articolo del 19/08/2010

Il partigiano Giorgio.

Ha com­bat­tuto con il fucile durante la Resistenza. E con l’inchiostro sui gior­nali. Ma sem­pre per la lib­ertà. L’omaggio dello scrit­tore Roberto Saviano al gior­nal­ista che ha com­pi­uto novant’anni.

di Roberto Saviano

Gior­gio Bocca ph. © P. Bossi/ AGF

Ho capito una cosa, molto sem­plice ma forse deci­siva: gran parte delle pro­tezioni mafiose, dei priv­i­legi mafiosi cer­ta­mente pagati dai cit­ta­dini non sono altro che i loro ele­men­tari diritti. Assi­cu­ri­amoglieli, togliamo questo potere alla mafia, fac­ciamo dei suoi dipen­denti i nos­tri alleati… Quelli che parla­vano erano due piemon­tesi e dis­cute­vano delle radici pro­fonde del male merid­ionale, loro lo ave­vano capito e l’analisi che si scam­bi­a­vano come un tes­ti­mone che l’uno affi­dava all’altro non era dis­prezzo colo­nial­ista verso un popolo schi­avo che non aveva la forza di riscattare i suoi diritti. No, il loro era amore per il Sud, da ital­iani che sape­vano di essere parte di quella stessa terra così lon­tana dai por­tici delle città sabaude, costru­iti per pro­teggere da un clima europeo che il sole della Sicilia e della Cam­pa­nia non sa immag­inare: un amore che andava oltre il senso del dovere o della pro­fes­sione e che per questo si trasfor­mava in denun­cia, nella metod­ica, sis­tem­at­ica anal­isi di quanto il male fosse pro­fondo nella vita della gente che non sapeva, non vol­eva, non poteva ribellarsi.

Quel col­lo­quio tra Carlo Alberto Dalla Chiesa e Gior­gio Bocca è stato impor­tante per me e per quelli della mia gen­er­azione che hanno sem­pre chiesto di capire. Noi che abbi­amo com­in­ci­ato a fare domande dopo la morte di Gio­vanni Fal­cone e Paolo Borsellino, per risco­prire così il sac­ri­fi­cio del cara­biniere diven­tato prefetto che aveva rin­un­ci­ato alle scorte e alle blin­date per essere parte della vita di Palermo, l’altra cap­i­tale del Sud, e si era imposto di com­in­ciare la sua mis­sione pro­prio dalle scuole, dal con­seg­nare ai gio­vani merid­ion­ali la sper­anza in un futuro di legalità.

Noi vol­e­vamo capire per­ché senza capire non si può cam­biare; capire anche a costo di spec­chiarsi nell’orrore di una realtà che non poteva più restare nascosta dietro slo­gan logori e pae­saggi da soap: guardarsi in fac­cia, sco­prire il pro­prio volto a costo di ren­dersi conto di quanto fosse brutto.
Questo è quello che Gior­gio Bocca mi ha inseg­nato, a rac­con­tare senza avere scrupoli né sen­tirmi un tra­di­tore. Lo hanno accusato di essere razz­ista, antimerid­ionale, di odi­are il Sud. Sono le stesse cose che hanno detto di me, con­tro di me, “il rin­negato”. Ci hanno dato degli “avvoltoi” che si arric­chis­cono con il dolore altrui. Bocca invece ha fatto dell’essere “anti­tal­iano” una virtù, il metodo per non arren­dersi a luoghi comuni. Da lui ho capito che non bisog­nava mai las­cia­rsi ferire, né abbas­sare gli occhi: gli insulti sono spinte ad andare oltre, a entrare più in pro­fon­dità nei prob­lemi. La mia strada per l’inferno l’ha indi­cata lui, “Gomorra” si è nutrito della sua lezione: guardare le cose in fac­cia, res­pi­rarle, sbat­terci con­tro fino a farsele entrare den­tro e poi scri­vere senza ret­i­cenze, smus­sa­t­ure, com­pia­cenze.
Bocca lo ha sem­pre fatto, da fuori­classe, lo con­tinua a fare oggi a novant’anni con la curiosità e la tena­cia di un ven­tenne; sem­pre pronto a met­tersi in dis­cus­sione come quel ragazzo che nel 1943 salì in mon­tagna superando il suo pas­sato e scegliendo il suo futuro.

