Conferimento del Premio Fratelli Scholl 2009: 
discorso di ringraziamento.

Essere pre­mi­ato non è una sem­plice lusinga è qual­cosa di più e spero di rius­cire, attra­verso le mie parole, a spie­gare ciò che sig­nifica per me, oggi, rice­vere il pre­mio ded­i­cato ai fratelli Scholl.
Forse più elo­quenti delle parole sono le sen­sazioni che il mio corpo ha provato quando mi hanno comu­ni­cato che quest’anno ave­vano deciso di asseg­narlo a me.
Spesso, quando vinco un pre­mio o ricevo un invito, prima che mi arrivi comu­ni­cazione uffi­ciale, mi giun­gono voci, com­pli­menti di amici e conoscenti che cap­tano frasi, cenni. “Sai, pare ti vogliano invitare…” “Com­pli­menti, bella sod­dis­fazione, pare tu abbia vinto…” Io mi sento fras­tor­nato, per­ché le notizie mi arrivano lenta­mente, sem­pre incom­plete, sot­ter­ra­nee. Rag­giungermi non è sem­plice, cam­bio spesso dimora e numero di tele­fono e anche le per­sone più vicine a me fanno fat­ica a rin­trac­cia­rmi. Eppure questa che vivo con­tinuo a non sen­tirla la mia vita, con­tinuo a stupirmi – e questo mi fa sor­rid­ere – quando per comu­ni­carmi che ho vinto uno dei premi più pres­ti­giosi della mia car­riere mi si scrive: “Caro dot­tor Saviano, ho cer­cato più volte di rag­giungerla tele­foni­ca­mente, ma purtroppo senza risultato”.
Poi leggo: “La città di Monaco e l’associazione libraria della Baviera hanno deciso di asseg­narle, per l’anno 2009, il pre­mio ded­i­cato ai fratelli Scholl”. Ricevo un pre­mio per Il con­trario della morte: una sto­ria sem­plice, la sto­ria di quanto sia dif­fi­cile vivere al sud Italia e di quanto sia dif­fi­cile in quelle terre – nelle mie terre – fare una scelta di legal­ità. Spesso non ci sono alter­na­tive: o emi­gri al nord o ti arruoli. E il grande assente del Con­trario della morte è un gio­vane uomo, un uomo come tanti, come troppi, che decide di arruo­larsi e parte per l’ultima guerra che coin­volge il sud Italia. “Ultima guerra” al Sud del mio Paese, non è la Sec­onda guerra mon­di­ale, ma la guerra dei Bal­cani, quella in Afgan­istan, quella in Iraq. Il pro­tag­o­nista del Con­trario della morte, un uomo del Sud, come la mag­gior parte dei caduti ital­iani nelle mis­sioni all’estero, nella sua ultima guerra perderà la vita, las­ciando a casa una moglie bam­bina. E mi piace ricor­dare che, in una terra che si dec­lina attra­verso sto­rie di cor­ag­gio e sof­ferenza, il con­trario della morte non è la vita ma l’amore. Quell’amore che ti impone di non dimen­ti­care chi non c’è più, quell’amore per la vita che ti fa andare lon­tano, in paesi che nem­meno sai dove siano e i cui nomi non sai pro­nun­ciare. Quell’amore per un futuro dig­ni­toso che ti fa sem­brare più accetta­bile l’idea di morire se sull’altro piatto della bilan­cia, nel migliore dei casi, non c’è niente.

Mi si dice che con il pre­mio ded­i­cato ai fratelli Scholl ogni anno viene pre­mi­ato un libro che ricorda il las­ci­ato spir­i­tuale di Hans e Sophie Scholl che, poco più che ven­tenni, si sono opposti al regine nazista e sono stati gius­tiziati, per il loro cor­ag­gio civile. Decap­i­tati a Monaco dalla Gestapo: mi ven­gono i bri­v­idi. Mi si dice che il pre­mio vuole pro­muo­vere la lib­ertà di pen­siero, il senso di respon­s­abil­ità polit­ica, sociale e civile. Mi si dice che prima di me è stata pre­mi­ata, tra gli altri, Anna Politkovskaja.

A leg­gere le moti­vazioni le mani diven­tano gelate e il viso cald­is­simo. Sono tre anni che vivo una vita di forti emozioni, che alle pre­oc­cu­pazioni di una situ­azione costan­te­mente pre­caria con­trap­pone la parte­ci­pata sol­i­da­ri­età di moltissime per­sone, ma questo pre­mio mi riporta indi­etro nel tempo, a quando c’era chi cre­deva vera­mente, per­ché ne sen­tiva neces­sità e urgenza, di poter cam­biare il mondo con le parole. E per le pro­prie idee si era pronti anche a morire.

