articolo del 25/03/10

Così le parole cambiano il mondo.

di Roberto Saviano
Spesso mi si chiede come sia pos­si­bile che delle parole pos­sano met­tere in crisi orga­niz­zazioni crim­i­nali potenti, capaci di con­tare su centi­naia di uomini armati e su cap­i­tali forti. E come è pos­si­bile — questa domanda mi viene ripetuta spes­sis­simo, soprat­tutto all’estero — che uno scrit­tore possa met­tere in crisi orga­niz­zazioni capaci di fat­turare mil­iardi di euro l’anno e di dom­inare ter­ri­tori vastissimi?

È com­pli­cato dare una sola risposta e, in ver­ità, l’unica risposta che mi viene in mente, la più plau­si­bile è che sia pro­prio la dif­fu­sione della parola a met­tere paura. Non è lo scrit­tore, l’autore, non è neanche il libro in sé, né la parola da sola, che riesce ad accen­dere riflet­tori e per questo a met­tere paura. Quello che real­mente spaventa è che si possa venire a conoscenza di deter­mi­nati eventi e, soprat­tutto, che si pos­sano final­mente intravedere i mec­ca­n­ismi che li hanno provo­cati. Quel che spaventa è che qual­cuno possa d’improvviso avere la pos­si­bil­ità di capire come vanno le cose. Avere gli stru­menti che svelino quel che sta dietro. E soprat­tutto avere la pos­si­bil­ità di per­cepire deter­mi­nate sto­rie come le pro­prie sto­rie. Non più come sto­rie lon­tane, non più come vicende geografi­ca­mente dis­tanti, ma come facenti parte della pro­pria vita. Allora ciò che più temono le orga­niz­zazioni crim­i­nali non è soltanto la luce con­tinua che gli viene posta addosso, ma soprat­tutto che migli­aia, forse mil­ioni di per­sone in Italia e nel mondo, pos­sano sen­tire le loro vicende e il loro des­tino come qual­cosa che riguarda tutti.

Qual­cuno può credere che questa sia una visione troppo medi­at­ica e quindi dis­tante dalla realtà. Ma non è così. Molti episodi dimostrano che l’attenzione, anche degli intel­let­tuali e degli artisti, data alle orga­niz­zazioni crim­i­nali e a quello che accade intorno a loro ha real­mente cam­bi­ato le cose e il des­tino di molte per­sone. La sto­ria di Giuseppe Impas­tato, gior­nal­ista ucciso a Cin­isi in Sicilia nel 1978, ne è un esem­pio. Quando Impas­tato fu ucciso, l’opinione pub­blica venne incon­sapevol­mente con­dizion­ata dalle dichiarazioni che proveni­vano da Cosa Nos­tra. Che si fosse sui­cidato in una sot­tospecie di atten­tato kamikaze per far saltare in aria un bina­rio. Questa era la ver­sione uffi­ciale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi, dopo più di vent’anni, esce un film, I cento passi, che non solo recu­pera la memo­ria di Giuseppe Impas­tato — ormai con­ser­vata solo dai pochi amici, dal fratello, dalla mamma — ma, addirit­tura, la rende a tutti, come un dono. Un dono allo stato di diritto e alla gius­tizia. Questa memo­ria recu­per­ata arriva a far riaprire un processo che si chi­ud­erà con la con­danna di Tano Badala­menti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dig­nità stor­ica a un ragazzo che invece era stato rubri­cato come una specie di matto sui­cida, un terrorista.

