Io so e ho le prove.

di Roberto Saviano

Nuovi argo­menti

… per­ché nonos­tante tutto, la ver­ità esiste.

Vic­tor Serge

Io so e ho le prove. Io so come hanno orig­ine le economie e dove pren­dono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vit­to­ria. Io so cosa tra­suda il prof­itto. Io so. E La ver­ità della parola non fa pri­gion­ieri per­ché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare con­tro­prove e imba­stire istrut­to­rie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non con­danna in nes­sun gab­bio e i tes­ti­moni non ritrat­tano. Nes­suno si pente. Io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei man­u­ali d’economia si dileguano mutando i loro frat­tali in mate­ria, cose, ferro, tempo e con­tratti. Io so. E lo sanno le mie prove. Le prove non sono nascoste in nes­suna pen-drive celata in buche sotto terra. Non ho video com­pro­met­tenti in garage nascosti in inac­ces­si­bili paesini di mon­tagna. Né possiedo doc­u­menti ciclos­ti­lati dei servizi seg­reti. Le prove sono inconfutabili per­ché parziali, riprese con le iridi, rac­con­tate con la parole e tem­prate con le emozioni rim­balzate su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così tes­ti­mo­nio, brutta parola che ancora può valere quando sus­surra: “è falso” all’orecchio di ascolta le can­ti­lene a rima baci­ata dei mec­ca­n­ismi di potere. La ver­ità è parziale, infondo se fosse riducibile a for­mula ogget­tiva sarebbe chim­ica. Io so e ho le prove. E quindi rac­conto. Di queste verità.

Cerco sem­pre di cal­mare quest’ansia che mi si innesca ogni volta che cam­mino, ogni volta che salgo scale, prendo ascen­sori, quando str­uscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso fer­mare un rimug­inio d’anima perenne su come sono stati costru­iti palazzi e case. E se poi ho qual­cuno a por­tata di parola riesco con dif­fi­coltà a trat­ten­ermi dal rac­con­tare come si tirano su piani e bal­coni sino al tetto. Non è un senso di colpa uni­ver­sale che mi per­vade, né un riscatto morale verso chi è stato cas­sato dalla memo­ria del sen­tiero della sto­ria. Piut­tosto cerco di dis­met­tere quel mec­ca­n­ismo brechtiano che invece ho con­nat­u­rato, di pen­sare alle mani e ai piedi della sto­ria. Insomma più alle ciotole peren­nemente vuote che por­tarono alla presa della Bastiglia piut­tosto che ai proclami della Gironda e dei Gia­cobini. Non riesco a non pen­sarci. Ho sem­pre questo vizio. Come qual­cuno che guardando Veer­mer pen­sasse a chi ha impas­tato i col­ori, tirato la tela coi legni, assem­blato gli orec­chini di perle, piut­tosto che con­tem­plare il ritratto. Una vera per­ver­sione. Non riesco pro­prio a scor­darmi come fun­ziona il ciclo del cemento quando vedo una rampa di scale, e non mi dis­trae da come si met­tono in torre le impal­ca­ture il vedere una ver­ti­cale di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non riesco pro­prio a vedere solo il parato e penso alla malta e alla caz­zuola. E persino ai calli che gen­era il man­ico di legno del frat­tazzo usato sino allo sti­ra­mento del polso per spi­anare l’intonaco. Sarà forse che chi nasce in certi merid­i­ani ha rap­porto con alcune sostanze in modo sin­go­lare, unico. Un rap­porto che altrove non potrebbe che essere diverso. Non tutta la mate­ria viene recepita allo stesso modo in ogni luogo. Non so, credo che in Qatar l’odore di petro­lio e ben­z­ina rimandi a sen­sazioni e sapori che sanno di res­i­denze immense, mono­cul­tura e lenti da sole e lim­ou­sine anche se mag­ari nel quo­tid­i­ano il tanfo di ben­z­ina e petro­lio avviene meno che a Madrid. Lo stesso odore acido del car­bon­fos­sile credo a Minsk rimandi a facce scure, fughe di gas, e città affu­mi­cate men­tre in Bel­gio rimandi all’odore d’aglio degli ital­iani ed alla cipolla