articolo del 28/2/2012

Elogio dei riformisti

La toller­anza di Turati, quella pic­cola lezione per una sin­is­tra smar­rita. Un sag­gio riper­corre la figura del leader social­ista e una tradizione da sem­pre minori­taria in Italia.
di ROBERTO SAVIANO

Gram­sci e Turati. Le due sin­istre” A.Orsini — ed. Rubbettino

Che cosa sig­nifica essere di sin­is­tra? È pos­si­bile ancora esserlo? Sen­tire nel pro­fondo di appartenere a una sto­ria di lib­ertà, a una tradizione di crit­ica sociale e di sogno, a un per­corso che sem­bra essersi lac­er­ato, reciso. Con un immenso pas­sato e un futuro incerto? E soprat­tutto di quale sin­is­tra par­liamo e di quale tradizione? E come si coni­ugano le due anime della sin­is­tra, quella riformista e quella riv­o­luzionaria? Che genere di dial­ogo c’è stato tra loro?

Domande che afflig­gono mil­i­tanti, intel­let­tuali e uomini di par­tito. Domande che afflig­gono me da sem­pre. Alessan­dro Orsini gio­vane pro­fes­sore napo­le­tano di Soci­olo­gia Polit­ica all’Università di Roma Tor Ver­gata ha provato a dare delle risposte. Ha scritto un libro inti­to­lato “Gram­sci e Turati. Le due sin­istre” (Rubet­tino). Il titolo sem­bra pre­sentare un sag­gio, di quelli acca­d­e­mici, lunghi e tor­tu­osi. E invece credo sia la più bella rif­les­sione teor­ica sulla sin­is­tra fatta negli ultimi anni. Che non ha paura di maneg­giare mate­ria del­i­cata. Alessan­dro Orsini ci pre­senta due anime della sin­is­tra stor­ica ital­iana (esem­plifi­cate in Gram­sci e Turati) e ci mostra come, nel tempo, una abbia avuto il sopravvento sull’altra. L’idea da cui parte Alessan­dro Orsini è sem­plice: i comu­nisti hanno edu­cato gen­er­azioni di mil­i­tanti a definire gli avver­sari politici dei peri­colosi nemici, ad insul­tarli ed irrid­erli. Fa un certo effetto rileg­gere le parole con cui un intel­let­tuale raf­fi­nato come Gram­sci definiva un avver­sario, non importa quale: “La sua per­son­al­ità ha per noi, in con­fronto della sto­ria, la stessa impor­tanza di uno strac­cio mestru­ato”. Invi­tava i suoi let­tori a ricor­rere alle paro­lacce e all’insulto per­son­ale con­tro gli avver­sari che si lamen­ta­vano delle offese rice­vute: “Per noi chia­mare uno porco se è un porco, non è vol­gar­ità, è pro­pri­età di lin­guag­gio”. Arrivò persino a tessere l’elogio del “caz­zotto in fac­cia” con­tro i dep­u­tati lib­er­ali. I pugni, diceva, dove­vano essere un “pro­gramma politico” e non un episo­dio iso­lato. Certo, il pen­siero di Gram­sci non può essere con­fi­nato in questo tratto vio­lento, e d’altronde le sue parole risen­ti­vano l’influenza della retor­ica polit­ica dell’epoca, che era (non solo a sin­is­tra) accesa, vir­u­lenta, pirotec­nica. Il politi­ca­mente cor­retto non era stato ancora inven­tato. Eppure, in quegli stessi anni Fil­ippo Turati, dimen­ti­cato pen­satore e leader del par­tito social­ista, con­duceva una tenacis­sima battaglia per edu­care al rispetto degli avver­sari politici nel ten­ta­tivo di coni­u­gare social­ismo e lib­er­al­ismo: “Tutte le opin­ioni mer­i­tano di essere rispet­tate. La vio­lenza, l’insulto e l’intolleranza rap­p­re­sen­tano la negazione del social­ismo. Bisogna colti­vare il diritto a essere eretici. Il diritto all’eresia è il diritto al dis­senso. Non può esistere il social­ismo dove non esiste la libertà”.

Orsini rac­coglie e anal­izza brani, scritti, tes­ti­mo­ni­anze, che mostrano come quel vizio d’origine abbia influen­zato e con­dizion­ato la vita a sin­is­tra, e come l’eredità peg­giore della ped­a­gogia dell’intolleranza edi­fi­cata per un sec­olo dal Par­tito Comu­nista soprav­viva ancora. Nat­u­ral­mente, oggi, nel Pd erede del Pci, non c’è più trac­cia di quel mas­si­mal­ismo ver­boso e vio­lento, e anche il lin­guag­gio della Sel di Ven­dola è molto meno acceso.
Ma c’è invece, fuori dal Par­la­mento, una certa sin­is­tra che vive di dogmi. Sono i sopravvis­suti di un estrem­ismo mas­si­mal­ista che sostiene di avere la ver­ità unica tra le mani. Loro sono i seguaci dell’unica idea pos­si­bile di lib­ertà, tutto quello che dicono e pen­sano non può che essere il giusto. Amano Cuba e non rispon­dono dei cri­m­ini della dit­tatura cas­trista — mi è cap­i­tato di par­lare con per­sone dif­fi­denti verso Yoani Sánchez solo per­ché in questo momento rap­p­re­senta una voce crit­ica da Cuba — , non rispon­dono dei cri­m­ini di Hamas o Hezbol­lah, hanno in sim­pa­tia regimi fero­cis­simi solo per­ché anti­amer­i­cani, toller­ano le peg­giori bar­barie e si indig­nano per le con­trad­dizioni delle democra­zie. Per loro tutti gli altri sono ven­duti. Mai che li sfiori l’idea che essere mar­gin­ali e inascoltati nel loro caso non è sinon­imo di purezza, ma spesso sem­plice­mente man­canza di mer­ito.
Turati a tutto questo avrebbe paci­fi­ca­mente opposto il diritto a essere eretici, che Orsini ritiene essere il suo più impor­tante lasc­ito ped­a­gogico. Questo fon­da­men­tale diritto ha trovato la for­mu­lazione più alta nell’elogio di Satana, metafora estrema dell’amore per l’eresia e dell’odio per i roghi. Satana, provoca Turati, è il padre dei riformisti: “Non siamo asceti che temono i con­tatti della carne, siamo figli di Satana (…). Se domani viene da me il Re, il Papa, lo Scià di Per­sia, il Gran Khan della Tar­taria, il pres­i­dente di una repub­blica amer­i­cana, non per questo rin­un­cio alle mie idee. Non per questo tran­sigo o fac­cio atto d’omaggio, ma resto quello che sono, e cias­cuno di noi rimane quello che è”.