È suc­cesso per molte per­sone. Pippo Fava, gior­nal­ista de I Sicil­iani, una riv­ista che stava dando molto fas­tidio a Cosa Nos­tra, viene ucciso men­tre sta andando a pren­dere la nipotina a teatro. Gli sparano in testa, lo sfre­giano. Gli omi­cidi delle orga­niz­zazioni crim­i­nali hanno sem­pre una sin­tassi sim­bol­ica. Sparare in fac­cia, per esem­pio, ha un sig­ni­fi­cato diverso rispetto a sparare al petto. A Pippo Fava lo sfre­giano, gli sparano alla nuca e pochissime ore dopo iniziano a dif­fondere la notizia, che poi diven­terà la ver­sione uffi­ciale nella soci­età civile catanese — o forse bisognerebbe definirla incivile — che era stato ucciso per­ché “puppo”, ovvero omoses­suale, come dicono in Sicilia. Per­ché aveva messo le mani addosso a dei ragazz­ini fuori dalla scuola. Si erano inven­tati questa balla per dele­git­ti­marlo, per sus­citare fas­tidio al solo pro­nun­ciare il suo nome. Per sus­citare quella sen­sazione di dif­fi­denza nelle per­sone, che trova ter­reno fer­tile in sim­ili circostanze.

Chi­unque si occupi di mafie sente questa melma intorno a sé: la melma della dif­fi­denza. Io ci con­vivo da anni; dal primo giorno. Va di pari passo con la mia quo­tid­i­an­ità sen­tire dif­fi­denza, soprat­tutto quella degli addetti ai lavori, infas­tiditi spesso per il solo fatto che sei arrivato a molte per­sone. Questo, soprat­tutto, a intel­let­tuali e gior­nal­isti non torna. “Come mai sei arrivato a tante per­sone?” In un Paese dove chi arriva a tanti spesso è sceso a patti con qualche potere o ha scelto di com­pro­met­tere le pro­prie parole. “Dove hai tra­dito? Dove ti sei ven­duto? Con chi ti sei alleato?”. Il cin­ismo degli addetti ai lavori è sem­pre questo: arrivare a un pub­blico vasto di let­tori, di ascolta­tori, di osser­va­tori, sig­nifica tutto som­mato accettare i cod­ici più bassi, più biechi della comunicazione.

La parola con­tro la camorra

Ebbene, le orga­niz­zazioni crim­i­nali non sono tanto diverse nel val­utare e nel dele­git­ti­mare i pro­pri nemici. Le orga­niz­zazioni crim­i­nali hanno neces­sità di portare avanti un assioma: chi è con­tro di noi lo fa per inter­esse per­son­ale. Chi è con­tro di noi sta diffamando il ter­ri­to­rio, per­ché noi non esis­ti­amo come loro ci rac­con­tano. Chi è con­tro di noi è pagato da qual­cuno per essere con­tro di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo car­ri­era per­son­ale su di noi.

Le parole, quando arrivano a molte per­sone, quando rac­con­tano di certi poteri, diven­tano assai peri­colose. Assai peri­colose per­ché il ris­chio è che a difend­erle debba essere il tuo corpo, il tuo sangue, la tua stessa carne. È suc­cesso a moltissimi scrit­tori, a moltissimi gior­nal­isti. L’Italia ha una carat­ter­is­tica che in genere, quando rac­con­tano di noi, non viene ripor­tata: l’Italia è un Paese cat­tivo. Molto cat­tivo. Per­ché è un Paese dove è dif­fi­cile real­iz­zarsi, dove il diritto sem­bra un privilegio.

La sto­ria dell’antimafia spesso è una sto­ria di enormi cat­tiverie e quando me ne rendo conto non riesco a capire come sia pos­si­bile, di fronte a delle vicende tragiche e tutto som­mato chiare. La morte di don Peppe Diana, per esem­pio. La morte di un uomo, un ragazzo, ammaz­zato poco più che trentenne, sul cui conto, per anni, si è detto di tutto. Che fosse stato ucciso per pre­sunte relazioni con delle donne, che avesse col­lab­o­rato con un clan. Che era morto per­ché anche lui col­luso e non per­ché aveva scritto un doc­u­mento, Per amore del mio popolo non tac­erò, che aveva dato molto fas­tidio ai poteri crim­i­nali. In quel doc­u­mento, don Diana, seg­nalava la strada che avrebbe seguito in quanto prete di Casal di Principe. Lì dichiar­ava quale fosse il com­pito di un prete in quelle terre, cioè rac­con­tare, denun­ciare e, appunto, non tacere.