dei magre­bini, i corpi che si inabis­sa­vano nelle miniere. Lo stesso accade col cemento per il l’Italia, per il mez­zo­giorno. Il cemento. Petro­lio del sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero eco­nom­ico nato nel mez­zo­giorno che non veda il pas­sag­gio nelle costruzioni. Appalti, gare d’appalto, cave, cemento, inerti, malta, mat­toni, impal­ca­ture, operai. L’armamentario dell’imprenditore ital­iano è questo. L’imprenditore ital­iano che non ha i piedi del suo impero, (prin­ci­pato o feudo da val­vas­sore) nel cemento non ha sper­anza alcuna. Bisogna immag­i­narsi la sua valigetta sim­ile a quella che qualche anni fa pro­duceva la Micro­Ma­chine. Una valigetta per bimbi, che si apriva e dalle pareti usci­vano micro­be­toniere e nano-operai, scivoli e gru. Bisognerebbe pen­sare così la valigetta di chi­unque si appresta a voler diventare impren­di­tore vin­cente e potente. E’ il mestiere più sem­plice per far soldi nel più breve tempo pos­si­bile, acquis­tarsi fidu­cia, assumere per­sone nel tempo adatto di un’elezione, dis­tribuire salari, acca­parrarsi finanzi­a­menti, molti­pli­care il pro­prio volto sulla fama dei palazzi che si edi­f­i­cano. Il tal­ento del costrut­tore è quello del medi­a­tore e del rapace. Possiede la pazienza del cer­tosino com­pi­la­tore di doc­u­men­tazioni buro­cratiche, di attese inter­minabili, di autor­iz­zazioni sed­i­men­tate come lente gocce di sta­lat­titi. E poi il tal­ento di rapace capace di planare su ter­reni insospet­ta­bili sot­trarli per pochi quat­trini e poi ser­barli sino a quando ogni loro cen­timetro ed ogni bruco diven­gono rivendibili a prezzi espo­nen­ziali. L’imprenditore rapace sa come saper far usare becco e artigli. Le banche ital­iane sanno accor­dare ai costrut­tori il mas­simo cred­ito, dici­amo che le banche ital­iane sem­brano edifi­cate per i costrut­tori. E quando pro­prio non ha mer­iti e le case che costru­irà non bas­tano come garanzie, ci sarà sem­pre qualche buon amico del costrut­tore che garan­tirà per lui. La con­cretezza del cemento e delle stanze è l’unica vera mate­ri­al­ità che le banche ital­iane conoscono. Ricerca, lab­o­ra­to­rio, agri­coltura, arti­gia­nati, i diret­tori di banca li immag­i­nano come ter­ri­to­rio vaporosi, ipe­ru­rani senza pre­senza di grav­ità. Stanze, piani, pias­trelle, prese del tele­fono e della cor­rente. Io so e ho le prove. So come è stata costru­ita mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i prog­etti. E la sab­bia. La sab­bia che ha tirato su palazzi e gratta­cieli. Quartieri, parchi, ville. A Castel­volturno nes­suno dimen­tica le file infi­nite dei camion, che depre­da­vano il fiume Volturno della sua sab­bia. Dagli anni ’70 in poi. Camion in fila, che attra­ver­sa­vano le terre costeggiata da con­ta­dini che mai ave­vano visto questi mam­muth di ferro e gomma. Erano rius­citi a rimanere, a resistere senza emi­grare e davanti ai loro occhi gli por­ta­vano via tutto. Ora quella sab­bia è nelle pareti dei con­do­mini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asi­ago, Gen­ova. Ora non è più il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno si pes­cano le spigole, e i con­ta­dini non ci sono più. Senza terra hanno iniziato a colti­vare e bufale, dopo le bufale hanno iniziato a met­tere su pic­cole imp­rese edili assumendo gio­vani nige­ri­ani e sudafricani sot­tratti ai lavori sta­gion­ali, e quando non si sono con­sorziati con le imp­rese dei clan hanno incon­trato la morte pre­coce. Io so chi ha costru­ito l’Emilia Romagna, i quartieri nuovi di Milano, io so chi costru­isce le ville in Toscana, le ditte di Michele Zagaria uno dei lati­tanti più ricer­cati, che lavo­rano in sub­ap­palto in mezz’Italia. I van­taggi che hanno queste ditte ed i loro com­mit­tenti sono infiniti, gli