Da “SUD” n°3: Il mestiere dei soldi.

di Roberto Saviano

– Ma che mestiere è questo? Non è un mestiere! È una fol­lia, un crim­ine, un delirio.

Mio cug­ino mi fis­sava come per invogliarmi a dare qualche risposta. Sen­sata. O quan­tomeno sper­ava volessi smen­tire quello che gli avevo detto qualche min­uto prima. Io con­tin­u­avo a tenere ser­rate le labbra.

– Non puoi dire davvero. Ma cosa fai? Ma tu sei un lau­re­ato puoi fare di tutto, ma vera­mente hai fatto questa richi­esta? Ma tu ci rovini? E poi non potevi prima chie­dermi una mano? Mag­ari pote­vamo sem­pre riv­ol­gerci a loro ma almeno in modo dif­fer­ente… qualche favore… ma non pro­prio così…

Ormai avevo deciso. Ero stanco di lavo­rare otto ore al giorno a due­cen­tocinquanta euro al mese per la Fon­dazione Pre­mio Bacoli, a tele­fonare tutto il giorno a scrit­tori che si deg­na­vano di venire solo se in cam­bio gli si dava qual­cosa, dieci euro, una mon­eta, una festa, una moz­zarella oppure star lì ad orga­niz­zare un con­vegno sulla ‘Social­ità medi­at­ica del sud’ a cui parte­ci­pa­vano soltanto pen­sion­ati addor­men­tati e pro­fes­soresse annoiate. Avevo deciso di notte. Ero sobrio, ner­voso come sem­pre ma abbas­tanza tran­quillo. Ero con­vinto: mi metto a fare il camor­rista. Massì. M’ammazzano, meglio così. Non più mia madre che m’obbliga a inviare cur­ricu­lum alle aziende, non più mio fratello che si lamenta che gli tolgo il danaro dalle tasche. Eroandato a corso Umberto, a Casale. Mi ero pre­sen­tato da Rafilotto. Mi conosce da sem­pre, conosce mio padre, conosce tutti e gli ho chiesto di affiliarmi.

– Non voglio finire a fare il ragion­iere. Voglio iniziare da dove iniziano tutti. Come tutti!

Rafilotto non sapeva cosa dirmi. Fece portare dalla moglie un limon­cello, prima ci fece ver­sare due bic­chieri, poi chiese l’intera bot­tiglia. Ero un ragazzo del paese, avevo buoni titoli non poteva dirmi di no, non poteva negarmi l’affiliazione ma non poteva neanche a cuor leg­gero farmi entrare nei ranghi militari.

– Allora, guagliò, dico subito che se ti prendo inizi a dare una mano. Mi accom­pa­gni in giro, fai delle com­mis­sioni, poi crescendo puoi andare in giro a con­trol­lare i camion, vedere se sono quelli nos­tri, insomma puoi fare lo spec­chi­et­tista. Poi se ti piace puoi diventare mio autista e dopo vabbè… dopo puoi diventare se sei fedele e capace capoter­ri­to­rio, capo­zona… poi si vedrà. Ma bisogna fati­care assai. Non ti pen­sare di non far niente…

Rafilotto iniziò a snoc­ci­o­larmi l’intero organ­i­gramma del clan con stipendi e man­sioni. Uno spec­chi­et­tista prende sei­cento euro al mese e deve con­tin­u­a­mente con­trol­lare in auto o in moto le strade, avver­tire della pre­senza delle volanti, di nemici, di infil­trati. Un autista ne prende otto­cento e sta sem­pre dietro al boss, una sorta di guardia del corpo. Gli spac­cia­tori ormai non li affil­iano più. Ven­gono assol­dati a cot­timo senza entrare nei clan e sono gestiti da un capoter­ri­to­rio che prende otto­cento euro al mese e se qualche spac­cia­tore sgarra, non paga, non lavora, parla con i cara­binieri, è lui che deve punirlo e deve decidere che tipo di punizione inflig­gere, una mazz­i­ata o la morte. Il capoter­ri­to­rio è un mestiere davvero di merda. Un affil­iato sta­bile capace di ‘portare imbas­ci­ate’, dis­cutere sul racket, imporre i for­n­i­tori, insomma orga­niz­zare il potere eco­nom­ico ma anche capace di uccidere prende un salario fisso di mille euro. Per ogni omi­cidio un camor­rista riceve oltre il suo stipen­dio un inden­nizzo di circa 2.500 euro. Se l’omicidio mette a ris­chio la sua per­sona ovvero polizia e cara­binieri potreb­bero averlo indi­vid­u­ato, cosa rara, il clan lo manda all’estero o al nord Italia per circa un mese. Per farlo stare tranquillo.