La morte, così, diventa la garanzia che ciò che hai detto e fatto è vero, o quan­tomeno che ci hai cre­duto sino in fondo. Questo mio è un ragion­a­mento dif­fi­cile da capire e mi rendo conto che chiedo uno sforzo enorme a chi mi sta leggendo. Però è uno sforzo che vale la pena fare per capire come fun­zioni il mec­ca­n­ismo della parola. Anna Politkovskaja, scrit­trice e gior­nal­ista russa, viene uccisa e il giorno stesso della sua ese­cuzione il mar­ito dichiara di provare, oltre a un pro­fondo dolore, anche un sen­ti­mento di seren­ità, quasi di sol­lievo. Stupisce tutti. Per­ché seren­ità? Per­ché sol­lievo? Com’è pos­si­bile? “Per­ché so”, spiega lui “che almeno con la morte non potrà più essere diffamata”. Pochi giorni prima che Anna morisse, ave­vano ten­tato di seques­trarla, per nar­co­tiz­zarla e farle delle foto erotiche da dif­fondere sui gior­nali di gos­sip. Di fronte a una dele­git­ti­mazione del genere puoi invo­care solo la morte. Chi lavora con le parole, con le parole che spaven­tano certi poteri, sa benis­simo che quegli stessi poteri non pos­sono con­sen­tire che tu abbia con­tem­po­ranea­mente autorev­olezza e vita. O l’una o l’altra. Se hai la vita non hai l’autorevolezza, se hai l’autorevolezza non hai la vita.

Tan­tis­simi scrit­tori e mag­is­trati si sono trovati nella neces­sità di dover scegliere. Io stesso ho avuto a che fare, in questi anni, con molti mag­is­trati che hanno affrontato la paura, il ter­rore di dover morire ma ancor più di essere dele­git­ti­mati. Come si può sal­vare la parola da questa ter­ri­bile doppia con­danna? Facendo sì che non appartenga più a una sin­gola per­sona. La parola, se smette di essere mia, di altri dieci, di altri quindici, di altri venti e diventa di migli­aia di per­sone, non si può più dele­git­ti­mare, per­ché anche se si dele­git­tima me quelle parole sono già diven­tate di altri. E se anche si dovesse elim­inare fisi­ca­mente la per­sona che per prima le ha pro­nun­ci­ate, sarebbe comunque troppo tardi.

So bene che si rischia di essere tac­ciati di ecces­sivo roman­ti­cismo se si pro­nun­ciano espres­sioni come “parola usata da molti”, “parola con­tro il potere”. Ma sono con­vinto che far diventare conc­reta una parola sig­ni­fichi innanz­i­tutto con­sen­tirle una piena real­iz­zazione nel quo­tid­i­ano. E affinché la parola diventi real­mente effi­cace con­tro le mafie non deve con­cedere tregua. Il grande sogno che hanno alcuni scrit­tori è quello che le loro parole pos­sano mutare la realtà, che le loro parole, mag­ari nel tempo, pos­sano effet­ti­va­mente ind­i­riz­zare il per­corso umano verso nuove strade. Certo mi rendo conto che nes­suno può iso­lare il momento esatto in cui Dos­to­evskij o Tol­stoj hanno mod­i­fi­cato, ind­i­riz­zato o sem­plice­mente sug­ges­tion­ato il pen­siero umano. Non è che un mese dopo l’uscita dei loro scritti qual­cosa imme­di­ata­mente sia cam­bi­ato. Nes­suno può dire quale sia il peso reale della Meta­mor­fosi di Kafka oppure delle parole di Ovidio. Nes­suno può dire quanto abbiano reso migliori o peg­giori o indif­fer­enti gli esseri umani.