E quando lui e Dalla Chiesa parla­vano di un popolo da lib­er­are lo face­vano con l’anima dei par­ti­giani, di chi aveva com­bat­tuto lo stesso nemico in nome dello stesso popolo. Ave­vano rischi­ato la vita e ucciso anche per con­seg­nare un domani diverso a chi accettava pas­si­va­mente la dit­tatura fascista e la dom­i­nazione nazit­edesca; sono stati par­ti­giani anche per chi non aveva il cor­ag­gio, la forza, la volontà, la pos­si­bil­ità o la capac­ità di lottare per i pro­pri diritti. La loro vit­to­ria è stata la Cos­ti­tuzione, quel doc­u­mento vivo che dovrebbe essere il pilas­tro della nos­tra democrazia, un mon­u­mento di lib­ertà troppo spesso igno­rato o bol­lato di vec­chi­aia. No, è un testo mod­ernissimo, come ancora oggi lo sono gli inter­venti di Gior­gio Bocca. Essere par­ti­giano prima con il fucile e poi per altri 65 anni con l’inchiostro sig­nifica avere la misura della lib­ertà, saperla riconoscere ovunque.
A sud di Roma è dif­fi­cile ascoltare rac­conti par­ti­giani. La guerra di lib­er­azione è stata più a nord e anche questo ha con­tribuito a non risveg­liare coscienze già rasseg­nate. Napoli con le sue quat­tro gior­nate è stata una fiammata d’eroismo, l’unica metropoli euro­pea a cac­ciare i tedeschi, ma la sua lev­ata d’orgoglio è bru­ci­ata in meno di una set­ti­mana. Sem­brava quasi che ad ani­mare i napo­le­tani diven­tati guer­riglieri ci fosse lo stesso sen­ti­mento del tas­sista che Bocca descrive nell’incipit del suo “Napoli siamo Noi”: “Lui che è più intel­li­gente del forestiero. La maledetta pre­sun­zione indi­vid­u­al­ista per la quale un napo­le­tano è pronto a dan­narsi”.
Dopo, la riv­olta della dig­nità in armi ha las­ci­ato spazio all’umanità pros­ti­tuta di Curzio Mala­parte. Scriveva Bocca in quei mesi dell’autunno 2006 quando ancora una volta Napoli tor­nava a essere sinon­imo di abisso crim­i­nale: “Una grande città può accettare un’occupazione delin­quen­ziale? La risposta è sì: la grande città che dovrebbe ribel­larsi all’occupazione è purtroppo com­posta da troppi cit­ta­dini impigliati nei vizi della camorra. Napoli dovrebbe ribel­larsi con­tro se stessa e questo fran­ca­mente è impens­abile. In defin­i­tiva noi cre­di­amo che almeno per ora la crim­i­nal­ità abbia vinto. Napoli ha toc­cato il fondo”. Il Sud non ha sper­anze? Da solo, dif­fi­cil­mente può farcela, ma senza il Sud non c’è più l’Italia. I par­ti­giani lo ave­vano capito, Dalla Chiesa lo aveva capito, Bocca con­tinua a ripeterlo. E nel titolo del suo libro c’è la chi­ave per decifrarne il sig­ni­fi­cato: “Napoli siamo noi, il dramma di una città nell’indifferenza dell’Italia”. Lui non è antimerid­ionale, non è razz­ista ma da ital­iano dimostra un amore vero per questa terra devastata.

Per Bocca la guerra di lib­er­azione era stata battaglia per sal­vare anche l’unità, con­tro i tedeschi, i francesi gaullisti e i comu­nisti titini; con­tro i “moti sep­a­ratisti sicil­iani e cal­abresi, di Portella della Gines­tra e di Caulo­nia, ci fu una spon­tanea offerta par­ti­giana di ripren­dere le armi a difesa dell’unità nazionale. Il vento del Nord, come fu chia­mata la pre­senza par­ti­giana nei primi gov­erni di Parri e di De Gasperi, guardasig­illi il comu­nista Togli­atti, fu chiara­mente uni­tario e risorg­i­men­tale. Sen­ti­mento con­di­viso dagli ital­iani che si strin­sero attorno a quei padri fonda­tori della Repubblica”.

Oggi anche lui guarda con sospetto alla chia­mata fed­er­al­ista: sa che le mafie non chiedono altro e non soltanto al Sud. Per­ché lui, quello che chia­mano “razz­ista piemon­tese”, quello che tra i primi ha saputo scorg­ere le istanze pos­i­tive della Lega, non si fa scrupolo nel dire il male che vede al Nord, i frutti malati di quella col­o­niz­zazione crim­i­nale che ha trovato ter­reno fer­tile sulle due sponde del Po gra­zie anche alla dis­trazione spesso com­plice degli ammin­is­tra­tori leghisti: “La pre­senza della crim­i­nal­ità orga­niz­zata, per sua sto­ria e natura anti­s­tatale, è qual­cosa di vis­i­bile, di onnipresente, di impu­dente. Ci sono ris­toranti, mer­cati, club, sezione di par­tito, ammin­is­trazioni della Pada­nia equa­mente divise fra la novità polit­ica della Lega anti-unitaria e le cosche mafiose che di patria conoscono solo quella della rap­ina e delle con­sor­terie crim­i­nali”. Eccolo Bocca, in quello che par­lando dei suoi maestri definì : “Lo stesso modo di vedere il mondo, senza retor­ica ma senza rasseg­nazione”. Vedere il mondo a testa alta, la sua lezione, che mi accom­pa­g­n­erà sempre.

© 2010 Roberto Saviano Agen­zia Santachiara