Il con­fer­i­mento di questo pre­mio per me è stato come rice­vere una con­ferma conc­reta. È come se avessi rag­giunto un obi­et­tivo dopo tanti pen­sieri, dopo tante parole. Dopo aver fatto molte rin­unce e aver costretto chi­unque mi fosse vicino a rin­un­ciare a una vita normale.
E a dis­tanza di un anno dall’invito all’Accademia dei Nobel questo lo sento come uno dei momenti più belli della mia vita.

Capisco che in nord Europa, in Svezia come in Ger­ma­nia, l’attenzione a ciò che accade altrove è altissima. Mi accorgo che più di quanto non accada in Italia, le con­trad­dizioni degli altri paesi si sentono pro­prie. In Svezia, l’anno scorso all’Accademia dei Nobel, c’era Salman Rushdie la cui gen­erosità nei miei con­fronti nasce da chi non dimen­tica quel che ha pas­sato. Qui in Ger­ma­nia sarà il rispetto per la parola peri­colosa a farmi da men­tore. Quella parola che ha por­tato alla morte i cor­ag­giosi Hans e Sophie Scholl.
Mentre scrivo questo dis­corso so che prob­a­bil­mente tutto ciò che ho preparato svanirà. So che prob­a­bil­mente sen­tirò solo la testa vuota, il cuore in petto, solito grumo ingom­brante, e la gola secca. Ma so anche che richi­amerò alla memo­ria i nomi, a me cari, di col­oro che le loro parole hanno reso sco­modi. I nomi di chi stenta ad avere lib­ertà di parola e di chi vive sotto minac­cia per aver dato fas­tidio al potere crim­i­nale. So che mi affiderò al rac­conto di una let­ter­atura in grado di trasportare chi­unque nei luoghi degli orrori più inim­mag­in­abili. Ad Auschwitz con Primo Levi, nei gulag con Var­lam Šalamov e in Cece­nia con Anna Politkovskaja che, per ultima, ha pagato con la vita la sua capac­ità di ren­dere alla Cece­nia cit­tad­i­nanza uni­ver­sale nel cuore e nella mente dei let­tori di tutto il mondo.
Ed è pro­prio pen­sando a come loro hanno vis­suto, a come sono morti e alle loro immense fragilità, che sento tanta più riconoscenza verso di voi che con questo pre­mio mi pro­teggete più di quanto non fac­cia una scorta armata. Chi muore per le pro­prie parole, muore per­ché quelle parole hanno dif­fi­coltà ad arrivare alle orec­chie, agli occhi e ai cuori di molti.
È questo che salva le parole peri­colose e chi le scrive: l’attenzione delle per­sone, il let­tore. Molti intel­let­tuali, men­tre rimpiangono la loro perdita di ruolo nelle soci­età occi­den­tali, con­tin­u­ano a con­sid­er­are la popo­lar­ità e la sovrae­s­po­sizione con dif­fi­denza o con dis­prezzo, come se inval­i­dasse auto­mati­ca­mente il val­ore di un’opera. Come non potesse essere altro che il risul­tato dei mec­ca­n­ismi manipola­tivi del mer­cato e dei media. Come se il pub­blico a cui è dovuto fosse impos­si­bile pen­sarlo diver­sa­mente da una massa acrit­ica. E, sec­ondo me, è soprat­tutto nei riguardi di quest’ultimo che com­met­tono un torto enorme, per­ché se non è vero che tutte le parole e tutti i libri sono uguali, tan­tomeno lo sono i let­tori. I let­tori pos­sono cer­care di diver­tirsi o di capire, pos­sono appas­sion­arsi alla fan­ta­sia più illim­i­tata o al rac­conto della realtà più dolorosa e dif­fi­cile, pos­sono persino essere la stessa per­sona in momenti dif­fer­enti: ma sono capaci di scegliere e di dis­tinguere. E se uno scrit­tore questo non lo vede, se non con­fida più che la bot­tiglia da gettare in mare approdi nelle mani di qual­cuno dis­posto ad ascoltarlo, e ci rin­un­cia, rin­un­cia non a scri­vere e pub­bli­care, ma a credere nella capac­ità delle sue parole di comu­ni­care e di incidere. Allora fa un torto pure a se stesso e a tutti quelli che lo hanno pre­ce­duto. 