Ma chi ha la pos­si­bil­ità e lo strano e dram­matico priv­i­le­gio di vedere le pro­prie parole agire nella realtà, quando ancora è in vita, quando ancora il suo libro è caldo, allora questo scrit­tore può accorg­ersi di quanto effet­ti­va­mente il peso speci­fico delle sue parole stia entrando nella quo­tid­i­an­ità, con­tribuendo a mod­i­fi­care i com­por­ta­menti delle per­sone. Quando questo accade ti rendi conto che il potere reale che hanno le parole è davvero infinito, ancor di più per­ché è un potere anar­chico. Un potere che si basa sulla con­di­vi­sione e sulla per­sua­sione non è più un potere e la parola, quando viene accolta, non sus­cita più dif­fi­denza e paura. E quando questo accade, sig­nifica che qual­cosa sta cam­biando, che qual­cosa è già cam­bi­ato, che nes­suno può più per­me­t­tersi di igno­rare certi argo­menti, di relazionarsi a certi ter­ri­tori e a certe logiche.

Io vengo da una terra com­pli­cata dove ogni cosa è gestita dai poteri crim­i­nali. Tutto è a loro sot­to­posto e tutto è loro espres­sione, dalla ses­su­al­ità alla cronaca locale. Ed è pro­prio par­tendo dalla cronaca locale che ho voluto rac­con­tare il mio ter­ri­to­rio per mostrare che esiste un modo di rac­con­tare giorno per giorno la cronaca, nelle edi­cole, sui gior­nali che poi arriver­anno nei bar, che cir­col­er­anno nelle salumerie, dai bar­bi­eri, che aderisce com­ple­ta­mente al lin­guag­gio e alle logiche delle orga­niz­zazioni criminali.

Si dirà che sono gior­nali che hanno tira­ture molto basse e dif­fu­sione lim­i­tata a quelle zone. Ma è esat­ta­mente in quelle zone che loro devono cir­co­lare. È lì che devono comu­ni­care, costru­ire opin­ioni e far aderire il let­tore alle logiche di camorra. È lì che deve essere con­sid­er­ato nor­male che un pen­tito venga definito infame. Che chi muore com­bat­tendo le orga­niz­zazioni crim­i­nali venga imme­di­ata­mente ripor­tato alla sua dimen­sione mediocre di uomo come tutti.

Per­ché chi si oppone — sec­ondo la loro ottica — non si sta oppo­nendo al sis­tema di cose, si sta oppo­nendo per­ché vuole guadagnare di più, per­ché vuole spazio mag­giore. Si è pen­tito per­ché non è diven­tato capo. Ci sta denun­ciando per­ché non l’abbiamo fatto guadagnare, per­ché vuole pren­dere il nos­tro posto. Ne sta scrivendo per­ché non ha il fegato o le capac­ità per diventare uno di noi e allora fa l’anticamorrista.

L’elemento fon­da­men­tale per questi poteri è dimostrare che tutti abbi­amo vizi, tutti siamo sporchi, tutti seguiamo due cose: il potere, e dunque fama e denaro, e le donne. O gli uomini, nat­u­ral­mente. Seg­nalare che si possa non essere santi o eroi, ma uomini diversi, con tutte le con­trad­dizioni del caso, questo, invece, dà fas­tidio, mette paura, per­ché sarebbe come ammet­tere che si può cam­biare anche senza dover com­pro­met­tere la pro­pria vita o dover rag­giun­gere chissà quali gradi di per­fezione o sac­ri­fi­cio. Che non si può essere, non si deve essere soltanto marci, soltanto dis­posti ad accettare il compromesso.

Molti chiedono a chi si pone con­tro le orga­niz­zazioni crim­i­nali per­ché lo fac­cia. C’è un cor­ri­dore, un atleta, un record­man dei cento metri, a cui hanno chiesto una volta per­ché avesse deciso di cor­rere. E la sua risposta è la risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede per­ché mi occupi di certi temi e per­ché con­tinui a vivere questa vita infer­nale. A questo cor­ri­dore chiesero: “Ma per­ché corri?” E lui rispose: “Per­ché io corro? … per­ché tu ti sei fermato?”.

Anche a me piace rispon­dere così. Quando mi chiedono per­ché rac­conto, rispondo sem­plice­mente: “… e per­ché tu non racconti?”.

©2010 Roberto Saviano/Agenzia Santachiara