inerti ven­gono sac­cheg­giati por­tati vie dalle colline e dalle mon­tagne. Le ditte d’estrazione ven­gono autor­iz­zati per sot­trarre quan­tità min­ime, ed in realtà mor­dono e divo­rano intere mon­tagne. Quin­tali di pietrisco a basso costo partono da questi luoghi. Inerti a costo zero che andranno a ren­dere com­pet­i­tive le ditte al nord Italia men­tre in mezza Europa cercher­anno di acca­parrarsi poiché sem­pre più diviene merce rara. Ma non a sud. Dove non c’è altro che scav­are, costru­ire, tirare su. Io so e ho le prove. Qui la depor­tazione delle cose ha seguito quella degli uomini. Mon­tagne e colline sbri­ci­o­late e impas­tate nel cemento finis­cono ovunque. Da Tener­ifeSas­suolo. Spesso men­tre le ditte dei clan triv­el­lano, rompono per errore una falda acquifera e le cave diven­tano laghi arti­fi­ciali. Potrebbe sem­brare un freno alla corsa divo­ra­trice dei palazz­i­nari. Non lo è. I clan ges­tendo anche i traf­fici di rifiuti vin­cono gare di appalto per lo smal­ti­mento dei veleni indus­tri­ali, e fin­gendo di smaltire in inesistenti dis­cariche si aggiu­di­cano lo smal­ti­mento di rifiuti peri­colosi con prezzi bassi che nes­sun altra azienda in Europa avrebbe potuto pro­porre. Non si trat­tava di smaltire ma di buttare. In realtà le ditte non hanno alcun luogo dove smaltire rifiuti tossici, né impianti adatti. Li inabis­sano nei laghetti. In tal modo non solo hanno guadag­nato dall’estrazione abu­siva ma hanno anche cre­ato un luogo dove nascon­dere i rifiuti tossici. In tal senso si può ricavare nuovo danaro e ren­dere le pro­prie ditte ancor più com­pe­tenti al servizio in sub­ap­palto dei migliori costrut­tori in cir­co­lazione. Una volta in una vec­chia trat­to­ria di San Felice a Can­cello, incon­trai don Sal­va­tore. Un vec­chio masto. Era una specie di salma ambu­lante, non aveva più di 70 anni ma ne mostrava oltre 80. Mi ha rac­con­tato che per dieci anni ha avuto il com­pito di smistare nelle impas­ta­trici le polveri smal­ti­mento fumi. Quin­tali di cemento impas­tato assieme a polveri velenose il cui costo di smal­ti­mento per le aziende era una delle voci più alte del bilan­cio. Con la medi­azione delle ditte dei clan camor­ris­tici, ogni costo si è abbas­sato e lo smal­ti­mento occul­tato nel cemento è divenuta la cinet­ica che per­me­tte alle ditte di pre­sen­tarsi alle gare d’appalto con prezzi da man­od­opera cinese.

Ora garage, pareti e pianerot­toli hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando non si creper­anno, e qualche operaio mag­ari magre­bino respir­erà le polveri crepando qualche anno dopo incol­pando per il suo can­cro la mala­sorte. Gli impren­di­tori ital­iani vin­centi non hanno altra forza che queste ditte capaci di stravin­cere come prezzi e qual­ità. Ogni van­tag­gio è scar­i­cato su man­od­opera e sui mate­ri­ali. Proven­gono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Prima di trasfor­marsi in uomini di foto­mod­elle, in man­ager da barca, in assal­i­tori di gruppi finanziari in acquirenti di quo­tid­i­ani, prima di tutto questo e dietro tutto questo c’è il cemento, le ditte in sub­ap­palto, la sab­bia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavo­rano di notte e scom­paiono al mat­tino, le impal­ca­ture marce, le assi­cu­razioni fasulle. Lo spes­sore delle pareti è ciò su cui pog­giano i trasci­na­tori dell’economia ital­iana. La cos­ti­tuzione dovrebbe mutare. Scri­vere che si fonda sul cemento e sui costrut­tori. Sono loro i padri. Non Ein­audi, Fer­ruc­cio Parri, Nenni e il coman­dante Vale­rio. Furono pro­prio i palazz­i­nari, a tirare per lo scalpo l’Italia affos­sata dal crac Sin­dona e dalla con­danna senza appello del Fondo mon­e­tario inter­nazionale. Quei costrut­tori si chia­ma­vano Gengh­ini, Belli, Par­nasi. Poi ci fu l’’arrivo dei Cal­t­a­girone. Cemen­tifici, appalti, palazzi e quo­tid­i­ani. Oggi i nuovi volti. Ricucci, Cop­pola, Statuto. I tre nuovi ram­panti impren­di­tori
