articolo del 27/5/2010

Ecco come i boss vincono al Superenalotto.

I capi delle orga­niz­zazioni crim­i­nali indi­vid­u­ano i vinci­tori. Li minac­ciano e poi li taglieg­giano. Ecco per­ché al Sud indov­inare la com­bi­nazione vin­cente può non essere una fortuna.

di Roberto Saviano

Un rice­vi­to­ria del Superenalotto

4 — 15 — 21 — 35 — 59 — 73. Questi numeri non vi diranno nulla. Vi faranno pen­sare di certo al Lotto anzi al Super­enalotto, ad una delle serie che quasi ognuno sogna di indov­inare. Sei numeri e tutto può esser mandato a quel paese, mutuo, deb­iti, lavoro. E via da qui. Per sem­pre. Questi sei numeri furono estratti il 17 gen­naio del 2008 facendo vin­cere più di 36 mil­ioni di euro a circa trenta per­sone di un paesino dell’avellinese, Ospedaletto d’Alpinolo, che ave­vano gio­cato il sis­tema giusto. Ma la for­tuna non rius­cirono a goder­sela per molto. Ogni vinci­tore fu cer­cato casa per casa , avvi­c­i­nato e costretto a ver­sare una fetta della vincita. Immediatamente.

A chiedere la per­centuale sulle vincite il clan Cava-Genovese di Quindici, sodal­izio crim­i­nale che da sem­pre comanda nell’avellinese su cantieri, rifiuti, negozio, polit­ica e ora anche sul Super­enalotto. Le orga­niz­zazioni crim­i­nali con­sid­er­ano a loro dis­po­sizione il ter­ri­to­rio: case, imp­rese, risorse, e anche la vita delle per­sone. Se arrivano sul ter­ri­to­rio ben 36milioni di euro devono essere rin­trac­ciati e i pos­ses­sori devono ver­sare la loro quota. È legge. Una per­centuale deve andare al clan per essere dis­tribuita tra tutti gli affil­iati in carcere che nella log­ica camor­rista stanno patendo per tutti. E quindi devono avere la fetta legittima.

Il clan quando decide di cer­care i vinci­tori non ha certezza dei nomi. I trenta si nascon­dono, non danno nell’occhio, non fes­teggiano. Lo fanno per difend­ersi dalle richi­este, dalle invi­die non pen­sano di rischiare di perdere addirit­tura una parte della vincita. Ma il paesino è minus­colo e lenta­mente emer­gono le prime riv­e­lazioni. Ad aver gio­cato i sei numeri sono trenta sis­temisti. Con “sis­temista” si intende un gio­ca­tore che ha com­prato una quota assieme ad altri per gio­care diversi numeri, appunto un sis­tema. Chi ha un sis­tema di numeri da gio­care spesso cerca altri gio­ca­tori per­ché non ha tutti i soldi per poter gio­care. E quindi gira spesso per con­vin­cere altri a parte­ci­pare all’impresa. È lì che il clan si muove. Inizia a indi­vid­uare i “sis­temisti” che cer­ca­vano di coin­vol­gere loro amici e par­enti. E da loro arriva all’intero gruppo.

L’indagine coor­di­nata dai pm Rosario Can­telmo e Francesco Soviero della Direzione dis­tret­tuale Anti­mafia di Napoli ha riscon­trato che c’è un vinci­tore che avrebbe ver­sato 40mila euro, gli altri ancora non si sa quanto sono stati costretti a pagare e se lo hanno fatto. I mag­is­trati sono rius­citi ad ottenere questo risul­tato gra­zie alle inter­cettazioni tele­foniche. Richi­este inso­lite che veni­vano fatte dagli apparte­nenti alle orga­niz­zazioni mostra­vano agli inquirenti che sta­vano orga­niz­zando un busi­ness insolito. Che poi si è scop­erto essere il Super­enalotto. È inter­es­sante vedere che questa estor­sione è stata con­sid­er­ata il pas­sag­gio alla matu­rità del figlio del boss Mod­es­tino Gen­ovese: infatti Marco Anto­nio Gen­ovese, legit­timo erede del gruppo, essendo minorenne e senza espe­rienza era stato affidato da suo padre ad un tutor che avrebbe dovuto accom­pa­g­narlo nella matu­rità di boss, Mario Matarazzo, 32 anni, anche lui arrestato. Le orga­niz­zazioni usano moltissimo il flusso di danaro dei vari giochi, Super­enalotto, Lotto, Gratta e Vinci. Per loro è un modo per poter gius­ti­fi­care guadagni ille­gali in caso di accer­ta­menti fis­cali o in caso di indagini.

Super­enalotto

Anche la ‘ndrangheta si occupò di Super­enalotto. Anche la ‘ndrangheta mise su un gruppo di uomini che dove­vano cer­care il bigli­etto vin­cente. Nel 2003 a Gioiosa Jon­ica il clan della zona con­vinse il tito­lare di una vincita da 5+1 dell’importo di otto mil­ioni di euro a vendere la rice­vuta della vincita. Il boss che aveva architet­tato la com­praven­dita del tagliando vin­cente era Nicola Lucà, sec­ondo gli inquirenti a capo di un clan spe­cial­iz­zato nell’importazione di cocaina dalla Colom­bia. La scheda vin­cente avrebbe con­sen­tito di gius­ti­fi­care la prove­nienza di otto mil­ioni di euro e la suc­ces­siva uti­liz­zazione di quel denaro. Questa vicenda è emersa dall’operazione “Decollo” della Procura dis­tret­tuale anti­mafia di Catan­zaro che ha por­tato tra l’altro alla con­fisca di beni per oltre venti mil­ioni di euro e al seque­stro di cinque ton­nel­late di cocaina in Spagna, Ger­ma­nia, Fran­cia, Colom­bia, Stati Uniti, Aus­tralia e Venezuela, per un val­ore di un mil­iardo e mezzo di euro.

