Giuseppe Fava ucciso due volte prima dalla mafia poi dalle calunnie

Giuseppe Fava ucciso due volte prima dalla mafia poi dalle calunnie

Gli sparano cinque colpi alla testa. Tutti mirati alla nuca. Per ammazzarlo e per sfregiarlo. Chi nasce al Sud sa bene che non tutti i modi di ammazzare sono uguali. Alle mafie non basta eliminare. Nella modalità della morte è siglata una precisa comunicazione. Giuseppe Fava, Pippo per chi lo conosceva, lo sfregiano sparandogli in testa quando si sta muovendo in una situazione che non c’ entra nulla col suo lavoro. L’ esecuzione di Pippo Fava gli uomini di Cosa Nostra la compiono il 5 gennaio 1984, mentre sta andando al Teatro Verga a prendere sua nipote che aveva appena recitato in Pensaci Giacomino!, l’ inno pirandelliano al nostro eterno Stato incapace. Ma la morte di Pippo Fava non termina con quegli spari. Non si esaurisce con quel singolo atto di violenza. La si stava preparando da tempo e sarebbe continuata per molto tempo ancora. Nei giorni tra Natale e Capodanno, poco prima di essere ucciso, Giuseppe Fava riceve in dono dal cavaliere Gaetano Graci – uno dei proprietari del “Giornale del Sud”, quotidiano che dirigeva prima di fondare “I Siciliani” e da cui era stato licenziato per, diciamo così, divergenze nella linea editoriale – una quantità smisurata di ricotta e una cassa di bottiglie di champagne. Nella simbologia mafiosa questi due elementi sono molto chiari. Dicono: ti ridurremo in poltiglia e brinderemo sulla tua bara. Ma fare questo, brindare alla sua eliminazione fisica, non è sufficiente. Pippo Fava sembra dar fastidio anche da morto. Si vuole evitare che diventi un simbolo. Comincia così una vera e propria campagna di delegittimazione in cui si mescolano, con perizia, verità e menzogne. Non c’ è alcuna volontà di indagare sugli assassini e questo lo si capisce subito, il giorno stesso del funerale, quando il sindaco di Catania, in totale spregio di ciò che è accaduto, dichiara che: “Cataniaè una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo”. L’ odio che da allora in poi il territorio di Catania riversa sulla memoria di Giuseppe Fava è paragonabile a un secondo omicidio. Poliziotti e politici, notabili e persone qualsiasi, tutti pronti a ripetere che non era un omicidio di mafia, tutti a insinuare la pista del delitto passionale. Tutti a dire “mannò, ma quale eroe…”. Tutti a insultarlo con la più degradante delle balle: misero in giro la voce che fosse un puppo, cioè un omosessuale pronto ad adescare ragazzini fuori dalle scuole. Voci che vogliono creare intorno un’ aura di sospetto, allontanare il peso infamante del sangue versato. A difenderlo resta solo quella parte di Catania per cui l’ impegno contro la mafia è istinto di pancia più che vanto ideologico. Negli anni successivi si battono le piste più improbabili per cancellare la realtà dei fatti. Furono indagati tutti i movimenti economici di Fava, i suoi conti correnti ridotti a poche lire dopo che per fondare “I Siciliani” aveva vendu to tuttii suoi averi nella convinzione che in Sicilia l’ unico modo per fare informazione fosse possedere un proprio giornale. Il conto di Pippo Fava fu sezionato. Fu ordinata una delle prime inchieste favorite dalla legge La Torre, legge creata per indagare sui patrimoni di mafia, e invece, ironia della sorte, a essere inquisiti furono i conti correnti dei giornalisti de “I Siciliani”. Soltanto dieci anni dopo, nel 1994, c’ è una svolta nelle indagini. Un pentito, Maurizio Avola, cominciaa parlaree si autaccusa dell’ omicidio Fava. Racconta di aver fatto parte del gruppo di fuoco permettendo così di riaprire il caso. Da quel momento in poi la magistratura catanese inizia a ricostruire le tracce di ciò che era realmente accaduto. Dieci anni di accuse, di insulti, di sputi, a cui la famigliae gli amici hanno dovuto resistere senza segnali di solidarietà e di speranza. Dieci anni in cuia infangare la sua memoria non era Cosa Nostra ma un territorio che non voleva saperne di vedere tracce di mafia nella propria imprenditoria. Un territorio dove chi invece a quel mondo dava un nome era come se mettesse le mani addosso alle anime e alle coscienze di ognuno. Meglio continuare a sfregiare la memoria di Pippo Fava con le più banali insinuazioni. Meglio nasconderlo all’ opinione pubblica nazionale, nascondere i suoi libri, il suo operato. Emerge che quando Nitto Santapaola decide che è tempo di uccidere Fava, pronuncerà semplici e inequivocabili parole di condanna: “Questo noi dobbiamo farlo non tanto o non soltanto per noi. Lo dobbiamo ai cavalieri del lavoro perché se questo continua a parlare come parla e a scrivere come scrive, per i cavalieri del lavoro è tutto finito. Per loro e per noi”. Quindi prima minacce – Fava è preoccupato e compra una pistola, dice che potrebbero ucciderlo per cinquecentomila lire -, poi l’ omicidio e la diffamazione. E Pippo Fava sa benissimo che entrambe le cose non possono che andare insieme. Una condanna a morte non parte mai senza che si sappia come agire sulla memoria dell’ assassinato. Prima della traiettoria delle pallottole, il percorso che dovrà avere la delegittimazione è già tracciato. Per offuscare il peso politico che la sua morte avrebbe potuto avere, per istillare il dubbio sull’ onestà delle sue parole, la strategia delle calunnie era iniziata già da tempo. E quelle voci le diffondevano non solo uomini vicini ai boss, ma, cosa più grave, anche chi non era corrotto dal danaro della mafia: cronisti biliosi, politici ostili, persone rispettabili e rispettate che si sentivano messe sotto accusa da Giuseppe Fava, ancor più dal momento in cui il suo sacrificio urlava al cielo il loro colpevole silenzio. © 2009 Roberto Saviano Agenzia Santachiara e Bompiani Editore -

 

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