Io so. So come si lavora nei cantieri. Come le impal­ca­ture ven­gono messe a castello, come la parte mag­giore dei cantieri pre­senti in Italia non sia messo a norma, come i mate­ri­ali siano sac­cheg­giati, i ter­reni sot­tratti, gli operai tenuti a nero. I mec­ca­n­ismi sono sci­en­tifici, fog­giati dalle più bril­lanti menti dei com­mer­cial­isti del bel paese. Gli operai ven­gono costretti a sot­to­scri­vere buste paga per­fet­ta­mente rego­lari, così, soprat­tutto al nord, per even­tu­ali con­trolli e mon­i­tor­aggi di sin­da­cati tutto è in regola. In realtà i lavo­ra­tori per­cepis­cono il 50% in meno di quanto indi­cato. Un modo per dimostrare agli ispet­tori del lavoro il rispetto dei con­tratti. Una vera e pro­pria eva­sione fis­cale a tavolino che sot­trae allo Stato solo per e ditte per­anti al nord 500 mil­ioni di euro, sec­ondo quanti affer­mano i sin­da­cati con­federati degli edili. Cifre che rien­trano nelle logiche del mas­simo rib­asso. Oltre il 40 % delle ditte edili che agis­cono in Italia sono del sud.Agro-aversano, napo­le­tano, saler­ni­tano. Senza con­tare le miri­adi di ditte di sub­ap­palto che non hanno trac­cia e quindi non rien­trano nelle sta­tis­tiche. Le imp­rese arrivano cariche di ragazzi merid­ion­ali e romeni. Pochissimi gli africani. La forza asso­luta dei cartelli crim­i­nali è l’edilizia. Il cer­ti­fi­cato anti­mafia. Ormai ridi­colo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schi­avone San­dokan ave­vano i cer­ti­fi­cati anti­mafia. Per poterlo rice­vere basta dimostrare che nella pro­pria azienda non lavo­rano per­son­aggi con­dan­nati per asso­ci­azione mafiosa. Che inge­nu­ità! E anche qualora qualche affil­iato con­dan­nato per mafia fosse loro dipen­dente questi lavor­erebbe a nero e i con­trolli sono inesistenti. Eppure è vero. Nell’edilizia finis­cono gli affil­iati al giro di boa. Dopo che si fa una car­ri­era da killer, da estor­sore o da palo. Insomma dopo che si è pas­sati nell’esercito dei clan si finisce nell’edilizia o a rac­cogliere spaz­zatura. Piut­tosto che fil­mati e con­ferenze a scuola, potrebbe essere inter­es­sante pren­dere i nuovi affil­iati, i ragazz­ini, e por­tarli a fare un giro per cantieri mostrando il des­tino di quando invec­chier­anno (se galera e morte dovessero risparmi­arli) staranno su un cantiere invec­chi­ando e scatar­rando sangue e calce. Men­tre impren­di­tori e affaristi che i boss cre­de­vano di gestire avranno com­mit­tenze e spose mod­elle. Di lavoro si muore. Con­tin­u­a­mente. La veloc­ità di costruzioni la neces­sità di risparmi­are su ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d’orario. Turni dis­umani 9/12 ore al giorno com­preso sabato e domenica. 100 euro a set­ti­mana la paga con lo stra­or­di­nario not­turno e domeni­cale di 50 euro ogni 10 ore. I più gio­vani se ne fanno anche quindici. Mag­ari tirando coca, che qui ven­dono a 15 euro a pista. Le mascher­ine per evitare che le polveri siano inalate sem­brano una provo­cazione e il cordino che dovrebbe assi­cu­rare alle impal­ca­ture i corpi degli operai è usato come por­tachi­avi dei mazzi molteplici dei capi­masto. Quando si muore nei cantieri, si avvia un mec­ca­n­ismo col­laudato. Il corpo se morto viene por­tato via dal cantiere e a sec­ondo della zona viene sim­u­lato un inci­dente stradale. Lo met­tono in auto che poi si fanno cas­care in scarpate o dirupi, non dimen­ti­cando di far pren­dere fuoco all’auto. La somma che l’assicurazione pagherà al morto verrà girata alla famiglia come liq­uidazione. Non è raro che per sim­u­lare l’incidente si feriscano anche i sim­u­la­tori in modo grave, soprat­tutto quando c’è da