Quello che più mi ha col­pito nella sto­ria dei fratelli Scholl è che loro, invece, nel potere della parola ci cre­de­vano con ogni parte di se. Loro ebbero fidu­cia nell’intellighenzia tedesca, cre­dendo che si sarebbe opposta al Nazismo. Sophie, addirit­tura, non esitò a esporsi pub­bli­ca­mente per dif­fondere dei volan­tini che veicola­vano un mes­sag­gio di protesta non-violenta, e quando, dopo l’arresto, furono inter­ro­gati, non persero la sper­anza e ancora con­fi­darono nelle loro parole e nel potere intrin­seco che esse ave­vano, assumen­dosene la piena responsabilità.
Quei ragazzi morti per le loro idee di pace hanno riscat­tato l’intero popolo tedesco con i pochi mezzi che ave­vano a dis­po­sizione, ovvero parole scritte e decla­mate. Con­tro di loro la smisurata pro­pa­ganda naz­i­fascista che uti­liz­zava metodi di coer­cizione ben più effi­caci. In alcune parti d’Europa e del mondo, sem­bra strano a dirsi, ma quelle parole, quei volan­tini ancora con­dan­nereb­bero a morte chi li scrive.
In quei con­testi, che non sono dis­tanti o tanto diversi da quelli in cui vivi­amo noi, para­dos­salmente scri­vere nonos­tante il peri­colo finisce con il coin­cidere con la vita stessa. Qual­cuno pensa che minac­ciare, intimidire porti a nascon­dere le parole. Ma questo spesso non accade. Piut­tosto si preferisce al silen­zio il per­corso più imper­vio della lotta quo­tid­i­ana, di un corpo a corpo sommesso e costante, come un com­bat­ti­mento ombra, tra ciò che la pro­pria coscienza impone e le legit­time pre­oc­cu­pazioni di una vita sotto minaccia.
Per me, per­sonal­mente, scri­vere, non fare a meno delle mie parole, ha sig­ni­fi­cato non per­dermi. Non darmi per vinto. Non dis­per­are, quando tutto mi por­tava, invece, alla dis­per­azione e alla soli­tu­dine. 

Scri­vere sig­nifica rius­cire a iscri­vere una parola nel mondo, pas­sarla a qual­cuno come un bigli­etto con un’informazione clan­des­tina, uno di quelli che devi leg­gere, man­dare a memo­ria e poi dis­trug­gere: appal­lot­tolan­dolo, mis­chi­an­dolo con la tua saliva, facen­dolo mac­er­are nel tuo stom­aco. Scri­vere è fare resistenza.
Allora, quando mi guardo indi­etro, l’unica cosa che vedo e l’unica in cui mi riconosco, sono le mie parole.
In questi anni, poi, ho com­preso l’importanza del con­fronto medi­atico. Quando dietro non ci siano il vuoto, il gos­sip, la trama di finzioni che non fanno altro che dis­trarre e con­so­lare, ma ci sono la voglia e il deside­rio di tanti di sapere e di cam­biare, per­ché non pos­sono essere usati tutti i mezzi pos­si­bili per unifi­care le forze? Per­ché averne tanto sospetto o paura? 
La peg­giore delle mie paure non è quella sovrae­s­po­sizione che tanti sno­bis­ti­ca­mente demo­niz­zano, ma piut­tosto che ries­cano a diffamarmi, a dis­trug­gere la mia cred­i­bil­ità, a infan­gare ciò per cui mi sono speso e ho pagato. Lo hanno fatto con tutti col­oro che hanno deciso di rac­con­tare e denun­ciare, hanno provato a farlo con Anna Politkovskaja. 
C’è una frase di Santa Teresa che spesso mi è girata nella testa in questi anni, vera e ter­ri­bile: “Si ver­sano più lacrime per le preghiere esau­dite che per quelle non accolte”. Se ho avuto un sogno, è stato quello di incidere con le mie parole, di dimostrare che la parola let­ter­aria può ancora avere un peso e il potere di cam­biare la realtà. Pur con tutto quello che mi è suc­cesso, la mia “preghiera”, gra­zie ai miei let­tori, e gra­zie a chi pre­mia il mio lavoro, è stata esaudita.
Sono con­vinto che se i tanti, i troppi scrit­tori, gior­nal­isti e attivisti morti per le pro­prie idee, per le pro­prie parole, per i pro­pri scritti avessero avuto la pos­si­bil­ità di arrivare a molti ora la loro sto­ria sarebbe diversa e prob­a­bil­mente lo sarebbe anche la nos­tra. A difend­ere chi scrive chi filma chi parla pos­sono essere solo gli occhi dei let­tori, degli spet­ta­tori, degli ascolta­tori. Loro sono le sen­tinelle delle parole che deci­dono di accogliere den­tro di sé e por­tarle in giro. Questo non va dimen­ti­cato. Questo è ciò su cui rifletto, quando penso all’animo indomito e al cuore ten­ero, motto della Rosa Bianca. 

Vale la parola detta.