Gli inquirenti stanno lavo­rando molto sulle piste del rici­clag­gio attra­verso il gioco. Esistereb­bero vere e pro­prie orga­niz­zazioni volute da alcuni clan della camorra e della ‘ndrangheta che ricer­cano non solo nei paesi dove coman­dano mil­i­tar­mente ma sull’intero ter­ri­to­rio nazionale. La camorra usava, per pagare i suoi pusher, rice­vute vin­centi di con­corsi della Sisal e del Bingo. Uno dei motivi, questo, per cui molti boss inve­stono acquis­tano punti Snai e com­prano sale Bingo. Il clan si acca­parrava le vincite legali avvic­i­nando le per­sone che vince­vano al Lotto al Bingo e ogni tipo di scommessa sportiva. Poi una volta com­prata la scheda vin­cente la davano ai pusher che in questo modo anda­vano a riti­rare il loro com­penso diret­ta­mente in banca. Un sis­tema scop­erto dai cara­binieri di Casoria.

Le orga­niz­zazioni crim­i­nali cam­pane hanno addirit­tura assi­cu­rato in diversi ter­ri­tori che chi vince al Lotto e al Gratta e Vinci, con­seg­nando il tagliando alle orga­niz­zazioni, può avere un aumento del pre­mio. Se vinci 25mila euro e vendi il bigli­etto alla camorra ne ricev­erai 30mila. Su qual­si­asi vincita. Le orga­niz­zazioni cer­cano anche di sos­ti­tuirsi spesso allo Stato nell’organizzare il gioco. Lo fanno da sec­oli, dal lotto clan­des­tino sino allo zecchinetto e alle bis­che. Ma in questo caso la novità è che usano i per­corso del gioco legale. Il mer­cato del Gratta e Vinci è il più ambito. Se ne ven­dono a migli­aia in ogni tabac­cheria e cen­tro com­mer­ciale. Vinci, e se la cifra è abbas­tanza grossa, provi ad andare dai ref­er­enti del clan. Che pagano subito, anche prima dello Stato e di più.

Ma i clan, vedendo il mer­cato così florido, hanno ten­tato di costru­ire un loro Gratta e Vinci. Hanno cer­cato di invadere di Gratta e Vinci di loro pro­duzione pro­pria l’intera Cam­pa­nia. Mec­ca­n­ismo scop­erto per puro caso dalla Guardia di Finanza. Per elud­ere la nor­ma­tiva pre­vista per le lot­terie istan­ta­nee, pre­rog­a­tiva esclu­siva dello Stato, ave­vano alle­gato ai Gratta e Vinci anche delle car­to­line, il cui acquisto ser­viva a mascher­are la ven­dita fit­tizia dei tagliandi. I nomi di queste car­to­line ave­vano scelto anche una grafica e nomi che ripren­de­vano trasmis­sioni o pub­blic­ità: “Vot’Antonio”, “Vinci”, “Scuola Guida”, “Che tempo fa”, “Cir­cus”, “Avanti Tutta”, “Chissa se”. E l’organizzazione aveva piani­fi­cato tutto nei min­imi det­tagli. Aveva anche fatto comu­ni­cazione al Min­is­tero delle Attiv­ità Pro­dut­tive, scor­ci­a­toia per dare una forma legale all’iniziativa.

Un finanziere per puro caso si è trovato uno di questi bigli­etti. Gli è sem­brato non conoscere questo tipo di tagliando e ha iniziato l’investigazione. L’organizzazione aveva fatto stam­pare e dis­tribuire sul ter­ri­to­rio nazionale, più di quat­tro mil­ioni di tagliandi, sim­ili ai Gratta e Vinci. La pro­duzione era affi­data a due soci­età, una con sede a Casal­n­uovo, l’altra con sede a Roma. I tagliandi veni­vano dis­tribuiti da due soci­età oper­anti a Cardito e Cassino. Il mec­ca­n­ismo stu­di­ato dall’organizzazione faceva leva anche su accu­rate politiche di ven­dita. Per non avve­lenare il mer­cato l’organizzazione decideva i tempi dell’immissione dei tagliandi. Tempi che dove­vano essere rispet­tati dai pro­cac­cia­tori, almeno un’ottantina e tutti gestiti dall’organizzazione. Ave­vano il com­pito di vendere i Gratta e Vinci a tito­lari di bar, pas­tic­cerie e tabac­chini e per incen­ti­vare la dis­tribuzione veniva promesso ai riven­di­tori un guadagno di 40 cen­tes­imi per ogni tagliando ven­duto, il cui costo vari­ava da 1 a 1,5 euro. In realtà da questi Gratta e Vinci solo un paio di per­sone avreb­bero vinto 500 euro. Per il resto le vincite erano lim­i­tate a importi di 5, 10, 20, 40 e 250 euro anche se sui tagliandi veniva indi­cata la pos­si­bil­ità di vin­cere una somma tra i sei e i diec­im­ila euro.

Oggi il ris­chio è che gio­ca­tori e vinci­tori si ritro­vino a rien­trare nel busi­ness della crim­i­nal­ità orga­niz­zata, che siano tutti parte di un gioco che va ben oltre i numeri e le vincite. Tor­nano alla mente i vec­chi pro­cessi, quelli che ti rac­con­ta­vano i vec­chi fuori ai bar e il solito dial­ogo tra giu­dice e boss: “Signor giu­dice voi mi accusate per i soldi che ho guadag­nato, ma chi gioca non vince e noi camor­risti invece giochi­amo sem­pre. E quindi vinciamo”.

©2010 Roberto Saviano/ Agen­zia Santachiara