Ma l’odio per i riformisti, — spiega Orsini — è il pilas­tro della ped­a­gogia dell’intolleranza. Dal momento che i riformisti cer­cano di miglio­rare le con­dizioni di vita dei lavo­ra­tori qui e ora, sono per­cepiti da certi riv­o­luzionari come alleati dei cap­i­tal­isti. Questo libro dimostra come, nella cul­tura riv­o­luzionaria, il peg­gio­ra­mento delle con­dizioni di vita dei lavo­ra­tori sia un bene (come diceva Labri­ola) per­ché accresce l’odio con­tro il sis­tema e rilan­cia l’iniziativa riv­o­luzionaria: è il famiger­ato tanto peg­gio tanto meglio. I riformisti, invece, non cre­dono nella soci­età per­fetta, ma in una soci­età migliore che innalzi pro­gres­si­va­mente il liv­ello cul­tur­ale dei lavo­ra­tori e migliori le loro con­dizioni di vita anche attra­verso la parte­ci­pazione attiva alla ges­tione della cosa pub­blica. I riformisti — spie­gava Turati — sono real­isti e toller­anti. Real­isti per­ché cre­dono che non sia pos­si­bile costru­ire una soci­età in cui siano ban­diti per sem­pre i con­flitti. Toller­anti per­ché, rifi­u­tando il per­fet­tismo, si pon­gono al riparo dalla con­vinzione di avere avuto accesso alla ver­ità ultima sul sig­ni­fi­cato della sto­ria. Turati pagò a caro prezzo la sua duris­sima battaglia con­tro la ped­a­gogia dell’intolleranza. Quando morì in esilio, in con­dizioni di povertà, Palmiro Togli­atti scrisse un arti­colo su Lo Stato Operaio, in cui affermò che era stato “il più cor­rotto, il più spregev­ole, il più ripug­nante tra tutti gli uomini della sinistra”.

Con­siglio questo libro a chi si sente smar­rito a sin­is­tra. Potrebbe essere uno stru­mento di com­pren­sione e soprat­tutto, credo, di difesa. Difend­erebbe il gio­vane let­tore dai nemici del dial­ogo, dai fau­tori del liti­gio, dagli attac­cabrighe pronti a par­lare in nome della classe operaia, degli emar­ginati, degli “invis­i­bili”, dai paci­fisti tal­mente vio­lenti da usare la pace come stru­mento di aggres­sione per chi­unque la pensi diver­sa­mente. Turati aiuta a com­pren­dere quanta potenza ci sia nel riformismo, che molti con­sid­er­ano pen­siero debole, pavido, direb­bero persino sfi­gato. Il riformismo di cui parla Turati fa paura ai poteri, alle cor­po­razioni, alle caste, per­ché prova, cer­cando con­senso, ponen­dosi dubbi, ragio­nando e con­frontan­dosi, di risol­vere le con­trad­dizioni qui e ora. Coin­vol­gendo per­sone, non spaven­tan­dole o estromet­ten­dole per­ché “con­t­a­m­i­nate”. Non è un caso che i fascisti prima e brigatisti poi avessero in odio soprat­tutto i riformisti. Non è un caso che i fascisti temessero Mat­teotti che aveva denun­ci­ato brogli elet­torali. Non è un caso che i brigatisti temessero i giu­dici riformisti, i fun­zionari di Stato effi­ci­enti. Per­ché per loro i cor­rotti e i reazionari erano alleati che con­fer­ma­vano la loro idea di Stato da abbat­tere e non da migliorare.

Per Turati il marx­ismo non può essere con­sid­er­ato un “ricettario per­petuo” in cui trovare la soluzione a tutti i prob­lemi per­ché uno stesso prob­lema, come l’emancipazione dei lavo­ra­tori, può richiedere soluzioni dif­fer­enti in base ai con­testi, ai peri­odi storici e alle risorse disponi­bili in un dato momento. Meglio dif­fi­dare da col­oro che affer­mano di sapere tutto in anticipo; meglio “con­fes­sarci igno­ranti””. Turati era con­vinto che la prospet­tiva cul­tur­ale da cui guardiamo il mondo fosse deci­siva per lo sviluppo delle nos­tre azioni. Questa è la ragione per cui attribuiva la mas­sima impor­tanza al ruolo dell’educazione polit­ica: prima di trasfor­mare il mondo, occorre aprire la mente e con­frontarsi con i pro­pri pregiudizi. Le certezze assolute fiac­cano anche le intel­li­genze più acute: la ped­a­gogia della toller­anza è il primo passo per la costruzione di una soci­età migliore.