ammac­care un’auto con­tro il muro, prima di darle fuoco con il cada­v­ere den­tro. Quando il masto è pre­sente il mec­ca­n­ismo è fun­zio­nante. Quando è assente il pan­ico spesso attanaglia gli operai. Ed allora si prende il fer­ito grave, il quasi-cadavere e lo si las­cia quasi sem­pre vicino ad una strada che porta all’ospedale. Si passa con la macchina si ada­gia il corpo e si fugge. Quando pro­prio lo scrupolo è all’eccesso si avverte un autoam­bu­lanza. Chi­unque prende parte alla scom­parsa o all’abbandono del corpo quasi cada­v­ere sa che lo stesso faranno i col­leghi qualora dovesse accedere al suo corpo di sfra­cel­larsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco in caso di peri­colo ti soc­cor­rerà nell’immediato per sbaraz­zarsi di te, come dire ti darà il colpo di grazia. E così si ha una specie di dif­fi­denza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe essere il tuo boia o tu sarai il suo. Non ti farà sof­frire ma sarà anche quello che ti lascerà cre­pare da solo su un mar­ci­apiede o ti darà fuoco in un auto. Tutti i costrut­tori sanno che fun­ziona in questo modo. E le ditte del sud hanno garanzie migliori. Lavo­rano e scom­paiono ed ogni guaio se lo risolvono senza clam­ore. Io so ed ho le prove. E le prove hanno un nome. Sono Ciro Leonardo morto a 17 anni men­tre stava riparando un solaio cas­cando dal set­timo piano. Le prove si chia­mano Francesco Iacomino, aveva 33 anni quando l’hanno trovato con la tuta da lavoro sul sel­ci­ato all’incrocio tra via Quat­tro Orologi e via Gabriele D’Annunzio a Ercolano. Nicola Tri­carico 26 anni, ful­mi­nato men­tre lavo­rava alla ristrut­turazione di un negozio. A nero. Dopo l’incidente sono scap­pati tutti, geome­tra com­preso. Nes­suno ha chiam­ato l’autoambulanza temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Las­ciando lì il cada­v­ere raf­fred­darsi. E quando si muore al nord se non c’è tempo di abban­donare a sud il corpo la macchina inci­den­tata è già pronta assieme alla ben­z­ina per occultare il corpo in un inci­dente sulle affol­late e insan­guinate strade padane. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti 15 operai edili. Cas­cati, finiti sotto pale mec­ca­niche o spi­ac­ci­cati da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro. Bisogna far presto. Anche se i cantieri durano anni, le ditte in sub­ap­palto devono las­ciar posto subito ad altre. Guadagnare, bat­tere cassa e andare altrove. Prima si alzano palazzi, prima si ven­dono, prima si diviene impren­di­tori, prima i danari vanno altrove. Prima si pos­sono com­prare pompe di ben­z­ina, prima si pos­sono avere garanzie con le banche, prima si pos­sono sposare mod­elle e com­prare gior­nali. A sud si può estrarre, si può ancora estrarre. Si pos­sono depredare terre, mordere mon­tagne, nascon­dere i veleni sotto la moquette della terra. A sud pos­sono ancora nascere gli imperi le maglie dell’economia si pos­sono forzare e l’equilibrio dell’accumulazione orig­i­naria non è stato ancora com­ple­tato. A sud bisognerebbe appen­dere dalla Puglia alla Cal­abria dei cartel­loni con il BENVENUTO per gli impren­di­tori che vogliono lan­cia­rsi nell’agone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO che sa di buona for­tuna sic­come la ressa è molta e pochissimi gal­leg­giano sulle sab­bie mobili. Io so. Ed ho le prove. E i nuovi costrut­tori pro­pri­etari di banche e di pan­fili, prin­cipi del gos­sip e maestà di nuove bal­drac­che celano il loro guadagno. Forse hanno ancora un anima. Hanno ver­gogna di dichiarare da dove ven­gono i pro­pri guadagni. Nel loro paese mod­ello, negli USA quando un impren­di­tore riesce a divenire rifer­i­mento finanziario, quando rag­giunge fama e suc­cesso accade che con­voca anal­isti e gio­vani econ­o­misti per mostrare la pro­pria