chio di esser presi per matti, roman­tici, o mist­ici, con chi è morto. Solo i morti, dice Pla­tone, hanno visto la fine della guerra. Ma noi, che morti non siamo, non ci daremo pace, con­vinti che sia pos­si­bile com­bat­tere e scon­fig­gere l’economia criminale.

© 2009 Roberto Saviano. Published by arrange­ment with Roberto San­tachiara Lit­er­ary Agency.