I prezzi mi sem­bra­vano da fame. Ero vis­suto nell’idiota certezza che quello della camorra fosse un mondo dal danaro infinito, dai ponti d’oro e mac­chine di lusso. Non mi sbagli­avo a quanto vedevo però i sol­dati della camorra lavo­ra­vano medi­a­mente dieci, dod­ici ore al giorno per uno stipen­dio che pote­vano rag­giun­gere lavo­rando come uscieri in qual­si­asi banca di Milano. Rimasi ester­refatto. Rafilotto continuava:

– A Napoli è pure peg­gio. Lì affil­iano i ragazz­ini, quelli di dod­ici anni, e gli danno tre­cento euro. Così hanno tutte le zone cop­erte e non spendono niente!

Ci demmo una stretta di mano, promisi che mi sarei fatto vedere, il boss era con­tento di avermi in qualche modo assunto anche se non si spie­gava per­ché non avevo fatto come tutti i lau­re­ati… riv­ol­germi agli impren­di­tori, ai politici, agli avvo­cati del clan per lavo­rare in azienda negli uffici, nelle sedi politiche. Non volevo.

Mio cug­ino, lau­re­ato in Scienze Politiche, lui sì che era stato furbo. Lavo­rava con Dante Pas­sarello il mag­nate dello zuc­chero merid­ionale. Era stato assunto come tutti in paese. Era felice del lavoro che faceva. Qualche giorno fa men­tre passeg­giavo mi chiama sul cel­lu­lare e mi dice: «Robbè Pas­sarello è morto».

Il mag­nate a cui la DIA aveva seques­trato oltre due­cento mil­ioni di euro era caduto dalla ter­razza di casa sua. Qual­cuno dice spinto da una conosciutis­sima mano anon­ima. Qualcun’altro parla di fatal­ità. Ai funer­ali non volli man­care. La chiesa era gremita, le strade tracima­vano di teste. All’entrata della chiesa di San Nicola sulla destra c’erano Rafilotto, Nas’e cane, Cic­cio, Bion­dano, Caturiello, som­mare i loro omi­cidi avrebbe sig­ni­fi­cato tirare giù un bol­let­tino di guerra. Ave­vano una bella auto certo. Una casa con­fortev­ole. Stipendi tra i mille e i duemila euro. Qual­cuno già era sceso a sei­cento e aveva ven­duto la casa vivendo in affitto. Ave­vano decine di anni di carcere sulle spalle e qual­cuno venendo al funerale sapeva di esporsi a un arresto. Sull’entrata sin­is­tra della chiesa però, dall’altra parte, c’erano gli avvo­cati, i politici, gli impren­di­tori. Bal­dovino avvo­cato dei casalesi pren­deva oltre quar­anta mil­ioni di euro l’anno per orga­niz­zare l’equipe che difende il clan. C’era Petrarco Berretto, il costrut­tore che gra­zie alla camorra aveva costru­ito mezzo litorale dom­izio ed ora costru­iva palazzi a Caserta. E poi Nicola Lom­er­i­cano il politico e impren­di­tore che riceveva dai clan migli­aia di voti capaci di farlo assurg­ere a par­la­mentare ed a diri­gente del suo par­tito. Nes­suno aveva mai fatto un giorno di carcere, in nes­sun doc­u­mento ci si riv­ol­geva a loro come crim­i­nali. Fis­sai le due parti per lungo tempo. Entrai in chiesa. Lì sui primi scranni mio cug­ino piangeva e con lui Mirko il mio com­pagno di banco al liceo ed anche la sua ragazza Simona di Comu­nione e Lib­er­azione, e mio padre. Tutti dipen­denti del mag­nate defunto. Eggià il mestiere dei soldi non l’ho capito e credo non l’abbiano capito neanche i sol­dati della camorra. Meglio andare. Alla stazione di Albanova c’era l’ultimo treno per Aversa. Da lì qual­cuno che va lon­tano ci sarà.

Da SUD. Riv­ista di cul­tura, arte e let­ter­atura, n°. 3, dicem­bre 2004. LIBRERIA DANTE & DECARTES, Napoli (dis­tribuzione: librerie Feltrinelli)