qual­ità eco­nom­ica, e sve­lare le sue strade bat­tute per la vit­to­ria sul mer­cato. Qui silen­zio. Ver­gogna. E il danaro è solo danaro. Giuseppe Statuto Danilo Cop­pola gli impren­di­tori vin­centi che ven­gono dall’aversano da una terra malata di camorra, rispon­dono con cristallinità chi li tor­menta sul loro suc­cesso: “ ho com­prato a 10 e ven­duto a 300”. Una for­mula che dif­fi­cil­mente potrà essere sbandier­ata come mod­ello di mer­i­tocrazia e per­se­ver­anza per osta­co­lare le cinetiche crim­i­nali. Ma chi seg­nalava questi affari, chi aveva un così cap­il­lare con­trollo del ter­ri­to­rio? Quali validi agenti hanno usato capaci di com­prare a così poco ter­reni? Nes­suna risposta. Dalla terra prendi poi costru­isci dalla costruzione hai garanzia e puoi avere così il deb­ito e dal deb­ito ancora palazzi e poi barche, e poi banche…Il mec­ca­n­ismo è banale. Terra è spazio per costruzioni. E come se si estraesse al con­trario. Non si scava dalla terra car­bone e baux­ite. Ma dalla terra si cava l’aria e poi la luce e si occu­pano vani di ossigeno, il per­corso è inverso, spalle al ter­reno e estrazione al con­trario. Qual­cuno ha detto che a sud si può vivere come in un par­adiso. Basta fis­sare l’alto e mai, mai osare far cas­care gli occhi al basso. Ma non è pos­si­bile. L’esproprio d’ogni prospet­tiva ha sot­tratto anche gli spazi della vista. Ogni prospet­tiva è imbat­tuta in bal­coni, sof­fitte, mansarde, con­do­mini, palazzi abbrac­ciati, quartieri ann­o­dati. Qui non pensi che qual­cosa possa cas­care dal cielo. La piog­gia d’angeli descritta da Ana­tole France che casca su Parigi per orga­niz­zare la più grande riv­olta con­tro gli errori del cre­ato, non è neanche pens­abile nel delirio etil­ico di qualche ser­ata. Qui scendi giù. Ti inabissi. Per­ché c’è sem­pre un abisso nell’abisso. Qui dovrai urlare le parole del padre di Ciro: “Quando sbatti per terra e muori, ti immag­ini non che l’anima evap­ori, come ti rac­con­tano al cat­e­chismo o vedi nel film Ghost, ma che delle mani ti pren­dano e ti portino più giù. Ancora più giù se è pos­si­bile della terra d’inferno dove vivi­amo”. E quest’abisso non ha il suo popolo. L’East End di Lon­dra che ammon­tic­chi­ava i suoi dere­litti non esiste, e Jack Lon­don per com­pren­dere la ferita della ragione occi­den­tale dovrebbe alternare i suoi giorni tra le ser­ate del gen­erone impren­di­to­ri­ale romano e i cantieri edili not­turni. Così quando pesto scale e stanze, quando salgo nelle ascen­sori non riesco a non sen­tire è un vizio della mia psiche. Per­ché io so. Ed è una per­ver­sione. E così quando mi trovo tra i migliori e vin­centi impren­di­tori non mi sento bene. Anche se questi sig­nori sono ele­ganti, par­lano con toni pacati, e votano a sin­is­tra. Io sento l’odore della calce e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bul­gari, dai loro merid­i­ani di Italo Calvino e dai loro thriller di Grisham. Io so. Io so chi ha costru­ito il mio paese e chi lo costru­isce. So che non si vive la pro­pria vita di scor­ribande e tor­menti nelle belle ville in Toscana o in Puglia dei film di Gior­dana e della Comencini, so che stan­otte parte un treno da Reg­gio Cal­abria che si fer­merà a Napoli a mez­zan­otte e un quarto prima di giun­gere a Milano. Sarà colmo. E alla stazione i fur­goncini e le Punto polverose prelever­anno i ragazzi per nuovi cantieri. Un emi­grazione senza res­i­denza che nes­suno studierà e val­uterà poiché rimarrà nelle orme della pol­vere di calce e solo lì. Io so qual è la vera cos­ti­tuzione del mio tempo, qual è la ric­chezza delle imp­rese. Io so in che misura ogni pilas­tro è il sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non fac­cio prigionieri.

Pub­bli­cato su NUOVI ARGOMENTI n°32 ottobre-dicembre 2005 nella sezione IO SO